Golfo del Caos

Mentre scriviamo queste note non è ancora chiaro se Iran e Stati Uniti troveranno un’intesa nel nuovo round di colloqui in Pakistan.
Dopo aver minacciato solo poche ore fa l’Iran di colpirlo con “molte bombe” in caso di mancato accordo, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato l’estensione del cessate il fuoco in attesa che i leader iraniani presentino una proposta unitaria.
“Considerato che il governo iraniano è gravemente diviso, cosa che non ci sorprende, e su richiesta di Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze armate di continuare il blocco e, sotto tutti gli altri aspetti, di rimanere pronte e operative, e prorogherò quindi il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse”, ha scritto Trump.
L’Iran ha però fatto sapere di non aver avanzato alcuna richiesta agli Stati Uniti per estendere il cessate il fuoco, secondo quanto riportato oggi dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim.

L’Ambasciatore iraniano presso l’ONU, Saeed Iravani, ha confermato la disponibilità dell’Iran a partecipare a un nuovo round di negoziati a Islamabad, mediati dal Pakistan, ponendo però una condizione invalicabile: la rimozione immediata del blocco navale statunitense. Secondo Iravani, Teheran avrebbe già ricevuto “segnali” da parte di Washington circa la volontà di allentare la pressione militare nel Golfo.
“Appena interromperanno il blocco, il prossimo round di negoziati potrà aver luogo“, ha dichiarato l’alto diplomatico, sottolineando che la scelta tra escalation e diplomazia spetta ora interamente agli Stati Uniti. La dichiarazione segna un possibile punto di svolta dopo il fallimento del summit previsto per ieri e l’estensione del cessate il fuoco annunciata da Donald Trump.

Ieri le forze statunitensi hanno sequestrato una seconda nave mercantile iraniana, una petroliera sospettata di trasportare greggio iraniano nell’Oceano Indiano, al largo della costa occidentale dell’India. La cattura della petroliera Tifani in acque internazionali tra Sri Lanka e Indonesia segue una direttiva dell’amministrazione Donald Trump volta a intercettare le navi soggette a sanzioni, ritenute coinvolte nel sostegno all’Iran attraverso l’acquisto del suo petrolio.
L’amministrazione aveva imposto sanzioni alla Tifani la scorsa estate, dopo che funzionari statunitensi avevano rilevato trasferimenti di petrolio iraniano da nave a nave, nell’ambito di quella che il Pentagono definisce una “flotta ombra” impegnata nel contrabbando.
In proposito l’ambasciata iraniana presso le Nazioni Unite ha condannato gli Stati Uniti per una condotta che presenta “i tratti distintivi della pirateria”. “Questo attacco contro una nave civile costituisce una grave e manifesta violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale”, si afferma nella nota. “Le deliberate intimidazioni e il terrore psicologico inflitti all’equipaggio e alle loro famiglie aggravano ulteriormente la gravità di questo atto. Tale condotta presenta i tratti distintivi della pirateria e costituisce una pericolosa escalation che mette seriamente a repentaglio la sicurezza delle vitali rotte marittime”.
Oggi in occasione dell’anniversario della sua creazione, il Corpo dei Guardiani della rivoluzione ha ribadito di essere pronti ad affrontare “qualsiasi nuova aggressione”, sostenendo che dopo i risultati ottenuti nel conflitto con Stati Uniti e Israele si creerà presto “un nuovo ordine regionale in Asia occidentale”.
Nel comunicato riportato dai media iraniani, i pasdaran hanno rivendicato “i colpi mortali e devastanti” inflitti a “infrastrutture, centri strategici e capacità di supporto del nemico” nel corso del conflitto, sottolineando di essere “pronti a un confronto decisivo, definitivo e immediato contro qualsiasi minaccia e qualsiasi aggressione ripetuta da parte degli avversari”, assicurando di poter “infliggere colpi devastanti e inimmaginabili alle rimanenti risorse nemiche nella regione, Oggi, con il crollo dell’egemonia militare degli Stati Uniti e del regime sionista, siamo sul punto di entrare in un nuovo ordine regionale in Asia occidentale, senza la presenza di potenze straniere e arroganti, in particolare gli Stati Uniti, e di creare un ambiente stabile e sicuro”.

