Londra e Riad concedono basi agli USA. L’Iran attacca Diego Garcia

 

La Gran Bretagna è sempre più vicina alla belligeranza contro Teheran. Il governo del Regno Unito ha autorizzato gli Stati Uniti a utilizzare basi britanniche per lanciare operazioni contro obiettivi iraniani legati agli attacchi nello Stretto di Hormuz.

Secondo quanto riferito da fonti di Downing Street, citate dalla Bbc, la decisione è stata presa durante una riunione dei ministri, ampliando il precedente via libera concesso a Washington, inizialmente limitato a operazioni per prevenire minacce dirette a interessi o vite britanniche.

L’autorizzazione riguarda ora anche operazioni “difensive” statunitensi volte a colpire capacità utilizzate per attaccare le navi nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi chiave per il traffico energetico globale. Londra ha comunque precisato che non sarà direttamente coinvolta nei raid e che “i principi alla base dell’approccio britannico al conflitto restano invariati”.

Oltre alle due basi a Cipro e a quella di Diego Garcia nelle Isole Chagos (Oceano Indiano,) Londra schiera aerei da combattimento Typhoon ed F-35B anche in Qatar, impegnati a intercettare i droni iraniani. 
“La stragrande maggioranza dei cittadini britannici non vuole prendere parte alla guerra intrapresa da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran. Ignorando il proprio popolo, il signor Starmer sta mettendo in pericolo vite britanniche permettendo che le basi del Regno Unito vengano utilizzate per aggressioni contro l’Iran, che eserciterà il suo diritto all’autodifesa”,
ha scritto su X il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.

Il ministro degli Esteri britannico, Yvette Cooper, ha risposto che il Regno Unito è coinvolto solo in azioni difensive. “Le operazioni difensive del Regno Unito nella regione sono state una risposta all’aggressione iraniana contro i partner del Golfo”. In una telefonata, ha poi messo in guardia l’Iran dal prendere di mira direttamente basi, territori o interessi britannici, e ha chiarito che il Regno Unito desidera una rapida soluzione del conflitto.

 

La rappresaglia iraniana su Diego Garcia

La risposta di Teheran non si è fatta attendere con il lancio di due missili balistici a medio raggio contro la base congiunta anglo-americana sull’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, a 3.810 chilometri dall’Iran. La notizia, anticipata dal Wall Street Journal che aveva sentito fonti americane, è stata confermata dall’agenzia di stampa iraniana Mehr.

“Questo lancio rappresenta un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti”, sottolinea l’agenzia confermando di fatto l’impiego di missili balistici con raggio d’azione quasi doppio rispetto a quelli impiegati finora che avevano un raggio d’azione compreso tra 1.500 e 2.400 chilometri.

In realtà i più recenti missili balistici iraniani delle serie Kheibar, Korramshar e Ghadir a combustibile solido possono ampliare il raggio d’azione riducendo il peso della testata esplosiva. Del resto nelle scorse settimane il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva affermato che Teheran aveva volutamente limitato la gittata dei propri missili a 2.000 chilometri.

Secondo le due fonti citate dal WSJ nessuno dei due missili ha colpito la base britannica che da decenni ospita i bombardieri statunitensi B-52H, B-1B e B-2. Uno dei missili ha avuto un guasto in volo cadendo nell’oceano mentre l’altro sarebbe stato intercettato da una nave statunitense con un missile SM-3.

Il lancio costituisce comunque un successo per l’Iran che conferma la capacità di minacciare e colpire obiettivi a distanze considerevoli, che includono quindi anche le basi statunitensi in Europa.

Come sottolinea un articolo sul canale Giubbe Rosse ora il Pentagono dovrà mantenere un paio di navi da guerra dotate di sistema antimissile balistico AEGIS nelle acque di Diego Garcia valutando se in futuro proteggere l’isola contro queste minacce installandovi una batteria di THAAD o un sistema fisso AEGIS Ashore.

 

Riad concede agli USA la base aerea di Taif

L’Arabia Saudita ha invece accettato di aprire agli americani la base aerea King Fahd a Taif (nella fotto sotto), nella zona occidentale del Paese. Lo riporta il Middle East Eye, citando diversi funzionari statunitensi e occidentali a conoscenza della questione. Il quotidiano ha sottolineato l’importanza di questa base, che si trova a maggiore distanza dai droni iraniani Shahed rispetto alla base Prince Sultan, più volte bersaglio degli attacchi iraniani.

Taif inoltre è vicina a Gedda, il porto sul Mar Rosso diventato di fatto un hub logistico cruciale da quando l’Iran ha di fatto preso il controllo dello Stretto di Hormuz.

