Lo spiraglio di luce dei negoziati nella guerra al buio contro l’Iran   

 

 

Per diverse ragioni potrebbe risultare pericoloso farsi illusioni circa il rapido esito negoziato del conflitto che oppone Israele e Stati Uniti all’Iran. Innanzitutto perché le dichiarazioni, spesso sopra le righe e contraddittorie di Donald Trump, suscitano legittime perplessità circa la lucidità e la consapevolezza delle decisioni dell’inquilino della Casa Bianca.

Di certo, dopo la presidenza di Joe Biden, gravemente inibito nella sia lucidità dalla malattia, né gli Stati Uniti né il mondo possono permettersi un altro presidente americano squilibrato.

 

Una narrazione raffazzonata

Eppure Trump solo negli ultimi giorni è riuscito a ribadire che la guerra all’Iran è vinta, smentendosi subito dopo con l’invio di 4.500 marines e 2.000 paracadutisti per un’operazione di terra tesa forse a minacciare di prendere il controllo del terminal petrolifero dell’Isola di Kharg o del tratto di costa iraniana che fronteggia lo Stretto di Hormuz.

Oggi Trump ha dichiarato al Financial Times di poter “impadronirsi del petrolio iraniano” e potenzialmente conquistare l’isola di Kharg, sede del più importante terminal petrolifero dell’Iran.

“Forse conquisteremo l’isola di Kharg, forse no. Abbiamo molte opzioni“, ha detto Trump al Financial Times. “Significherebbe anche che dovremmo rimanere lì per un po’ di tempo. Non credo che abbiano alcuna difesa. Potremmo conquistarla molto facilmente.”

Sul fronte diplomatico Trump ha aggiunto che i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran tramite “emissari” pakistani stanno procedendo bene, ma si è rifiutato di commentare la possibilità di raggiungere presto un accordo per il cessate il fuoco.

In tema di operazioni sul territorio iraniano,  Trump ha però nuovamente esternato la possibilità di mettere le mani sull’uranio iraniano, stimato in quasi 1.000 libbre (453 kg) . Lo hanno riferito funzionari statunitensi al Wall Street Journal. Secondo le fonti, Trump non ha ancora deciso se ordinare un attacco, anche per le preoccupazioni legate ai rischi per i militari americani.

Una fonte a conoscenza delle valutazioni del presidente ha spiegato che Trump ha chiarito di non voler consentire all’Oran di mantenere quel materiale e ha discusso anche l’ipotesi di impadronirsene con la forza nel caso in cui la diplomazia fallisse.

Secondo quanto riferito, il presidente e alcuni suoi alleati hanno suggerito in privato che un’operazione mirata potrebbe consentire di recuperare l’uranio senza prolungare in modo significativo la guerra, permettendo potenzialmente alle forze americane di concludere la missione entro metà aprile. Trump aveva fatto riferimento all’uranio anche in un discorso pronunciato venerdì a Miami, definendolo “la polvere nucleare” e sottolineandone il ruolo centrale nella decisione di dare il via all’attacco all’Iran.

Del resto, in un discorso tenuto a Miami il 27 marzo, Trump ha precisato che restano “ancora 3.554 obiettivi da colpire in Iran” aggiungendo che “sarà fatto piuttosto in fretta”. Quindi la guerra non solo non è vinta ma è ancora in buona parte da combattere mentre l’Iran non sembra comportarsi da sconfitto.

Missili balistici, da crociera e droni di Teheran continuano a colpire pesantemente Israele, hanno devastato tutte le basi statunitensi nelle monarchie arabe del Golfo dove la stampa americana riferisce di migliaia di militari trasferiti negli hotel mentre gli attacchi iraniani hanno distrutto op danneggiato negli ultimi giorni diversi aerei cisterna KC-135 e un aereo radar AWACS  E3 Sentry dell’USAF sulla base saudita di al-Kharj e potrebbero aver colpito una nave ausiliaria statunitense al largo dell’Oman, come riferisce l’agenzia di stampa iraniana Mehr.

Il 26 marzo il comando militare iraniano ha riferito che la portaerei USS Abraham Lincoln (CVN-72, quinta unità della classe Nimitz con 5.600 uomini di equipaggio, 90 velivoli imbarcati e 97mila tonnellate di dislocamento) era stata colpita da missili da crociera lanciati dalla costa diffondendo anche immagini del ponte della portaerei in fiamme.