Circa le trattative, Teheran ha chiarito che non intende trattare con gli Stati Uniti dei suoi programmi nucleare e missilistico. “Anche se il blocco fosse revocato, la nostra partecipazione ai negoziati deve essere subordinata alla condizione che non vengano sollevate questioni che violino la nostra indipendenza e dignità’, prime fra tutte le nostre capacità difensive e missilistiche, nonché le nostre capacità e conoscenze nucleari”, ha spiegato una nota diffusa dalla televisione di Stato.
“Il rifiuto di negoziare sulle nostre capacità missilistiche, di difesa e nucleari significa condurre trattative dignitose, e l’insistenza del nostro team negoziale su questa posizione onorevole e di forza costituisce una garanzia”, ha sottolineato Irib tv.
“Si tratta di salvaguardare la resilienza delle forze armate e del popolo paziente, che ha sopportato il fuoco nemico in due guerre e un colpo di Stato affinché questi loro beni possano essere preservati”, ha proseguito l’emittente, “è certamente saggio che ciò che il nemico non é riuscito a sottrarre all’Iran in due guerre, un colpo di Stato e anni di sanzioni, non possa esserci sottratto con negoziati“.
Il successivo annuncio di disponibilità iraniana a riprendere i negoziati potrebbe indicare che Teheran mostra fermezza sul fronte interno per poi accettare di negoziare con gli USA. Non si può però escludere che dopo l’attacco subito l’Iran non intenda realmente negoziare la rinuncia alla ricerca atomica e ai missili balistici.
Una posizione sostenuta dalla considerazione che oggi è Trump ad aver bisogno di portare a casa un successo diplomatico dopo aver fallito nel conseguirlo con le armi.

Benché Trump continui a riferirsi al programma nucleare iraniano come punto centrale da risolvere per chiudere il conflitto con l’Iran, è lecito credere che la questione atomica sia in realtà più marginale di quanto non sembri; poco più di uno specchietto per le allodole considerato che il presidente statunitense aveva già definito come “azzerato” il programma nucleare di Teheran dopo i recenti raid aerei e nel giugno dell’anno scorso, dopo i bombardamenti su tre siti iraniani che conclusero il conflitto tra Israele e Iran.
L’impressione è che Washington punti in realtà ad assumere il controllo di almeno di una parte dell’export energetico iraniano o quanto meno della valuta utilizzata per venderlo.
Probabilmente la Casa Bianca ha compreso che l’Iran non è il Venezuela ma è ipotizzabile che, come con Caracas, Trump punti a ottenere che almeno una parte del gas e del greggio iraniani vengano venduti per dollari e non per yuan, rupie o altre valute.
L’obiettivo è arginare il costante calo di utilizzo del dollaro nei commerci mondiali, incluso quello ricchissimo dell’energia, se non invertirne la tendenza, per sostenere la valuta statunitense e il gigantesco debito pubblico degli USA.
Il vero obiettivo strategico dell’Amministrazione Trump sembra essere da tempo basato sul controllo energetico come hanno dimostrato gli arrembaggi alle navi della flotta ombra russa, alle petroliere venezuelane e iraniane o i maxi-dazi all’India che importava petrolio russo.
Con l’Iran le cose sono andate storte sul piano militare e nessuno degli obiettivi elencati in modo disordinato è stato raggiunto: il governo non è caduto, i missili balistici vengono ancora prodotti e lanciati e il programma nucleare di Teheran non è stato azzerato nonostante le roboanti dichiarazioni di Trump a tal proposito.
Il disordine nella comunicazione degli obiettivi militari suona come una ulteriore conferma che nessuno di essi costituiva la priorità per Washington mentre forse lo costituiva per Israele, da sempre impegnati a togliere dalle mani di pasdaran le armi di portata strategica.
Difficile quindi credere che, se vi sarà un’intesa tra USA e Iran, questa non riguardi anche l’export petrolifero o di gas iraniano, inducendo probabilmente Teheran a venderlo almeno in parte per dollari, forse in cambio della soppressione parziale o totale delle sanzioni.
Quanto al nucleare, la Russia, che ha centinaia di tecnici nella centrale iraniana di Busheir, potrebbe fornire da nazione amica dell’Iran e oggi in buoni rapporti con gli USA, ampie garanzie circa la rinuncia alle armi nucleari da parte di Teheran e circa lo stoccaggio controllato e sicuro dell’uranio arricchito iraniano.

