Qualcuno in Europa comincia a svegliarsi?

 

 

Le spregiudicate iniziative di Trump stanno portando, più di quelle dei suoi predecessori, gli Stati Uniti a rivestire il ruolo di aggressori e pirati che operano al di sopra di leggi e convenzioni violando ogni norma e sovranità nazionale. Scenario non nuovo che sta trasformando gradualmente la percezione dagli Stati Uniti da “gendarme del mondo” a “brigante del mondo”.

Le mire di Trump sull’Emisfero Ovest, con l’ambizione più volte sostenuta di annettere il Canada agli USA, includono il controllo della Groenlandia a ulteriore dimostrazione del totale disprezzo che l’Amministrazione statunitense nutre nei confronti di un’Europa ora più che mai allo sbando sul piano strategico.

Non ha più il supporto degli USA nel confronto con la Russia contro cui era scesa in campo spinta dall’Amministrazione Biden, ma ora deve guardarsi non dall’invasione russa, da tanti pronosticata come imminente, ma da quella americana di un territorio amministrato da una nazione aderente a NATO e UE.

L’ipotesi più probabile è che si trovi un accordo per la piena autonomia della Groenlandia da Copenhagen, che potrebbe incassare compensazioni economiche per digerire l’affronto subito, e successivamente un trattato di associazione dell’isola agli USA.

 

Venezuela, Groenlandia….

Ne ha scritto il Financial Times riferendo che tra le opzioni che Trump sta valutando per ottenere il controllo della Groenlandia, vi sono l’aumento della presenza militare americana sull’isola (attualmente un centinaio in una base radar secondo il Military Balance) la creazione di un accordo di associazione sul modello dei Compact of Free Association (COFA) già adottate con alcuni arcipelaghi del Pacifico e la mai esclusa annessione con la forza militare.

Un’opzione quest’ultima che le piccole forze armate danesi non sarebbero certo in grado di contrastare ma che determinerebbe il primo conflitto aperto tra nazioni della NATO dopo quello tra Grecia e Turchia a Cipro nel 1974.

Copenaghen ha proposto un rafforzamento della cooperazione militare nell’ambito dell’accordo di difesa bilaterale del 1951, offrendo più basi statunitensi sul territorio a un Trump che continua a ripetere la colossale bugia che la Groenlandia è “circondata da navi da guerra russe e cinesi”.

Secondo FT è sul tavolo anche la proposta di trasformare le basi americane in territorio statunitense come nel caso delle due British Sovereign Area di Cipro di Akrotitry e Dhekelya.

Ipotesi che appaiono riduttive per le ambizioni di Washington a cui potrebbe piacere l’opzione dell’associazione agli USA in ambito COFA, che garantirebbe accesso militare illimitato al territorio groenlandese e la possibilità di espellere o tenere alla larga altri attori: russi cinesi ma anche europei. Washington del resto, anche sfruttando le risorse del sottosuolo, sarebbe in grado di offrire ai 60 mila abitanti della Groenlandia sussidi certo maggiori dein700 milioni di dollari versati annualmente dalla Danimarca.

In ogni caso per Copenhagen e l’Europa si tratterebbe di una disfatta e di una umiliazione senza precedenti, anche se il territorio autonomo della Groenlandia non fa parte dell’Unione europea.

Con un po’ di ironia si può esaminare il fatto che i volenterosi discutano di inviare in futuro truppe in Ucraina dopo un eventuale accordo di pace con la Russia, quando forse sarebbero più utili ora in Groenlandia come deterrente contro le mire territoriali statunitensi. Che sono potenzialmente senza limiti.

Semmai dovremmo chiederci come coloro che hanno guidato in questi anni l’Europa lanciando moniti severi circa la minaccia d’invasione russa (che per qualcuno avrebbe addirittura raggiunto Lisbona) per giustificare le disastrose decisioni adottate nel conflitto russo-ucraino, possano restare al loro posto oggi che gli “invasori” sono gli americani, a cui peraltro hanno svenduto l’intero continente.

Che fare contro l’imperialismo dei nostri “alleati”? Anche il riarmo appare una risposta inadeguata, soprattutto perché le forze militari delle nazioni europee sono equipaggiate in buona misura con armi e dotazioni “made in USA”.

Ci sarebbe da ridere se non fosse tragico. Del resto se gli europei fossero davvero alleati degli Stati Uniti di fronte alla prepotenza di Washington nei confronti della Groenlandia farebbero presente che potrebbero rispondere con la chiusura delle basi statunitensi in Europa e quindi con la fine della NATO, organizzazione di cui Trump parla da un anno come se gli USA non ne facessero parte e i cui stati membri vengono considerati come semplici acquirenti di prodotti militare americani.