Press TV, citando fonti interne alla Marina iraniana, ha riferito che la USS Abraham Lincoln è stata costretta a modificare la sua posizione dopo essere stata colpita da missili da crociera lanciati dalla costa.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha definito false le notizie iraniane di attacchi riusciti contro la portaerei, sostenendo che la Abraham Lincoln è rimasta pienamente operativa e ha continuato le normali operazioni di volo nel Golfo d’Oman e nel Mar Arabico.

Una prima portaerei inviata nell’area mediorientale, la modernissima USS Gerald R. Ford (CVN 78) ha attraccato alla base navale di Suda Bay a Creta (nella foto sotto) il 23 marzo 2026 per manutenzione e riparazioni a seguito della sua missione nel Mar Rosso e ora è stata trasferita nel porto croato di Spalato per una “visita portuale programmata e lavori di manutenzione” non meglio precisati ma che richiederanno tempi lunghi.

Una terza portaerei, la USS George H. Bush CVN 73 sta facendo rotta verso il Golfo dell’Oman, a conferma da un lato di possibili danni subiti dalla USS Lincoln o di un incremento di capacità legato alla possibile escalation del conflitto. Il 24 marzo, parlando dallo Studio Ovale, Trump aveva affermato che l’Iran aveva lanciato 101 missili contro la portaerei Lincoln (nella foto sotto).

Hanno lanciato 100 missili contro una delle nostre portaerei, una delle navi più grandi del mondo. E di 101 missili lanciati, ognuno di essi è stato abbattuto. Quindi pensateci, pensate a cosa significa. 101 missili, missili altamente sofisticati e molto veloci, e di 101, tutti e 101 sono stati abbattuti e ora, per la maggior parte, giacciono sul fondo del mare”, aveva dichiarato Trump.

Il comando del Corpo delle Guardie Della Rivoluzione Islamica (IRGC) aveva precedentemente annunciato che droni avevano colpito la portaerei mentre si trovava a circa 340 chilometri dalle acque territoriali iraniane, affermando che in seguito la nave colpita si era allontanata dalla zona portandosi a circa mille chilometri dalle coste dell’Iran.

 

Lo “Stretto Trump” e il super-ego

A proposito di dichiarazioni presidenziali, un Trump ormai schiacciato dal suo stesso ego si è lasciato scappare la nuova definizione “personalizzata” dello Stretto di Hormuz, che ha chiamato “Stretto Trump”, chiedendo poi scusa per l’errore come se si fosse trattato di un lapsus.

“Stiamo negoziando ora, e sarebbe fantastico se potessimo fare qualcosa, ma devono aprirlo. Devono aprire lo Stretto di Trump… voglio dire Hormuz. Scusate, mi dispiace tanto. Un errore terribile”, ha detto durante il discorso a Miami.

Al di là dei deliri dettati da un ego spropositato, i dubbi più seri riguardano i negoziati di cui Trump parla da giorni ma che l’Iran sembra ignorare.

Il 28 marzo il Wall Street Journal ha reso noto, citando fonti vicine al dossier e “mediatori coinvolti nei colloqui” che Teheran non ha ancora risposto alla proposta statunitense in 15 punti per porre fine alla guerra. Le fonti hanno precisato che il Pakistan è ancora in attesa di una risposta da parte dell’Iran che invece avrebbe fatto sapere di aver fornito controproposte di cui attende la replica statunitense. Il Wall Street Journal ha inoltre riferito che Teheran dovrebbe respingere alcune delle richieste statunitensi.

Del resto il 29 marzo il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha ribadito che “il nemico finge di inviare messaggi sui negoziati e sul dialogo, mentre segretamente pianifica un attacco di terra. Non sa che il nostro popolo attende l’arrivo dei soldati americani sul nostro territorio per aprire il fuoco e punire per sempre i loro compagni nella regione“.

 

Entra in scana J.D. Vance

L’entrata in scena nei negoziati del vicepresidente James David Vance sembra confermare qualche difficoltà ad aprire un canale di dialogo con Teheran, nonostante Trump abbia detto più volte che l’Iran “lo implora di negoziare la pace”, ma apre anche all’ipotesi che Trump venga considerato dall’establishment repubblicano sempre più spesso inadeguato per l’incarico che ricopre: un motivo in più per valorizzare la figura del vice-pesidente.

