Hormuz: tempesta sullo stretto

 

 

A ormai due settimane dallo scoppio della nuova guerra fra l’asse USA-Israele e l’Iran, l’interdizione da parte iraniana dello stretto di Hormuz, da cui transita il 20% del petrolio e il 25% del gas liquefatto apportati al mercato mondiale, appare sempre più come la principale leva su cui il regime degli ayatollah può agire per rendere sempre più costosa la prosecuzione delle incursioni sulle basi militari e le infrastrutture strategiche del paese.

Nonostante la superiorità tecnologica americana e israeliana, le forze iraniane, per quanto estremamente indebolite dalla prolungata campagna di raid aerei avversari, conservano ancora margine per rendere la traversata dello stretto abbastanza pericolosa da intimidire le compagnie di navigazione commerciali. Con tutti i relativi effetti esplosivi sull’economia globale man mano che il conflitto si prolunga, ciò sebbene gli iraniani intendano a quanto pare applicare non un blocco ermetico, ma uno selettivo, lasciando passare navi dirette verso paesi percepiti come amici, come la Cina o l’India.

E a Teheran resta ancora da giocare la carta degli Houthi yemeniti, al momento ancora in quiete. Mai come ora è apparso chiaro quanto la geografia influenzi i destini geopolitici dei popoli.

 

Un’arma della natura

Alle volte un’arma efficace può essere fornita non da complesse e sofisticate industrie, ma semplicemente dalla Natura, soprattutto in fatto di conformazioni di terre e mari, a patto, ovviamente, che si decida di sfruttarla.

Non è certo una novità nella storia militare, dato che le battaglie sono sempre state influenzate da variabili totalmente indipendenti dall’uomo, come il tipo di suolo, se pianeggiante o montuoso, il manto vegetale o la sua assenza, il corso dei fiumi e la relativa vicinanza o lontananza di ponti o guadi, gli estremi del clima, in temperature o precipitazioni, il profilo delle coste marine, eccetera.

Anche oggi, nonostante l’influenza della tecnologia sulle operazioni militari sia arrivata al parossismo, la geografia condiziona l’andamento dei conflitti e può essere sfruttata in modo asimmetrico per compensare, coi vantaggi di posizioni pregresse, un eventuale svantaggio nel settore della pura forza militare.

E’ quanto sta facendo, ormai in maniera conclamata, l’Iran, sotto attacco dal 28 febbraio 2026 da parte di Israele e Stati Uniti con una pesante campagna di attacchi aerei e missilistici a cui Teheran ha risposto da subito con salve di ritorsione con missili balistici e droni verso la stessa Israele e numerosi paesi del Golfo Persico ospitanti basi americane.

Ancora il 14 marzo 2026, presagio di una crisi lunga, Mohsen Rezaei, membro del Consiglio iraniano per la sicurezza degli interessi del regime, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz “non verrà aperto” e “nessuna nave americana ha il diritto di entrare nel Golfo. La sicurezza sarà garantita solo con il ritiro degli Stati Uniti dal Golfo”. Lo riportano i media di Teheran. “La guerra finirà quando riceveremo tutti i nostri risarcimenti dagli Stati Uniti e quando avremo la piena garanzia per il nostro futuro, cosa che non potrà realizzarsi senza il ritiro degli Stati Uniti dal Golfo”, ha aggiunto.


In questo quadro, fin dai primi giorni la casta militare dei pasdaran, la truppa di élite direttamente collegata alla teocrazia degli ayatollah, aveva minacciato il blocco dello stretto di Hormuz, il passaggio, largo appena 33 km nel punto più stretto, che mette in comunicazione il Golfo Persico, che altrimenti sarebbe un mare chiuso, con il Mare Arabico e l’Oceano Indiano.

Fin dall’1-2 marzo si sono registrati attacchi con droni e danneggiamenti di petroliere che si accingevano a passare lo stretto presso le coste dell’Oman o  porti della regione, come in Bahrein, e i pasdaran hanno dichiarato “chiuso lo stretto” dal 2 marzo, avendo subito l’effetto di far cessare il transito, imbottigliando di fatto nel Golfo un quinto delle petroliere e delle navi gasiere del mondo, immobilizzatesi per il timore di essere colpite, senza contare l’aumento, da 4 a 6 volte, delle tariffe delle assicurazioni navali a partire dall’8 marzo, ulteriore disincentivo alla navigazione.

La crisi di Hormuz ha avuto una vera escalation a partire dal 10-11 marzo, con le voci sulla probabile posa di mine subacquee iraniane in quelle acque e l’accelerazione negli attacchi con droni e missili alle navi nell’area, unitamente alle minacce profferite l’11 marzo dal portavoce del comando unificato Khatam Al Anbiya, ovvero lo Stato Maggiore interforze che coordina tutte le forze armate iraniane, Ebrahim Zolfaqari, che rivoltosi idealmente ai paesi occidentali ha detto: “Preparatevi un petrolio a 200 dollari al barile. Il prezzo del greggio è legato alla sicurezza della regione che voi avete destabilizzato”.

Certo, l’oro nero è ancora lontanissimo da un simile picco, ma da giorni oscilla attorno alla soglia psicologica dei 100 dollari al barile, già alta rispetto ai 65 dollari circa delle settimane precedenti l’attuale conflitto.

Lo spettro evocato da Zolfaqari è in parte propagandistico, dato che oggi il mercato petrolifero è più diversificato e articolato rispetto a quanto era, ad esempio, nel 1973, al tempo dello “shock” e dell’austerity scaturita dalla guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur nella zona del canale di Suez. Tuttavia, anche gli scenari peggiori non paiono da escludersi a priori lungo tempi lunghi, se la guerra dovesse durare per molti mesi a venire.

Il 13 marzo il Financial Times ha stimato in 15 miliardi di dollari di mancate entrate energetiche i danni finora accumulatisi per i paesi del Golfo esportatori di idrocarburi, tenuto conto che il giornale britannico si è rifatto alle stime della società di analisi economica Kpler che indicano in ben 1,2 miliardi di dollari al giorno il valore aggregato dei beni trasportati da navi che attraversano lo stretto di Hormuz, soprattutto petrolio e gas naturale liquefatto.

Secondo Kpler, al momento del rapporto, risultavano già caricati su navi petrolio e gas per un ammontare di 10,7 miliardi di dollari, una ricchezza enorme di fatto immobilizzata. Il Financial ha citato anche le analisi della società di consulenza Wood Mackenzie, secondo cui l’Arabia Saudita da sola soffre 4,5 miliardi di dollari di esportazioni mancate, mentre l’economista Peter Martin ha spiegato che, in proporzione, l’Iraq, già instabile per sua natura, rischia il collasso dato che il solo petrolio assicura il 90 % delle entrate statali, a differenza, per esempio, di Kuwait e Qatar che, almeno per il momento, hanno il paracadute di cospicui fondi sovrani.

