Se non è la nostra guerra allora è tempo di ritirare i militari italiani dal Medio Oriente

L’Italia “non partecipa e non prenderà parte alla guerra” in Iran, ha ribadito ieri il comunicato diffuso dal Quirinale dopo la riunione del Consiglio Supremo di Difesa.
Al di là della condivisione della “grande preoccupazione” per “i gravi effetti destabilizzanti” che la crisi sta producendo in Medio Oriente e nel Mediterraneo dopo la “nuova guerra” – nata a seguito “dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, il Consiglio sottolinea che “la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale” di fronte alle sfide comuni.
Tra queste, il Consiglio evidenzia “le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni”.

Un contesto in cui l’Italia “è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica” e a valutare “le richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa”, nonché “la necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali”.
Il Consiglio definisce “gravi” le azioni di Teheran “per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz” e chiede “a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah” che hanno trascinato il Paese in “un nuovo drammatico conflitto. Allarmanti sono le continue gravi violazioni della risoluzione n. 1701 del 2006 e il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al contingente di Unifil, attualmente a guida italiana”.
Il Consiglio Supremo di Difesa ha infine espresso la condanna per l’aggressione ai militari italiani a Erbil in Iraq e l’espressione “di intensa vicinanza e gratitudine” a tutti i militari impegnati in Italia e all’estero.

L’attacco iraniano o delle milizie irachene filo-iraniane alla base di Erbil è stato definito da Giorgia Meloni “ingiustificabile” mentre il ministro degli Esteri, Antonio Tajani” aveva usato il termine “inaccettabile”. Ma è proprio così?
L’Italia non è in guerra ma i suoi militari sono ormai direttamente coinvolti in una guerra che non ci compete, dal Libano al Kuwait all’Iraq. Prima gli attacchi alla base aerea kuwaitiana di Ali Salem, che ospita un contingente di oltre 300 militari dell’Aeronautica italiana, in gran parte evacuati in Arabia Saudita, ma anche diversi reparti statunitensi. Qui i missili e i droni iraniani hanno inferto gravi danni alle infrastrutture e secondo alcune voci danneggiato gravemente due caccia italiani Typhoon.
L’obiettivo degli attacchi iraniani in Kuwait non sono certo gli Italiani ma le forze statunitensi che dal 28 febbraio attaccano insieme a Israele il territorio dell’Iran dove finora si sono registrati, secondo fonti di Teheran, oltre 2-500 vittime civili (quelle militari non vengono rese note). Vittime a cui nessuno rende omaggio e per le quali non si sentono note di cordoglio anche se, proprio perché non è la nostra guerra, sarebbe meglio ricordarsi di tutte le vittime. Incluse le 167 bambine uccise da un missile Tomahawk statunitense che ha colpito una scuola.
Danni collaterali di cui politica e media parlano poco o nulla, al contrario di quello che accadrebbe se si trattasse di vittime ucraine uccise dai russi o israeliane uccise da Hamas o dagli iraniani.

Tornando ai contingenti italiani, gli attacchi alle basi in Kurdistan si susseguono da giorni, con diversi droni lanciati contro l’aeroporto di Erbil dove sono basati i militari italiani della missione “Prima Parthica”, componente italiana di circa 150 militari dell’operazione a guida statunitense Inherent Resolve attivata per combattere le milizie dello Stato Islamico in Iraq.
Anche a Erbil, l’obiettivo dei droni lanciati dall’Iran, o forse dalle milizie irachene filo-iraniane che hanno rivendicato gli attacchi degli ultimi giorni, sono le forze statunitensi, non quelle italiane.
Una milizia scita irachena sostenuta dall’Iran, le Brigate dei Guardiani del Sangue, ha rivendicato sui social l’attacco al campo di supporto logistico dell’ambasciata statunitense vicino all’aeroporto internazionale di Baghdad e alla base aerea di Harir presso l’aeroporto di Erbil. Nel video, che si può vedere tra l’altro su X, si vedono i miliziani preparare i droni al decollo e poi lanciarli. Gli obiettivi sono identificati con dei bersagli su delle mappe satellitari.
Attenzione a chiamarli terroristi: i miliziani sciti iracheni guidati dai pasdaran iraniani hanno combattuto ben più intensamente di americani e italiani per liberare il nord dell’Iraq dall’ISIS.

Quanto al Kurdistan iracheno, qui gli Stati Uniti non solo hanno basi inserite nel dispositivo per gli attacchi all’Iran ma stanno cercando di convincere, finora invano, le milizie curde irachene ad aprire un fronte terrestre attaccando oltre il confine iraniano.
Le basi americane quindi sono a tutti gli effetti un obiettivo legittimo per l’Iran e i suoi alleati dopo che USA e Israele hanno dato il via all’attacco all’Iran più massiccio di sempre.
Al di là delle dichiarazioni di solidarietà con i nostri militari e dell’iniziativa di trasferirli temporaneamente fuori dalla zona di guerra, la questione che si pone è soprattutto politica.
I militari italiani sono in Iraq e Kuwait per aiutare il governo di Baghdad a combattere l’ISIS (ammesso che questa sia ancora una minaccia credibile), non certo per aiutare gli americani a combattere l’Iran.
Il mandato della missione, come si può leggere sul sito del ministero della Difesa, precisa che “l’Italia prende parte dal 2014 alla Coalizione multinazionale denominata Operation Inherent Resolve contro i terroristi del DAESH operanti in Iraq e Siria. L’obiettivo è sostenere la capacità addestrativa delle forze irachene in una vasta gamma di settori…”

