Tendenze e sviluppo dell’industria della Difesa russa

Il 2026 non può essere letto come un semplice anno di adattamento tattico o di mera continuità bellica per la Russia e la sua industria della Difesa ma è piuttosto un punto di verifica strutturale, in cui l’apparato industriale militare e il sistema economico che lo sostiene mostrano il passaggio da una risposta emergenziale a una pianificazione di medio-lungo termine.
Comprendere questa traiettoria richiede una lettura su più livelli, che non si contraddicono ma si illuminano a vicenda: da un lato l’evoluzione concreta delle capacità militari, dei sistemi d’arma e del complesso militare-industriale; dall’altro la sostenibilità macroeconomica di un modello che regge grazie a spesa pubblica, riallocazione forzata delle filiere e disciplina monetaria severa.
Separare questi due livelli potrebbe produrre distorsioni analitiche, tenerli insieme sembra invece consentir di cogliere la logica complessiva del sistema.
Questa analisi si muove lungo il versante militare-industriale, affiancando però in parallelo il quadro macroeconomico, ricostruito attraverso i dati del dossier HSE “Russian Economy: Forecasts and Trends”, già ampiamente analizzato da Analisi Difesa.
Letti insieme, i due piani restituiscono l’immagine del 2026 come anno di verifica strutturale, non come punto di rottura: il momento in cui la resilienza costruita negli anni di guerra viene messa alla prova, non per crollare, ma per misurare la propria tenuta, consolidando vincoli crescenti.

La crescita della spesa militare russa accelera dopo il 2022 e tende a stabilizzarsi nel 2025–2026: il passaggio dall’emergenza alla gestione strutturata dell’economia di guerra (Grafico ideato dall’autore su dati SIPRI.
A questi due piani se ne affianca un terzo, spesso sottovalutato ma sempre più rilevante: l’orizzonte programmatico. Come riportato recentemente da RBC, tra 2026 e 2036 Mosca punta a una modernizzazione estesa delle forze strategiche (triade nucleare inclusa) e, contemporaneamente, allo sviluppo di sistemi di difesa aerea e a copertura “universale”, all’interno di un nuovo programma statale di riarmo di lungo periodo. È un segnale chiaro che il complesso militare-industriale non ragiona più per brevi cicli, ma secondo una logica di continuità decennale.
Una delle immagini più eloquenti di questo adattamento, non è però un nuovo missile, bensì un dettaglio apparentemente prosaico: carri armati e mezzi corazzati rivestiti di strutture reticolari, reti metalliche e schermature aggiuntive. Quelle che in rete vengono definite “stal’nye girljandy”(ghirlande d’acciaio), spesso liquidate come soluzioni improvvisate, sono in realtà la risposta più diretta alla trasformazione del campo di battaglia osservata dal 2023 in poi.

La minaccia dominante non arriva più frontalmente, ma dall’alto, attraverso droni FPV economici, monouso, spesso dotati di cariche cave leggere. I sistemi di protezione reattiva tradizionali, come Kontakt-5 o Relikt, sono stati progettati per proiettili cinetici e cariche sagomate classiche, non per attacchi verticali ravvicinati e a bassissimo costo.
Le strutture reticolari installate sopra torretta e scafo hanno l’obiettivo di anticipare la detonazione, rompere la geometria del getto cumulativo e ridistribuire l’energia prima dell’impatto sulla corazza. Come spiegato dal canale TopArmy.ru, questi sistemi non promettono invulnerabilità del mezzo, ma aumentano la probabilità di sopravvivenza interferendo con la corretta formazione del getto.
Il motivo della loro rapida adozione è prevalentemente industriale: costano poco, si producono velocemente, si installano su mezzi già in servizio e rispondono a una minaccia immediata, non teorica. In pratica, segnalano un passaggio cruciale: la Russia non persegue solo la perfezione tecnologica, ma anche l’efficacia replicabile sul campo, accettando soluzioni visivamente “grezze” in cambio di una riduzione concreta delle perdite.
La stessa logica pragmatica emerge nella crescente centralità dei sistemi anti-drone, che nel 2026 cessano di essere una funzione tattica accessoria per diventare infrastruttura di protezione del territorio e della retrovia. Il 28 gennaio scorso, l’agenzia TASS ha riferito che la holding High Precision Systems, parte del gruppo Rostec, pilastro della produzione militare e tecnologica della Federazione Russa, ha consegnato per la prima volta alle forze armate russe i complessi Zubr, sistemi mobili integrati per il monitoraggio e il controllo dello spazio aereo ravvicinato, progettati per individuare piccoli UAV (Unmanned Aerial Vehicle) e munizioni circuitanti e destinati alla protezione di infrastrutture critiche.
Secondo le dichiarazioni di esponenti industriali, riportate dalla stessa TASS, il sistema è concepito per operare in modo continuativo, automatizzando rilevamento e tracciamento e riducendo il carico sugli operatori umani, elemento essenziale in uno scenario di saturazione.

