Le prospettive del controllo di Trump sul greggio venezuelano

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che le principali compagnie petrolifere statunitensi torneranno in Venezuela con “miliardi di dollari” di investimenti, ponendo il rilancio dell’industria energetica del Paese sudamericano al centro del piano di transizione che seguirà la cattura di Nicolas Maduro.
“Faremo tornare le nostre grandissime compagnie petrolifere, le più grandi al mondo, per sistemare le infrastrutture danneggiate e iniziare a produrre ricchezza per il Paese”, ha affermato Trump, poche ore dopo l’operazione militare che ha portato alla cattura del leader venezuelano.
Trump ha definito l’obiettivo come l’estrazione di “una ricchezza enorme” dalle riserve venezuelane, le più grandi al mondo con oltre 300 miliardi di barili stimati. “Non lasceremo il Venezuela andare all’inferno come hanno fatto altri. Lo gestiremo come si deve“, ha affermato, promettendo un ruolo centrale per l’industria petrolifera americana nella ricostruzione del Paese.
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L’intervento ha suscitato perplessità tra analisti ed esperti del settore. Jason Bordoff, direttore del Center on Global Energy Policy della Columbia University, interpellato dal quotidiano britannico “Financial Times”, ha avvertito che un approccio basato su espropri e accesso privilegiato per le compagnie statunitensi potrebbe avere un impatto globale sull’immagine di Washington.
“Sarebbe una svolta epocale nel modo in cui il mondo vede gli Stati Uniti e il loro settore energetico”, ha detto nonostante le promesse, gli investimenti necessari per rilanciare l’industria petrolifera venezuelana sono enormi. Secondo la società di consulenza Rystad, occorrerebbero almeno 65 miliardi di dollari per mantenere la produzione ai livelli attuali fino al 2040 e oltre 100 miliardi per riportarla a 2 milioni di barili al giorno.
Chevron, unica compagnia statunitense ancora presente nel Paese, ha dichiarato che continuerà a operare “in conformità con tutte le normative vigenti”, ma non ha fornito dettagli su eventuali piani di espansione.
L’azienda dispone attualmente di circa 3 mila dipendenti in Venezuela e opera sotto una licenza speciale concessa dall’amministrazione Trump. Il presidente statunitense ha anche invocato la necessità’ di risarcire le compagnie espropriate in passato.
ExxonMobil e ConocoPhillips, tra le società colpite dalle nazionalizzazioni del governo guidato da Hugo Chavez – storico predecessore di Maduro – attendono ancora il pagamento di risarcimenti arbitrali rispettivamente da 1,6 miliardi e 8,37 miliardi di dollari. Trump ha più volte fatto riferimento a questi casi per giustificare la rimozione di Maduro, parlando di “petrolio rubato”.

L’embargo sulle esportazioni venezuelane rimane formalmente in vigore, e la capacita’ del Paese di aumentare la produzione in tempi brevi è limitata. “Non possiamo ancora dichiarare missione compiuta per il settore petrolifero venezuelano, dopo decenni di declino”, ha avvertito Helima Croft, analista di RBC Capital Markets ed ex funzionaria della CIA.
Il piano annunciato dal presidente statunitense Donald Trump per rilanciare la produzione petrolifera in Venezuela potrebbe costare fino a 130 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. E’ quanto riferisce il quotidiano spagnolo “El Mundo”, sottolineando che solo la manutenzione della rete infrastrutturale esistente – attualmente in condizioni fatiscenti – comporterebbe una spesa di almeno 20 miliardi di dollari. Il Venezuela possiede le maggiori riserve di greggio al mondo, ma produce meno di 800 mila barili al giorno, contro i 3,7 milioni del 1997.
Secondo l’analisi, il 90 per cento del petrolio venezuelano è estratto nella Cintura dell’Orinoco, con caratteristiche simili al bitume canadese: un prodotto pesante, ricco di zolfo, che richiede raffinazione costosa e impianti assenti nel Paese.

Il solo costo di costruzione di uno di questi impianti ammonterebbe a 20-30 miliardi di dollari. Malgrado la cattura di Nicolas Maduro e l’impegno promesso da Trump per attrarre investimenti, le grandi compagnie petrolifere internazionali restano prudenti a causa dei bassi prezzi del greggio, delle sanzioni, delle criticità ambientali e delle incognite legali. Secondo Wood Mackenzie, riportata dal quotidiano spagnolo, riportare la produzione a 3 milioni di barili al giorno comporterebbe spese fra 85 e 130 miliardi di dollari.
Attualmente, le esportazioni venezuelane ammontano a circa 750 mila barili al giorno, di cui la maggior parte destinati alla Cina. Gli Stati Uniti ricevono solo una quota limitata nell’ambito di un accordo tra Chevron e il governo di Caracas per il rimborso di debiti. Anche Cuba riceve circa 30 mila barili al giorno, un flusso che rischia di interrompersi in caso di cambio di scenario politico. Diversi analisti osservano che, nonostante l’enorme potenziale, il Venezuela oggi ha un ruolo marginale nel mercato globale del petrolio, e un ritorno ai livelli produttivi del passato richiederà almeno un decennio.
(con fonte Agenzia Nova)
Foto PDVSA e Casa Bianca
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