L’Occidente affonderà a Hormuz? Liberti Media intervista Gaiani

 

Lo Stretto di #Hormuz è diventato il vero epicentro della guerra tra #StatiUniti e #Iran. Non solo un passaggio strategico, ma il punto in cui si misura la capacità dell’Occidente di controllare una delle arterie energetiche più vitali del pianeta. Oggi quel corridoio è quasi paralizzato: il traffico marittimo è crollato fino al 95%, le petroliere sono diminuite drasticamente e centinaia di navi restano bloccate nel Golfo Persico.

Un dato che fotografa meglio di qualsiasi dichiarazione politica la portata della crisi, ma c’è di più come vedremo su #libertimedia nel corso di questa puntata di Guerra e Pace 2.0 insieme al direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani.

Washington ha progressivamente spostato il proprio obiettivo: non tanto vincere la guerra sul campo, quanto garantire la riapertura dello stretto e la libertà di navigazione. Ma è proprio qui che emergono i limiti delle marine militari occidentali. Secondo numerosi analisti, controllare Hormuz è un’operazione enormemente più complessa rispetto a quanto visto nel Mar Rosso contro gli Houthi, dove nonostante mesi di operazioni e miliardi spesi, le rotte commerciali restano ancora insicure.

L’Iran gioca in casa e sfrutta ogni vantaggio geografico e militare. Droni a basso costo, missili antinave, mine galleggianti e unità leggere in grado di muoversi rapidamente in uno spazio ristretto trasformano lo stretto in una trappola. Questo aspetto lo avevo indicato fin dall’inizio del conflitto quando è apparso chiaro che l’Iran poteva ostacolare passaggio a Hormuz o addirittura bloccarlo. Perché in acque ristrette, anche le marine più importanti hanno difficoltà a navigare senza essere colpite, oltretutto Iran ha disponibilità di droni, missili e un gran numero di ordigni dice Gaiani.

Le coste montuose consentono attacchi improvvisi, mentre la vicinanza alle rotte rende difficile ogni difesa coordinata. In questo scenario, anche le unità più avanzate rischiano di essere sovraccaricate: intercettare missili, neutralizzare mine e contrastare sciami di droni contemporaneamente è una sfida che mette sotto pressione qualsiasi flotta. Le marine occidentali, inoltre, si muovono con cautela.

Gli Stati Uniti hanno evitato di garantire scorte sistematiche alle navi commerciali, mentre gli alleati europei esitano a esporsi direttamente. Il rischio è troppo alto: la perdita anche di una sola nave da guerra cambierebbe radicalmente il quadro politico e militare del conflitto. Sono oltre 1100 i mercantili fermi nel golfo che aspettano di poter passare, ma la marina militare non li può scortare perché se venisse colpita sarebbe un grave danno militare e d’immagine aggiunge il direttore di Analisi Difesa. Intanto, i costi economici aumentano.

Il trasporto del petrolio è raddoppiato, le forniture energetiche sono instabili e l’intero sistema globale mostra segni di tensione. In assenza di una riapertura stabile dello stretto, le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre il Medio Oriente. Hormuz non è solo un passaggio marittimo: è il punto in cui si incrociano strategia militare, economia globale e credibilità delle potenze occidentali. E per ora, nessuno sembra davvero in grado di controllarlo.

Intervista realizzata il 27 marzo.

Guarda il video qui sotto o a questo link.

 

 

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