I porti petroliferi iracheni hanno sospeso l’attività dopo che due petroliere sono state attaccate da droni iraniani nelle loro acque territoriali, come ha confermato Farhan al-Fartousi, direttore generale della Iraqi Ports Company, all’Iraqi News Agency. La società di commercializzazione del petrolio irachena Somo ha diramato un comunicato che conferma come i raid abbiano avuto “un impatto negativo sulla sicurezza e sull’economia dell’Iraq”.

Il che aggiunge preoccupazione perché gli scompensi economici si aggiungono agli endemici equilibri generali di un paese perennemente percorso dalle tensioni fra sunniti e sciiti filoiraniani, senza contare il velato secessionismo delle regioni settentrionali autonome curde.

Fra gli allarmi, l’11 marzo Nikkei Asia ha riferito che la guerra nel Golfo Persico “mette a rischo anche la catena di approvvigionamento globale dei semiconduttori. E in particolare il consigliere dell’ufficio presidenziale sudcoreano Kim Yong-beom e il Ministero del Commercio di Seul hanno pubblicato una stima secondo cui almeno per “14 materiali e tipologie di apparecchiature utilizzate nella produzione di semiconduttori il paese dipende dal Medio Oriente. In particolare l’elio, essenziale per il raffreddamento dei wafer di chip nei processi produttivi.

Il Qatar è uno dei principali fornitori e nel 2025 ha rappresentato il 65 per cento delle importazioni sudcoreane di elio. Il 4 marzo QatarEnergy ha dichiarato lo stato di forza maggiore, una decisione che libera la società statale dagli obblighi di fornitura verso i clienti e che potrebbe riguardare anche elio e gas naturale liquefatto.

E’ solo uno degli esempi. Secondo l’International Maritime Organization il traffico dello stretto di Hormuz, solitamente sulle 130 navi al giorno, è crollato dopo il 10 marzo del 94% e si parla di “3000 navi commerciali bloccate nel Golfo Persico, per un valore totale di 25 miliardi di dollari, fra carichi e natanti. Il tasso di nolo per le superpetroliere Vlcc (Very Large Crude Carriers) è balzato fino a W419, ovvero 423.000 dollari al giorno, quasi 10 volte più che in tempi normali. Si applica il sistema Worldscale (W) che definisce una tariffa base e che, nel caso di W419 indica che il nolo attuale è il 419% della tariffa standard per quella rotta.

Attraverso lo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e un quinto del Gnl. Ci sono inoltre almeno 20.000 marinai rimasti bloccati sulle imbarcazioni imbottigliate nel Golfo.

Alla data del 13 marzo sono state solo 77 le navi che hanno attraversato fortunosamente Hormuz, stando alla società di dati marittimi Lloyd’s List Intelligence, la quale rileva, a fini di confronto, come nello stesso periodo dell’anno passato, fra il 1° e l’11 marzo 2025, erano state ben 1229 le navi transitate dallo stretto. Dice la analista della Lloyd’s List Intelligence, Bridget Diakun: “Non sorprende che alcune navi stiano cercando di lasciare il Golfo, ma abbiamo comunque monitorato 22 navi dirette verso l’interno della regione”.

Diakun osserva inoltre: “Più della metà delle petroliere e delle navi metaniere che transitano per Hormuz fanno parte della flotta fantasma iraniana. Sono navi davvero abituate alle perturbazioni, più propense a tentare la traversata”. Secondo la società i passaggi da Hormuz degli ultimi giorni sono stati finora effettuati principalmente da navi affiliate a Iran (26%), Grecia (13%) e Cina (12%).

Intanto un’analisi dell’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, l’UNCTAD, esposta nel rapporto intitolato “Disruptions in the Strait of Hormuz – Implications for Global Trade and Development” ha stimato un calo del 97 % delle navi in transito rispetto ai livelli pre-crisi. Secondo l’agenzia ONU, vi transita circa il 38 % del petrolio scambiato via mare nel mondo, il 29 % del gas di petrolio liquefatto, il 19 % del gas naturale liquefatto e una quota cospicua di prodotti raffinati e fertilizzanti chimici, pari al 13 % mondiale.

Oltre allo schizzare a 100 dollari al barile del prezzo del greggio, fra le conseguenze registrate dall’UNCTAD c’è l’incremento dei premi assicurativi contro i rischi di guerra per petroliere e mercantili. Se prima dell’escalation il sovrapprezzo degli assicuratori era pari allo 0,25 % del valore della nave e del carico, con un costo medio per viaggio di 250.000 dollari, oggi si arriva al triplo e più, anche fino a 1 milione di dollari per viaggio.

Oltre alle ricadute sul mercato di petrolio e gas, l’agenzia ONU rileva come un terzo del commercio internazionale di fertilizzanti, circa 16 milioni di tonnellate l’anno, passa dal Golfo. Particolarmente esposti sono vari paesi importatori: il Sudan riceve dal Golfo il 54 % dei fertilizzanti importati via mare, lo Sri Lanka il 36 %, la Tanzania il 31 %, la Somalia il 30 % e il Pakistan il 29 %. Anche Kenya, Mozambico e Thailandia dipendono dai fertilizzanti del Golfo, e perfino Australia e Nuova Zelanda, queste perfino per, rispettivamente il 32 e il 26 %. Tutto ciò influenzerà la produttività agricola e i prezzi del cibo per alcune centinaia di milioni di persone in vari paesi.

 

Attacchi selettivi

L’Iran ha nei giorni scorsi intensificato gli attacchi a navi nel Golfo Persico e alle infrastrutture dei paesi rivieraschi, oltre che ovviamente alle basi militari con presidi americani, per incentivare l’effetto psicologico della minaccia al traffico nello stretto di Hormuz, pur in seguito modulando il passaggio concordato di imbarcazioni di paesi non ostili con cui ha interesse a proseguire il commercio.

L’11 marzo le Guardie Rivoluzionarie, ovvero i pasdaran, hanno dichiarato in una nota di aver dato inizio alla loro “38a ondata di attacchi dal nome in codice Vera Promessa 4”. I pasdaran hanno dichiarato due attacchi missilistici alla base di elicotteri di Adiri in Kuwait, sostenendo che “100 feriti sono stati trasferiti negli ospedali Al Jaber e Al Mubarak”.

Hanno anche bersagliato la “base americana nel porto di Mina Salman” in Bahrein con missili e droni, mentre Camp Patriot e gli alloggiamenti di militari americani nelle due basi navali di Muhammad al-Ahmad e Ali al-Salem in Kuwait sono stati anch’essi “gravemente colpiti”. La nota conclude: “Pensiamo solo alla resa completa del nemico. Porremo fine alla guerra quando l’ombra della guerra si sarà diradata dal Paese”.

La confermata pericolosità dei lanci di missili balistici e droni iraniani, supportata probabilmente da dati di intelligence e di navigazione satellitare forniti dalla Russia, si accompagna alla diminuzione della frequenza dei lanci, dovuta sia alla distruzione degli ordigni e dei sistemi di lancio da parte delle aviazioni israeliana e americana, sia al razionamento delle munizioni da parte di Teheran per farle durare a lungo in caso di conflitto prolungato.

