La guerra all’Iran tra escalation militare e trattative in stallo

E’ passato oltre un mese dallo scoppio del conflitto nel Golfo Persico scatenato dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran e aumentano i rischi di un suo prolungamento su tempi in realtà indesiderati da entrambe le parti, ma dettati dalla necessità, sentita a Washington come anche a Teheran, di non perdere la faccia.
Ne consegue un assurdo muro contro muro, pericoloso per tutta l’economia globale. Da un lato il presidente americano Donald Trump, mobilita rinforzi militari facendo balenare lo spettro di un intervento di terra per spaventare il regime iraniano e spingerlo a negoziati in posizione di debolezza, potendo così presentarsi all’opinione pubblica statunitense, sempre più contraria a un conflitto dagli scopi confusi, come il vincitore.
Dall’altro lato, l’Iran, pur estremamente indebolito dalla distruzione del grosso delle sue capacità militari a causa dei raid aerei israelo-americani, punta sul fattore tempo, proseguendo gli attacchi di droni e missili contro i paesi della regione e le forze americane e contando sull’assottigliarsi delle riserve avversarie dei costosi missili antimissile e offensivi. Si assiste quindi, al momento, a una situazione di stallo che, politicamente, è più dannosa per Trump, essendo l’opinione pubblica americana, e in genere occidentale, avversa a guerre di lunga durata, rispetto a un regime come quello iraniano, che fa della mobilitazione permanente contro un nemico esterno una delle sue ragioni d’essere.
Il gioco delle parti
A oltre un mese dall’inizio, il 28 febbraio 2026, della guerra nel Golfo Persico, l’Iran resta sotto pesante attacco da parte di Israele e Stati Uniti, i quali tuttavia sembrano perseguire obbiettivi del tutto divergenti.
Mentre infatti gli israeliani si dicono disposti a proseguire a oltranza nella demolizione delle capacità militari e industriali iraniane, abbinando a questa strategia la nuova campagna a tappeto in Libano, gli americani, da un lato rinforzano il loro schieramento militare in Medio Oriente con l’arrivo di nuove forze, aeronavali ma anche terrestri, dall’altro, seguitano a parlare di negoziati con Teheran con l’intento di prepararsi una via d’uscita accettabile politicamente, per una guerra per cui la Casa Bianca ha via via presentato motivazioni diverse e spesso contrastanti fra loro, nel quadro di un conflitto la cui durata rischia di andare oltre le aspettative.

Parlando alla nazione alle 21.00 del 1° aprile 2026, ora della costa Est, quando in Italia erano già le 3.00 antelucane del 2 aprile, il presidente americano Donald Trump ha rivendicato di fronte a un’opinione pubblica sempre più dubbiosa, i risultati del conflitto, ribadendo che intende proseguire la campagna militare per almeno due-tre settimane, colpendo duramente se l’Iran non accetterà un accordo: “Nelle ultime quattro settimane, le nostre forze armate hanno conseguito sul campo di battaglia vittorie rapide, decisive e schiaccianti. Stiamo smantellando la capacità del regime di minacciare l’America o di proiettare la sua potenza oltre i propri confini. Siamo vicini a finire il lavoro e lo finiremo molto presto”.
Ha proseguito: “Colpiremo duramente l’Iran nelle prossime due-tre settimane, lo faremo tornare all’età della pietra. E non sarà raggiunto un accordo tramite le vie diplomatiche colpiremo i loro impianti elettrici. Finora non abbiamo colpito il loro petrolio, anche se sarebbe stato il target più facile, perché farlo avrebbe significato non dare loro neanche una chance di sopravvivenza o ricostruzione”.
Trump deve evidentemente dare un certo valore ai sondaggi che lo danno in discesa nel gradimento degli americani, avendo puntato molto sul cercare di riguadagnarne la fiducia: “Considerate la guerra con l’Iran un investimento nel futuro dei vostri figli e dei vostri nipoti. I rincari della benzina sono di breve termine. Gli Stati Uniti non sono mai stati più pronti economicamente, e siamo in splendida forma per il futuro”.
Ma il gradimento del presidente presso i cittadini USA era sceso a fine marzo al 33 % dal già basso 36 % della settimana precedente.
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Ha rinnovato le critiche agli alleati europei, accusati di non intervenire in difesa del libero traffico nello stretto di Hormuz, che è stato compromesso dopo lo scoppio della guerra, ringraziando però, d’altro canto, gli alleati regionali degli Stati Uniti, da Israele, che è l’altro attore dei raid contro l’Iran, agli stati arabi del Golfo, Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Kuwait, che da settimane vengono bersagliati in quanto ospitano basi USA. Ma nei riguardi degli europei, che ha tuonato: “Abbiamo decimato l’Iran economicamente e militarmente e ora i paesi che ricevono il greggio dallo Stretto dovrebbero prendersene cura. Andate nello Stretto e prendetelo”.
Nelle ore precedenti aveva perfino evocato “l’uscita degli Stati Uniti dalla NATO”, colpevole a suo dire di non averlo appoggiato, omettendo il fatto che il conflitto in Medio Oriente esula, di fatto, dal quadro strategico e geopolitico dell’Alleanza Atlantica, né è sostenuto e giustificato da risoluzioni dell’ONU come in precedenti operazioni internazionali, e tenuto conto anche del fatto che la manciata di ordigni iraniani entrati nello spazio aereo della Turchia è reputata insufficiente a far scattare l’articolo 5 dell’alleanza, anche perché lo stesso presidente turco Recep Erdogan non sembra aver dato agli episodi eccessivo peso.
Quanto alle motivazioni della guerra, sempre cangianti nella narrativa trumpiana, il presidente ha detto: “Il cambio di regime non era obiettivo. Non abbiamo mai detto ‘cambio di regime’, ma è avvenuto perché tutti i leader sono morti. I nuovi sono più ragionevoli”.

Già il 1° aprile Trump ha parlato di un orizzonte di 14-21 giorni per la conclusione del conflitto, sentendo il bisogno di tranquillizzare un’opinione pubblica interna sempre più contraria all’impegno USA in una guerra che sta sconvolgendo l’economia mondiale.
E che rischia di causare negli States una spirale di inflazione simile a quella che Trump, nella campagna elettorale del 2024, aveva imputato alla precedente amministrazione di Joe Biden. Poche ore prima il 31 marzo, era stato reso noto che, per la prima volta da 4 anni, il costo della benzina in America, come prezzo medio fra i numerosi stati, aveva superato i 4 dollari al gallone, laddove il gallone statunitense equivale a circa 3,785 litri. Se fino al 28 febbraio scorso la benzina negli USA costava 2,98 dollari al gallone, il 31 marzo era segnalata a 4,02 dollari al gallone.
Il che diffonde lo sconcerto non solo fra gli oppositori di Trump, ma anche in vasti strati della “base MAGA”, Make America Great Again, che finora aveva sempre appoggiato il “comandante in capo” guardando a una sorta di nuovo isolazionismo, ovvero all’evitare le guerre oltremare a cascata che sono una costante della politica estera USA da decenni.
E’ stato quindi per tranquillizzare i mercati, e cercare di riguadagnare consensi in patria, che il 1° aprile Trump ha detto ai microfoni della tivù NBC: “La guerra contro l’Iran sta giungendo al termine, finirà in 2-3 settimane. Stiamo andando alla grande. Le persone con cui abbiamo a che fare in Iran sono molto più ragionevoli e non così radicalizzate. Non avremo un Iran dotato di armi nucleari”.
E sostenendo, come ripete da giorni, che sono in corso “trattative”, ha detto che “l’Iran vuole l’accordo più di quanto lo vogliono gli Stati Uniti”.

Ma nelle stesse ore il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha negato che siano in corso vere e proprie trattative, ammettendo solo con Al Jazeera di aver “ricevuto messaggi dall’inviato speciale USA Steve Witkoff” e di “condurre alcune discussioni sulla sicurezza tramite il Pakistan”. Per quanto, quindi, ci siano dei contatti riservati da alcuni giorni grazie alla mediazione di Islamabad, è presto per parlare di veri colloqui, che in effetti farebbero più comodo agli Stati Uniti come via d’uscita dal conflitto, mentre l’Iran, per quanto estremamente provato dai raid, è se non altro facilitato, dal punto di vista politico, dalla posizione sulla difensiva e dal fatto di combattere, per così dire, “in casa”.
Come movente del conflitto avviato insieme al premier israeliano Benjamin Netanyahu, Donald Trump ha invocato, di giorno in giorno, il cambio di regime, che non s’è verificato, all’appoggio a una rivolta interna contro il regime degli ayatollah, che non s’è verificata, anzi, l’ondata di proteste di inizio anno sembra essere stata compromessa dall’ulteriore rafforzamento di uno stato di polizia in condizioni di guerra.
Poi s’è parlato della minaccia di attacchi imminenti delle forze iraniane alle basi americane nella regione, prima dello scoppio del conflitto, minaccia che però l’intelligence USA ha, a posteriori, considerato infondata, mentre invece s’è concretizzata, ma come ritorsione agli attacchi avversari, dopo l’inizio della guerra. Sull’uranio iraniano e sulla tesi, estremamente improbabile a detta degli esperti, rilanciata nei giorni scorsi, secondo cui Teheran sarebbe stata, lo scorso febbraio “a sole due settimane dalla bomba atomica”, poi, Trump stesso s’è contraddetto platealmente il 31 marzo asserendo che “l’uranio non è recuperabile”.
Tutto era cominciato il 30 marzo quando il Wall Street Journal aveva rinnovato indiscrezioni secondo le quali i piani di Washington per i prossimi giorni contemplerebbero un’azione di forze speciali, Delta Force, Navy SEAL o affini, per catturare i circa 450 kg di uranio iraniano arricchito al 60%, l’ultimo stadio precedente al 90% necessario per rendere l’uranio “bombabile”, come si dice in gergo, ossia utilizzabile per un ordigno bellico che sfrutti la fissione atomica.