Agli alleati si può anche dire no e le alleanze possono rompersi. Gli europei invece sono vassalli degli USA a tal punto da aver accettato tutti i diktat imposti negli ultimi mesi da Trump: dalle spese militari al 6% del Pil ai 600 miliardi da investire nell’industria statunitense e ai 750 miliardi per acquisire costosissimo gas americano.

Proprio come avevano accettato dall’Amministrazione Biden l’imposizione di rinunciare all’energia russa, la distruzione del Nord Stream e la Legge statunitense per la riduzione dell’inflazione che fece ponti d’oro all’industria europea affinché si trasferisse negli USA, dove l’energia costa meno.

Del resto il vassallaggio impone solitamente obbedienza cieca.

Infatti, proprio ieri, Arianna Podestà, portavoce della Commissione europea, nel corso del briefing giornaliero con la stampa, rispondendo a una domanda sulle minacce statunitensi riguardo l’annessione della Groenlandia ha affermato che “gli Stati Uniti rimangono un partner strategico dell’Unione. E con loro, come con tutti gli altri partner, lavoriamo attivamente nelle aree in cui vi sono interessi comuni. E continueremo a farlo, naturalmente, nei vari temi in cui condividiamo interessi”.

In Ucraina “condividiamo un interesse comune con gli USA, che è quello di raggiungere una pace giusta e duratura”, come testimoniato dalla riunione della Coalizione dei Volonterosi di martedì, con gli Usa “presenti e attivamente impegnati“.

Sul fronte commerciale, ha proseguito Podestà, “siamo molto convinti di aver ottenuto il miglior accordo possibile, con un livello di dazi complessivo e una certezza per le nostre imprese. Per il Medio Oriente, sosteniamo naturalmente una soluzione per Gaza e la protezione dei civili, e accogliamo con favore l’impegno degli Usa anche in questo senso”.

“Dobbiamo essere d’accordo su ogni singolo passo con i nostri partner internazionali? Certamente no. Ma rimangono partner strategici e lavoriamo con loro in modo costruttivo in tutte le aree possibili”.

Insomma, più gli Stati Uniti ci disprezzano, vessano e ora pretendono anche territori, più l’Europa è soddisfatta della cooperazione con Washington.

Non dobbiamo stupirci quindi che ieri Trump in una intervista al New York Times abbia dichiarato, con la consueta dose di autostima ed egocentrismo, che “se si guarda alla NATO, posso assicurarvi che la Russia non teme nessuno tranne gli Stati Uniti. Penso che andremo sempre d’accordo con l’Europa, ma loro devono rafforzarsi. Sono stato molto leale all’Europa. Ho fatto un buon lavoro. Se non fosse stato per me, ora la Russia avrebbe tutta l’Ucraina”.

L’autoreferenzialità degli Stati Uniti è ormai un dato di fatto con cui occorre fare i conti, specie dopo l’uscita di Washington da 66 organismi internazionali (a questo link la lista completa) definiti “contrari agli interessi degli Stati Uniti” e in buona parte legati all’ONU.

Tale decisione è legata soprattutto alla battaglia ideologica contro woke, migrazionismo, politiche gender e climatiche ma tra gli organismi da cui gli USA si ritirano ve ne sono che si occupano anche di economia e sicurezza: resta comunque un chiaro segnale che la Casa Bianca risponde solo a sé stessa.

Trump lo ha spiegato senza mezzi termini nell’intervista al The New York Times, rispondendo alla domanda se ci fossero limiti ai suoi poteri globali. “Sì, una cosa c’è: la mia morale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale. Non voglio far del male agli altri”. Alla domanda se la sua amministrazione dovesse rispettare il diritto internazionale, Trump ha risposto: “Sì, ma dipende da quale sia la definizione di diritto internazionale”.

“Dipende…” è la risposta che fornì anche l’inverno scorso a chi gli chiedeva se avrebbe rispettato l’Articolo 5 del Trattato Atlantico in caso di aggressione russa a una nazione europea alleata.

Sarà un caso, ma pochi giorni prima dell’annuncio dell’uscita dagli organismi internazionali, le Nazioni Unite avevano espresso profonda preoccupazione per l’intervento militare statunitense in Venezuela, avvertendo che l’azione degli Usa “ha minato un principio fondamentale del diritto internazionale. Nessuno Stato – ha dichiarato Ravina Shamdasani, portavoce dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani – dovrebbe minacciare o usare la forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato.