Il vertice del Centcom, il Comando Centrale americano, ammiraglio Brad Cooper, ha affermato l’11 marzo che “la forza di combattimento degli Stati Uniti sta crescendo, quella dell’Iran sta diminuendo”. Vero è però che il conflitto sta costando sempre di più agli Stati Uniti.

Secondo una relazione inviata dal Pentagono al Congresso di Washington, i primi 6 giorni di guerra contro l’Iran sono costati agli Stati Uniti oltre 11,3 miliardi di dollari. La Russia intanto starebbe istruendo l’Iran sulle ultime novità in fatto di tattiche d’impiego dei droni d’attacco, sulla base delle esperienze fatte nel conflitto in Ucraina.

Così è stato riferito alla CNN da “una fonte dell’intelligence occidentale”. Secondo la fonte della CNN: “Quello che era un supporto più generico sta diventando ora più preoccupante, incluse le strategie di targeting con i droni che la Russia ha impiegato in Ucraina”.

Del resto i russi hanno impiegato contro le forze di Kiev proprio i droni Shahed forniti loro da Teheran, sia in forma originale, sia nella loro versione russa su licenza Geran, pertanto i dettagli dei loro accorgimenti, come l’impiego a ondate e con cambi di rotta per ingannare le difese antiaeree nemiche, sono facilmente replicabili sui similari Shahed iraniani.

Nelle stesse ore il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha scritto su X che “la Russia ha iniziato a sostenere il regime iraniano con i droni, lo aiuterà sicuramente con i missili, e lo sta anche aiutando con la difesa aerea”.

Gli ucraini, del resto, da giorni offrono la loro esperienza alle difese aeree di Kuwait, Qatar ed EAU.

Nel frattempo, il giornale ebraico Times of Israel ha riportato i giudizi di Tsahal, le forze armate israeliane, sui missili balistici iraniani, specie i più pericolosi come il Kheibar Shekan o il Khorramshahar, secondo cui almeno metà degli ordigni avrebbero testate a frammentazione costituite da centinaia di bombe a grappolo che, all’apertura in quota dell’ogiva del missile, si spargono per un raggio di ben 10 chilometri.

I militari israeliani hanno ammesso che “l’intercettazione dei missili è stata efficace ma impegnativa”. Inoltre, negli ultimi giorni l’Iran ha lanciato solo uno o pochi missili per volta, segno da un lato di difficoltà di fronte a scorte in calo per il consumo e la distruzione, dall’altro di economizzazione degli ordigni balistici per prolungare nel tempo l’offensiva diminuendone l’intensità.

Il ministero della Difesa degli Emirati ha riferito che il 14 marzo sono stati lanciati 9 missili balistici e 33 droni verso gli EAU. Il numero totale di ordigni iraniani sul paese dal 28 febbraio è di 1600 droni, 294 missili balistici e 15 missili da crociera. Gli attacchi hanno causato la morte di sei persone e il ferimento di altre 141.

Tra gli impatti, incendio al porto emiratino di Fuijarah, poco fuori da Hormuz, snodo nevralgico per il traffico di idrocarburi. Fra i droni del giorno 14, tre hanno colpito filiali della banca americana Citibank a Dubai e anche a Manama, capitale del Bahrain. Intanto la Giordania ha fatto sapere tramite Al Jazeera di aver intercettato 79 degli 85 droni iraniani lanciati questa settimana. Cinque ulteriori droni e un missile sono precipitati in territorio giordano.

L’11 marzo i pasdaran hanno attaccato la nave Express Rome con bandiera della Liberia ma di proprietà israeliana, come ha rivendicato il comandante della Marina della Guardia Rivoluzionaria, Alireza Tangsiri.

La nave è stata danneggiata da “proiettili” perché avrebbe ignorato gli “avvertimenti” della Marina di Teheran. L’Iran ha colpito lo stesso giorno la nave porta-container battente bandiera thailandese Mayuree Naree, che tentava di traversare lo Stretto di Hormuz.

Sulla nave thailandese è scoppiato un incendio e 23 membri dell’equipaggio sono stati salvati dalla Marina dell’Oman. Stando al Centro per le Operazioni Marittime del Regno Unito, ossia l’UKMTO che monitora il commercio navale, la nave è stata colpita “da un proiettile sconosciuto” e a bordo è rimasto “un equipaggio ridotto”. L’agenzia britannica ha invitato le navi nella zona a “procedere con cautela e a segnalare ogni attività sospetta”.

L’Ukmto ha segnalato anche altri due incidenti nell’area del Golfo persico, al largo degli Emirati Arabi Uniti. A nord-ovest di Ras Al Khaimah, colpita una nave cargo da un “proiettile sconosciuto”, ma il comandante del natante ha detto che l’equipaggio “è al sicuro”.

A nord-ovest di Dubai un altro “proiettile non identificato” ha colpito una nave portarinfuse. Stando all’Ukmto, “non ci sono segnalazioni di impatto ambientale” e “l’equipaggio risulta sano e salvo”.

Le notizie di questi danni a navi presso lo stretto si affiancavano ai moniti lanciati da un portavoce del quartier generale del comando militare Khatam Al-Anbia di Teheran, secondo cui “l’Iran non permetterà il passaggio di neanche un solo litro di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz per gli Stati Uniti, Israele o i loro alleati, poiché qualsiasi nave o carico di petrolio appartenente agli Stati Uniti, a Israele o ai loro alleati sarà considerato obbiettivo legittimo”.

Il 12 marzo il colosso danese del trasporto container Moller-Maersk ha confermato al Wall Street Journal di avere 10 navi bloccate nel Golfo Persico e che sarebbero necessari una settimana o anche 10 giorni per tornare alla normalità. L’amministratore delegato di Maersk, Vincent Clerc, ha detto: “Più a lungo lo stretto resta chiuso, più il rifornimento delle scorte di petrolio in Asia diventa una sfida”.

Intanto veniva danneggiata la nave portacontainer battente bandiera giapponese One Majesty, colpita mentre era ancorata nel Golfo Persico, a 96 km a sud-ovest dello Stretto di Hormuz.

Tutti i membri dell’equipaggio a bordo sono sani e salvi e la nave è operativa. La causa dell’impatto e l’entità dei danni sono sconosciute e sono in corso di indagine. I membri dell’equipaggio dicono di aver percepito “una scossa vicino alla poppa”, il che potrebbe presupporre un ordigno subacqueo arrivato inosservato. Anche una petroliera gestita dalla Mitsui OSK Lines ha subito danni lievi a causa della caduta di oggetti non identificati (droni?) nel Golfo dell’Oman. La petroliera ha lasciato la zona e la compagnia sta indagando.