Vance ha ammesso che gli Stati Uniti sono alle prese con un aumento dei prezzi della benzina a causa del conflitto in corso contro l’Iran, ma ha assicurato che si tratta di una “reazione temporanea ad un conflitto di breve durata. Non ci interessa rimanere in Iran tra un anno o due. Stiamo portando avanti i nostri affari. Ce ne andremo presto e i prezzi del gas torneranno a scendere“, ha detto aggiungendo che la guerra in Iran continuerà “ancora un po’ con l’obiettivo di neutralizzare il paese per un periodo molto, molto lungo. Abbiamo centrato la maggior parte dei nostri obiettivi militari in Iran, si potrebbe perfino dire che gli obiettivi della guerra sono stati raggiunti”.

L’impressione è che dalla Casa Bianca giungono quindi affermazioni che ostentano certezze mentre dal campo di battaglia come dalla pompa di benzina giungono segnali opposti non solo per gli USA ma anche per Israele.

 

Le munizioni scarseggiano

The Wall Street Journal ha scritto il 27 marzo che Israele ha iniziato a razionare l’uso di intercettori missilistici di alto livello (missile Arrow 2 e Arrow 3), sperando di preservare le scorte delle sue armi difensive più capaci di fronte ai bombardamenti quotidiani iraniani che non si sono mai fermati in un mese di guerra.

Israele ha fatto finora un uso massiccio dei suoi intercettori Arrow di punta per abbattere missili balistici nella guerra e nel conflitto con l’Iran lo scorso giugno. Recentemente ha utilizzato versioni aggiornate del suo sistema David’s Sling, progettato per abbattere razzi e missili balistici a corto raggio, con l’obiettivo di intercettare una vasta gamma di vettori nemici con risultati non sempre brillanti.

Secondo le fonti sentite da WSJ la decisione di utilizzare munizioni meno capaci e risparmiare gli Arrow riflette la pressione a cui sono sottoposte i militari in tutta la regione mentre consumano armi costose e che richiedono molto denaro e tempi lughi per essere prodotte per respingere gli attacchi dei missili e droni prodotti in massa dall’Iran.

 

La “Cassa Bianca” di Trump

L’unico aspetto positivo per Trump sembra essere riposto negli immensi guadagni finanziari che le sue dichiarazioni ancora una volta consentono a chi specula sull’impatto borsistico delle sue parole.

In passato non sono mancati episodi analoghi con vendite o acquisti su vasta scala pochi minuti prima di dichiarazioni presidenziali: sequenza ripetutasi sulle quotazioni petrolifere in occasione dell’annuncio dei fantomatici negoziati in corso con l’Iran, preceduto da vendite che hanno anticipato di pochi minuti il calo delle quotazioni di greggio e gas.

Non a caso Forbes ha valutato che il patrimonio personale di Donald Trump sia passato 4,3 a oltre 7 miliardi di dollari da quando siede di nuovo alla Casa Bianca, che forse sarebbe appropriato in questo caso chiamare “Cassa Bianca”.

 

Codardi e vassalli

Nelle ultime giornate convulse tra negoziati che non decollano e la guerra che USA e Israele non riescono a vincere, Trump è riuscito a ribadire l’accusa di codardia nei confronti degli “alleati” europei ricordando tutto quello che gli USA hanno fatto per l’Europa e minacciando di non difenderla più in futuro.

Trump rimprovera le nazioni europee della NATO di non inviare ora le loro navi da guerra in quello Stretto di Hormuz in cui nessuna nave militare statunitense ha osato finora penetrare a causa dell’elevato rischio di venire colpiti e affondati da droni aerei e navali, missili e siluri iraniani.

La solita sceneggiata retorica a cui Trump ci ha abituato e che va ormai in scena in replica costante da oltre un anno. Un insulto costante rivolto ai governi d’Europa di cui emerge in effetti una “codardia” che nulla ha però a che fare con l’impiego di navi militari a Hormuz.

Semmai gli europei sono “codardi” perché accettano di continuare a farsi umiliare dal presidente statunitense nell’ambito di un’alleanza che non esiste più da un pezzo e per ragioni che riguardano il goffo tentativo di Trump di scaricare su altri la responsabilità del gravissimo passo falso compiuto con l’attacco al buio all’Iran, sconsigliato da Pentagono e Intelligence community.

