Dalla cancellazione della civiltà dei “fottuti bastardi” alla pace il passo (forse non) è breve   

 

 

Un tempo si parlava di “scontro di civiltà”, oggi invece l’evoluzione della politica e del suo linguaggio ci mostrano con quale disinvoltura si passi dalla “cancellazione di una civiltà” (quella dei “fottuti bastardi” iraniani) alla tregua temporanea e (chissà?) forse alla pace nel Golfo e in Medio Oriente.

Anche se non tutto fila liscio. L’accordo per il cessate il fuoco include anche il Libano, sostengono i negoziatori pakistani che hanno scongiurato una ulteriore escalation nella guerra che da 40 giorni oppone USA e Israele all’Iran. A Tel Aviv però hanno fatto orecchie da mercante e ieri hanno scatenato i più massicci bombardamenti sul Libano meridionale e su Beirut dall’inizio della campagna militare.

Il cessate il fuoco in Libano è una delle “condizioni essenziali” poste dall’Iran nel suo piano in dieci punti, che costituisce la base della tregua con gli Stati Uniti, ha affermato il presidente iraniano Massoud Pezeshkian in una telefonata con Emmanuel Macron. Il leader iraniano ha “sottolineato la necessità di un cessate il fuoco in Libano e ha ribadito che questa richiesta era una delle condizioni essenziali del piano in dieci punti dell’Iran”, che il presidente statunitense Donald Trump ha descritto come “una base praticabile per i negoziati” con Teheran

Ma in soccorso a Netanyahu è arrivato il vice presidente americano J.D. Vance che ha parlato di un “malinteso” con Teheran sul cessate fuoco anche in Libano.

Per Vance gli israeliani potrebbero “moderare un po’ la loro posizione” spiegando che se Israele dovesse allentare la presa sul Libano, non lo farebbe in quanto condizione del cessate il fuoco, ma piuttosto per la buona fede di Israele nei confronti degli Stati Uniti e per il desiderio che i negoziati con l’Iran abbiano successo.

Se l’Iran vuole lasciare che questi negoziati falliscano per un conflitto in cui viene duramente colpito il Libano, che non lo riguarda minimamente, e che gli Stati Uniti non hanno mai detto essere parte del cessate il fuoco, in definitiva è una loro scelta”, ha aggiunto Vance, valutando che si sia verificato “un legittimo malinteso” con l’Iran, che a suo dire ha erroneamente capito che il Libano sarebbe stato incluso nell’accordo di cessate il fuoco.

Peccato che il premier pakistano Shehbaz Sharif abbia ribadito che l’accordo per cessare le ostilità riguardava anche il Libano e che pure i governi di Francia, Spagna e Australia sottolineano che la fine delle ostilità deve includere anche il fronte libanese ma appare ancora una volta evidente che le differenti priorità tra USA e Israele inducono da un lato lo Stato ebraico a portare avanti le sue campagne militari e l’Amministrazione Trump a continuare a rimediare brutte figure rischiando di apparire vassallo di Israele.

Il Financial Times ricordava ieri che Trump non ha mai nascosto la sua ammirazione per Richard Nixon e ora sembra aver adottato la sua “teoria del pazzo”, che prevede di fare minacce estreme per spingere la controparte al tavolo delle trattative.

Del resto Trump in poche ore è passato dall’evocare indirettamente l’impiego di armi nucleari contro i “fottuti bastardi” iraniani minacciando di “cancellare un’intera civiltà” e di ”riportare l’Iran all’Età della Pietra”, all’annuncio della tregua di due settimane giustificato dal fatto che ormai la guerra era vinta anche se l’Iran continua a combattere e a lanciare droni e missili balistici e ad amministrare a suo piacimento lo Stretto di Hormuz.

Con tutto il rispetto per Nixon e il Financial Times, resta il dubbio che le contraddittorie dichiarazioni di Trump mostrino preoccupanti segnali di squilibrio.

“Un’intera civiltà morirà questa notte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà” aveva scritto su Truth a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum all’Iran.

Qualcuno aveva già ironizzato sulla “civiltà che ha inventato il MacDonald che cancella la civiltà che inventato l’algebra”, e altre battute che sono abbondate sui social media anche in Italia.

Che Trump cerchi di spettacolarizzare i suoi interventi non è una novità, così come non stupisce l’uso di un linguaggio scurrile, brutale che non si addice a un Presidente ma che, come ha spiegato lo stesso Trump, serve a far comprendere bene a tutti il suo pensiero.

Così solo nelle ultime settimane il presidente americano ha annunciato almeno cinque volte la vittoria sull’Iran per poi minacciare nuove escalation, ha affermato (suscitando sconcerto diffuso) che il principe saudita Mohammed bin Salman “gli bacia il culo”, che gli alleati europei membri della NATO “sono dei codardi”, che il premier britannico Keir Starmer “non è certo Winston Churchill” e che il presidente francese Emmanel Macron “deve ancora riprendersi dalle sberle della moglie”.

Gli iraniani che grazie all’attacco israelo-americano gestivano i flussi di petroliere nello Stretto di Hormuz invece erano dei “fottuti bastardi da riportare all’Età della Pietra”.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqaei, dopo le minacce di Donald Trump alla civiltà iraniana ha risposto che “la forza della cultura, della logica e della fede nella giusta causa di una nazione ‘civilizzata’ prevarrà senza dubbio sulla logica della forza bruta. Una nazione che ripone piena fiducia nella rettitudine del proprio cammino deve impiegare tutte le sue capacità e risorse per salvaguardare i propri diritti e i propri legittimi interessi“.