Sempre il 12 marzo, i pasdaran hanno attaccato con un drone una petroliera battente bandiera delle Isole Marshall, considerata “un bene americano” proprio nello Stretto di Hormuz. Secondo gli iraniani, il loro drone, probabilmente uno Shahed, ha impattato sulla nave Louise Prima all’alba, mentre tentava di passare Hormuz ignorando gli avvertimenti via radio iraniani.

Le fonti dei pasdaran hanno dichiarato al proposito: “Su tutte le navi grava l’obbligo di rispettare le leggi di passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz annunciate dall’Iran”.

Nei pressi dello stretto, peraltro, una nave portacontainer della compagnia di navigazione tedesca Hapag-Loyd ha denunciato di essere stata colpita da schegge di un proiettile di artiglieria che hanno causato un incendio a bordo. Un portavoce della compagnia ha specificato: “La nave Source Blessing non è stata colpita direttamente, ma si è comunque sviluppato un incendio che ha coinvolto anche la sala macchine. L’equipaggio è riuscito a domare le fiamme e non è stato registrato alcun ferito”.

Al 13 marzo il New York Times quantificava in 16 le navi commerciali, fra petroliere e cargo, attaccati dagli iraniani nel Golfo Persico dall’inizio delle ostilità lo scorso 28 febbraio. Una stima desunta dall’incrocio dei dati del settore marittimo comunicati delle compagnie e dei monitoraggi satellitari.

Fra le ultime “vittime”, due petroliere irachene segnalate in fiamme al largo della costa, mentre gli attacchi reciproci si concentrano sempre più sulle infrastrutture energetiche. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito che la guerra ha causato “la più grande interruzione nella storia delle forniture del mercato petrolifero globale”.

E pensare che il 14 marzo il Wall Street Journal ha rivelato indiscrezioni secondo le quali il presidente Trump era “consapevole” del rischio che l’Iran bloccasse lo Stretto di Hormuz ma ha deciso comunque di scatenare la guerra nonostante i capi militari USA, in primis il capo di Stato Maggiore interforze, generale Dan Caine, lo avessero avvisato del pericolo di una crisi a Hormuz e di esiti incerti.

Secondo il quotidiano americano, Trump era convinto che Teheran si sarebbe arresa “prima” di effettuare una mossa di questo tipo.

 

Mojtaba: “lo stretto e altrove”

Le acque del passaggio di Hormuz possono fungere da arma a doppia valenza per l’Iran. Anzitutto come s’è visto, una sorta di “atomica economica” per causare, con la perturbazione del mercato dell’energia, conseguenze economiche tali da porre agli Stati Uniti il dilemma se proseguire o no il conflitto e per quanto tempo.

Che poi queste azioni causino danni anche ad alleati dell’Iran come la Cina, da un lato risulta secondario nell’urgenza del conflitto, dall’altro gli iraniani stanno cercando in qualche modo di rimediarvi tentando di assicurare quantomeno un transito “selettivo” delle navi.

Ma lo Stretto ha anche, teoricamente, la valenza di possibile “trappola” per navi militari nemiche che vogliano arrischiarsi così vicino alle coste iraniane per scortare petroliere e cargo, esposte a sciami di droni, siluri o mine che, se anche affondassero una sola unità americana, infliggerebbero un colpo al prestigio di Washington, e per esteso del dollaro.

Ecco perché l’interdizione di Hormuz è stata espressamente e ampiamente citata il 12 marzo 2026 nel primo intervento pubblico della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, figlio del predecessore Alì Khamenei ucciso dalla prima incursione israeliana del 28 febbraio.

Il discorso di Mojtaba è stato letto alla tv di Stato di Teheran da una giornalista, il che rinfocola il sospetto che non possa ancora mostrarsi di persona perché rimasto ferito dai bombardamenti.

Che le parole siano o no farina del suo sacco, ciò che importa in questa sede è che confermano la volontà iraniana di prolungare nel tempo il conflitto, e in particolare il blocco di Hormuz, per rispondere in modo asimmetrico ai raid israelo-americani con una guerra d’attrito di lunga durata, anche eventualmente a intensità decrescente, per risparmiare munizioni, ma volta a mettere in crisi gli avversari dal punto di vista economico, non senza evocare, senza nominarla apertamente, la possibile discesa in campo degli yemeniti Huthi nel Mar Rosso, ad aggravare l’insicurezza delle rotte marittime:

“Continueremo la guerra senza sosta, apriremo nuovi fronti dove il nemico manca di esperienza, colpiremo le basi americane nei Paesi vicini e manterremo chiuso lo Stretto di Hormuz. Abbiamo condotto studi per l’apertura di fronti aggiuntivi in aree in cui l’avversario è inesperto. Vendicheremo i crimini commessi dal nemico”.

In relazione agli attacchi iraniani su Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e altri paesi dell’area, ha sostenuto: “Non sono previsti attacchi diretti ai Paesi limitrofi, ma solo alle installazioni militari statunitensi sul loro territorio. Chiudete immediatamente tali basi per evitare conseguenze”.

Poi, tornando a concentrarsi sul nodo di Hormuz: “Lo Stretto di Hormuz deve rimanere chiuso per impedire il passaggio del petrolio ai nemici. Useremo tutte le capacità disponibili per bloccarlo. Deve rimanere uno strumento di pressione e andremo avanti con la strategia di non far passare neanche una goccia di petrolio”.

Il vago accenno di Mojtaba Khamenei, o chi per lui, a “fronti aggiuntivi” può essere letto come una minaccia di riattivazione delle milizie filoiraniane yemenite Houthi, o meglio il gruppo Ansarallah, che fra 2023 e 2025, durante la guerra di Gaza, ha bersagliato centinaia di navi, mercantili e militari, in transito dallo stretto di Bab El Mandeb, altro passaggio-chiave, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano, costituendo il principale passaggio obbligato sulla via del canale di Suez.

Agli Houthi, attualmente in quiescenza da molti mesi, resterebbe un notevole arsenale di droni e missili di origine iraniana ed è possibile che, su ordine da Teheran e su impulso dei pasdaran della Forza Quds colà presenti come consiglieri e istruttori, possano entrare in azione assommando al già dirompente effetto dovuto al blocco di Hormuz, l’interdizione, quantomeno parziale, della rotta di Suez in un momento già critico.

A riprova che Teheran possa riservarsi il calare la carta degli Huthi nei prossimi giorni o settimane, in modo da dosare la pressione sui mercati globali, non solo la nuova Guida Suprema ha balenato una simile eventualità.

La sera precedente all’intervento di Mojtaba, l’11 marzo, un “alto funzionario militare iraniano” aveva anticipato alla tivù Al Jazeera che “se Washington commetterà un errore strategico, un altro stretto verrà posto in una situazione simile allo stretto di Hormuz”.