Sempre sul fronte della protezione anti-UAV, il dicembre scorso la stampa russa aveva riportato le parole del direttore del Center for Unmanned Systems and Technologies (CUST), Andrej Bezrukov, secondo il quale “ci sono diverse organizzazioni all’interno del perimetro del CUST che si occupano di sviluppi simili. Quindi sì, ci sono prospettive. Penso che abbiamo tutte le possibilità di iniziare ad applicare sistemi laser contro i droni nel 2026”. Al di là della maturità tecnologica specifica, il dato rilevante è dottrinale: la minaccia UAV viene trattata come permanente e sistemica, per cui viene affrontata con soluzioni scalabili, integrate e industrializzabili.
A questa architettura difensiva si affianca anche l’adattamento dell’armamento convenzionale. Rostec ha infatti presentato un nuovo proiettile da 30 mm ad alta precisione con detonazione programmabile, progettato specificamente per il contrasto ai droni. Il sistema consente ai cannoni standard 2°42, già ampiamente diffusi su mezzi blindati ed elicotteri, di ingaggiare UAV di piccole dimensioni e munizioni circuitanti attraverso una detonazione a distanza calcolata automaticamente durante l’avvicinamento al bersaglio.
Come ha dichiarato Bechan Ozdoev, “questo consentirà di aumentare in modo significativo l’efficacia dei cannoni da 30 mm contro i droni”. Il dato rilevante non è soltanto tecnologico, ma industriale: la difesa anti-UAV viene integrata in sistemi esistenti, senza richiedere nuove piattaforme, riducendo tempi, costi e complessità logistica: un’ulteriore conferma che quest’anno la Russia non sta cercando la soluzione perfetta, ma quella sufficientemente efficace, replicabile e immediatamente disponibile.

Sul versante offensivo, l’inizio del 2026 è segnato inoltre dall’emersione di nuove varianti di droni d’attacco a lungo raggio. Un’analisi pubblicata a gennaio 2026 dal britannico IISS (International Institute for Strategic Studies) – istituto di ricerca internazionale indipendente specializzato in sicurezza globale, conflitti, difesa e rischi geopolitici – esamina documenti attribuiti all’intelligence militare ucraina secondo cui la Russia avrebbe impiegato una nuova variante Geran-5 dotata di propulsione a getto.
L’elemento chiave, evidenzia l’IISS, non è tanto la singola piattaforma quanto la tendenza: l’aumento della velocità come risposta all’adattamento della difesa, in una dinamica offensiva-difensiva sempre più compressa nel tempo. Secondo i ricercatori, la comparsa di droni più rapidi indica la ricerca di finestre d’intercettazione più brevi e profili di volo più difficili da contrastare.
Ulteriori dettagli circolati sulla Geran-5, come le stime relative a testata e raggio d’azione, derivano da dichiarazioni attribuite all’intelligence ucraina e riprese dalla stampa internazionale, e vanno pertanto letti come tali.
Come osservato da Analisi Difesa, questi elementi non consentano ancora una valutazione definitiva delle prestazioni del sistema, ma risultino comunque indicativi di una traiettoria evolutiva coerente, a conferma di una strategia di saturazione sostenuta da una filiera industriale adattiva, capace di integrare componenti di diversa origine e di mantenere volumi elevati nonostante il regime sanzionatorio.
Accanto a questi sistemi di impiego quotidiano sul campo, il 2026 vede anche l’uso selettivo di strumenti a forte valenza strategica e comunicativa. Il 9 gennaio scorso, Reuters è tornata a parlare del missile ipersonico Orešnik, definendolo un missile balistico a raggio intermedio e ricordando come il suo impiego in Ucraina sia stato finora raro.