Non si può non notare che alla teocrazia iraniana si oppongono con altrettanto fervore religioso l’Amministrazione Trump e il governo israeliano, che non esitano a proporre immagini dei leder e dei ministri raccolti in preghiera.

Non è detto che la Storia ricorderà questo conflitto come una guerra di religione ma di certo a pretendere di avere Dio dalla propria parte non ci sono solo gli ayatollah di Teheran: un elemento che dovrebbe indurre a ulteriori preoccupazioni.

Non si può neppure escludere che Trump sia ormai fuori controllo nell’ambito di un percorso verso la piena autoreferenzialità, avviato forse dopo l’attentato subito in campagna elettorale e da cui sopravvisse grazie a molta fortuna o a un miracolo, a seconda dei punti di vista.

Le costanti rimozioni o dimissioni di esponenti dell’Amministrazione, ed ora anche di diversi generali, che il Segretario alla Guerra Pete Hegseth silura appena osano mettere in discussione le sue valutazioni, sembra confermare questa deriva.

Trump del resto sembra volersi circondarsi solo di “yes-men” e adulatori (categorie in cui primeggia Pete Hegseth come dimostrano i suoi interventi pubblici) anche se nella metamorfosi dalla pretesa di vedersi assegnare il Nobel per la Pace alla minaccia di cancellare civiltà ha perso molti consensi tra i repubblicani e soprattutto tra gli esponenti spicco del movimento MAGA, pima per aver scatenato la guerra contro l’Iran e ora per averla conclusa con un cessate il fuoco che sancisce la vittoria di Teheran.

Mark Levin, il popolare conduttore radio conservatore, ha definito un “assoluto” disastro l’accettazione da parte di Donald Trump del piano in 10 punti di Teheran come base per le trattative. Laura Loomer, l’attivista di destra alleata del presidente, ha definito le trattative con l’Iran un “fallimento”, mettendo in evidenza come il “regime iraniano non è mai stato così rincuorato“.

Su Truth i messaggi critici per l’accordo con l’Iran sono circa 40.000 secondo il New York Times mentre Marjorie Taylor Greene, l’ex deputata e prima linea del movimento MAGA oggi in totale dissenso con il presidente, che lo ha attaccato sui social accusandolo di essere “impazzito”.

“Tutti coloro, all’interno della sua amministrazione, che affermano di essere cristiani dovrebbero inginocchiarsi, implorare il perdono di Dio, smettere di venerare il presidente e intervenire per porre freno alla follia di Trump”, ha scritto l’ex deputata della Georgia.

“Conosco tutti voi, così come conosco lui: è impazzito, e voi tutti ne siete complici. Non sto difendendo l’Iran, ma cerchiamo di essere onesti riguardo a tutta questa faccenda. Lo Stretto è chiuso perché Stati Uniti e Israele hanno scatenato una guerra non provocata contro l’Iran, basata sulle stesse menzogne in ambito nucleare che vanno raccontando da decenni: ovvero che, da un momento all’altro, l’Iran avrebbe sviluppato un’arma nucleare”, ha rincarato Greene.

 “Sapete chi possiede armi nucleari? Israele. Sono più che capaci di difendersi da soli, senza che gli Stati Uniti debbano combattere le loro guerre, uccidere persone innocenti e bambini, e pagarne il prezzo. Le minacce di Trump di bombardare centrali elettriche e ponti colpiscono il popolo iraniano: proprio quel popolo che Trump sosteneva di voler liberare”, ha osservato l’ex deputata.

“Il nostro presidente non è un cristiano e le sue parole e le sue azioni non dovrebbero essere sostenute dai cristiani“. Tutto questo “non è ciò che abbiamo promesso al popolo americano quando, nel 2024, ci ha votato a stragrande maggioranza“.

Nelle ultime ore Taylor Greene è tornata all’attacco: “Non una singola bomba è caduta sull’America. “Non possiamo distruggere un’intera civiltà. Questa è malvagità e follia” ha detto invocando il 25° emendamento, che consente di sollevare dall’incarico il presidente degli Stati Uniti se ritenuto incapace di portare a termine le proprie funzioni.

Una proposta rilanciata in questi giorni da vari deputati. Anche Tucker Carlson, ex fans di Trump ed oggi suo grande oppositore, alla vigilia della tregua si era espresso per lo stop delle operazioni militari americane chiedendo all’establishment di opporsi a un eventuale ordine di attaccare le infrastrutture e i civili iraniani.

“E’ ora il momento di dire no, assolutamente no, e dire direttamente al Presidente no”, ha affermato il giornalista a cui Trump ha risposto, parlando con il New York Post, affermando che Carlson “è una persona con un QI basso che non ha assolutamente idea di cosa stia accadendo”.

Dopo quattro anni di Amministrazione Biden guidata da un presidente privo di lucidità a causa della malattia che lo aveva colpito e di cui nessun osservatore osava parlare (né chiedersi chi guidasse davvero quella Amministrazione), occorre chiedersi se l’America e il mondo possano permettersi un altro mandato che veda la Casa Bianca affidata a un presidente che mostra chiari segni di squilibrio.

Foto: Casa Bianca e X

Vignette di Alberto Scafella

 

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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