Se i nostri “alleati” americani mettono a repentaglio vite italiane con le loro guerre allora è necessario ritirare il nostro contingente perché non è più in grado di svolgere la sua missione, perché quella all’Iran non è la nostra guerra e perché sarebbe assurdo rischiare perdite per gli interessi di Washington.
Un capitolo in cui, dall’Iraq all’Afghanistan, l’Italia ha sicuramente “già dato”…..
A questo proposito su diversi organi d’informazione è stato tracciato un parallelo tra i fatti di questi giorni e le perdite italiane subite in Iraq e in Afghanistan durante le operazioni condotte tra il 2002 e il 2021. Si tratta però di un parallelo arbitrario. I nostri caduti a Nassiryah, in Gulistan a Herat o Farah combattevano una guerra che la politica non aveva il coraggio di chiamare col suo nome ma che l’Italia aveva comunque deciso di combattere, non importa ora se a torto o a ragione.
Rischiare di perdere vite dei nostri militari per la guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran non avrebbe alcun senso tenuto conto che dare un senso ai caduti in battaglia è uno dei compiti più importanti e onerosi della politica.

Al danno dei bombardamenti sulle nostre basi si aggiungono le dichiarazioni (ancora una volta improvvide) dell’ambasciatore d’Israele a Roma, Jonathan Peled, che in un messaggio su X sostiene che l’attacco alla base anche italiana a Erbil “dimostra come il regime iraniano — insieme ai suoi proxy — rappresenti una minaccia diretta per l’Italia e per l’intera comunità internazionale”.
Comprensibile che Israele, in difficoltà come gli Stati Uniti nella guerra all’Iran, ambisca a coinvolgere europei e arabi nel conflitto ma se i militari italiani vengono attaccati è solo casualmente, perché condividono basi con gli americani, e in risposta all’aggressione di Israele e Stati Uniti.
Inoltre Israele dovrebbe preoccuparsi maggiormente delle vite di altri militari, italiani e di una dozzina di altre nazioni, che l’invasione di alcune aree del Libano del Sud sta mettendo in pericolo.
Gli 11mila caschi blu della missione UNIFIL (poco più di mille sono italiani) sono di nuovo finiti sotto il fuoco dopo che gli israeliani hanno ripreso ad avanzare in territorio libanese con intensi bombardamenti fino a Beirut.
Certo, i nostri “alleati” israeliani non hanno come obiettivo i caschi blu ma i miliziani Hezbollah: i soldati dell’ONU però si trovano sotto il fuoco, anzi, tra due fuochi.
Inoltre Israele ha più di una buona ragione per non amare UNIFIL, considerato che la missione dell’ONU non ha mai attuato il più importante dei suoi compiti, cioè disarmare le milizie scite filo-iraniane Hezbollah.
Anche in Libano, non ha oggi alcun senso mettere a rischio la vita dei militari italiani poiché il loro mandato ha perso ogni significato.

Un mandato, citato ancora una volta che parla chiaro: i caschi blu di UNIFIL hanno tra i loro obiettivi “monitorare la cessazione delle ostilità” e “assicurare che la loro area di operazioni (il sud del Libano – NdR) non sia utilizzata per azioni ostili di ogni tipo”.
Come è evidente, lungo il confine mal definito tra Israele e Libano (Blue Line) non c’è più da tempo nessun cessate il fuoco da difendere. Quindi la missione dei caschi blu, peraltro non equipaggiati per un contesto operativo bellico, non ha più alcun senso.
Meglio rifletterci e decidere ora di rimpatriarli prima di riportare a casa militari dentro bare avvolte nella bandiera in nome di una missione ormai inutile.
Tra l’altro in Italia torna periodicamente a galla la polemica sull’impiego di circa 7mila militari nelle operazioni di sicurezza interna (come “Strade Sicure”) che molti sostengono debbano rientrare nelle caserme, partecipare a operazioni più “militari” e debbano potersi addestrare per questo.
Nulla da eccepire sul fatto che le Forze Armate debbano prepararsi a far fronte all’ipotesi peggiore, cioè la guerra (specie in un contesto caotico e destabilizzato come quello attuale), ma dovremmo forse chiederci oggi quale impiego dei nostri militari sia più consono agli interessi nazionali: quello per la sicurezza interna o quello in alcune delle attuali missioni oltremare?

Nel primo caso i militari italiani, come quelli francesi nell’Operation Sentinelle, contribuiscono al presidio del territorio nazionale, alla protezione di infrastrutture critiche e alla percezione di sicurezza da parte dell’opinione pubblica in un contesto sociale spesso degradato.
Le truppe schierate in Medio Oriente fanno oggi da bersaglio in guerre che combattono altri per i propri interessi e a detrimento dei nostri, mentre i reparti dislocati sul Fianco Est della NATO, dal Mar Baltico al Mar Nero, proteggono simbolicamente i membri orientali della NATO da un’immaginaria invasione da est.
Come la guarnigione della Fortezza Bastiani.
Foto: Esercito Italiano, Difesa.it e Governo Italiano.
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.