Gli Stati Uniti hanno giustificato il loro intervento sulla base della lunga e terribile storia di violazioni dei diritti umani da parte del governo venezuelano, ma la responsabilità per tali violazioni non può essere ottenuta con un intervento militare unilaterale che viola il diritto internazionale. Temiamo che l’attuale instabilità e l’ulteriore militarizzazione del Paese derivanti dall’intervento degli Stati Uniti non faranno che peggiorare la situazione“, si legge nella nota.

 

….e poi Guyana?

In realtà, al di là delle frasi di circostanza, anche in Europa c’è chi comincia a mostrare serie preoccupazioni per la “minaccia statunitense”, dopo l’attacco al Venezuela e le minacce formulate a Cuba, Colombia e Messico.

Alle critiche del governo spagnolo, si uniscono le dichiarazioni del presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier che ha duramente commentato la politica estera statunitense sotto la presidenza di Donald Trump: “C’è stato il crollo dei valori da parte del nostro partner più importante, gli Stati Uniti, che hanno contribuito a costruire questo ordine mondiale. Si tratta di impedire che il mondo si trasformi in un covo di briganti, dove chi è più senza scrupoli prende tutto ciò che vuole, dove regioni o interi Paesi vengono trattati come proprietà di poche grandi potenze”, ha affermato.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha attaccato la politica estera americana davanti agli ambasciatori di Francia (video) riuniti, criticando Washington che “si sta gradualmente allontanando” dagli alleati europei e “si svincola dalle regole internazionali“. Gli Stati Uniti – per il capo dell’Eliseo – sono preda di “un’aggressività neocoloniale” (a questo link il testo dell’intervento di Macron).

La sensibilità francese verso questo tema viene ben spiegata dal Senato che ha chiesto al governo la massima vigilanza sulla Guyana, dipartimento d’oltremare della Francia, come conseguenza diretta della politica americana nella regione e dopo l’operazione militare statunitense in Venezuela.

A lanciare l’allarme, come riferisce Le Monde, è la commissione Affari Esteri, Difesa e Forze armate del Senato che si dice “preoccupata” per le conseguenze della politica regionale di Washington. Alla luce della “nuova politica predatoria di Donald Trump in America del Sud”, evidenzia il quotidiano, Per svolgere un ruolo d’influenza nella regione caraibica, Parigi valuta di doversi rafforzare (anche sul piano militare) in Guyana.

Pertanto, dovrebbe dotarsi di risorse significativamente più consistenti se spera di affermarsi come “un attore regionale chiave”, ha affermato la commissione senatoriale che ha pubblicato un rapporto sulla missione effettuata in Guyana.

Dopo il Venezuela, il presidente Trump non ha prospettato finora mire sul territorio d’oltremare francese, sede tra l’altro del poligono spaziale di Kourou. Tuttavia, gli effetti combinati della Dottrina Monroe – invocata per giustificare il predominio degli Stati Uniti in questo emisfero – e l’emergere di nuovi stati produttori di petrolio con immense riserve – tra cui appunto Guyana e Suriname – sono sufficienti a destabilizzare il territorio francese, sostiene il documento della commissione parlamentare.

“Dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte delle forze speciali statunitensi nella notte tra il 2 e il 3 gennaio e le mire della Casa Bianca sulla Groenlandia, territorio autonomo danese, siamo molto preoccupati. Di quali risorse disponiamo per poter sopravvivere? Se la Dottrina Monroe americana dovesse espandersi domani, tutto è possibile”, ha prospettato Cedric Perrin, presidente della commissione e senatore del partito Repubblicano.

In dicembre il presidente Emmanuel Macron ha sorpreso molti sostenendo la necessità di riprendere il dialogo con la Russia e ora il Senato francese definisce ormai apertamente una minaccia l’espansionismo statunitense nelle Americhe che Macron ha definito “neocolonialismo”.

Dopo aver scardinato il paradigma europeo “Aggressore- Aggredito” vuoi vedere che la spregiudicatezza di Trump riesce anche a compiere il miracolo di far finalmente comprendere a qualcuno nel Vecchio Continente chi sono i veri nemici dell’Europa?

Foto: Casa Bianca , Presidenza della Repubblica Francese e Ministero Difesa Danese

Mappe: Wikipedia, Cartovia, Britannica e Ministero Difesa Danese

 

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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