Il giorno dopo, il 31 marzo, Trump, intervistato dalla CBS ha rifiutato di ammettere che per dichiarare “vittoria” fosse necessario catturare l’uranio iraniano, ben sapendo che un’effettiva azione di commandos focalizzata allo scopo sarebbe estremamente rischiosa e potrebbe anche fallire.
E nel farlo ha ripescato le sue stesse rivendicazioni sulla riuscita dei bombardamenti del giugno 2025 sui siti di arricchimento di Fordow e Natanz, secondo cui l’uranio arricchito era ormai sepolto e irrecuperabile: “Non ci penso nemmeno. So solo che, sapete, è sepolto così in profondità che sarà molto difficile per chiunque”.
E riandando ai raid dello scorso anno: “Finalmente la gente ammette che si è trattato di annientamento. È laggiù in profondità. E non sono stati in grado di farlo. Sapete, nemmeno senza una guerra ci sono riusciti. Quindi è abbastanza… è abbastanza… è abbastanza sicuro. Ma, sapete, prenderemo una decisione”.
Se il presidente degli Stati Uniti un giorno dice che l’Iran è prossimo all’atomica e un altro giorno asserisce che già i raid del giugno 2025 hanno risolto il problema seppellendo l’uranio arricchito in profondità, anche ammesso che siano dichiarazioni tutte studiate per alimentare la classica “nebbia della guerra”, è chiaro che vanno presi con le pinze anche i continui riferimenti a negoziati USA-Iran, rivendicati da Washington ma negati da Teheran, senza contare che resta il nodo di Israele.
Il 31 marzo la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt ha dichiarato: “Se l’Iran dovesse respingere l’opportunità d’oro di fare un accordo, le forze americane in stand by offrono al presidente Trump tutte le opzioni possibili per assicurare che il regime paghi in un modo o nell’altro e che l’Iran non sia più in grado di minacciare gli Stati Uniti e i nostri alleati, che è l’obiettivo per cui l’operazione Epic Fury è stata lanciata”.
E pensare che anche il presidente francese Emmanuel Macron, ha osservato polemicamente, il 2 aprile: “Trump non può continuare a contraddirsi ogni giorno, non può dire ogni giorno il contrario di ciò che ha detto il giorno prima”.
Escalation spasmodica
Volendo fare eco al suo presidente, il segretario alla Guerra USA, Pete Hegseth, ha postato sul social X poche semplici parole: “Ritorno all’età della pietra”.
Nelle intenzioni del capo del Pentagono, sarebbe il suggello al nuovo livello di escalation che vede negli ultimi giorni aumentare le forze americane schierate in Medio Oriente per colpire più duramente l’Iran e, forse, tentare azioni di truppe terrestri, ancorché limitate, sulla costa di Hormuz oppure sull’isola di Kharg.

Se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovesse dare il via libera, gli Stati Uniti potrebbero presto schierare oltre 17.000 soldati di terra alle porte dell’Iran. Il 28 marzo il Wall Street Journal ha accreditato l’ipotesi che il Pentagono stia studiando l’invio di ulteriori 10.000 soldati, fra militi dell’US Army e Marines, in aggiunta ai circa 5000 marines e 2000 paracadutisti della famosa 82a Divisione “Airborne” che stanno raggiungendo la zona.
Le nuove forze comprenderebbero una panoplia relativamente completa da corpo di spedizione, con fanteria, veicoli corazzati e supporto logistico, ma si tratterebbe comunque di un contingente troppo piccolo perché si possa pensare a una vera offensiva di terra in larghe parti dell’Iran, considerato che nel 2003, per invadere e occupare l’assai più piccolo Iraq ci vollero 150.000 soldati.
Difficile è dire se davvero gli Stati Uniti intendano compiere a breve un intervento di terra in un paese che pullula non solo di 200.000 soldati regolari dell’esercito iraniano, che comunque non pare sfaldato, ma anche 200.000 miliziani della truppa d’élite dei pasdaran, ovvero i Guardiani della Rivoluzione islamica, e gli oltre 600.000 membri della milizia popolare dei Basij, la quale, per incrementare la sua forza ha perfino deciso il ricorso a “ragazzini-soldato”, come ai tempi della lunga guerra Iran-Iraq durata dal 1980 al 1988.
Il 27 marzo, infatti, le Guardie Rivoluzionarie, hanno annunciato l’abbassamento a soli 12 anni dell’età minima di reclutamento nei corpi paramilitari, secondo l’iniziativa “Per l’Iran”.

I pasdaran vorrebbero impiegare i ragazzini per attività di supporto interno come “pattugliamento, presidio dei posti di blocco e gestione della logistica”, probabilmente in modo da liberare i miliziani più adulti per compiti di prima linea. Secondo fonti del regime teocratico sciita, l’idea sarebbe una risposta alle “numerose richieste di partecipazione spontanea dei ragazzini”.
In tal modo l’Iran conferma la sua disponibilità a una mobilitazione totale e a una guerra di lungo periodo volte a a disorientare gli americani.
Ovviamente, così facendo si pone anche fuorilegge rispetto alla Convenzione sui diritti dell’infanzia e allo Statuto di Roma, che vietano l’arruolamento di minori di 15 anni.
Già nel lungo conflitto del 1980-1988 contro l’Iraq di Saddam Hussein, l’allora neonato regime degli ayatollah, guidato dal suo fondatore Roullah Khomeini, arruolò e impiegò al fronte migliaia di ragazzini, spesso impiegati per rimpolpare le ondate di fanterie d’assalto che aprivano la strada nei campi minati con pesantissime perdite.
La propaganda iraniana alimentò fin da allora il mito di questi giovanissimi, provenienti dalle file della milizia popolare dei Basji, usati dal regime come carne da cannone e celebrati come martiri, come Mohammad Hossein Fahmideh, morto a 13 anni nel 1980 distruggendo un carro armato iracheno, o Hassan Jangju, caduto a 17 anni nel 1984 durante la Battaglia delle Paludi.
E’ chiaro che, per quanto le diffusissime proteste popolari contro il regime, nel gennaio 2026, abbiano dato la misura dell’esteso dissenso interno, sul totale della numerosissima popolazione iraniana gli elementi più oltranzisti restano comunque milioni, che innervano le strutture politiche e militari che resistono ai pesanti bombardamenti.
A essi poi sono da aggiungersi altri milioni di iraniani che, se pure mal sopportano ayatollah e pasdaran, probabilmente non sono comunque disposti, anche per un normale livello di patriottismo, ad accettare un’invasione esterna ancorché limitata a incursioni o occupazioni di piccoli territori.

Il recente rafforzamento delle difese all’isola di Kharg, oltre al fatto che trovandosi vicinissima alle coste metropolitane dell’Iran è esposta a un possibile fitto tiro di artiglieria, cannoniera e razziera, di contrasto, può rendere difficile, o quanto meno non immediato, uno sbarco, e la situazione sarebbe anche più difficile su un tratto di costa continentale, come a Hormuz, con un enorme entroterra a far da retrovia a un difensore deciso e fanatizzato.
Tutto fa pensare che la minaccia di escalation posta dagli USA sia pensata per intimidire Teheran e spingerla a un accordo svantaggioso che consenta a Trump di uscire da un conflitto troppo lungo dandosi la nomea di vincitore per salvare la faccia.
Dissidi a Washington
Ma l’ipotesi di un’azione di terra come componente di una deterrenza deve generare polemiche all’interno delle stesse forze armate americane. E non a caso, nella notte fra il 2 e il 3 aprile è giunta notizia che il capo del Pentagono Hegseth ha chiesto le dimissioni del capo di Stato Maggiore dell’US Army, generale Randy George, stando a un funzionario sentito dalla rete CBS.
Non sono ancora note le motivazioni ufficiali, ma è possibile che il generale George non sia stato d’accordo con alcune decisioni inerenti il possibile impegno di unità terrestri dell’US Army in Iran.
George guidava lo Stato Maggiore US Army dal 2023, nominato dal presidente Joe Biden, dopo essere stato assistente del segretario alla Difesa Lloyd Austin dal 2021 al 2022 e dopo una brillante carriera che dalla prima Guerra del Golfo nel 1991 lo ha visto impegnato dal 2003 anche in Iraq e Afghanistan.

