Groenlandia: i dazi di Trump sbaragliano gli europei, truppe tedesche in fuga da Nuuk

L’ultimo bollettino di guerra dal “Fronte Artico” riporta notizie catastrofiche per la bellicosa Europa. I dazi aggiuntivi di Washington non si sono ancora abbattuti sulle linee di difesa europee ma è bastato paventarne l’impiego per mettere in fuga le truppe (meno di 100 militari) poste a difesa della Groenlandia e soprattutto per imporre una ingloriosa rotta alle forze tedesche (15 militari) che pure dovrebbero presto difenderci dalle orde putiniane.
Difficile non buttarla sull’ironia, ma la crisi tra quel che resta degli alleati della NATO per la Groenlandia rappresenta forse il più eclatante esempio del risultato di quattro anni di demenziale politica suicida di gran parte delle nazioni europee.
Schieratesi quasi compatte contro la Russia e al fianco dell’Ucraina con gli Stati Uniti dell’Amministrazione Biden ben determinati, fin dai tempi della presidenza Obama, a indurre l’Europa a rinunciare all’energia russa in quantità infinita e prezzi convenienti, le nazioni europee vengono ora minacciate dagli Stati Uniti dell’Amministrazione Trump per voler difendere, almeno simbolicamente, la Groenlandia dalle mire espansionistiche di Washington.

Dopo anni di propaganda dei leader europei tesa a indurci alla mobilitazione per difendere il Fianco Est contro gli “orchi” (così li chiamano gli ucraini ispirandosi ai libri di Tolkien) russi che entro pochi anni ci invaderanno per marciare fino a Lisbona, ora scopriamo che gli americani ci prenderanno alle spalle sbarcando in Groenlandia e poi forse chissà, in Islanda, nelle isole Far Oer e poi di nuovo in Normandia?
Meglio prenderla in ridere ma intanto le 8 nazioni europee che hanno inviato in tutto un centinaio di militari in Groenlandia per esprimere solidarietà alla Danimarca e al governo dell’isola e partecipare alla mini-esercitazione Arctic Endurance, sono state minacciate da Donald Trump di nuovi dazi commerciali.
Nel mirino di Trump sono finite Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi, Finlandia che hanno inviato in Groenlandia contingenti simbolici (a partire dai 2 ufficiali norvegesi) ma persino la Danimarca che nell’isola “gioca in casa”, poiché la difesa della Groenlandia è ancora competenza diretta del governo danese.
Per Trump le 8 nazioni hanno la colpa di aver inviato militari in Groenlandia “per scopi sconosciuti” e stanno “giocando una partita molto pericolosa“, mettendo in gioco “un livello di rischio insostenibile” nell’ambito “di una situazione molto pericolosa per la sicurezza e la sopravvivenza del nostro pianeta”.
I dazi quindi saliranno dal 10 al 25% a partire dal primo giugno 2026 e verranno applicati “fino a quando sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia”, ha aggiunto Trump dicendosi pronto a negoziare l’acquisto dell’isola che né Copenhagen né Nuuk sono disposti a vendere. Un vero e proprio ricatto quindi.
Trump, che mostra ancora una volta la sfrontata capacità di raccontare la Storia in base ai propri obiettivi o capricci, ha sostenuto che la Danimarca “dopo molti anni di sovvenzioni e non applicando dazi doganali o altre forme di remunerazione” dovrebbe ora “ricambiare il favore”.

Del resto il presidente statunitense ha già usato con successo l’arma del ricatto e dei dazi con gli europei, docili e proni nell’accettare di acquistare 750 miliardi di dollari di costosissima energia americana, di investire 600 miliardi di dollari nell’industria statunitense e di spendere il 5 per cento del PIL per la Difesa acquisendo soprattutto armi ”made in USA”.
Siamo stati così docili che Trump, il cui disprezzo per l’Europa è noto oltre che palese, deve aver pensato di poter continuare sulla via del ricatto per ottenere tutto ciò che vuole dagli europei.
La minaccia dei dazi appare infatti pretestuosa e utile soprattutto a umiliare gli europei e soprattutto le tre potenze Francia, Germania, Regno Unito, cioè l’asse portante dei “volenterosi” pronti a inviare oltre 10 mila militari in Ucraina ma solo poche decine in Groenlandia.
Eppure Trump “purga” gli europei per un numero ridicolo di militari inviati sul territorio danese della Groenlandia per una esercitazione di nessun rilievo militare e geopolitico e “purga” la Danimarca per schierare propri soldati sul suo territorio nazionale.
Una volontà reiterata di infliggere una sonora umiliazione agli europei che sembra aver avuto subito successo.
Certo il Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha fatto subito sapere di star “coordinando una risposta comune degli Stati Membri sul tema“, all’interno di un quadro in cui la Ue “sarà sempre molto ferma nel difendere il diritto internazionale, ovunque esso sia, e naturalmente a partire dal territorio dei suoi Stati membri”.
Successivamente, in una nota congiunta dello stesso Costa e della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, i due leader affermano che i dazi “minerebbero le relazioni transatlantiche e si rischierebbe una pericolosa spirale discendente“. Per Costa e von der Leyen “l’esercitazione danese pre-coordinata, condotta con gli alleati, risponde all’esigenza di rafforzare la sicurezza dell’Artico e non rappresenta una minaccia per nessuno”.