 

Israele sarà il capro espiatorio di Trump?

Anche le dichiarazioni di Vance circa le assicurazioni del Mossad sulla rapida caduta del governo iraniano dopo l’inizio dei bombardamenti, lascia intendere che alla Casa Bianca cerchino un capro espiatorio per uscire da un conflitto che sta minando il consenso a Trump, spaccando il movimento MAGA (Make America Great Again) e le alleanze storiche degli Stati Uniti in Europa e Asia.

Difficile credere che gli Stati Uniti abbiano scelto la guerra contando solo sulle assicurazioni del Mossad, quando Pentagono e intelligence statunitense esprimevano dubbi circa la fragilità del regime degli ayatollah: una decisione che avrebbe costituito una grave leggerezza per l’Amministrazione Trump.

E’ molto probabile che Israele abbia offerto certezze mal riposte nel tentativo, in atto da tempo, di coinvolgere gli USA nella guerra contro l’Iran e le milizie sue alleate per uscire con una vittoria dall’impasse in cui si è cacciato Benjamin Netanyahu con 6 fronti di guerra aperti e nessuno (o quasi) in cui possa dichiarare vittoria.

Non si può invece escludere che Trump, di fronte alle dimensioni del disastro a cui sta andando incontro, prepari il terreno per sottrarsi alla guerra affermando, ancora una volta, da un lato la “vittoria” e dall’altro la fine del coinvolgimento in una guerra “non sua”, scatenata da Israele il 28 febbraio di quest’anno come nel giugno 2025.

Lo stesso schema utilizzato per sottrarsi alla guerra in Afghanistan (lasciato ai talebani), a quella in Ucraina lasciandone il peso sulle spalle dell’Europa e ora con l’Iran lasciando Israele con il cerino in mano.

Forse non casualmente, le milizie Houthi yemenite, finora rimaste fuori dal conflitto, hanno cominciato ad attaccare Israele con missili balistici. Gli yemeniti filo-iraniani di Ansar Allah non fermano il traffico marittimo, per ora non ostacolano gli americani, ma colpiscono Israele che non ha aperto negoziati. Se avessero colpito una nave americana avrebbero compromesso eventuali colloqui Iran-USA, colpendo Israele no.

 

Crollo di credibilità

Il crollo di credibilità degli Stati Uniti presso gli alleati, già evidente dalle amministrazioni di Barack Obama, artefice delle “primavere arabe” e del Maidan ucraino, con Trump appare destinato ad accentuarsi,

Non a caso, per evitare il tracollo energetico molte nazioni asiatiche stanno facendo accordi con l’Iran per consentire il transito di petroliere e gasiere: Thailandia, Cina, Sri Lanka, Bangladesh, Indonesia mentre altre nazioni (inclusa India e Taiwan) si rivolgono sempre più massicciamente all’energia russa.

Per l’Europa si tratta ora di scegliere tra il suicidio industriale, economico e sociale pagando ancora una volta il prezzo di sudditanza e servilismo agli Stati Uniti e la sopravvivenza economica riprendendo le forniture energetiche russe e negoziando con l’Iran.

Gli europei hanno pagato per decenni prezzi altissimi (in termini politici, finanziari e in vite umane) per essere alleati degli Stati Uniti e di Israele, che hanno sostenuto anche nei momenti in cui era più difficile farlo a causa dei tanti morti civili a Gaza.

Da alleati gli europei hanno tutto il diritto di chiedere a Stati Uniti e Israele di fermare la guerra (che cominciarono senza neppure avvisarci) e abrogare le sanzioni a Russia e Iran per evitare il disastro della nostra economia. Pena la fine dell’alleanza, la chiusura delle basi statunitensi in Europa e la cessazione di ogni sostegno allo Stato ebraico.

Popoli e nazioni d’Europa non hanno alcun bisogno di alleati che fanno pagare a loro il prezzo dei loro interessi e delle loro avventure belliche, più o meno ponderate, e li affossano destabilizzando da molti anni il nostro giardino di casa e le nostre fonti di energia. E’ tempo che i “codardi” sfoderino un “cuor di leone” per riequilibrare rapporti di sudditanza in vere alleanze o per liberarsi da pericolosi e dannosi vassallaggi.

Foto: Casa Bianca, US Navy, IAI e Telegram

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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