La scadenza naturale del suo incarico sarebbe stata nel 2027. Ora George sarà sostituito dall’attuale vice Capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Christopher LaNeve, assistente militare di Hegseth, e prima ancora comandante dell’82a Divisione Airborne dal 2022 al 2023.
Proprio la stessa che sarebbe fra i reparti usati da Washington come spauracchio per spingere l’Iran a dichiararsi vinto.
Per inciso, la guerra che non si decide a finire, mentre i contrastanti proclami di Trump fanno intuire una sua preoccupazione di fondo, fa da sfondo anche alle dimissioni della segretaria alla Giustizia Pam Bondi, legata alla malagestione degli scandali relativi al caso Epstein, che spesso è stato indicato da molti analisti come una possibile concausa della decisione di avviare un conflitto utile per distrarre l’opinione pubblica.

Un conflitto ritenuto, con errori di calcolo clamorosi da parte della Casa Bianca, “facile” pensando che l’Iran fosse paragonabile al Venezuela dell’arrestato Nicolas Maduro e che il regime degli ayatollah, ramificato da oltre 40 anni, potesse crollare in pochi giorni.
Provocatoriamente, il 2 aprile, appena appreso della defenestrazione della Bondi, uno dei maggiori deputati democratici alla Camera USA, Hakeem Jeffries, ha commentato: “Hegseth è il prossimo”. Lasciando intendere che un eventuale fallimento militare contro l’Iran potrebbe travolgere il segretario alla Guerra.
Fra gli aspetti più appariscenti dell’escalation “spasmodica” con cui gli Stati Uniti si vedono costretti ad alzare il livello della lotta contro un avversario che “osa” essere tenace, c’è dal 31 marzo 2026 l’impiego dei bombardieri pesanti Boeing B-52H Stratofortress, i venerabili “dinosauri” in servizio da oltre sessant’anni, considerato che gli esemplari della versione H, l’ultima prodotta, sono usciti di fabbrica nel 1961-1962 e poi più volte rimodernati in motori, armamento e sistemi elettronici di bordo.
Il capo di Stato Maggiore delle forze armate americane, generale Dan Caine, ha spiegato il 31 marzo che i B-52 possono ora essere utilizzati sull’Iran in quanto l’antiaerea avversaria sarebbe stata così degradata da non costituire più un pericolo per i vistosi colossi a otto motori, ancora preziosi data la loro capacità di carico di ben 32 tonnellate di bombe o missili nella loro capiente stiva, armamento che da solo costituisce una grossa percentuale del peso totale, immenso, dell’aeroplano, stimato in 226 tonnellate al decollo, per 56 metri d’apertura alare e 48 metri di lunghezza.
Caine ha detto che i giganteschi B-52 vengono usati per “interdizione distruzione delle catene logistiche e di approvvigionamento che alimentano le strutture iraniane di produzione di missili, droni e navi da guerra”.
Lo scopo è quello di impedire agli iraniani di ripristinare le scorte negli arsenali, specialmente missilistici, bombardati fin dai primi giorni del conflitto. Caine ha inoltre aggiunto che si stanno colpendo “i centri produttivi nascosti nel cuore dell’Iran”.

E che dall’inizio del conflitto, nell’arco di un mese “sono stati colpiti 11.000 obiettivi”, oltre al fatto che “gli Stati Uniti continuano ad affermare il proprio dominio sulla marina iraniana, di cui 150 navi sono state messe fuori combattimento”.
La sagoma del B-52 che fa capolino in questa guerra come estremo mezzo di distruzione, ma anche di pressione politica e diplomatica, ricorda fin troppo da vicino lo spettro del Vietnam e della difficile e sofferta fuoriuscita americana da quel conflitto che vide gli USA sconfitti.
Era il dicembre 1972 e l’allora presidente Richard Nixon scatenò la tremenda offensiva aerea “Linebacker II” inviando centinaia di B-52 sopra il Vietnam del Nord, saturandolo letteralmente di bombe per indurre la dirigenza di Hanoi a un tavolo negoziale che consentisse a Washington di ritirarsi da una guerra troppo lunga, costosa e contestata in patria.
Insomma, per salvarsi la faccia. S’arrivò così agli accordi di Parigi del gennaio 1973 che consentirono agli americani di disimpegnarsi, di fatto lasciando a sé stesso il Vietnam del Sud che infine venne fagocitato dal Nord nel 1975.
Ricorsi storici a parte, l’escalation americana si alimenta anche con il prossimo arrivo, previsto in un paio di settimane, della portaerei USS George H. Bush e del suo gruppo navale, salpati dalla base di Norfolk il 31 marzo e diretti verso il Mediterraneo Orientale, in sostanziale rimpiazzo del gruppo della portaerei USS Gerald Ford, ritiratasi dal teatro per “un incendio a bordo” e riparatati dapprima nella base di Suda, a Creta, poi allo scalo di Spalato, in Croazia.

Il Carrier Strike Group della portaerei Bush è composto dall’omonima portaerei, che imbarca uno Squadron di caccia F/A-18F Hornet, 3 Squadron di F/A-18E, uno Squadron di EA-18G, più uno Squadron di velivoli da ricognizione radar AEW E-2D Hawkeye, uno di convertiplani CMV-22B Opsrey, uno Squadron di elicotteri MH-60R e uno di MH-60S, più 3 navi cacciatorpediniere classe Arleigh Burke, ossia USS Mason, USS Ross, e USS Donald Cook.
Quanto alla USS Ford, l’ambasciata USA in Croazia ha diramato che è approdata a Spalato il 28 marzo per una “visita portuale programmata e lavori di manutenzione”, dopo la precedente sosta a Creta.
Resta la domanda se davvero un possente e costoso strumento di guerra come la Gerald Ford, un mostro lungo 337 metri e dislocante 100.000 tonnellate, prima unità della nuova classe Ford che nei prossimi anni dovrebbe rimpiazzare le unità classe Nimitz, al netto dei problemi causati da sofisticazioni come le nuove catapulte di decollo elettromagnetiche al posto delle tradizionali e più affidabili a vapore, possa essere messa in ginocchio da “un incendio nella lavanderia e un guasto all’apparato fognario”.

Dovrebbe trattarsi di un’unità capace anche di sopportare un certo livello di danni di battaglia, almeno in teoria. Allo stesso modo, resta dibattuto l’episodio dello scorso 25 marzo, quando gli iraniani, a detta loro, sarebbero riusciti a colpire e danneggiare la portaerei USS Abraham Lincoln nel Mare Arabico, costringendola ad allontanarsi dalle coste persiane.
Il comandante della Marina Iraniana, contrammiraglio Shahram Irani, ha affermato che la Lincoln è monitorata e che le sue forze sono pronte a colpirla ancora con missili se entrasse nel loro raggio d’azione.
Gli iraniani rivendicano di averla danneggiata, causando un incendio a bordo, utilizzando un missile da crociera antinave Qader, lanciabile da batterie costiere, ma sembra anche da aeroplani, e capace di un raggio d’azione di 300 km.
Derivato da una riprogettazione iraniana del missile cinese C-802, il Qader porta una testata esplosiva di 200 kg ed è in grado di volare radente in “sea-skimming” fra 3 e 5 metri sopra il pelo dell’acqua a una velocità alto-subsonica attorno a Mach 0,8-0,9, ovvero all’incirca fra 980 e 1100 km/h, offrendo un bersaglio comunque non facile da individuare, specie se, come è ipotizzabile, lanciato nell’ambito di una operazione combinata con, eventualmente, altri missili o droni lanciati verso il bersaglio da direzioni differenti per distrarre le difese.
Corsa contro il tempo
Anche se non è dato sapere se effettivamente la portaerei USS Lincoln sia stata colpita, per quanto un singolo missile possa aver causato solo danni limitati a una nave così grande, nonostante le incursioni americane e israeliane sulle basi missilistiche dei pasdaran, l’Iran sta ancora mantenendo una notevole capacità di reagire, di cui possiamo fare solo alcuni esempi.
Una pericolosità che sarebbe dovuta anche all’aiuto della Russia in termini di intelligence e tracking satellitare, prezioso contro le navi, ma anche contro obbiettivi fissi come le basi americane in Arabia Saudita.
Il 28 marzo un portavoce del quartier generale Khatam al-Anbiya, Ebrahim Zolfaghari, ha affermato che “una nave di supporto appartenente all’esercito americano invasore è stata colpita a notevole distanza dal porto di Salalah, in Oman”, circostanza che non è stata confermata dagli americani.
Lo stesso giorno, Zolfaghari ha annunciato “la distruzione di due aerei cisterna americani sulla base di Al Kharj, in Arabia Saudita”. Il 31 marzo e il 1° aprile gli iraniani hanno colpito due petroliere, una presso Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, la seconda al largo del Qatar. Il 1° aprile droni iraniani Shahed hanno colpito e incendiato serbatoi di carburante all’Aeroporto internazionale di Kuwait City.

