Il dispaccio segreto del 2006 che svela la strategia degli USA contro il Venezuela

 

C’è un momento preciso in cui la retorica sulla promozione della democrazia smette di essere una formula rassicurante e diventa un progetto di potere. Quel momento è fissato in un documento classificato “Segreto”, datato 9 novembre 2006, proveniente dall’ambasciata statunitense a Caracas e reso pubblico anni dopo da WikiLeaks.

Non è un’analisi accademica, non è un commento a posteriori. È un manuale operativo, scritto a caldo, che racconta come gli Stati Uniti abbiano tentato di incidere dall’interno sul sistema politico venezuelano guidato da Hugo Chávez.

Il documento descrive, senza giri di parole, il ruolo svolto dall’agenzia statunitense USAID e in particolare dal suo Office of Transition Initiatives. Il linguaggio è burocratico, ma il contenuto è politico nel senso più pieno del termine: plasmare equilibri, orientare comportamenti, creare fratture. Altro che cooperazione allo sviluppo.

 

La strategia in cinque punti: ingegneria del consenso

Il cablo ricostruisce la “strategia in cinque punti” elaborata dall’ambasciatore statunitense per il periodo che va dal referendum del 2004 alle elezioni presidenziali del 2006. Gli obiettivi sono elencati con una chiarezza che oggi colpisce per la sua disarmante franchezza: rafforzare istituzioni democratiche selezionate, penetrare la base politica di Chávez, dividere il chavismo, proteggere gli interessi economici vitali degli Stati Uniti, isolare il presidente venezuelano sul piano internazionale.

Non si tratta di sostenere genericamente la società civile, ma di orientarla. Non di favorire il pluralismo, ma di usarlo come leva. Il documento non nasconde che l’obiettivo finale è politico: ridurre la capacità del chavismo di presentarsi come blocco compatto e di usare gli Stati Uniti come nemico esterno capace di ricompattare il fronte interno.

 

ONG, diritti e territori: la lunga marcia nel tessuto sociale

La parte più corposa del cablo è dedicata alle attività sul terreno. Oltre 300 organizzazioni della società civile venezuelana ricevono assistenza tecnica, formazione, connessioni internazionali e soprattutto finanziamenti per oltre 15 milioni di dollari. Alcune di queste ONG nascono direttamente grazie ai programmi statunitensi. Altre vengono rafforzate e proiettate su scala regionale e globale.

I diritti umani diventano uno degli assi portanti. Programmi di formazione, reti di avvocati, osservatori carcerari, centri universitari: tutto contribuisce a costruire una narrazione strutturata del deterioramento democratico venezuelano, da esportare poi nei circuiti internazionali.

Non è solo denuncia, è produzione di senso politico. Ogni rapporto, ogni missione all’estero, ogni audizione in organismi regionali serve a consolidare un frame condiviso.

Accanto ai diritti umani, l’educazione civica. Moduli su separazione dei poteri, stato di diritto, tolleranza politica, ruolo della società civile. Programmi che raggiungono centinaia di migliaia di persone, soprattutto nei quartieri popolari. L’obiettivo dichiarato è contrastare il linguaggio chavista, appropriarsi dello stesso vocabolario democratico per svuotarlo dall’interno e riempirlo di significati alternativi.

 

Penetrare e dividere: il lavoro nelle roccaforti chaviste

È qui che il documento rivela la sua natura più esplicitamente strategica. Non basta sostenere l’opposizione. Bisogna lavorare dentro il campo avverso. ONG e programmi vengono indirizzati verso municipalità governate da sindaci chavisti, verso comunità storicamente fedeli alla rivoluzione bolivariana. Il fine è creare alleanze locali su temi concreti – servizi, rifiuti, lavoro informale – e usare queste alleanze per incrinare la lealtà politica.

Il cablo parla apertamente di leader chavisti locali che, messi sotto pressione da riforme centralizzatrici e da leggi che svuotano i poteri municipali, iniziano a scivolare verso posizioni di opposizione. È una strategia classica: alimentare il conflitto centro-periferia, trasformare il malcontento amministrativo in dissenso politico. Non serve rovesciare il sistema, basta renderlo instabile.

 

Isolare Chávez: la costruzione del fronte esterno

Il quinto punto della strategia è forse il più ambizioso. Isolare Chávez a livello internazionale significa moltiplicare viaggi, conferenze, incontri, audizioni. Le ONG venezuelane vengono portate in America Latina, in Europa, a Washington. Parlano con parlamentari, accademici, funzionari, giornalisti. Raccontano la loro versione del Venezuela, costruendo reti di solidarietà e di pressione.

Il documento elenca risultati concreti: dichiarazioni di organismi regionali, lettere di protesta, inserimento del Venezuela nelle liste di osservazione delle grandi reti internazionali della società civile. La pressione non è solo diplomatica, è simbolica. Serve a delegittimare il governo venezuelano agli occhi del mondo, a ridurre i suoi margini di manovra, a trasformare ogni scelta interna in un problema esterno.

 

Un modello esportabile

Letto oggi, questo cablo va oltre il caso venezuelano. Mostra un metodo. La combinazione di finanziamenti, ONG, diritti, educazione civica, pressione internazionale disegna una forma di conflitto che non ha bisogno di interventi militari. È una guerra politica a bassa intensità, condotta nel nome della democrazia ma orientata a risultati molto concreti.

Per questo il documento è così importante. Non perché “smascheri” una verità nascosta, ma perché rende visibile una pratica sistemica. Spiega anche, a posteriori, la durezza con cui il chavismo ha reagito contro le ONG e contro ogni forma di finanziamento estero: non come riflesso autoritario irrazionale, ma come risposta di contro-potere.

Il Venezuela del 2006 appare così per quello che è stato: un laboratorio. Un luogo in cui si è sperimentata una forma nuova di ingerenza, più sofisticata, più lenta, più difficile da denunciare. Una lezione che, nel mondo di oggi, continua a ripetersi sotto altre latitudini e con altri nomi, ma con la stessa logica di fondo: conquistare il terreno politico prima ancora che il potere.

Foto Agencia Venezolana de Noticias

 

Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.

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