Se è vero quanto scritto il 12 marzo dal Financial Times, secondo cui “una flottiglia di superpetroliere” è diretta verso il Mar Rosso per ovviare al blocco di Hormuz, la rinnovata importanza della via alternativa di Bab El Mandeb offre margine all’Iran, tramite i suoi alleati Houthi, di infliggere un nuovo colpo ai traffici attorno alla penisola arabica, che di fatto è come se fosse accerchiata, se si tiene conto anche del movimento sciita Ansarallah.

Il giornale economico inglese ha riportato infatti, da fonti accreditate come le agenzie marittime che “almeno 30 superpetroliere, ciascuna in grado di trasportare oltre 2 milioni di barili di petrolio” stanno navigando verso la costa del Mar Rosso, con destinazione il porto di Yanbu in Arabia Saudita, dove dovrebbero arrivare nei prossimi giorni.

I moli di Yanbu ospitano un terminal strategico, sbocco di un oleodotto proveniente dai campi petroliferi della regione orientale del regno saudita, posizionato a 300 km a Nord di Gedda e di solito vi passano due navi al mese, ma ora la sua importanza sta crescendo come “uscita di sicurezza” per il greggio saudita.

E’ la conseguenza di un piano d’emergenza della compagnia petrolifera saudita Saudi Aramco che si propone di deviare sulla costa occidentale della penisola, appunto a Yanbu, almeno 5 dei 7 milioni di barili al giorno che in condizioni normali salpano a bordo di petroliere dai litorali persici dell’Arabia per uscire dallo stretto di Hormuz.

Resta però un’opzione azzardata per il ricordato rischio che l’Iran decida, al momento opportuno, di “attivare” gli Houthi, a cui basterebbe lanciare un paio di droni nei cieli di Bab El Mandeb per propagare il panico sulla rotta di Suez e del Mar Rosso.

Per John Ollett, specialista del trasporto merci presso l’agenzia di informazione sui prezzi Argus, citato dal Financial: “Considerate le interruzioni nello Stretto di Hormuz, non c’è altra scelta. Non ci sono stati attacchi Huthi da diversi mesi e Yanbu rimane l’unica opzione per le esportazioni di greggio”.

E Matthew Wright, analista trasporto merci di Kpler, dice: “Yanbu ha avuto un’enorme popolarità e per il momento continuerà ad averla”. Il quotidiano di Londra elenca inoltre i principali armatori che stanno inviando petroliere nel Mar Rosso per imbarcare greggio saudita a Yanbu.

Fra essi, Dynacom Tankers e Minerva Marine, di proprietà dei miliardari greci George Prokopiou e Andreas Martinos, ma anche Frontline, proprietà del “Paperone” norvegese John Fredriksen, e il colosso statale cinese Cosco.

Comunque, poco dopo il proclama della nuova Guida Suprema, il comandante della Marina pasdaran, Alireza Tangsiri, gli ha fatto eco postando su X: “In risposta all’ordine del comandante in capo, infliggeremo i colpi più duri al nemico aggressore, mantenendo la strategia di chiusura dello Stretto di Hormuz”.

E a ulteriore conferma che l’Iran intende permettere ad alcuni paesi, principalmente suoi clienti, per ovvio interesse, di usufruire comunque del passaggio di Hormuz, il viceministro degli Esteri iraniano Majid Takht-Ravanchi ha definito lo stretto “per alcuni paesi transitabile, ma non per gli aggressori”, spiegando: “Alcuni paesi ci hanno già parlato della possibilità di attraversare lo stretto e abbiamo collaborato con loro. Per quanto riguarda l’Iran, riteniamo che i paesi che hanno aderito all’aggressione non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz”.

 

Mine e missili

La capacità iraniana di minacciare il naviglio commerciale, ma anche militare, nello stretto di Hormuz resta notevole, soprattutto considerando l’esiguità dello spazio di mare e la relativa vicinanza alle coste ostili.

Il primo pensiero corre certamente alle mine marittime, di cui sia la Marina regolare, sia la Marina della milizia pasdaran dispongono in gran numero. Già il 10 marzo la CBS riportava indiscrezioni della CIA secondo cui “l’Iran si apprestava a minare lo stretto”.

Poco dopo la Reuters affermava che l’Iran aveva già posato “una dozzina di mine”, stando a due fonti secondo le quali “l’ubicazione della maggior parte delle mine è nota”, ma non si sapeva come gli Stati Uniti intendevano gestire il problema. Per la CNN “l’Iran dispone ancora dell’80-90% delle sue piccole imbarcazioni e può posarne a centinaia”.

Del resto, l’11 marzo il presidente americano Donald Trump minacciava: “Ci saranno conseguenze militari a un livello mai visto prima se Teheran non rimuoverà immediatamente le mine piazzate nello Stretto di Hormuz. Se l’Iran fa qualcosa che ferma il flusso di petrolio, sarà colpito dagli Stati Uniti d’America venti volte più duramente di quanto siano stati colpiti finora. Inoltre, faremo fuori obiettivi facilmente distruttibili che renderanno praticamente impossibile per l’Iran ricostruirli di nuovo. Morte, fuoco e furia regneranno su di loro. Ma spero, e prego, che non accada! Questo è un dono degli Stati Uniti d’America alla Cina, e tutte quelle nazioni che usano pesantemente lo stretto. Speriamo che sia un gesto che sarà molto apprezzato”.

Trump parlava così già pensando al suo previsto incontro col presidente cinese Xi Jinping tra fine marzo e inizio aprile, ma la realtà è assai più complessa.

Secondo fonti della CNN la US Navy avrebbe gravi carenze in fatto di navi dragamine nella regione del Golfo Persico dopo aver rimpatriato per la prevista radiazione i 4 cacciamine classe Avenger dislocati in Bahrein (nella foto sopra), tanto che l’onere di bonificare quelle acque dagli ordigni subacquei iraniani spetterebbe alle tre navi LCS, ovvero Littoral Combat Ship, presenti nella zona attualmente.

Unità che avrebbero problemi di affidabilità tanto da essere state ribattezzate dai marinai americani “Little Crappy Ships”, come dire “piccole navi di merda”. Secondo l’analista Carl Schuster, ex-capitano della Marina statunitense, usare le LCS nello Stretto di Hormuz sarebbe stato “più una trovata pubblicitaria che altro”, poiché “la burocrazia della Marina le impiegherà per far sembrare il progetto utile e giustificarne i costi eccessivi”.

A parte tale giudizio impietoso, il generale Dan Caine ha ammesso che la sfida militare a Hormuz non è facile, dichiarando il 13 marzo alla stampa che “lo stretto di Hormuz è un ambiente tatticamente complesso e le forze statunitensi stanno lavorando a un piano e a diverse opzioni per aprirlo”.

Le forze navali iraniane dispongono, secondo le stime USA, di almeno 2.000 mine marittime di vario tipo e di varia origine, russa, cinese o autoctona iraniana.

La mina Maham-1 tondeggiante è dotato di cinque spolette sporgenti a contatto e porta 120 kg di esplosivo. Viene posata ancorata al fondale. C’è poi la Maham-2, con sensori magnetici o acustici per rilevare il passaggio di una nave caricata con 350 kg di esplosivo.