 “L’atteggiamento a Riad è cambiato e ora appoggia la guerra degli Stati Uniti come punizione per gli attacchi iraniani”, ha detto un funzionario occidentale nel Golfo. Le fonti hanno riferito di contatti telefonici regolari tra il presidente americano Donald Trump e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman nelle ultime tre settimane. La scorsa settimana il New York Times ha scritto che il principe saudita avrebbe chiesto al presidente americano di “continuare a colpire duramente l’Iran”.

 

Tensioni crescenti anche con gli Emirati Arabi Uniti

Tensioni in crescita anche tra Iran ed Emirati Arabi Uniti con Teheran che ha avvertito gli Abu Dhabi di non permettere attacchi dal proprio territorio contro le due isole contese vicino allo stretto di Hormuz, minacciando rappresaglie.

“Qualora dal suo territorio si verificassero ulteriori aggressioni contro le isole iraniane di Abu Musa e Greater Tunb nel Golfo Persico, le potenti forze armate iraniane sottoporranno Ras Al Khaimah negli Emirati Arabi Uniti a pesanti attacchi”, ha dichiarato il comandante operativo militare, Khatam Al-Anbiya, in un comunicato diffuso dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim. Le due isole vicino all’imboccatura dello stretto di Hormuz sono controllate dall’Iran ma rivendicate dagli Emirati Arabi Uniti.

L’Iran teme che la guerra in atto possa indurre gli emiratini a tentare di prendere il controllo delle due isole contese. Nelle ultime ore i Guardiani della rivoluzione iraniana (pasdaran) hanno diffuso un avviso in cui chiedono agli abitanti emiratini di Ras Al Khaimah di lasciare la città affermando che l’area viene usata per lanciare operazioni contro le isole iraniane e potrebbe presto diventare un obiettivo.

“Ai cittadini e ai residenti della città di Ras Al Khaimah negli Emirati arabi uniti: visto l’utilizzo di quest’area per operazioni che prendono di mira le isole iraniane, la città di Ras Al Khaimah è diventata un possibile obiettivo nel prossimo futuro. Si prega tutti i residenti di lasciare la città il prima possibile“, recita la nota.

Le isole di Piccola e Grande Tunb, insieme a quella di Abu Musa erano sotto controllo britannico fino al 1971 nell’ambito del protettorato di Londra sull’emirato di Sarjah. In occasione del ritiro britannico e con la costituzione degli Emirati Arabi Uniti, nel novembre 1971 le forze della Marina Imperiale Persiana (all’epoca l’Iran era governato dal regime di Reza Palevi) occuparono le isole cacciandovi i pochi abitanti arabi.

 

Trump: nessun cessate il fuoco e insulta gli europei

“In questo momento non voglio un cessate il fuoco” in Iran, “non serve visto che abbiamo annientato il nemico, non hanno più nulla: non intavoleremo negoziati, non ci sarà un cessate il fuoco“. Lo ha detto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, parlando con i giornalisti a Washington.

C’è bisogno di molto aiuto, di fare massa con un numero molto elevato di navi. Non hanno avuto il coraggio di farlo, ma non importa agli Usa, noi non usiamo lo Stretto di Hormuz.

Abbiamo già sconfitto il nemico, sono persone malate: la marina iraniana è stata distrutta, non hanno più capacità di produrre armi, non hanno più niente in quel Paese. Stiamo facendo un bel lavoro. Sarebbe bello se si impegnassero tutti i Paesi che usano lo Stretto di Hormuz. Credo che la Nato abbia fatto molto in passato e oggi dovrebbe aiutarci per Hormuz: molti senatori nel Congresso sono molto arrabbiati per il fatto che l’Europa non ci abbia aiutato”.

Difficile non notare le contraddizioni di Trump: se davvero gl’Iran fosse sconfitto e “non avesse più nulla”,  Washington non dovrebbe chiedere basi e forze militari agli alleati, né navi per controllare lo Stretto di Hormuz.

“Lo Stretto di Hormuz dovrà essere presidiato e pattugliato, secondo necessità, dalle altre nazioni che ne fanno uso. Gli Stati Uniti non ne fanno uso! Qualora ci venisse richiesto, assisteremo tali Paesi nelle loro operazioni nello Stretto di Hormuz” ha scritto Trump su Truth. “Tuttavia, ciò non dovrebbe rendersi necessario una volta debellata la minaccia iraniana. È importante sottolineare che, per loro, si tratterà di un’operazione militare agevole.