Reuters sottolinea come l’uso dell’Orešnik vada letto soprattutto come segnale politico-militare, più che come strumento destinato a sostituire le campagne di droni e missili convenzionali. La stessa agenzia ha ricordato che il missile è nuclear-capable, ossia in grado di trasportare armi nucleari, pur precisando che non vi sono indicazioni di un impiego con testata nucleare. In questo senso, questo sistema agisce come moltiplicatore di deterrenza, comprimendo i tempi decisionali dell’avversario senza incidere direttamente sul ritmo operativo quotidiano.
Questa dimensione strategica si intreccia con un altro tema sensibile del 2026: la deterrenza nucleare tattica in Bielorussia. È necessario chiarire che non si tratta di un “trasferimento” di armi nucleari. Come ha affermato il presidente russo Vladimir Putin, “la Russia non trasferisce armi nucleari alla Bielorussia e mantiene il controllo totale sulle testate, secondo un modello analogo a quello adottato dagli Stati Uniti con i loro alleati NATO”. In questo schema, Minsk funge da piattaforma di dispiegamento, mentre la gestione delle testate resta russa, in un impianto che richiama il modello di nuclear sharing della NATO con le bombe B61 in Europa.
Il nodo tecnico centrale è la miniaturizzazione e l’affidabilità: inserire una testata nucleare tattica in un vettore da 300 mm richiede estrema precisione nella fisica della compressione, sistemi di sicurezza multipli contro l’innesco accidentale e un’affidabilità assoluta in condizioni operative difficili. Questo tipo di know-how è raro anche tra le potenze nucleari. L’impatto strategico non risiede nell’uso, ma nello spostamento del baricentro della deterrenza più a ovest e nella conseguente riduzione dei tempi di risposta, complicando la pianificazione dell’Alleanza sul fianco orientale.
Se il dominio terrestre e aereo mostra adattamento rapido, quello marittimo incarna la continuità strategica. Il varo del sottomarino nucleare Perm, avvenuto il marzo scorso, è stato presentato come l’ingresso in linea del primo battello del progetto 885M Jasenʹ-M equipaggiato con missili ipersonici Cirkon (Zircon) come armamento standard. Nel comunicato ufficiale del Cremlino, il Perm viene descritto come parte di un programma volto a rafforzare la componente subacquea, con particolare attenzione all’Artico.

Ed è qui che entra in gioco un altro sviluppo, spesso trascurato: le tecnologie per l’operatività sotto i ghiacci. Sistemi in grado di misurare lo spessore del ghiaccio, concentrare energia in modo mirato e creare canali artificiali di emersione trasformano l’Artico da zona ad alto rischio a spazio operativo controllabile, rafforzando la deterrenza nucleare marina e la credibilità strategica russa nel Nord.
Questo passaggio dalla risposta emergenziale a una pianificazione industriale militare strutturata si colloca dopo un momento chiave: il completamento al 100% dell’ordine statale per il 2025, più volte rivendicato dalle autorità russe. Al di là della dimensione dichiarativa, quel dato segnala un cambiamento sostanziale.
La Russia è passata dal “produciamo quello che possiamo”, al “produciamo quello che serve, quando serve”, superando la fase improvvisata ed emergenziale e cercando, al contempo, di evitare un collasso del settore civile. Il risultato è una semplice continuità bellica, ma l’avvio di una fase in cui la guerra viene incorporata nei meccanismi ordinari di pianificazione, aprendo la strada ad un’organizzazione più stabile e sistemica dell’apparato industrial-militare.
A sostenere questo salto di scala non c’è soltanto la capacità produttiva in senso stretto, ma l’intera architettura dell’innovazione, che accompagna e stabilizza la trasformazione del complesso militare-industriale. Il mese scorso ne è stata data comunicazione ufficiale, con la presentazione pubblica di Voentech, una piattaforma di innovazione tecnologica a uso duale (militare e civile) pensata per accelerare l’adozione di tecnologie “promettenti” nei settori della difesa e della sicurezza nazionale.