La Sadaf-02 è invece una mina ancorata derivata da modelli sovietici, con una carica di 100 kg, sempre a contatto. Ma gli iraniani dispongono anche della mina cinese EM-52, che dal fondo marino rileva con sensori magnetici e acustici l’arrivo di una nave e si proietta contro il bersaglio con una carica con propulsione a razzo. Anche se le incursioni aeree americane hanno distrutto il grosso delle classiche navi posamine della Marina di Teheran, ai pasdaran non mancano i mezzi per posare mine nei bassi fondali di Hormuz.

Il New York Times ha rammentato il 13 marzo che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche può disporre di forse migliaia di piccole imbarcazioni, dai motoscafi ai pescherecci, in grado di trasportare e seminare gli ordigni in un braccio di mare largo solo poche decine di chilometri.

Il quotidiano newyorchese ritiene che le operazioni posamine iraniane, considerate già in atto, siano forse un po’ raffazzonate, date anche le circostanze, ma il limitato raggio d’azione richiesto alle imbarcazioni per completare le missioni di posa facilita il compito e Teheran può sperare di seminare un buon numero di ordigni, sufficiente perlomeno a mantenere l’incertezza dei traffici e le ricadute in sconvolgimenti economici.

E a seminare le mine più in fretta di quanto gli americani riescano eventualmente a dragarle, posto che una simile operazione di bonifica non risulta, al momento, ancora iniziata.

Poiché il comando americano Central Command ritiene che le forze navali di Teheran stiano usando porti civili come basi dissimulate per far salpare i mezzi posamine e antinave, fin dall’11 marzo gli USA hanno avvertito i civili iraniani affinché evitino i porti, possibili obbiettivi di bombardamenti: “Il regime iraniano sta utilizzando i porti civili lungo lo stretto di Hormuz per condurre operazioni militari che minacciano il trasporto marittimo internazionale. Questa azione pericolosa mette a rischio la vita di persone innocenti. I porti civili utilizzati per scopi militari perdono lo status di protezione e diventano legittimi obiettivi militari ai sensi del diritto internazionale”.

Del resto, l’atteggiamento americano sul problema delle mine navali iraniane è alquanto incerto, poiché lo stesso segretario alla Guerra Pete Hegseth ha dichiarato il 13 marzo che “non abbiamo prove chiare che l’Iran abbia minato lo stretto di Hormuz”.

Paradossalmente si trovava d’accordo con gli stessi iraniani, che in quei giorni negavano di aver seminato gli ordigni subacquei. Infatti il 12 marzo il vice ministro degli Esteri iraniano Majid Takht Ravanchi ha sostenuto in un’intervista all’agenzia AFP che “non è per niente vero che abbiamo posato mine a Hormuz”.

Se le mine restano uno strumento relativamente economico e abbastanza efficace, comunque, l’Iran dispone di altri mezzi potenzialmente pericolosi. Ad esempio i sottomarini “tascabili” classe Ghadir, meno vistosi e vulnerabili delle corvette e posamine di superficie e dei sottomarini classe Kilo forniti dalla Russia.

I Ghadir sono sottomarini progettati e costruiti dagli iraniani in circa 20 unità a partire dal 2007 e al momento non è chiaro se ne siano stati distrutti alcuni nei raid statunitensi. Certo è che le loro piccole dimensioni li rendono facilmente occultabili all’interno dei porti.

Sono battelli a propulsione diesel ed elettrica lunghi 29 metri per un dislocamento di 125 tonnellate in immersione e un equipaggio di 7 uomini. La loro velocità massima sarebbe di 10 nodi, cioè 19 km/h, in superficie e 8 nodi, 15 km/h, in immersione.

Prestazioni modeste, ma sufficienti a minacciare in un piccolo braccio di mare navi mercantili. L’armamento è costituito da due tubi lanciasiluri da 533 mm d calibro, ma possono anche fungere da sommergibili posamine.

Peraltro, fra i tipi di siluro che potrebbero lanciare, c’è anche l’insidioso Hoot. E’ un siluro a “supercavitazione” con propulsione a razzo che gli iraniani avrebbero derivato dal russo VA-111 Shkval e che sarebbe stato messo a punto fin dal 2006.

Sfruttando il principio della supercavitazione, cioè la creazione di una bolla gassosa attorno al corpo del siluro per ridurre l’attrito con l’acqua, la torpedine raggiungerebbe una velocità di 360 km/h, con una portata di circa 8 km.

Sulla costa iraniana potrebbero essere inoltre ancora attive batterie di missili antinave da crociera di vari tipi fra cui il Noor, derivato dal cinese C-802 e accreditato di una velocità di crociera di Mach 0,9, ma che aumenta a Mach 1,4 in fase terminale e con una gittata che da 30 è stata portata via via a 130, 170 e 300 km.

Oltre agli onnipresenti droni Shahed, le forze navali dei pasdaran hanno anche sistemi curiosi come la cosiddetta “barca volante” Bavar-2, ovvero un piccolo velivolo ekranoplano, ossia una sorta di idrovolante a effetto suolo in grado di volare pochi metri sopra l’acqua, a quota bassissima, eludendo, almeno in parte i radar.

Spinto da un motore dorsale a elica che però lo espone al rilevamento infrarosso, il Bavar-2 è in servizio dal 2010 e si pensa possa portare un armamento leggero di missili o razzi, ma essendo estremamente vulnerabile è possibile che il suo impiego si possa concretizzare solo in operazioni talmente asimmetriche da contemplare eventualmente il “martirio” di un fanatico pilota.

 

L’America guadagna tempo

Gli Stati Uniti, di fronte al blocco di Hormuz, potrebbero teoricamente consolarsi per i problemi economici causati dal prolungarsi del conflitto alla Cina, enorme importatrice del petrolio del Golfo, e in particolare di quello iraniano. Ma Teheran sta cercando in ogni modo di proseguire l’export verso Pechino.

Secondo la società di monitoraggio TankerTrackers, dall’inizio del conflitto circa 11,7 milioni di barili di greggio iraniano sono stati inviati attraverso lo stretto e risultano diretti verso la Cina.

La stima è in linea con quella della società di analisi Kpler, che calcola circa 12 milioni di barili transitati nello stesso periodo. Le petroliere hanno spento i sistemi di tracciamento mentre attraversano l’area, dopo che Teheran ha minacciato di colpire le navi che tentassero di passare nel corridoio marittimo. Intanto l’Iran ha anche ripreso a caricare petroliere nel terminal petrolifero di Jask, sul Golfo di Oman, a sud dello stretto di Hormuz.

Il sito rappresenta l’unico punto di esportazione del greggio iraniano che consente di bypassare completamente lo stretto, anche se gli analisti ritengono che la capacità operativa del terminal resti limitata.

