Guerra cognitiva a nemico unico (e per giunta quello sbagliato)

 

 

Si fa un gran parlare di “guerra cognitiva” come se l’aspetto psicologico e di condizionamento culturale dell’avversario fosse la più brillante, acuta e subdola delle invenzioni moderne dopo l’intelligenza artificiale. La scoperta, in realtà, è una vera bufala, probabilmente non tanto disinteressata.

Forse non eravamo ancora usciti dalle caverne, quando provavamo a ingannare il nemico. In ogni caso, letteratura e storia sono ricolme delle narrazioni degli inganni e la nostra stessa società, intesa come “cultura” mainstream, è in gran parte il risultato di una colossale e ormai quasi secolare operazione di Psy-Ops (per chiamarla col suo nome tecnico, per nulla nuovo).

Senza arrivare a scomodare Giulio Cesare, che ingannò i suoi stessi soldati dopo la battaglia di Gergovia per giustificare una ritirata evitando che divenisse una rotta, occupiamoci solo dei tempi moderni.

Noi stessi, infatti, siamo condizionati a pensare in un certo modo principalmente perché le università statunitensi furono infiltrate dall’inoculo della Scuola di Vienna alla Columbia University. Il trapianto, che avvenne sotto la sapiente regia dell’allora GPU, poi divenuto NKVD e finalmente KGB, fu pagato in rubli.

Approfittando, per così dire, del nazismo, i membri dell’Institut für Sozialforschung divennero i componenti dell’Institute for Social Research, e così poterono condizionare in senso marxista la cultura universitaria statunitense. Applicando la “dottrina Gramsci”, ossia l’occupazione della cultura, della stampa e della magistratura (vi dice nulla?), l’Unione Sovietica aggirò gli anticorpi sociali degli Stati Uniti e formò una classe dirigente più o meno consapevolmente marxista.

Fu così che il regime comunista vietnamita riuscì a vincere una guerra militarmente e industrialmente impossibile: vincendo la battaglia interna agli Stati Uniti, e principalmente nei campus universitari.

Sempre così, con una filiazione ideologica della Scuola di Francoforte, il marxismo incendiò Parigi, nel maggio “francese” del ’68, innescando la demolizione della società europea. A loro volta, riattraversando l’Atlantico, le correnti ideologiche del decostruzionismo mineranno le basi culturali nordamericane, partorendo le teorie di genere, la “cultura” woke e le altre infelici e nefande idiozie che da decenni erodono la società occidentale.

Il vero scontro, quindi, è con l’ideologia. In questo campo il ciclone Trump travolge l’establishment progressista, su questo terreno si scontra con i Dem e con i loro interessi. Defunta l’Unione Sovietica, la disgregazione sociale non è più un fattore essenziale di vittoria ideologico-militare dell’Internazionale ma diviene un comodo fattore di dominio socio-economico da parte dei potentati finanziari.

Un uomo senza radici è l’animale economico perfetto: produce, spende e non si fa domande scomode. Se vuole un figlio se lo fa produrre e lo compra, senza la fatica e l’orpello di una famiglia, che poi implica una visione ontologica che lega ad una tradizione, a dei valori, ad un futuro da pensare e costruire. Troppo difficile, se non impossibile, da controllare.

L’ideologia, per definizione, prescinde dalla realtà. Il nemico viene preconfezionato e deciso dall’alto, ed un nemico serve sempre. Però, siccome deve essere funzionale al progetto, deve essere “comodo”, non deve sollevare troppi problemi. In questa ottica, il mainstream ha individuato il bersaglio perfetto: Putin e la Russia.

La Cina no, non va bene: troppo potente, troppo ingombrante, troppo legata economicamente e finanziariamente a troppi interessi.

L’Islam ideologico, nemico mortale da millequattrocento anni? No, nemmeno. Non sia mai che si debba poi combattere davvero, quelli uccidono. E poi, sarebbe complicato dire che è un nemico quando sono decenni che predichiamo integrazione e accoglienza per annacquare il sangue e diluire valori e ideali.

