Tregua di due settimane ma il vincitore (per ora) è l’Iran

 

 

Donald Trump ha accettato di sospendere i bombardamenti e gli attacchi all’Iran per due settimane, “a condizione che la Repubblica Islamica dell’Iran acconsenta all’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz“, ha spiegato sul suo social Truth, affermando che “si tratterà di un cessate il fuoco bilaterale”.

Il presidente statunitense ha quindi fermato le ostilità nel moment6o in cui aveva minacciato la massima recrudescenza degli attacchi all’Iran accogliendo la proposta che era stata avanzata dal premier pakistano Shehbaz Sharif, sottolineando che “il motivo di questa decisione è che abbiamo giù raggiunto e superato tutti gli obiettivi militari e siamo a buon punto con un accordo definitivo riguardante la pace a lungo termine con l’Iran e la pace in Medio Oriente. Abbiamo ricevuto una proposta in 10 punti dall’Iran e riteniamo che costituisce una base praticabile su cui negoziare”.

Trump cerca quindi di spacciare l’accordo per una vittoria militare conseguita sul campo di battaglia e che avrebbe indotto l’Iran ad accettare di negoziare.

Il Segretario alla Guerra, Pete Hergseth, come al solito “più realista del re”, ha dichiarato che ”siamo noi che controlliamo il loro destino e non viceversa, ecco perché si sono seduti al tavolo dei negoziati”. E ora, dopo l’accordo di un cessate il fuoco di due settimane, ”c’è la possibilità di una pace vera e di un accordo reale”.

Il presidente Trump, “ha fatto la storia. Nessun altro presidente ha mostrato la sua determinazione” ha aggiunto Hegseth, sottolineando che l’operazione Epic Fury ha “decimato” l’Iran. “In 38 giorni abbiamo smantellato l’Iran, rendendolo incapace di difendere la sua popolazione. Abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi.  L’Iran ha implorato per avere un cessate il fuoco, Gli Stati Uniti hanno raggiunto una vittoria militare fondamentale: il programma missilistico iraniano è stato distrutto, ha detto, e il cessate il fuoco significa che l’Iran “non avrà mai un’arma nucleare”.

Ieri il Comando centrale delle forze armate statunitensi (CENTCOM) ha riferito che oltre 13.000 obiettivi iraniani erano stati colpiti dall’inizio del conflitto. Secondo Hrana, ong in difesa dei diritti umani con sede negli Stati Uniti, quasi 3.600 persone sono state uccise negli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran dall’inizio della guerra lo scorso 28 febbraio, tra cui almeno 1.665 civili. Tra le vittime, almeno 248 erano bambini, ha affermato l’ong fondata da attivisti iraniani. Almeno 49 civili sono stati uccisi e altri 58 feriti ieri, secondo l’ong, che ieri ha registrato 573 attacchi in 20 province in 24 ore, il numero di attacchi più alto registrato negli ultimi dieci giorni.

Casa Bianca e Pentagono cercano quindi di spacciare l’accordo raggiunto grazie ai negoziatori pakistani guidati dal feldmaresciallo Asim Munir (capo delle forze armate di Islamabad e precedentemente a capo dei servizi dell’intelligence) sostenuto dalla Cina, per la conseguenza dei successi militari ottenuti in 38 giorni di guerra.

Diversi aspetti dell’accordo per il cessate fuoco sembra invece raccontare una storia diversa.

Secondo quanto scrive Iran Daily News, i punti dell’accordo sono questi:

  1. Impegno di non aggressione
  2. Mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz (ma il passaggio prevederà un pedaggio, hanno annunciato i media americani).
  3. Accettazione dell’arricchimento dell’uranio
  4. Revoca di tutte le sanzioni primarie
  5. Revoca di tutte le sanzioni secondarie
  6. Abrogazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
  7. Abrogazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Governatori della Banca Europea degli Investimenti (BEI)
  8. Pagamento di un risarcimento all’Iran
  9. Ritiro delle forze combattenti statunitensi dalla regione
  10. Cessazione della guerra su tutti i fronti, compreso quello contro Hezbollah in Libano (punto che il premier israeliano Netanyahu ha già detto di rifiutare).

La proposta in 10 punti formulata dall’Iran non sembra certo quella di una nazione sconfitta, include una serie di condizioni che Washington ha respinto in passato come la revoca di tutte le sanzioni contro l’Iran, il mantenimento del controllo di Teheran sullo Stretto di Hormuz, il ritiro dei militari USA dalle basi in Medio Oriente e la fine degli attacchi contro la Repubblica islamica e i suoi alleati, compreso Hezbollah in Libano.

Inoltre, prevede lo sblocco dei beni iraniani congelati e una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che renda vincolante qualsiasi accordo. Nella versione in farsi, Teheran ha incluso anche una frase sulla “accettazione dell’arricchimento dell’uranio ” per il suo programma nucleare, assente tuttavia nella versione in inglese diffusa ai media.

Circa lo Stretto di Hormuz, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha affermato che il passaggio sicuro attraverso lo Stretto sarà consentito sotto la gestione militare iraniana. Secondo alcune fonti, il piano consentirebbe all’Iran di imporre una tassa fino a 2 milioni di dollari per ogni nave che transita attraverso il passaggio marittimo, da dividere con l’Oman.