Il 13 marzo l’inviato speciale cinese per il Medio Oriente, Zhai Jun, ha incontrato il ministro degli Esteri del Bahrein, Abdullatif bin Rashid Al Zayani, concordando che non si devono attaccare “obiettivi non militari”, nè si deve “compromettere la sicurezza delle rotte marittime”.

La Cina preme per una rapida fine del conflitto cercando di mantenere buoni rapporti sia con l’Iran, sia con gli altri stati del Golfo. E già beneficia del permesso di transito di petroliere che si sono qualificate “cinesi” o dirette in Cina.

Così come le navi di altre nazioni. Il 13 marzo il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture della Turchia, Abdulkadir Uraloglu ha annunciato che una nave turca ha potuto attraversare lo stretto dopo espressa autorizzazione da parte iraniana.

E lo stesso giorno il segretario speciale del ministero della Navigazione indiano, Rajesh Kumar Sinha, ha dichiarato che “una petroliera battente bandiera indiana, la Jag Prakash, che trasporta benzina dall’Oman all’Africa, è salpata dalla parte orientale dello Stretto di Hormuz”.

L’ambasciatore iraniano in India, Mohammad Fathali ha confermato che le navi indiane potranno passare “perché l’India è nostra amica. Crediamo che Iran e India condividano interessi comuni nella regione. È per questo motivo che il governo indiano ci sta aiutando e, a nostra volta, dobbiamo aiutare il governo indiano, poiché siamo uniti da convinzioni e interessi comuni”.

L’indomani, 14 marzo, due ulteriori navi battenti bandiera indiana che trasportano gas di petrolio liquefatto hanno attraversato lo Stretto di Hormuz e sono ora dirette verso porti della costa occidentale dell’India. Lo ha annunciato il ministero indiano dei Trasporti marittimi.

Constatando che il blocco di Hormuz sembra diventare selettivo e dunque non soddisfare, se non altro, quanto forse sperato la speranza americana di indebolire la Cina in vista del vertice fra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping previsto a Pechino fra il 31 marzo e il 2 aprile, l’amministrazione di Washington sta studiando il da farsi, al di là dei proclami trionfalistici dell’inquilino della Casa Bianca.

Il 13 marzo fonti della CNN sostenevano che il Pentagono e il Consiglio della Sicurezza Nazionale USA “hanno significativamente sottovalutato la volontà di Teheran di chiudere lo Stretto di Hormuz in risposta a eventuali attacchi militari statunitensi”. E ciò nonostante “funzionari chiave dei Dipartimenti dell’Energia e del Tesoro fossero presenti a parte delle riunioni ufficiali di pianificazione prima dell’avvio dell’operazione”.

Una spia dell’incertezza americana può essere considerata la circospezione con cui gli USA affrontano tuttora il delicato tema della possibile scorta navale alle petroliere attraverso lo stretto, una mossa che può considerarsi pericolosa per le stesse unità della US Navy.

Il 10 marzo era circolato l’annuncio, con un post del segretario USA all’Energia Chris Wright che una petroliera era stata scortata da navi militari americane attraverso Hormuz.

Ma poche ore dopo la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dovuto negarlo: “So che il post è stato rimosso abbastanza velocemente. Posso confermare che la Marina degli Stati Uniti non ha scortato una petroliera o una nave fino ad ora, anche se, ovviamente, questa è un’opzione a cui il presidente ha detto che ricorrerà se e quando necessario”.

Ciò aveva già offerto al capo della marina pasdaran, Tagsiri, l’occasione di accusare gli Stati Uniti di “falsità”: “L’affermazione di una petroliera che attraversa lo stretto di Hormuz con una scorta militare statunitense è completamente falsa. Qualsiasi passaggio della flotta statunitense e dei suoi alleati sarà bloccato da missili iraniani e droni kamikaze”.

E a ruota il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva parlato di fake news made in USA: “I funzionari statunitensi stanno diffondendo fake-news per manipolare i mercati. Ciò non li proteggerà dallo tsunami inflazionistico che hanno imposto agli americani”.

Dopo aver intensificato i raid mirati a distruggere i mezzi navali iraniani, in particolare le unità posamine, 28 delle quali risultavano affondate al 12 marzo, Trump ha affermato, in uno dei suoi slanci di ottimismo: “Lo stretto è in ottime condizioni. Abbiamo messo fuori uso tutte le loro imbarcazioni”.

Ma nelle stesse ore il Wall Street Journal invitava alla cautela, scrivendo: “L’escalation nella crisi di Hormuz alimenta lo spettro di una prolungata chiusura. Le speranze di una rapida ripresa del commercio attraverso lo stretto si stanno attenuando senza le scorte navali americane, mentre l’Iran aumenta gli attacchi”.

Lo stesso giorno, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent in un’intervista a Sky News sosteneva che la US Navy avrebbe potuto scortare le petroliere appena possibile, forse entro la fine del mese: “Credo che, non appena sarà militarmente possibile, la Marina degli Stati uniti, forse insieme a una coalizione internazionale, scorterà le navi attraverso lo stretto. In effetti ci sono petroliere che stanno transitando ora, petroliere iraniane e, credo, alcune petroliere battenti bandiera cinese. Sappiamo quindi che lo stretto non è stato minato”.

Ma la US Navy non sarebbe affatto entusiasta di questo tipo di missione, stando al Wall Street Journal, a cui funzionari della difesa statunitense e dei paesi mediorientali hanno riferito che diversi paesi produttori di petrolio del Golfo hanno chiesto l’assistenza militare statunitense per far transitare le petroliere, ma incassando un deciso diniego: “Le scorte navali non sono attualmente fattibili perché l’Iran mantiene ancora la capacità di attaccare le navi nello stretto passaggio marittimo. I militari non accompagneranno le navi finché la minaccia di attacchi iraniani non si sarà ridotta”.

Parole in apparente contrasto con le affermazioni fatte da Trump il giorno 13: “Forniremmo scorte militari alle petroliere a Hormuz, se fosse necessario. Ma, si spera, le cose andranno molto bene. Vedremo cosa succede”.

Poche ore dopo, lo stesso giorno, il presidente USA, col suo linguaggio da cowboy, esortava le compagnie di navigazione a “tirar fuori le palle e passare da Hormuz”.

Per Trump, l’aver nel frattempo derogato alle sanzioni sul petrolio della Russia per lenire i danni al mercato globale degli idrocarburi, sarebbe stato un modo per guadagnare tempo e vedere se nel frattempo l’Iran fosse disposto ad arrendersi, scongiurando una lunga guerra che destabilizzerebbe sul lungo periodo i prezzi dell’oro nero.

Così, almeno, sostiene l’analista dell’agenzia Bloomberg Javier Blas: “Gli Stati Uniti hanno permesso all’India di acquistare i barili del Cremlino che erano già sulle navi. Poi hanno esteso la misura a qualsiasi paese. Ma queste sono tutte iniziative per guadagnare tempo sul prezzo del petrolio. L’unica soluzione duratura è quella di riaprire lo Stretto di Hormuz. A questo proposito, gli Stati Uniti sembrano aver capito che le petroliere non riprenderanno a navigare fino alla fine delle ostilità”.