In questo contesto, a favorire un’intesa tra USA e Iran dovrebbero contribuire diverse valutazioni. Innanzitutto la guerra non è oggi nell’interesse di nessuno. Stati Uniti e Israele non hanno abbastanza armi antimissile e cominciano a disporre anche di quantità limitati di armi da attacco per sostenere altri mesi di guerra e fronteggiare i missili balistici iraniani a cui si aggiungono missili da crociera e migliaia di droni.
Secondo le valutazioni dell’intelligence statunitense, riportate al New York Times, l’Iran probabilmente dispone del 70% delle sue scorte di missili balistici prebelliche, di circa il 60% dei lanciatori missilistici mobili e del 40% delle molte migliaia di droni di cui disponeva all’inizio della guerra, a fine febbraio.
Vale a dire che schiererebbe ancora circa 1.700 dei 2.500 missili balistici di cui disponeva all’inizio della guerra secondo l’intelligence statunitense.
Numeri che confermerebbero il fallimento strategico della guerra condotta da statunitensi e israeliani. Un fallimento che Trump non può certo ammettere, specie a pochi mesi dalle elezioni di mid-term che rinnoveranno metà del parlamento di Washington. Forse per questo alterna la minaccia di riprendere attacchi su vasta scala all’Iran al blocco delle navi iraniane in uscita da Hormuz a un ostentato ottimismo sull’esito delle trattative alternato a minacce di immani distruzioni all’Iran.

Del resto Trump comincia ad avere seri problemi anche con gli alleati arabi, esposti al fuoco iraniano per aver ospitato quelle basi statunitensi che i monarchi sunniti del Golfo ritenevano fossero una garanzia di sicurezza.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno avvertito i funzionari statunitensi che, senza accesso alla liquidità in dollari, potrebbero spostare le transazioni petrolifere sullo yuan cinese, una minaccia diretta al dominio del dollaro nei mercati energetici globali. Il dirham emiratino è ancorato al dollaro e sostenuto da 270 miliardi di dollari di riserve, ma gli analisti temono si consolidino la fuga di capitali e i rischi di volatilità.
Funzionari emiratini hanno sostenuto che la decisione di Trump di colpire l’Iran ha trascinato il loro paese in un conflitto che non ha scelto in cui è stato attaccato con oltre 2.800 droni e missili.
Anche l’Iran ha tutto l’interesse a chiudere ora la guerra con una vittoria militare (pur pagata con circa 3.400 morti e ampie distruzioni) che diventerebbe un trionfo se l’accordo di pace sancisse l’abrogazione delle sanzioni alla Repubblica Islamica.
La pace gioverebbe ovviamente alle nazioni europee e asiatiche le cui economie dipendono in misura consistente dall’energia proveniente dalla regione del Golfo.

Solo Israele potrebbe vedere negativamente un’intesa tra Washington e Teheran, specie se l’accordo riguardasse anche il fronte bellico de Libano meridionale dove le forze israeliane cercano di cacciare Hezbollah dall’area compresa tra il confine (Blue Line) e il fiume Litani.
Pur tenendo conto dell’ipotesi sostenuta da molti che sia il governo israeliano a dettare la linea alla Casa Bianca, non si può non ricordare che solo la pioggia di miliardi, armi e munizioni forniti dagli USA permettono a Benjamin Netanyahu di combattere su sei fronti dall’ottobre 2023.
Foto Casa Bianca, Wikipedia, US Department of War e Tasnim
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.