Peccato però che a fonte di tutte queste chiacchiere l’Unione non c’entri proprio nulla con la crisi in Groenlandia, territorio che non fa parte dell’Unione, e non abbia alcun titolo per parlare dell’esercitazione “Arctic Endurance” che è danese e non è gestita in ambito Ue.
Mentre a Copenhagen e Nuuk manifestanti sono scesi in piazza contro il diktat di Trump, diverse sono state le reazioni degli otto governi colpiti dalle minacce statunitensi.
Quello danese ieri si è detto “sorpreso” dall’annuncio di Trump anche alla luce “dell’incontro costruttivo con il vicepresidente Vance e il segretario Rubio” avuto all’inizio di questa settimana.
Oggi la premier danese, Mette Frederiksen (nella foto sotto), ha precisato che “il Regno di Danimarca sta ricevendo un grande sostegno” ed è in corso un “dialogo intenso con gli alleati, tra cui Regno Unito, Francia e Germania. Sono soddisfatta dei messaggi coerenti provenienti dal resto del continente: l’Europa non si lascerà ricattare. Allo stesso tempo, ora è ancora più chiaro che si tratta di una questione che va ben oltre i nostri confini. Vogliamo cooperare e non siamo noi a cercare il conflitto” ha concluso.

Più duro il presidente francese Emmanuel Macron, per cui “le minacce tariffarie sono inaccettabili. Nessuna intimidazione o minaccia potrà influenzarci, né in Ucraina, né in Groenlandia, né in altre parti del mondo”.
Oggi gli 8 hanno rilasciato una dichiarazione congiunta affermando che la minaccia di dazi avanzata dal presidente Usa Donald Trump rischia di innescare una “pericolosa spirale discendente e mina le relazioni transatlantiche. Esprimiamo piena solidarietà al Regno di Danimarca e al popolo della Groenlandia sulla base del processo avviato la scorsa settimana, siamo pronti a impegnarci in un dialogo basato sui principi di sovranità e integrità territoriale che sosteniamo fermamente”.
Fingendo che esista ancora l’Alleanza Atlantica, gli otto hanno aggiunto che “in qualità di membri della Nato, ci impegniamo a rafforzare la sicurezza dell’Artico come interesse transatlantico condiviso. L’esercitazione danese ‘Arctic Endurance’, coordinata in anticipo e condotta con gli alleati, risponde a questa necessità. Essa non rappresenta una minaccia per nessuno”.

Aria fritta in salsa europea, come si evince soprattutto dalla sorprendente reazione del governo tedesco che, dopo aver sottolineato ieri di aver “preso atto” delle dichiarazioni di Trump e di essere “in strettissimo coordinamento con i partner europei” al fine di “decidere insieme, a tempo debito, le reazioni più opportune”, oggi Berlino ritirato dalla Groenlandia i militari inviati a partecipare all’esercitazione a meno di due giorni dal loro arrivo a Nuuk.
Il cancelliere Frederich Merz, (nella foto sopra) che vuole fare della Bundeswehr il più grande strumento militare d’Europa, schiera una brigata meccanizzata in Lituania per difenderla da un’invasione russa inesistente ma solo 15 soldati in Groenlandia che subisce oggi una minaccia diretta d’invasione dagli Stati Uniti.
Il ritiro in tutta fretta del piccolo reparto tedesco sotto la minaccia implacabile dei dazi trumpiani ha già trasformata la campagna di Groenlandia nella più umiliante disfatta della Storia militare tedesca poiché in passato, pur nella sconfitta, i militari tedeschi avevano combattuto con grande valore.