Poi, il 2 aprile, son stati colpiti due simboli della società occidentale Hi Tech, ovvero datacenter rispettivamente di Amazon nel Bahrein e di Oracle a Dubai. In particolare, in occasione dell’attacco al datacenter di Amazon, i pasdaran hanno diffuso tale comunicato: “ l’Iran ha attaccato il centro di cloud computing di Amazon in Bahrein, distruggendolo. Amazon si sta ritirando dalla regione.
Se gli attacchi all’Iran dovessero continuare puniremo in modo molto più severo le prossime aziende che abbiamo già annunciato”.
Il 2 aprile l’agenzia di stampa iraniana Fars ha annunciato che l’Iran si prepara ad attaccare varie altre infrastrutture nella regione, fra cui vari ponti strategici, come il Ponte Allenby, che collega la Cisgiordania amministrata da Israele e la Giordania, il Ponte Adam sul fiume Giordano e il Ponte Re Fahd che collega il Bahrain e l’Arabia Saudita, oltre a vari altri ponti in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti.
Per dare un’idea della continuità della ritorsione iraniana, il 27 marzo l’esercito del Bahrein ha dichiarato di aver intercettato in un mese, fino a quel momento, ben 154 missili e 362 droni iraniani, poi il 31 marzo il ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha diramato di aver intercettato dall’inizio del conflitto 433 missili balistici, 19 missili da crociera e ben 1977 droni. Solo il giorno 31 l’antiaerea emiratina ha abbattuto ben 36 droni e 12 missili, di cui 8 balistici e 4 da crociera. Nello stesso periodo, la Giordania, secondo la rete Al Arabiya, ha intercettato “151 missili balistici e 118 droni iraniani”.
Il 26 marzo il generale iraniano Abolfazl Shekarchi sosteneva che i contrattacchi delle forze di Teheran con missili e droni sulla regione avessero “ucciso fra 600 e 800 soldati americani e feriti 5000”, colpendo un totale di 17 basi americane nel Golfo Persico.

Ieri il Pentagono ha ammesso che sono 365 i militari americani feriti dall’inizio dell’Operazione Epic Fury, oltre a 13 morti. Dei feriti in azione, la maggior parte è costituita dai 247 soldati dell’Esercito, seguiti da 63 della Marina, 19 Marines e 36 membri dell’Aeronautica.
A fine marzo i danni alle forze aeree americane venivano così quantificate nell’arco di un mese: almeno 2 F-35 danneggiati dalla difesa aerea iraniana, tre F-15E Strike Eagle abbattuti per errore dalla difesa aerea kuwaitiana e almeno un altro abbattuto dagli iraniani , 1 KC-135 distrutto a seguito di uno scontro aereo, 1 KC-135 danneggiato a seguito di uno scontro aereo, diversi KC-135 distrutti o danneggiati a seguito di attacchi iraniani alla base aerea saudita che li ospita dove è stato distrutto anche un areo AWACS E-3 Sentry (Nelle foto sopra e sotto), 14 droni MQ-9 Reaper abbattuti dalla difesa aerea iraniana, 1 elicottero UH-60 danneggiato da un drone FPV nella base aerea dove era schierato .
Ieri le Forze armate iraniane hanno affermato di aver colpito un F-35 e abbattuto prima un F-15E, poi un A-10 e infine un F-16 statunitensi. Secondo quanto riportato dai media statali iraniani, che citano una dichiarazione dell’ufficio stampa dell’esercito, il velivolo A-10 Thunderbolt II si è schiantato nelle acque del Golfo Persico dopo essere stato intercettato e preso di mira dai sistemi di difesa aerea iraniani nei pressi dello Stretto di Hormuz.
Il pilota sarebbe stato messo in salvo. La dichiarazione giunge poche ore dopo l’abbattimento di un caccia F-15E Strike Eagle sui cieli dell’Iran e l’A-10 faceva parte del dispositivo messo in campo per recuperare i due piloti in territorio iraniano.

Anche due elicotteri statunitensi impegnati nelle operazioni di ricerca dell’F-15 abbattuto e nel soccorso dell’equipaggio sono stati colpiti dal fuoco iraniano: i militari a bordo sono tutti illesi secondo un funzionario statunitense citato dalla NBC.
Un funzionario israeliano ha detto alla CNN che Tel Aviv ha rinviato alcuni degli attacchi aerei pianificati in Iran al fine di non ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso dei due membri dell’equipaggio del caccia statunitense abbattuto sopra l’Iran.
Trump si è rifiutato di discutere i dettagli delle operazioni di ricerca e soccorso in corso in Iran dopo l’abbattimento dell’aereo americano confermando che uno dei due piloti è stato recuperato mentre l’altro risulta disperso. Alla domanda se gli eventi odierni influenzeranno i negoziati con l’Iran, il presidente ha risposto: “No, assolutamente no. No, è guerra. Siamo in guerra“.
Il 3 aprile Trump ha presentato al Congresso un bilancio della difesa record di 1.500 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2027, il più ampio incremento su base annua dalla Seconda Guerra Mondiale. Tale richiesta include circa 200 miliardi di dollari in finanziamenti aggiuntivi a sostegno dell’attuale impegno militare nei confronti dell’Iran.
Frattanto solo il 31 marzo è stato divulgato dall’Associated Press che foto satellitari confermano i danni causati da un attacco iraniano contro la base aerea americana di Al Udeid, in Qatar, importante avamposto del comando Centcom USA, sferrato lo scorso 15 marzo. Anche se una struttura della base è visibilmente danneggiata, Qatar e Stati Uniti non lo hanno ancora ammesso ufficialmente.

Le immagini provengono da Planet Labs PBC, una società con sede a San Francisco utilizzata da diverse testate giornalistiche, tra cui l’AP. Planet Labs ha imposto un ritardo di due settimane nella pubblicazione delle immagini, temendo che possano essere utilizzate da “attori avversari”.
Per contro, fonti da Iran International asseriscono che, alla data del 31 marzo, le incursioni aeree israeliane e americane avevano ucciso 4.770 fra pasdaran e altri membri delle forze armate del regime di Teheran, e 20.880 sarebbero stato feriti.
Quanto alle vittime civili, il 2 aprile l’Agenzia di stampa per i diritti umani Hrana calcolava in 1606 civili, fra cui 244 bambini, il tributo di sangue iraniano. Fra le vittime civili, ci sarebbero anche 21 persone massacrate fin dal primo giorno, il 28 febbraio, in una palestra e una scuola a Lamerd, nei pressi di una struttura della Guardia Rivoluzionaria nel Sud dell’Iran, in quello che è stato il primo, drammatico, “battesimo del fuoco” del nuovo missile tattico americano PrSM, Precision Strike Missile, con gittata da 500 km, che spargendo su una vasta area le sue submunizioni a frammentazione, banalmente “a grappolo”, di fatto sembra ironicamente contraddire la conclamata “precisione”, concetto che pare fare a pugni con quello di saturazione areale.
Si ricorderà che lo stesso giorno un missile Tomahawk della US Navy aveva colpito una scuola femminile a Minab, uccidendo 175 persone, in massima parte ragazzine che frequentavano l’istituto.
Parallelamente, lo sforzo bellico israeliano sta colpendo molto a fondo l’Iran, anche nel tentativo di arginare i continui lanci di missili balistici su Israele. Il 24 marzo le forze armate israeliane rendevano noto di aver colpito fino a quel momento 3000 obbiettivi in Iran.