Il denaro ricavato verrebbe poi riutilizzato da Teheran per la ricostruzione al posto dei risarcimenti per i danni subiti negli attacchi israeliani e statunitensi che in precedenza Teheran pretendeva da Tel Aviv e Washington.

Da chiarire cosa intendesse Trump quando, in un’intervista a ABC News, ha affermato che sta valutando la possibilità di creare una “joint venture” con Teheran per istituire dei pedaggi nello Stretto di Hormuz.

Da quanto emerge quindi, l’Iran non è certo stato sconfitto né subisce le condizioni tipiche di una nazione vinta: anzi, otterrà risarcimenti per la ricostruzione post-bellica che invece di venire pagati dalle nazioni che hanno devastato l’Iran con migliaia di bombe e missili, verranno saldati attraverso il “pedaggio di Hormuz” che ricadrà sulle nazioni che utilizzano l’energia proveniente da quella regione, quindi principalmente europei e asiatici, non certo Stati Uniti e Israele.

La comunità internazionale, europei in testa, pagherà quindi il conto della guerra scatenata da USA e Israele: finora lo hanno pagato in termini di energia scarsa e a prezzi esorbitanti, da domani lo pagheranno in termini di pedaggi intesi come tassa per la ricostruzione.

Il piano di cessate il fuoco consente a Iran e Oman, che gestiranno congiuntamente lo Stretto, di applicare un pedaggio alle navi in transito nello Stretto di Hormuz mentre prima della guerra il passaggio era libero e gratuito per tutti, considerato una via navigabile internazionale.

Un cambiamento non certo irrilevante e che non definisce certo la sconfitta dell’Iran. Anche in termini politici e militari Teheran ha ribadito che la sua partecipazione ai colloqui di Islamabad di venerdì dipende da un cessate il fuoco anche in Libano, dove gli israeliani hanno scatenato in queste ore l’offensiva più pesante per strappare a Hezbollah il territorio tra il confine e il fiume Litani.

Se Israele non cesserà gli attacchi e non si ritirerà dal territorio libanese, l’Iran potrebbe annullare la riapertura dello Stretto di Hormuz secondo quanto ha scritto il Wall Street Journal.

Mentre anche il Pakistan ha fatto sapere che la tregua riguarda anche le operazioni israeliane in Libano Tel Aviv sembra avere idee diverse, ha lamentato di non aver partecipato formalmente ai negoziati con l’Iran e ha espresso il proprio disappunto dopo aver appreso che l’accordo è stato finalizzato in una fase avanzata senza essere consultato.

 

Una tregua fragile

Per tutte queste ragioni la tregua risulta fragile. Trump promette dazi a chi fornisse armi all’Iran durante la tregua: “A qualsiasi Paese che fornisca armamenti all’Iran verranno applicati immediatamente dazi al 50% su tutte le merci vendute agli Stati Uniti, con effetto immediato” ha scritto su Truth.

Anche nei paesi arabi del Golfo si è continuato a sparare dopo l’annuncio della tregua. Le forze armate kuwaitiane “hanno rilevato e neutralizzato, nelle ultime 24 ore, un totale di quattro missili balistici nemici e 42 droni nemici nello spazio aereo” dell’emirato, ha annunciato questa mattina il quartier generale delle forze armate kuwaitiane per il quale l’Iran “ha preso di mira diverse infrastrutture appartenenti alla Kuwait Petroleum Corporation, oltre a centrali elettriche e impianti di desalinizzazione dell’acqua”. Dall’inizio del conflitto, il Kuwait ha rilevato 15 missili da crociera, 354 missili balistici e 845 droni d’attacco lanciati dall’Iran, ha aggiunto.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno affermato che 17 missili e 35 droni iraniani hanno preso di mira il loro territorio nonostante l’annuncio del cessate il fuoco. “Gli attacchi iraniani dall’entrata in vigore del cessate il fuoco hanno coinvolto 17 missili balistici e 35 droni che sono stati neutralizzati con successo dalle difese aeree”, ha dichiarato il ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti in una dichiarazione su X

L’Arabia Saudita ha intercettato e distrutto ieri 11 missili balistici lanciati dall’Iran verso la Provincia orientale del Regno. Lo ha reso noto il ministero della Difesa saudita, aggiungendo che alcuni detriti sono caduti nelle vicinanze di impianti energetici e la valutazione dei danni è in corso. Nelle scorse ore, secondo quanto riferito dallo stesso ministero saudita, la difesa ha anche abbattuto 18 droni.

In seguito alle “continue violazioni del cessate il fuoco temporaneo” da parte di Israele “contro il Libano e la resistenza islamica”, l’Iran “sta valutando i piani per condurre un’operazione di deterrenza contro le posizioni militari israeliane nei territori occupati“, riporta l’agenzia iraniana Fars, citando una fonte militare e di sicurezza.