Bild, che ha dato la notizia del ritiro dei 15 soldati guidati dal contrammiraglio Stefan Pauly (capo dell’Ufficio Piani del Comando Interforze tedesco) ha riferito che questa mattina si trovavano all’aeroporto di Nuuk, pronti a imbarcarsi su un Boeing 737 dell’Icelandair per fare ritorno in Germania.
Secondo Bild, l’ordine di ritiro sarebbe arrivato da Berlino questa mattina molto presto. Nessuna spiegazione è stata data alle truppe. Tutti gli appuntamenti programmati hanno dovuto essere annullati con urgenza. La partenza era prevista per mezzogiorno. I soldati tedeschi sono rimasti quindi in Groenlandia per solo 44 ore in tutto.
Imbarazzante la spiegazione del ministero della Difesa tedesco che ha riferito inizialmente che il team di militari avesse completato la sua missione. L’esplorazione è stata completata come previsto e i risultati saranno ora analizzati in Germania” mentre il ministero ha insistito sul fatto che la missione non è stata interrotta ma aveva l’obiettivo di valutare quale contributo la Germania potesse apportare al miglioramento della missione sull’isola e nell’Artico in generale, nell’ambito della NATO.
Più tardi però Berlino ha precisato che un’attività di esplorazione ha dovuto essere annullata a causa delle condizioni meteorologiche ma in ogni caso quella tedesca sembra essere l’unica componente militare europea a venire richiamata dalla Groenlandia dopo le minacce di Trump.
Considerando la vastità della Groenlandia con una superficie di oltre 2 milioni di chilometri quadrati (oltre 7 volte l’Italia) e migliaia di chilometri di coste è ragionevole credere che una missione del genere avrebbe richiesto più di due giorni al team tedesco.
In Germania on mancano però reazioni più accese. Il deputato tedesco Jürgen Hardt (CDU) ha suggerito di boicottare i prossimi Mondiali di calcio, che si svolgeranno anche negli Stati Uniti. Al Parlamento europeo. Manfred Weber, leader del Partito Popolare Europeo, ha annunciato che il suo gruppo non sosterrà la ratifica dell’accordo commerciale UE-USA finché persisteranno le “minacce di Donald Trump sulla Groenlandia”.

L’Italia, che non ha inviato truppe in Groenlandia, sembra voler cercare una mediazione. “La volontà di Trump di aumentare i dazi nei confronti dei Paesi che hanno scelto di contribuire alla sicurezza in Groenlandia è un errore e non lo condivido”, ha affermato il premier Giorgia Meloni.
Alla base delle tensioni, secondo Meloni, non ci sarebbe una rottura politica, ma “un problema di comunicazione e interpretazione“, per cui ora è necessario di “riprendere il dialogo per una de-escalation: Qualche ora fa ho sentito sia Trump, a cui ho detto quello che penso, sia il segretario Generale della Nato Rutte, e nel corso della giornata sentirò anche i leader europei” spiegando che il presidente statunitense “è sembrato interessato ad ascoltare”.
A cogliere il reale significato della crisi in atto tra le due sponde dell’Atlantico è inevitabilmente la Russia. Kirill Dmitriev, consigliere presidenziale russo per gli investimenti stranieri e tra i principali negoziatori con gli Stati Uniti, ha commentato su X l’annuncio di Donald Trump di imporre dazi ad alcuni Paesi europei per la Groenlandia usando le parole “Crollo dell’unione transatlantica. Alla fine, qualcosa di cui vale davvero la pena discutere a Davos”.

Dmitriev (nella foto a lato) non ha poi perso l’occasione per infierire ancora una volta sull’Alto Commissario Ue per la Politica Estera e di Sicurezza, Kajas Kallas, ormai dileggiata ovunque e di cui il premier slovacco Robert Fico ha chiesto ufficialmente la rimozione dall’incarico per inadeguatezza.
“Cara Kaja, forse è meglio non bere prima di postare. Minacciare gli Stati Uniti di ‘diventare più poveri’ non è la mossa di potere che pensi”, ha scritto Dmitriev riferendosi innanzitutto al post pubblicato ieri da Kallas su X in cui aveva scritto che “i dazi rischiano di impoverire l’Europa e gli Stati Uniti e di minare la nostra prosperità condivisa“.
Ma riferendosi anche alla notizia diffusa giorni or sono da Politico in cui si riferiva che Kallas avrebbe detto in un incontro con gli eurodeputati che, sebbene non sia una persona che beve abitualmente, lo stato attuale del mondo potrebbe indicare che questo sia un “buon momento per iniziare a farlo”.
Foto: Casa Bianca, Presidenza Russa, Governo Danese, Ministero della Difesa Danese, Governo Italiano e Governo Tedesco
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Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.