In particolare, in quelle ore “decine di caccia dell’Aeronautica israeliana, operando sulla base di informazioni di intelligence hanno completato una vasta ondata di attacchi contro infrastrutture del regime iraniano nel cuore di Teheran. Hanno preso di mira diversi centri di comando chiave del regime iraniano, tra cui due centri di comando dell’Organizzazione di intelligence dei pasdaran (IRGC) e un centro di comando del ministero dell’Intelligence iraniano. Durante la notte, l’Aeronautica ha colpito più di 50 obiettivi, tra cui siti di stoccaggio e lancio di missili balistici”.
Nei giorni seguenti l’Aeronautica israeliana ha bombardato diversi siti di produzione di armi iraniani nell’area di Teheran.
Uno degli impianti colpiti produceva le testate dei missili. Centrati anche un sito di ricerca e sviluppo per componenti di “armamenti avanzati”, un sito di produzione di componenti per missili balistici e uno per la produzione, la ricerca e lo sviluppo per missili anticarro e antiaerei, oltre ad altri armamenti, e siti di lancio di missili balistici e antiaerei.
Fra gli obbiettivi dei caccia israeliani F-35I Adir ed F-16 Sufa, anche gli impianti nucleari di Arak e Yazd, come spiega un comunicato israeliano: “Sono stati attaccati, con 50 velivoli in tre ondate, l’impianto di acqua pesante di Arak, un’infrastruttura chiave per la produzione di plutonio utilizzato nelle armi nucleari, nonché una fabbrica unica del suo genere in Iran per la produzione di esplosivi necessari nel processo di arricchimento dell’uranio, situata a Yazd”.

Il 31 marzo un attacco, non è chiaro se israeliano o americano, ha messo fuori uso l’impianto di desalinizzazione dell’acqua marina sull’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Il 1° aprile è stato bombardato il quartier generale dei pasdaran a Sud di Ahvaz, poi il 2 aprile un raid sul ponte B1 a Karaj ha ucciso 8 persone, ferendone 95.
La guerra prosegue quindi senza esclusione di colpi, ma l’Iran, almeno fino a questo momento, si sta dimostrando resiliente e il prolungarsi dei tempi rischia di riproporre il problema dell’esaurimento delle armi sofisticare su cui contano israeliani e americani. In oltre un mese, su Israele sono stati lanciati 400 missili, di cui, secondo il portavoce militare israeliano, tenente colonnello Nadav Shoshani, “è stato intercettato il 92%”.
Da quanto riferito il 3 aprile da fonti della CNN, i servizi di intelligence statunitensi hanno valutato che circa la metà dei veicoli lanciamissili balistici iraniani sia ancora intatta, malgrado più di un mese di intensi bombardamenti statunitensi e israeliani in tutto il Paese.

Tuttavia, alcune delle rimanenti piattaforme di lancio non sarebbero attualmente accessibili, hanno aggiunto le fonti alla CNN, essendo state sepolte sotto le macerie a seguito delle ondate di attacchi aerei. Contrariamente alla valutazione statunitense, Israele ha dichiarato a marzo di aver distrutto o reso inutilizzabili circa il 60 per cento dei 470 veicoli lanciatori di missili balistici dell’Iran.
Il 4 aprile fonti d’intelligence citate dal New York Times hanno riferito che gli iraniani stanno riparando rapidamente i bunker sotterranei colpiti da bombardamenti statunitensi e israeliani, riportandoli in funzione poche ore dopo gli attacchi.
Carenza di missili da difesa aerea
Ma non è tutto rose e fiori. Il 23 marzo l’impatto di due missili iraniani a Dimona, non lontano dal cuore del programma nucleare israeliano, e ad Arad, è stato imputabile a un “malfunzionamento del sistema antimissile Fionda di Davide”, ammesso dalle forze armate ebraiche.
Il 27 marzo il Wall Street Journal dava notizia che Israele stava iniziando a razionare i missili antimissile: “Israele ha iniziato a razionare l’uso di intercettori missilistici di alto livello, sperando di preservare le scorte delle sue armi difensive più capaci di fronte ai bombardamenti quotidiani iraniani che non si sono fermati durante quattro settimane di guerra.”
Lo Stato ebraico ha fatto finora un uso massiccio dei suoi intercettori Arrow di punta per abbattere missili balistici nella guerra e nel conflitto con l’Iran lo scorso giugno.

Recentemente ha utilizzato versioni aggiornate del suo sistema David’s Sling, progettato per abbattere razzi e missili balistici a corto raggio, con l’obiettivo di intercettare varietà di raggio più grande e lungo, con risultati alterni.
La decisione di utilizzare munizioni meno capaci riflette la pressione a cui sono sottoposte i militari in tutta la regione mentre consumano armi costose e difficili da produrre per respingere gli attacchi dei missili e droni prodotti in massa dall’Iran”. Problema simile si sta ponendo agli Stati Uniti, costretti a sguarnire le altre posizioni nel resto del mondo, se il conflitto dura troppo e la produzione di antimissili nuovi non riesce a coprire il consumo.
Il capo del Pentagono Hegseth ha affermato che la scorta di missili Patriot sarebbe “estremamente consistente”, ma la produzione non è cresciuta molto, dai 500 esemplari all’anno nel 2024 è passata a 600 nel 2025 e dovrebbe toccare 650 nel 2027.
Tuttavia per soddisfare i bisogni complessivi degli USA e dei loro alleati, contando anche le richieste dell’Ucraina e aggravate ora dalla crisi iraniana, dovrebbe arrivare a 2.000 all’anno.
In gennaio i dirigenti di Lockheed avevano annunciato un accordo col Pentagono per aumentare la produzione di Patriot a 2000 annui, ma la tabella di marcia dell’accordo è di ben 7 anni, ci vuole tempo e nell’immediatezza della guerra con l’Iran la scarsità è un forte rischio.
Intanto il Washington Post il 28 marzo ha ricordato l’allarme sull’esaurimento possibile per i missili da crociera Tomahawk delle forze armate USA, contando che in queste quattro settimane di guerra ne sono stati sparati ben 850, mentre le acquisizioni di nuovi Tomahawk ogni anno sono, al momento, di circa 57 esemplari per il nuovo bilancio, al costo di 3,6 milioni di dollari l’uno.
Le scorte totali di Tomahawk del Pentagono ammontavano prima del conflitto a 4000 esemplari, di tutte le versioni (alcune capaci di portare armamento nucleare, non impiegabili in tale conflitto) e certo gli Stati Uniti non possono diminuirle troppo avendo impegni globali, specie nel Pacifico, che non possono tenere sguarniti.

Dalla sola Cina proveniva il 79% delle 85.000 tonnellate metriche di tungsteno prodotte a livello globale nel 2025. Più il conflitto dura, quindi, più la situazione può farsi critica per gli Stati Uniti e Israele, in rapporto alle disponibilità di munizioni e in generale ai costi lievitanti che devono subire comunque gli inevitabili limiti dettati dalla sostenibilità economica.
Aspetti finanziari
In particolare, poi, la guerra contro l’Iran può contribuire a minare lo status del dollaro in quanto petroldollaro, valuta di riferimento per il commercio globale di petrolio, a cui potrebbe, col tempo, essere preferito lo yuan cinese.
Il che causerebbe gradualmente l’affondare della superpotenza americana, dato che il biglietto verde viene stampato a iosa dalla Federal Reserve senza alcun ancoraggio all’oro, ma sostenuto unicamente da fiducia e prestigio. Ha spiegato Mallika Sachdeva, strategist di Deutsche Bank: “Il conflitto potrebbe essere il catalizzatore per l’erosione del dominio del petrodollaro e l’inizio della nascita del petroyuan”.
Un segnale di allerta quando salgono le chance di recessione negli Usa, tra conflitto e alti prezzi del greggio: Moody’s Analytics le stima al 48,6% nei prossimi 12 mesi mentre Goldman Sachs al 30%.
Per decenni, a partire dagli anni ’70, le relazioni di Washington con gli Stati del Golfo hanno poggiato sull’intesa implicita di protezione Usa per l’accesso alle fonti di energia dell’area, di quotazione del petrolio in dollari e di reinvestimento di centinaia di miliardi di proventi nell’acquisto di armi, tecnologie, azioni e bond americani.
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Assetti che hanno spinto il biglietto verde a valuta di riserva mondiale. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman e Bahrein hanno le loro valute ancorate al dollaro, con riserve di sostegno in 800 miliardi.
Una cifra che va oltre i 6.000 miliardi nei fondi sovrani del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Nella sua nota, Sachdeva sostiene che il regime del petrodollaro fosse già sotto pressione prima della guerra, con la gran parte del greggio mediorientale diretto in Asia: l’oro nero russo e iraniano, soggetto a sanzioni, è già scambiato in valute diverse dal dollaro.
E l’Arabia Saudita ha localizzato la sua industria della difesa e sperimentato pagamenti del petrolio in valute diverse dal dollaro. Adesso, l’Iran, starebbe consentendo il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che i pagamenti per il petrolio siano in yuan.
La Cina, oltre a essere partner storico, è soprattutto il principale cliente petrolifero dell’Iran, importando a sconto il 90% della produzione di Teheran. Sulla tenuta economica Usa, intanto, aumentano i timori.
Secondo Wilmington Trust, le chance di recessione sono al 45%, e possono salire “rapidamente nel caso di un severo e prolungato conflitto in Medio Oriente”.
In tempi normali, i rischi di recessione in 12 mesi sono del 20%. Allo stato “sono elevati e in aumento. La minaccia è reale“, ha notato Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics.
Anche perché negli Usa è “improbabile che i produttori statunitensi di petrolio e gas aumentino a breve la propria produzione, nonostante l’impennata dei prezzi”, ha chiarito Mike Sommers, il numero uno dell’American Petroleum Institute (Api), la più grande associazione a stelle e strisce del settore.
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Rispetto alle precedenti crisi petrolifere, i produttori americani non hanno incrementato la produzione, in parte perché molti temono che gli attuali prezzi siano troppo volatili, ha aggiunto Sommers.
Che ha sollecitato Washington ad assicurare l’apertura di Hormuz, da cui transita circa il 20% della produzione mondiale di greggio, non essendo più ipotizzabile di lasciare Teheran “in una posizione tale da consentirgli di controllare lo Stretto con un qualsiasi drone lanciato nel canale in un giorno qualunque”.
Trattative fantasma
Trump ha sostenuto a fine marzo che “è stato ottenuto un cambio di regime”, cosa non vera, solo perché sono subentrati nuovi leader a quelli uccisi nelle prime settimane del conflitto, ma la Repubblica islamica, sistema collegiale e non personalistico, in realtà resta in piedi, per ora, e seguita a lanciare ordigni per rappresaglia.
Ha evocato la figura del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, come interlocutore privilegiato essendo considerato “ragionevole”, ma alternando bastone e carota: “Gli Stati Uniti sono in serie discussioni con il nuovo e più ragionevole regime iraniano per mettere fine alle operazioni militari. Grandi progressi sono stati fatti, ma se per qualsiasi ragione un accordo non sarà raggiunto e lo Stretto di Hormuz non sarà aperto immediatamente, concluderemo il nostro soggiorno in Iran distruggendo completamente i loro impianti elettrici, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg, probabilmente anche gli impianti di desalinizzazione”.