Benché Trump abbia annunciato di valutare la possibilità di “ridurre gradualmente” le proprie operazioni militari contro l’Iran, una fonte di Teheran ha rivelato alla CNN che “contrariamente alle affermazioni di Trump su una riduzione dell’attività militare nella regione, l’Iran non ha una stima in tal senso e conclude che la posizione militare del nemico nella regione non è cambiata in modo significativo. Teheran è giunta alla conclusione che non si debba impartire a Trump una lezione o una risposta temporanea; si deve impartirgli una lezione storica”, ha aggiunto.

La percezione dell’Iran è quindi che USA e Israele siano in difficoltà in una guerra che non riescono a vincere. Valutazione che trova sostegno anche nelle dure parole che Trump ha riservato ieri su Truth agli alleati europei.

“Senza gli Stati Uniti, la Nato è una tigre di carta! Non hanno voluto unirsi alla lotta per fermare un Iran dotato di armi nucleari. Ora che quella battaglia è stata vinta sul piano militare, con un rischio minimo per loro, si lamentano degli alti prezzi del petrolio che sono costretti a pagare, ma non vogliono contribuire a riaprire lo Stretto di Hormuz, una semplice manovra militare che è l’unica ragione degli alti prezzi del petrolio. Sarebbe così facile per loro farlo, con un rischio minimo. Codardi, e noi lo ricorderemo!”.

Le dichiarazioni del presidente stridono anche con la decisione del Pentagono di inviare altre tre navi da guerra, tra cui la portaelicotteri da assalto anfibio USS Boxer e altri 2.200 marines dell’11ma Marine Expeditionary Unit in Medio Oriente.

Il Central Command ha riferito che 232 militari americani sono rimasti feriti dall’inizio della guerra contro l’Iran iniziata il 28 febbraio precisando che 207 militari sono tornati in servizio e 10 sono rimasti gravemente feriti. I caduti statunitensi a oggi sono ufficialmente 13.

 

Trump taglia le sanzioni al greggio iraniano

Tra le mille contraddizioni che dominano le scelte dell’Amministrazione Trump, si inserisce la revoca di alcune sanzioni per consentire la vendita del petrolio prodotto in Iran, ennesimo tentativo di rallentare l’impennata dei prezzi dell’energia.

In una dichiarazione, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha affermato che questa autorizzazione è “mirata in modo ristretto” e solo temporanea, “consentendo la vendita del petrolio iraniano attualmente bloccato in mare. Sbloccando temporaneamente questa offerta esistente per il mondo, gli Stati Uniti porteranno rapidamente circa 140 milioni di barili di petrolio sui mercati globali, aumentando la disponibilità energetica mondiale e contribuendo ad alleviare le pressioni temporanee sull’offerta causate dall’Iran,” ha aggiunto Bessent.

Dall’inizio del mese, l’amministrazione ha inoltre sospeso il Jones Act, rimuovendo alcune regolamentazioni sul trasporto marittimo, e ha temporaneamente revocato anche le sanzioni sul petrolio russo. Resta paradossale che mentre gli Stati Uniti conducono una guerra senza quartiere contro l’Iran e consentono a Israele di devastare le infrastrutture dell’export del gas iraniano liberano dalle sanzioni, anche se solo temporaneamente (fino al 19 aprile), l’export di greggio iraniano dopo aver fatto la stessa cosa con quello russo.

Tuttavia, Teheran ha affermato venerdì di non disporre di alcuna eccedenza di greggio in mare. “Attualmente, l’Iran non ha in realtà più eccedenze di greggio in mare o per rifornire i mercati internazionali, e le dichiarazioni del segretario al Tesoro americano mirano solo a dare speranza agli acquirenti“, ha scritto su X Saman Ghoddoosi, portavoce del ministero iraniano del Petrolio.

Ieri i prezzi del petrolio hanno chiuso in rialzo, rimanendo tuttavia al di sotto della soglia dei 120 dollari al barile, sfiorata più volte dall’inizio del conflitto il 28 febbraio. Il barile di Brent del Mare del Nord ha guadagnato il 3,26% a 112,19 dollari. Il suo equivalente americano, il barile di West Texas Intermediate (WTI), tradizionalmente più economico, è salito del 2,27% a 98,32 dollari. Il 27 febbraio, alla vigilia dell’attacco israelo-americano contro l’Iran, il Brent del Mare del Nord aveva chiuso a 72,48 dollari e il WTI a 67,02 dollari.

Foto: Ministero Difesa Britannico, US Dept. of War, Tasnim, Royal Saudi Arabia Air Force, BBC, Wikipedia e Casa Bianca

 

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