Prescindere dalla realtà, però, comporta diversi problemi, quando l’orizzonte si sposta più in là del guadagno a breve/medio termine. La realtà ha la pessima abitudine di presentare il conto, quasi sempre in modo brutale e assai poco politically correct. E ha iniziato a farlo, Trump è solo uno dei fastidiosi intralci alle “magnifiche sorti progressive”.

Certo, per accorgercene dobbiamo fare qualche sforzo, perché l’ottundimento dei sensi che la visione ideologica del mondo produce fa effetto, e rende difficile la navigazione a chi voglia alzare lo sguardo dalle comode, confortevoli, rassicuranti nebbie. Rassicuranti, si, perché una certa dose di paure bisogna pur instillarla, ma che siano paure controllabili.

E per controllare la paura il metodo è sempre quello del buon Antonio Gramsci. (Per inciso, nemo propheta in patria sua, quindi noi italiani siamo quelli che ne sanno di meno, ma non per questo la tecnica non funziona, anzi).

Quindi, con la lodevole eccezione di Milano Finanza del 9 gennaio, la stampa italiana ha bellamente ignorato una notizia che, invece, dovrebbe far riflettere. E non solo il cittadino generico medio ma l’intero apparato di difesa a livello occidentale, non solo nazionale.

Gli Emirati Arabi Uniti non concederanno più borse di studio ai cittadini che vogliano studiare nel Regno Unito, e per rinforzare il provvedimento ed evitare che i ricchi emiratini ci vadano a spese proprie non riconoscerà più valore ai titoli di studio conseguiti in Gran Bretagna.

Il motivo? Il rischio di radicalizzazione islamica è eccessivamente elevato. Inoltre, la Gran Bretagna non ha inteso dichiarare fuorilegge i Fratelli Musulmani, che l’UAE identifica come organizzazione terroristica da oltre dieci anni in compagnia di diverse altre nazioni.

Quindi, uno stato islamico – per quanto moderato – di fatto vieta ai propri cittadini -quasi tutti di fede islamica- di andare a studiare nel Regno Unito per evitare che tornino in patria indottrinati come estremisti o terroristi islamici…

Domanda: e noi, invece ce li mandiamo? Certo, senza problemi e senza porci domande scomode. In UK puoi radicalizzarti all’università, ma se preghi in prossimità di una clinica abortiva vieni arrestato.

La vittoria perfetta del decostruzionismo. Il risultato più eclatante di demolizione sociale mai conseguito nella Storia.

Consideriamo anche il peso della decisione, che non dev’essere stata semplice. Gli Emirati sono stati protettorato britannico e restano legati a Londra sotto molti aspetti con molti cittadini britannici che lavorano negli Emirati in diversi campi: finanza, cultura, consulenza, società di servizi, difesa. Eppure…

Eppure il nemico è Putin!

Ma con un effetto distorsivo non da poco. Nel ping-pong transatlantico, tra Francoforte, Columbia University, Parigi e ritorno negli USA, l’Unione Europea è in ritardo di un giro. Al di là dell’Oceano qualcuno si è svegliato, ha alzato lo sguardo sopra la nebbia e ha indagato la realtà, scoprendo nemici diversi da quelli che su questa sponda ancora ci fa comodo considerare tali.

Forse è il caso di colmare questa lacuna, che probabilmente è dovuta alla guerra cognitiva. Quella vera.

Foto: Casa Bianca, TASS, Wikipedia e Jamestown

 

Manuel Di CasoliVedi tutti gli articoli

Ha frequentato la Scuola Militare "Nunziatella" di Napoli, l'Accademia Militare di Modena e la Scuola Ufficiali Carabinieri ed è laureato in Giurisprudenza ed in Scienze della Sicurezza. Fino al 2000 è stato Ufficiale dei Carabinieri, svolgendo il proprio servizio in Sicilia, Calabria e nella Capitale. E' Professore a contratto in alcune Università italiane ed ha conseguito un Master presso l'Università di Buenos Aires. Attualmente è Global Strategies Advisor nel settore energetico e lavora tra America Latina ed Europa per società di investimento e produzione nel settore energetico. Ha ricoperto diversi incarichi come Direttore Operations, Sicurezza e Affari Legali per grandi aziende sia italiane che multinazionali ed in Expo Milano 2015.

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