Ma Trump, pur sostenendo che si tratta di un interlocutore affidabile non ha esitato a minacciarlo velatamente, dicendo il 1° aprile in un’intervista alla ABC: “Stiamo parlando con Ghalibaf, sappiamo dove vive”.
Quasi a evocare una sua possibile uccisione mirata nel caso in cui “sgarri” rispetto alle aspettative della Casa Bianca. Tuttavia, secondo quanto riferito nella serata del 2 aprile dalla televisione israeliana Channel 12, “sarebbero ancora in corso colloqui indiretti tra il vicepresidente statunitense JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, tramite la mediazione del capo dell’esercito pakistano, il feldmaresciallo Syed Asim Munir”.
Le reazioni al proclama di Trump non si sono fatte attendere e non fanno sperare per il meglio. Il portavoce del quartier generale del comando militare di Teheran, Ibrahim Zolfaghari, ha promesso il 2 aprile “attacchi devastanti” contro Stati Uniti e Israele: “Non sapete nulla delle vaste e strategiche capacità della Repubblica islamica e dovrete pagare il prezzo dell’aggressione che avete scatenato”.
E il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei: “L’Iran non sopporterà il circolo vizioso di guerra-negoziati-cessate il fuoco, per poi ripetere lo stesso schema. Questo è catastrofico non solo per l’Iran, ma per l’intera regione e oltre”.

Venendo assalito due volte in meno di un anno, a giugno 2025 e a marzo 2026, in barba a negoziati in corso, l’Iran non si fida probabilmente più della diplomazia americana. Ciò verrebbe confermato da fonti di intelligence USA che il 1° aprile riferivano al New York Times che l’Iran non è disposto a negoziati in quanto “non crede agli Stati Uniti e non ritiene Trump serio”.
In particolare: “Teheran si ritiene in una posizione di forza nel conflitto e non ritiene di dover accogliere le richieste americane”.
Il pessimismo lo si è visto sui mercati poiché il 2 aprile il prezzo del petrolio è tornato a salire, nell’aspettativa di una guerra ancora lunga, infatti il greggio Brent è aumentato del 4% toccando 105,55 dollari al barile e il WTI del 3%, a 103,16 dollari al barile. Nelle ore seguenti, i prezzi sono arrivati ad aggirarsi sui 110 dollari al barile, consolidando una tendenza al rialzo costante.
Ciò, paradossalmente, sembra dare corpo alle battute con cui il titolare iraniano agli Esteri, Araghchi, ha liquidato le minacce trumpiane di riportare Teheran “all’età della pietra” a suon di bombe: “C’è una differenza evidente tra il presente e l’età della pietra. Allora non si estraevano né petrolio né gas in Medio Oriente. Il presidente degli Stati Uniti e gli americani che lo hanno eletto sono sicuri di voler tornare indietro nel tempo?”.
Anche perché una crisi diffusa e permanente della produzione petrolifera in tutta la regione significa insidiare il valore stesso del dollaro in quanto “petroldollaro” condiviso.

Particolarmente preoccupata è la Cina, che importa la maggior parte del petrolio estratto nella regione persica, e non a caso la portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Mao Ning ha chiesto “la fine immediata delle ostilità”: “Lo strumento militare non può risolvere il problema in modo sostanziale e l’escalation dei conflitti non è nell’interesse di nessuna delle due parti”.
La Cina è sensibile anche perché in questi giorni sta proponendo insieme al Pakistan un suo piano di pace in cinque punti. L’idea è scaturita con l’incontro a Pechino fra il ministro cinese Wang Yi e quello pachistano Ishaq Dar, che si presentano come mediatori chiedendo: un cessate il fuoco immediato, l’avvio di colloqui di pace il prima possibile, la cessazione degli attacchi contro i civili e obiettivi non militari, come siti energetici, il rapido ripristino del passaggio sicuro per le navi civili e commerciali nello Stretto di Hormuz e un accordo di pace con il sostegno dell’ONU.
Il ministro Dar ha detto inoltre all’agenzia Reuters di “aver avuto contatti con gli Stati Uniti”, ma non ha confermato ancora il possibile arrivo a Islamabad di una delegazione USA.
Fin dal 30 marzo, tuttavia, Teheran ha ribadito, per bocca di Baghaei, che “l’Iran non ha avuto negoziati diretti con gli Stati Uniti” che ci soni stati solo “messaggi ricevuti tramite intermediari, fra cui il Pakistan, che indicavano la volontà degli Stati Uniti di avviare colloqui avvertendo che ogni volta che gli Stati Uniti parlano di diplomazia, ciò dovrebbe destare sospetti”.

Baghaei ha aggiunto: “Il nostro compito è chiaro, a differenza dell’altra parte, che continua a cambiare posizione. L’Iran è stato chiaro sulla propria posizione fin dall’inizio, e sappiamo molto bene quale sia il quadro di riferimento che stiamo considerando. Il materiale che ci è stato trasmesso contiene richieste eccessive e irragionevoli”.
Il quadro delle presunte trattative, ancorché semplici contatti, resta quindi confuso e non aiuta, anzi intorbidisce ancor più le acque, l’asserzione fatta il 30 marzo dal segretario di Stato americano Marco Rubio secondo il quale “nella leadership iraniana potrebbero esserci fratture” e “ci sono persone che, in privato, stanno dicendo le cose giuste”.
La CBS News affermava fin dal 24 marzo che gli Stati Uniti hanno contattato l’Iran per il tramite di Pakistan e Oman, al che Trump si era espresso in quei giorni con eccessivo ottimismo, a cui Ghalibaf ha reagito negando che fossero in corso veri negoziati e bollando le pretese della Casa Bianca come “fake news utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e per uscire dalla situazione di stallo in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele”.

Poi, il 29 marzo, Ghalibaf ha accusato gli Stati Uniti di guadagnare tempo con l’inscenare dei colloqui dalla portata gonfiata per avere il tempo di radunare ulteriori forze nel Golfo Persico in modo da tentare di salire un nuovo gradino dell’escalation nella misura sufficiente a presentarsi politicamente come vincitori: “Il nemico finge di inviare messaggi sui negoziati e sul dialogo, mentre segretamente pianifica un attacco di terra. Non sa che il nostro popolo attende l’arrivo dei soldati americani sul nostro territorio per aprire il fuoco e punire per sempre i loro compagni nella regione”.
Negli ultimi giorni di marzo Washington e Teheran hanno cassato a vicenda le reciproche condizioni.
Da parte dell’Iran le sei condizioni contemplanti: la garanzia che il conflitto non si ripeta, la chiusura delle basi militari statunitensi nella regione, il pagamento di un risarcimento all’Iran, la fine della guerra contro tutti i gruppi regionali affiliati all’Iran, l’attuazione di un nuovo regime giuridico per lo Stretto di Hormuz e il perseguimento penale e l’estradizione degli operatori dei media anti-iraniani. Condizioni che Washington ha ritenuto irricevibili.