L’iniziativa, già in fase operativa nel corso del 2025, non è una singola azienda, ma un’infrastruttura di coordinamento, una sorta di “corsia preferenziale” in grado di comprimere i tempi per ricerca, prototipazione, validazione e introduzione operativa. Voentech nasce da una collaborazione diretta tra Ministero della Difesa e Ministero dell’Industria e del Commercio, con il supporto della piattaforma statale GISP (Gosudarstvennaja Informacionnaja Sistema Promyšlennosti, Sistema informativo statale dell’industria).
Grazie a GISP, il Cremlino mappa, connette e sostiene finanziariamente progetti industriali strategici, in particolare nei settori della difesa, della tecnologia, dell’energia e della manifattura avanzata. Il punto chiave non è il singolo prodotto, ma la costruzione di un ecosistema militare-civile integrato che collega imprese dell’OPK (Oboronno-Promyšlennyj Kompleks, complesso militare-industriale), centri di ricerca, università e istituti pubblici di sviluppo.
I numeri assumono così valore politico-industriale: prime 20 richieste già in lavorazione, target fino a 150 progetti, orizzonte temporale di due anni, cioè una roadmap corta e orientata all’impiego. Letto in chiave geopolitica, Voentech si inserisce in una strategia più ampia: adattare l’industria a una guerra lunga, aggirare i vincoli sanzionatori con innovazione interna e spingere in modo sistemico su AI, droni, sensoristica, comunicazioni, materiali avanzati e logistica intelligente.

In altre parole, la Russia non sta solo innovando per necessità: sta istituzionalizzando l’innovazione di guerra, rendendola, anche in questo contesto, strutturale e non più emergenziale.
È in questo quadro che la dimensione macroeconomica si inserisce come completamento naturale dell’analisi militare. Secondo il New Eurasian Strategies Centre (CEST Centre), think tank indipendente con sede a Londra e Washington D.C., l’economia russa è entrata in una fase di stagnazione strutturale, nella quale la spesa militare resta prioritaria ma cresce il carico fiscale.
In questo contesto, la riduzione formale della spesa per la difesa nella bozza di bilancio 2026 va interpretata come il risultato di tecniche contabili, più che come una reale contrazione delle risorse disponibili. Questa apparente contrazione non segnala un disimpegno, ma riflette l’adattamento contabile di un sistema che ha già incorporato la guerra nella propria normalità economica. La spesa reale può essere rimodulata nel corso dell’anno tramite riallocazioni e fondi di riserva presidenziali, che consentono al Cremlino ampi margini di flessibilità decisionale.
A completare il quadro non sono tanto i sistemi d’arma quanto gli indicatori macroeconomici, che consentono di valutare la tenuta del modello nel medio periodo. Le analisi convergono nel segnalare che il comparto della difesa russo entra nel 2026 non in una nuova fase espansiva, ma in una dinamica di stabilizzazione sotto vincoli crescenti.