Secondo Blas il mercato petrolifero “aggiungerà dai 3 ai 6 dollari al barile al prezzo di riferimento per ogni giorno in cui la guerra continuerà. In una settimana si tratta di 15-30 dollari”. Sarebbe “sopportabile per un’altra settimana, forse due, ma se si protrae oltre, il mondo inizierà a subire gravi danni economici a causa dell’impennata dei costi energetici”.

Un autorevole commentatore come il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e attualmente presidente della fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), ha evidenziato che Trump “canta vittoria”, ma non dichiara gli obbiettivi di un conflitto che probabilmente sperava breve, ma che teme si prolunghi.

In un conflitto per cantare vittoria bisogna dichiarare gli obiettivi. Questo è un assunto che invece le parti in causa stanno evitando di precisare. Trump è passato dal parlare della capitolazione assoluta del regime iraniano al dire che finirà presto perché ormai tutto ciò che c’era da colpire è stato colpito. Quindi cantare vittoria in merito a cosa?”.

E prosegue il generale Tricarico: “Teheran ha capito che lo Stretto di Hormuz è il vero strumento tramite il quale può fare male agli Stati Uniti e ai loro alleati. Non credo che sarà agevole terminare il blocco di Hormuz, e non vedo neanche il motivo per cui l’Iran dovrebbe farlo. Mi aspetto che Trump dia seguito alle sue dichiarazioni, preparando il terreno per una exit strategy. Israele è l’unico che ha un motivo vero per continuare a combattere, ma non oserà separare le sue sorti belliche da quelle degli Usa. Quindi malvolentieri ma, anche lui, si fermerà”.

Fra le opzioni di Trump ci potrebbe essere l’attacco, ed eventuale occupazione dell’isola di Kharg, nel Golfo Persico, dove si trovano infrastrutture petrolifere e da cui passa il 90 % del petrolio iraniano poi imbarcato ed esportato.

Nella notte fra 13 e 14 marzo, Trump ha dichiarato che sono stati effettuati pesanti attacchi aerei sulle basi militari dell’isola ma senza toccare le infrastrutture del greggio. Se i raid sono il preludio a una occupazione è difficile dirlo

Il 14 marzo il CENTCOM ha descritto i raid sull’isola di Kharg (nelle immagini sopra e sotto) come “un attacco di precisione su vasta scala”. Il post su X del CENTCOM ha proseguito: “L’attacco ha distrutto depositi di mine navali, bunker per missili e numerosi altri siti militari. Le forze statunitensi hanno colpito con successo oltre 90 obiettivi militari iraniani sull’isola di Kharg, preservando al contempo le infrastrutture petrolifere”.

I media di Teheran hanno smentito che gli attacchi abbiano causato danni alle infrastrutture petrolifere sull’isola. Il vice governatore della provincia di Bushehr ha assicurato che “le operazioni di importazione ed esportazione, così come le attività delle aziende con sede sull’isola di Kharg, sono attualmente in corso”. Un portavoce di Khatam al-Anbiya, comando centrale unificato delle Forze Armate iraniane, ha replicato alle minacce di Trump: “In caso di attacco alle infrastrutture petrolifere, economiche ed energetiche della Repubblica Islamica, tutte le infrastrutture petrolifere, economiche ed energetiche appartenenti a compagnie petrolifere in tutta la regione che hanno partecipazioni americane o collaborano con gli Usa saranno immediatamente distrutte e ridotte in cenere”. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che lo Stretto di Hormuz è chiuso solo alle “petroliere e alle navi dei nostri nemici e dei loro alleati”.

Il presidente Trump ha minacciato espressamente, senza valutare, apparentemente i rischi di disastro ambientale relativi a un bombardamento delle immani cisterne di greggio: “Ho scelto di non spazzare via le infrastrutture petrolifere sull’isola di Kharg. Se l’Iran o altri dovessero interferire nel passaggio libero e sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò subito quanto deciso”.

Di certo, già il 12 marzo un noto “falco” di Teheran, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf aveva ammonito: “Il Golfo Persico si tingerà di rosso sangue degli invasori se le isole iraniane verranno attaccate, in seguito alle notizie apparse sui media statunitensi che suggerivano questa possibilità”. Ghalibaf rispondeva a indiscrezioni già apparse nei giorni precedenti su Axios secondo cui USA e Israele avevano discusso la possibilità di occupare Kharg con forze speciali e interrompere qualsiasi export petrolifero iraniano.

Da Kharg passano fra 1,3 e 1,6 milioni di barili al giorno, con capacità di stoccaggio di decine di milioni di barili.

Neil Quilliam, analista del think tank Chatham House, ritiene che un attacco potrebbe far salire i prezzi del petrolio fino a 150 dollari al barile: “Distruggere o paralizzare l’impianto significherebbe togliere dal mercato l’intero flusso di esportazioni iraniane, mentre parte della produzione regionale è già bloccata dalle tensioni nello Stretto di Hormuz”.

Il 13 marzo il Wall Street Journal ha dato notizia che il segretario alla Guerra Hegseth ha approvato una richiesta del Comando Centrale volta a inviare nuove truppe e navi nella zona del Golfo Persico, per un totale di 5.000 uomini, ma incentrata, come sostenuto da ABC News su una forza da sbarco di 2.200 Marines della 31° Marine Expeditionary Unit con l’appoggio delle navi USS Tripoli, San Diego e New Orleans, nonché di 20 caccia F-35B a decollo e atterraggi verticali.

E’ possibile che un’azione all’isola di Kharg, mirante all’occupazione degli impianti e alla paralisi dell’economia iraniana possa rappresentare l’obbiettivo di questo corpo di spedizione, ma sarebbe una mossa estremamente azzardata con pesanti conseguenze sul mercato petrolifero, pari, o forse peggiori, a quelle causate dal blocco selettivo di Hormuz da parte iraniana.

Trump sembra però cercare alleati per un intervento navale nello Stretto di Hormuz. Nella serata di oggi (in Italia) ha  assicurato che altri Paesi, insieme con gli Stati Uniti, “devono occuparsi” di garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. “Molti Paesi, soprattutto quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, in collaborazione con gli Stati Uniti, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro”.

E si augura che “Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri, colpiti da questa restrizione artificiale, inviino navi nella zona in modo che lo Stretto di Hormuz non rappresenti più una minaccia da parte di una nazione che è stata completamente decapitata”.

“Gli Stati Uniti d’America hanno sconfitto e completamente annientato l’Iran, sul piano sia militare sia economico sia sotto ogni altro aspetto, ma i Paesi del mondo che si riforniscono di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz devono garantire la sicurezza di questo passaggio. E noi li aiuteremo”, ha scritto Trump

 

Foto: TASS, US Department of War, Anadolu, IRNA, EIA, Anirveda , PRESS TV e FARS.

 

Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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