Come, di riflesso, gli iraniani hanno considerato irricevibile il piano USA con 15 richieste, non rese pubbliche nel dettaglio, ma che dalle indiscrezioni circolate comprenderebbero: la consegnare delle scorte di uranio arricchito, lo stop all’arricchimento dell’uranio, la limitazione del programma di missili balistici, la fine del sostegno iraniano alle varie milizie, sciite e non, della regione, specie Hezbollah, Houthi e Hamas, la riapertura dello Stretto di Hormuz, impegni sulla sicurezza della navigazione e un cessate-il-fuoco lungo volto a favorire accordi meglio perfezionati.
Ieri l’Iran avrebbe respinto una proposta di cessate il fuoco di 48 ore avanzata dagli Stati Uniti, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Fars. “Il 2 aprile, gli Stati Uniti hanno proposto un cessate il fuoco di 48 ore attraverso uno dei Paesi amici”, ha dichiarato una fonte citata nella notizia.
La proposta è giunta in seguito all’escalation delle tensioni e delle sfide affrontate dalle forze statunitensi nella regione”.
Secondo l’agenzia di stampa, l’Iran non ha risposto per iscritto, ma ha replicato “sul campo” continuando i pesanti attacchi. La fonte ha inoltre affermato che “gli sforzi diplomatici statunitensi per fermare i combattimenti si sono intensificati, in particolare dopo un attacco segnalato a un deposito militare statunitense sull’isola di Bubiyan, in Kuwait”.

Teheran ha poi attaccato l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) accusandola di parzialità. ”Il silenzio dell’AIEA riguardo agli attacchi statunitensi e israeliani contro impianti nucleari utilizzati per scopi pacifici” è ”chiara complicità con i responsabili” ha reso nota l’Organizzazione iraniana pr l’energia atomica (AEOI) in un post su X, denunciando questa “negligenza storica” come un’erosione della “poca credibilità rimasta” all’AIEA.
Ieri fonti del Wall Street Journal hanno reso noto che i tentativi del Pakistan di mediare un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran sono giunti a una fase di stallo. Secondo alcuni mediatori l’Iran non è disposto a incontrare i funzionari statunitensi a Islamabad nei prossimi giorni perché le richieste degli Stati Uniti sono inaccettabili.
La scorsa settimana il Pakistan ha annunciato che avrebbe ospitato nei prossimi giorni i colloqui tra Stati Uniti e Iran per cercare di porre fine alla guerra: un’iniziativa sostenuta da Arabia Saudita, Turchia ed Egitto. I mediatori affermano di essere al lavoro sulle nuove proposte per avvicinare i due Paesi a una soluzione, valutando anche la possibilità di spostare eventuali negoziati a Doha o Istanbul.
Secondo il WSJ il Qatar si sta rifiutando di svolgere un ruolo chiave nella mediazione per mettere fine alla guerra nonostante le richieste in tal senso di USA e altri Paesi della regione. La scorsa settimana il Qatar ha comunicato ai funzionari statunitensi di non essere interessato a svolgere un ruolo chiave nella mediazione o a guidarla, stando alle stesse fonti.
Coalizione per Hormuz
Proprio il problema di Hormuz, che ancora il 2 aprile Araghchi ha dichiarato “chiuso ai paesi alleati di USA e Israele”, ma aperto a una serie di nazioni, dalla Cina alla Thailandia, alla stessa Russia come confermato la sera del 2 aprile dal consigliere presidenziale Yuri Ushakov, a cui Teheran ha accordato il permesso di transito, resta un nodo così potenzialmente dirompente sull’economia mondiale, da poter bastare, per il momento, in caso di riapertura, a giustificare un cessate il fuoco.
Negli ultimi giorni il transito è stato consentito in acque iraniane o omanite anche a navi turche, francesi, indiane e di diverse nazioni asiatiche.
L’Iran potrebbe istituire tre diverse categorie di Paesi per regolare l’accesso allo Stretto di Hormuz ha riferito oggi al Jazeera. I Paesi “amichevoli” passerebbero liberamente, quelli neutrali pagando un pedaggio, mentre verrebbe vietato il transito alle nazioni considerate “ostili”.
Secondo recenti rapporti di intelligence statunitensi citati oggi dall’agenzia Reuters. è “improbabile” che l’Iran apra presto lo Stretto di Hormuz. Per Teheran il controllo sulla più vitale arteria petrolifera del mondo rappresenta l’unica vera leva nei confronti degli Stati Uniti, hanno detto tre fonti secondo cui l’Iran continuerà a bloccare lo stretto per mantenere alti i prezzi dell’energia e fare pressione su Donald Trump affinché trovi una rapida via d’uscita dalla guerra.

Secondo i rapporti la guerra, concepita per annientare la forza militare dell’Iran, potrebbe in realtà’ accrescerne l’influenza regionale, dimostrando la capacità di Teheran di minacciare le vie di navigazione. Trump ha cercato di minimizzare la difficoltà di riaprire lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita un quinto del commercio mondiale di petrolio e ieri ha lasciato intendere di poter ordinare alle forze statunitensi di riaprire il passaggio.
“Nel tentativo di impedire all’Iran di sviluppare un’arma di distruzione di massa, gli Stati Uniti hanno consegnato all’Iran un’arma di destabilizzazione di massa”, ha affermato Ali Vaez, direttore dell’Iran Project presso l’International Crisis Group, un’organizzazione per la prevenzione dei conflitti.

Theran, ha detto Vaez, comprende che la sua capacità di influenzare i mercati energetici mondiali attraverso il controllo dello stretto “è’ molto più potente persino di un’arma nucleare”. Un funzionario della Casa Bianca, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha affermato che Trump è “fiducioso che lo stretto sarà aperto molto presto” ed é stato chiaro sul fatto che all’Iran non sarà permesso di regolare il traffico marittimo dopo la guerra.
Anche per questo si rincorrono le voci secondo cui, se nei prossimi giorni giungessero segnali di compromesso su Hormuz, gli Stati Uniti potrebbero considerarlo sufficiente a una cessazione, almeno temporanea, del conflitto. Lo scorso 26 marzo, il Wall Street Journal ha riferito che il presidente USA avrebbe espresso ai suoi collaboratori la necessità di “una rapida conclusione del conflitto entro poche settimane”, possibilmente prima del previsto incontro a Pechino con il presidente cinese Xi Jinping, ipotizzato, ma non ancora fissato con certezza, per la metà di maggio.

Trump, ha poi scherzato il 28 marzo sulla sua esortazione agli iraniani all’apertura di Hormuz, dicendo: “Devono aprire lo Stretto di Trump… voglio dire Hormuz. Scusate, mi dispiace tanto. Un errore terribile”. Ha quasi voluto porre il suo sigillo sull’antica regione persiana, in modo analogo a quanto ha fatto con il Golfo del Messico, da lui ribattezzato unilateralmente “Golfo d’America”.
Nel frattempo, rispondendo alle pesanti critiche di Trump alla NATO, il premier britannico Keir Starmer ha convocato per la mattina del 2 aprile un vertice in teleconferenza con i ministri degli Esteri di 35 paesi, poi saliti a 40, fra europei ed extraeuropei, sulla possibilità di azioni per sbloccare la navigazione nello stretto.

Mentre è stata divulgata l’anticipazione, per i prossimi giorni, di un vertice fra Trump e il segretario della NATO Mark Rutte, che sarebbe atteso a Washington in aprile inoltrato, da Londra si sono tirate le fila del vertice per Hormuz, presieduto dalla ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper, che ha delineato la possibilità di una missione navale internazionale per porre in sicurezza il transito.
La responsabile della diplomazia britannica ha accusato l’Iran per il blocco dello stretto e i lanci di ordigni sui paesi del Golfo: “Questi attacchi sconsiderati stanno incidendo sui tassi dei mutui e sui prezzi del carburante nel Regno Unito, così come sul carburante per aerei a livello globale, sui fertilizzanti destinati all’Africa e sul gas per l’Asia. Nostro compito è prendere decisioni nell’interesse nazionale del Regno Unito e la cosa migliore per il costo della vita è che il conflitto finisca”. Secondo le Nazioni Unite, ben 2000 navi sono rimaste bloccate nel Golfo Persico.