Anche la Lega araba, dopo aver accolto con favore l’accordo per un cessate il fuoco di due settimane, ha definito “naturale e logico che l’accordo, annunciato dal Pakistan, includa anche il Libano”, ha sottolineato. “Su queste basi, la Lega Araba invita gli Stati Uniti a garantire che tale accordo venga imposto a Israele, che continua la sua campagna aggressiva contro il Libano senza curarsi dell’accordo raggiunto“.

La Lega Araba insiste poi sulla necessità “che l’Iran cessi immediatamente tutti i suoi attacchi militari contro gli Stati arabi, riapra lo Stretto di Hormuz alla navigazione marittima e garantisca l’approvvigionamento energetico. Qualsiasi futuro accordo raggiunto tra gli Stati Uniti e l’Iran deve salvaguardare gli interessi degli Stati arabi del Golfo che sono stati oggetto di attacchi iraniani, rispettarne la sovranità e tenere conto dei fattori determinanti fondamentali per la loro sicurezza”.

 

Vincitori e vinti?

La realtà che emerge dall’accordo è una vittoria strategica dell’Iran, certo pagata a caro prezzo e una umiliazione militare per Stati Unii e Israele.

Il sospetto è che ancora una volta dopo la guerra dei 12 giorni scatenata nel 2025 da Israele contro l’Iran, le forze militari dello Stato ebraico e degli Stati Uniti stessero per finire le munizioni da difesa aerea.

La carenza di missili antimissile, antiaerei e antidroni, dovuta all’intenso consumo di queste costose armi e illustrata da diverse fonti fin dai primi giorni di guerra inclusi Analisi Difesa e il centro studi britannico RUSI, aveva reso la guerra all’Iran non più sostenibile. Neppure per le monarchie arabe del Golfo bersagliate dagli ordigni iraniani e ormai con scarse riserve di armi da difesa aerea.

Gli Stati Uniti avevano fatto affluire missili Patriot e Talon (sistema THAAD) dal Pacifico e dalla Corea mentre Israele, secondo diverse fonti, aveva razionato l’impiego dei missili Arrow antibalistici commissionando un nuovo lotto “con urgenza” di Arrow 3 mentre l’Iran disporrebbe ancora, secondo le stime, di oltre 1.700 missili balistici e migliaia di droni.

Le dichiarazioni trionfali di Trump e Hegseth potranno galvanizzare i “tifosi” ma non dovrebbero incantare nessuno.

Degli obiettivi, spesso confusi, dichiarati dai vertici americani e israeliani in questa guerra nessuno è stato raggiunto:

  1. Il regime ha ancora un controllo che appare saldo sull’Iran e non vi sono state rivolte significative né su base né di tipo politico.

 

  1. Il programma balistico iraniano non è stato annientato. Le riserve di missili balistici sono ancora considerevoli e secondo fonti d’intelligence citate da CNN il 3 aprile circa la metà dei lanciamissili mobili iraniani è ancora intatta e migliaia di droni d’attacco rimangono negli arsenali dei pasdaran. Fonti citate da The New York Timese da Haaretz convergono sul fatto che le forze iraniane stanno riparando rapidamente i bunker missilistici sotterranei colpiti da attacchi americani e israeliani, ripristinandoli spesso entro poche ore. Haaretz conferma che molti lanciatori riportati come “distrutti” erano in realtà solo temporaneamente disabilitati, “tappati” all’interno di bunker sotterranei. L’Iran ha sviluppato metodi per riaprire questi siti in 12 ore, utilizzando attrezzature ingegneristiche per rimuovere i detriti e riprendere i lanci, anche da condotti improvvisati.

 

  1. Il programma nucleare iraniano, ammesso che esistesse nella sua dimensione militare, non sembra essere stato annientato né è stata eliminata la riserva di oltre 400 chili di uranio arricchito. In ogni caso l’Iran aveva già firmato un accordo in proposito nel 2015 e a fine febbraio, come confermano i mediatori omaniti, era pronto ad ampie concessioni a questo proposito.

 

  1. Lo Stretto di Hormuz, che prima della guerra era di libero transito, oggi è saldamente in mano all’Iran che lo gestirà a pagamento insieme all’Oman e del resto negli ultimi giorni d9verse nazioni di tutto il mondo hanno aperto trattative con Teheran per consentire il transito delle proprie petroliere e gasiere.

Alla luce di queste considerazioni l’Iran esce evidentemente vincitore in questo conflitto e il fatto stesso che Trump non abbia respinto immediatamente il piano in 10 punti che include persino il ritiro delle basi americane dal Golfo e il controllo dell’Iran su Hormuz.

Elementi che dimostrano, al contrario da quanto sostengono Trump e Hegseth, quanto fossero limitate le opzioni militari ancora a disposizione di Washington e Tel Aviv.

Del resto la guerra era stata mal pianificata e perseguiva obiettivi ampi quanto confusi, come hanno fatto sapere fin dai primi giorni di marzo gli ambienti dell’intelligence e militari statunitensi; le forze statunitensi non sono state in grado di proteggere gli alleati arabi e si sono visti distruggere le proprie basi nel Golfo. All’Iran invece, per vincere era sufficiente resistere.

Foto: US Department of War, Casa Bianca, Tasnim e FARS

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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