Ðîññèÿ. Ñâåðäëîâñêàÿ îáëàñòü. Ìîäåðíèçèðîâàííûé òàíê Ò-90Ì “Ïðîðûâ” âî âðåìÿ ïîäãîòîâêè ê âîåííîìó ïàðàäó íà Êðàñíîé ïëîùàäè 9 ìàÿ 2020 ãîäà, íà çàâîäå êîðïîðàöèè “Óðàëâàãîíçàâîä”. Ìàðèíà Ìîëäàâñêàÿ/ÒÀÑÑ
Le valutazioni del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) indicano che l’incremento della spesa militare registrato negli anni più intensi del conflitto tende a rallentare, mentre secondo Bloomberg la crescita dei settori direttamente legati alla difesa dovrebbe assestarsi nel 2026 su ritmi moderati, nell’ordine del 4-5 % annuo. Non si tratta di un arretramento delle capacità militari, ma del passaggio a una gestione ordinaria dell’economia di guerra, ormai integrata nei meccanismi di bilancio, programmazione industriale e sostenibilità macroeconomica.
L’export
Parallelamente, l’export militare assume una funzione strutturale. Il presidente Vladimir Putin, nel corso di una riunione della Commissione per la cooperazione tecnico-militare con i Paesi stranieri (il video dell’incontro è stato pubblicato sul sito ufficiale del Cremlino) , ha dichiarato che nel 2025 i ricavi derivanti dall’export di armamenti hanno superato i 15 miliardi di dollari, facendo riferimento a circa 340 progetti di cooperazione con 14 Paesi.
In tale contesto, il presidente ha indicato come obiettivo per il 2026 quello di aumentare in modo significativo il volume di tali esportazioni, attraverso il rafforzamento dei partenariati strategici e dei programmi congiunti, con particolare attenzione ai Paesi della CSTO (Organizacija Dogovora o Kollektivnoj Bezopasnosti , Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) e della CSI (Sodružestvo Nezavisimych Gosudarstv, Comunità degli Stati Indipendenti), organizzazioni di cui Mosca assumerà la presidenza nel 2026, e all’ulteriore espansione delle relazioni con diversi Stati africani.

Non si tratta necessariamente di sottrarre volumi al fabbisogno interno, ma di mantenere linee produttive e flussi di valuta attraverso consegne selettive e programmi compatibili con la priorità bellica. In questo quadro, l’export non è più un canale accessorio, ma una leva industriale centrale, funzionale a garantire carichi produttivi costanti, preservare competenze critiche e assicurare la continuità operativa del complesso militare-industriale.
L’obiettivo non è soltanto finanziario, ma strutturale: rafforzare le capacità industriali e stabilizzare le filiere produttive, compensando i vincoli interni e contribuendo alla sostenibilità di medio periodo del sistema.
La stessa logica emerge nelle parole del direttore generale di Rosoboroneksport, Aleksandr Mikheev, riportate da TASS, secondo cui la cooperazione militare-tecnica con i Paesi africani ha raggiunto – e in alcuni casi superato – i livelli dell’epoca sovietica.
In questa prospettiva, l’Africa viene indicata come uno dei principali vettori di espansione nel medio periodo: l’export non è soltanto uno strumento di politica estera, ma una componente essenziale della sostenibilità industriale, in grado di garantire volumi produttivi, competenze e continuità operativa in un contesto di vincoli crescenti.

Un caso emblematico è il rapporto con la Cina nel settore aeronautico: Pechino continua ad acquistare motori russi nonostante i progressi dei propri WS-10, perché i propulsori russi offrono un equilibrio collaudato tra costo, durata e affidabilità, soprattutto in termini di vita operativa.
Per Mosca significa valuta pregiata e carichi industriali continui; per Pechino una scelta razionale più che politica. In questo schema, la sostituzione delle importazioni interne e l’export esterno non sono in contraddizione, ma si rafforzano a vicenda.
Letti nel loro insieme, questi elementi delineano un quadro coerente. Nel 2026 la Russia non introduce solo nuovi sistemi d’arma: consolida un modello che combina pragmatismo industriale, deterrenza strategica selettiva e pianificazione economica sotto vincoli crescenti. È in questa intersezione tra capacità militari e sostenibilità macroeconomica che il 2026 si configura come banco di prova per la trasformazione di una resilienza emergenziale in una struttura permanente.
Foto: Rostec, Russiam Helicopters, TASS e Ministero Difesa Russo
Lara BallurioVedi tutti gli articoli
Giornalista e analista geopolitica specializzata in Russia e Repubbliche dell'ex blocco sovietico. Esperta in comunicazione. Traduttrice, ghostwriter e docente di storytelling. Laureata in Lingua e Letteratura Russa presso l'Università "Maxim Gorkij" di Mosca, in giornalismo presso la Facoltà di Giornalismo della MGU di Mosca e poi in Lingue e Letterature Straniere e in Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Torino, ha collaborato o collabora con numerose testate italiane e straniere tra cui Panorama, La Voce, Gazzetta Torino, VoceNews, Literaturnaja Gazeta e Junost.