Ma per risolvere la situazione, la cosiddetta nascente “coalizione per Hormuz” intende dapprima pensare a strumenti politici e diplomatici, riservando la possibilità dell’impiego di unità navali per “scorta, pattuglia e sminamento” a quando “il conflitto si attenuerà”, ovvero in caso di cessate il fuoco.
Il vertice in teleconferenza dovrebbe fare da apripista a successivi consulti fra rappresentanti militari dei rispettivi paesi per studiare una eventuale operazione aeronavale di protezione.
Ma i dubbi permangono e i paesi mobilitati da Starmer devono anzitutto fare una cernita delle opzioni praticabili. La rappresentante Esteri dell’Unione Europea, l’estone Kaja Kallas, ha invocato un rafforzamento della missione navale Aspides, il cui mandato riguarda tuttavia il Mar Rosso, come possibile abbozzo di un impegno europeo esteso alle acque di Hormuz: “La missione navale Aspides dell’UE ha già assistito 1700 navi nel Mar Rosso e deve essere potenziata. Non possiamo permetterci di perdere un’altra rotta commerciale cruciale. Sosteniamo il lavoro delle Nazioni Unite sui corridoi umanitari nello Stretto per far arrivare cibo e fertilizzanti. L’UE dispone di strumenti per tracciare e facilitare il transito che potrebbero essere d’aiuto in tal senso”.
Che poi l’ambizione di Starmer a farsi promotore di una coalizione per Hormuz sia legata al probabile avvicinarsi alla regione di un importante sottomarino britannico, potrebbe essere plausibile.
Infatti, già dal 22 marzo il Daily Mail ha riportato che fin dal 6 marzo il sottomarino a propulsione nucleare Anson era salpato da Perth, in Australia, per fare rotta verso il Mare Arabico. Ai primi di aprile dovrebbe ormai essere arrivato da giorni nella zona, sebbene il Ministero della Difesa di Londra tenga la bocca cucita sulla sua missione.

Essendo una unità della classe Astute, l’Anson (nella foto sotto) è un sottomarino da attacco in grado di colpire per centinaia di miglia nell’entroterra di coste ostili, essendo armato con qualche decina di missili da crociera Tomahawk nella versione Block IV, da 1600 km di gittata, oltre a siluri Spearfish per le azioni contro navigli.
Non è chiaro se possa eventualmente tenersi pronto a un intervento britannico a fianco degli Stati Uniti, che per il momento pare improbabile, oppure a operazioni internazionali focalizzate alla bonifica di Hormuz, oppure ancora alla mera consegna ai cacciatorpediniere americani schierati nella zona, di alcuni dei propri Tomahawk per rimpinguare rapidamente scorte in rapido declino senza intaccare, per il momento, gli arsenali USA.

Di certo, il presidente francese Macron, mentre si trovava in visita in Corea del Sud nello stesso giorno del tele-vertice di Londra, ha definito “irrealistica” l’opzione di una forzatura dello stretto manu militari: “C’è chi sostiene la liberazione dello Stretto di Hormuz con la forza attraverso un’operazione militare, una posizione talvolta espressa dagli Stati Uniti. È irrealistica perché richiederebbe un tempo eccessivo ed esporrebbe chiunque attraversasse lo stretto alle minacce costiere delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (i pasdaran), che dispongono di risorse considerevoli, nonché di missili balistici e di una serie di altri rischi”.
Secondo Parigi, quindi, meglio evitare il ricorso a una flotta militare, almeno finché l’Iran seguita a essere pericoloso, il che rimanda alle domande sull’effettiva degradazione delle sue capacità militari, anche in relazione al tempo necessario.
Secondo la testata Politico, tuttavia, che cita come fonti degli imprecisati “diplomatici a conoscenza dei fatti”. la Francia starebbe assistendo il governo del Bahrein nel preparare una bozza di risoluzione da presentare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, sulla base del Capitolo 7 della Carta ONU, autorizzerebbe l’uso delle armi per riaprire lo stretto di Hormuz. Si tratterebbe di un progetto di risoluzione di cui starebbero parlando in questi giorni al Palazzo di Vetro di New York i delegati di Francia, Stati Uniti e vari paesi del Golfo.

Un eventuale “cappello legale” fornito dalle Nazioni Unite, effettivamente, toglierebbe alibi ai paesi europei, che non sentendosi impegnati come NATO, potrebbero considerarsi chiamati in causa come corresponsabili della tenuta dell’economia globale nel caso il blocco, che comunque non è totale, durasse troppo tempo.
Nella serata del giorno 2 s’è poi appreso, dal ministro degli Esteri del Bahrein, Abdullatif bin Rashid Al Zayani, dell’incipiente votazione della risoluzione che prevederebbe, fra l’altro “autorizza gli Stati membri a usare tutti i mezzi difensivi necessari e proporzionati alle circostanze, nello stretto di Hormuz e nelle acque adiacenti, comprese le acque territoriali degli Stati rivieraschi situati all’interno o ai confini dello stretto di Hormuz, per garantire il transito e scoraggiare tentativi di chiudere, ostacolare o altrimenti interferire con la navigazione internazionale attraverso lo stretto di Hormuz”.
A margine del vertice di Londra, la premier italiana Giorgia Meloni s’è consultata telefonicamente con Starmer, esprimendo una comune posizione anglo-italiana relativa a una “urgenza della de-escalation”, sebbene i segnali prevalenti vadano in tutt’altra direzione.
La necessità di un mandato ONU è stata ricordata nel collegamento con Londra anche dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che ha sottolineato soprattutto la necessità di un “corridoio umanitario” per le navi che trasportano fertilizzanti, in modo da evitare carestie diffuse su scala globale. Poiché da Hormuz passa un’enorme quota dei fertilizzanti sintetici del mondo, la loro carenza si farà sentire.
Fino all’attacco israelo-americano all’Iran transitavano cargo carichi del 46% dell’urea esportata via mare al mondo e del 30% dell’ammoniaca.

Le conseguenze sulla produzione agricola si avranno fra 6-9 mesi, quando matureranno i raccolti che hanno sofferto l’attuale carenza di fertilizzanti, e l’impatto sui prezzi, per i consumatori, si protrarrà al 2027.
Il costo dei fertilizzanti è già cresciuto in un mese di guerra: l’urea agricola è salita da 436-494 a 604-710 dollari per tonnellata, da 436-494 dollari prima della guerra.
Secondo il World Food Program dell’ONU, ci saranno nel mondo almeno 45 milioni di persone in più toccate dall’insicurezza alimentare se la guerra non finirà entro giugno, mentre il possibile ricorso di gran parte dei paesi africani e asiatici ai fertilizzanti prodotti dalla Russia, che è fra i maggiori produttori, col 23 % dell’export di ammoniaca, il 14 % di urea agricola, e, insieme alla Bielorussia, del 40 % di derivati del potassio, sta spingendo Mosca a valutare una ristrutturazione del mercato mondiale di tali prodotti.

Ciò però ha spinto nel frattempo, i russi a sospendere momentaneamente, dal 21 marzo fino al 21 aprile l’esportazione di nitrato di ammonio, misura decisa dal ministero dell’Agricoltura russa “per dare priorità al soddisfacimento delle esigenze del mercato interno durante le operazioni agricole primaverili e di garantirne la continuità”.
Anche la Cina, maggior produttore di fertilizzanti, ha ridotto le esportazioni, tenuto conto del fatto che ha come priorità la propria colossale produzione agricola per nutrire circa un miliardo e mezzo di abitanti.
Dal canto suo il governo dell’Iran, che considera la sua posizione strategica sul passaggio di Hormuz come una delle sue più formidabili “armi”, e per giunta indistruttibile, dopo aver approvato, nel Parlamento di Teheran, la proposta di far pagare pedaggi per il transito, starebbe studiando insieme all’Oman, l’altro rivierasco dello stretto, un nuovo protocollo per regolare il traffico navale nella zona.

Il Financial Times ha segnalato il 2 aprile che i paesi del Golfo Persico meditano di investire in nuovi oleodotti per ovviare al trasporto via mare attraverso quel passaggio obbligato: “Il rischio di un controllo iraniano permanente sullo Stretto di Hormuz sta spingendo i Paesi del Golfo a riconsiderare costosi progetti per oleodotti alternativi. Nuove condotte sono l’unico modo per ridurre la vulnerabilità cronica della regione”.
Secondo il Financial Times, la guerra ha mostrato l’importanza dell’oleodotto saudita East-West, che sbocca sul Mar Rosso, definito “linea vitale fondamentale”, col suo volume di 7 milioni di barili di greggio al giorno che evitano lo stretto, sebbene sul Mar Rosso le petroliere che li imbarcano siano potenziali bersagli delle milizie Houthi.
Tuttavia costruire un nuovo oleodotto del genere costerebbe 5 miliardi di dollari, stima il giornale inglese, che salirebbero a 20 miliardi nell’ipotesi di opere che passino da Iraq e Giordania. Le soluzioni a una crisi che potrebbe essere epocale, quindi, in termini di riassetti strutturali dell’economia mondiale, si presentano lunghe e costose, ma è proprio il fattore tempo quello più critico.
Ieri infine Trump ha affermato che con più tempo a disposizione gli Stati Uniti potrebbero “facilmente aprire lo Stretto di Hormuz, prendere il petrolio e fare una fortuna”, definendo la prospettiva “una manna per il mondo“.
Foto: US Department of War, Royal Navy, Wikipedia, Casa Bianca, Fars, Tasnim, Anadolu e Telegram
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Mirko MolteniVedi tutti gli articoli
Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.






