Il ritorno di Monroe: la National Defense Strategy 2026

 

 

La pubblicazione, alla fine di gennaio del 2026, del documento che riassume la nuova National Defense Strategy degli Stati Uniti d’America conferma il cambiamento epocale sancito dall’amministrazione di Donald Trump, con la ridefinizione delle priorità strategiche americane di cui gli alleati d’oltremare sono costretti a prendere atto. Come ampiamente spiegato nel documento, il cui testo integrale è reperibile a questo link.

Washington torna a privilegiare l’emisfero occidentale, quello delle due Americhe e delle acque circostanti, in omaggio all’antica dottrina Monroe, enunciata oltre due secoli fa, nel 1823, dal presidente James Monroe e perfezionata nel 1904 dal presidente Theodore “Teddy” Roosevelt col suo “corollario Roosevelt”.

Come ideale suggello, nel 2025 Trump stesso ha sentito l’esigenza di aggiungervi un suo “corollario Trump”, la cui prima dimostrazione pratica s’è avuta fin dal settembre 2025 nelle operazioni, anche cruente, di blocco aeronavale nel Mar dei Caraibi, a cui è seguita il 3 gennaio 2026 l’incursione in Venezuela che ha portato alla cattura del presidente Nicolas Maduro.

La sicurezza continentale degli Stati Uniti, intrecciata alle rivendicazioni sulla Groenlandia e alla prossima realizzazione dello scudo spaziale Golden Dome, balza al primo posto, mentre si rafforza il monito agli alleati, in Europa e Asia, affinché cerchino di contare maggiormente sulle loro forze.

In sostanza, il nocciolo dei nuovi dettami d’indirizzo del Pentagono è costituito non solo da un semplice rafforzamento in termini di armamenti, ma anche da una maggiore tendenza all’economizzazione e all’efficientamento delle politiche di sicurezza militare, ad esempio rigettando la passata aspirazione degli Stati Uniti a farsi “poliziotti del mondo” e limitando gli eventuali interventi militari all’estero ai soli casi in cui l’interesse nazionale americano venga percepito con urgenza.

 Ciò apre alla presa d’atto dell’avvento di un mondo fratturato per sfere d’influenza, ognuna in linea di principio costituita da una potenza egemone circondata da stati vassalli che le facciano, più o meno, da scudo e da circondario d’influenza politico-economica. Questo, perlomeno, potrebbe essere l’esito finale delle attuali tendenze nei prossimi decenni.

 

L’età dell’oro

Suggestivo, e anche propagandistico, è il motto che campeggia nel frontespizio del National Defense Strategy 2026, il documento ufficiale diffuso il 24 gennaio 2026 dal Dipartimento della Difesa USA, recentemente ribattezzato Dipartimento della Guerra dal presidente Donald Trump: “Restaurare la pace attraverso la forza per una nuova Età dell’Oro dell’America”.

Forte è infatti l’anelito di rottura col recente passato rimarcato dall’amministrazione Trump e in particolare dal segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che ha illustrato le linee guida della svolta strategica americana all’insegna del puro pragmatismo, che mira a mantenere la supremazia militare degli Stati Uniti tenendo conto dei rapporti di forza reali, e quindi della accresciuta pericolosità dei grandi rivali, Russia e Cina, abbandonando approcci di tipo ideologico alla possibilità o meno di interventi armati nelle varie regioni del globo e subordinando la propensione ad agire sul campo a valutazioni geopolitiche inerenti interessi concreti legati unicamente al “rendere l’America ancora grande”, parafrasando lo slogan MAGA dei sostenitori di Trump, “Make America Great Again”.

Ciò tradisce anche la crescente insofferenza di Washington, con questa seconda amministrazione Trump, nei confronti dell’ONU e della tendenza a imbastire missioni internazionali sotto il “cappello” del Palazzo di Vetro che spesso si sono rivelate inconcludenti.

L’America di Trump rivendica invece, non più il ruolo di “poliziotto del mondo”, quasi braccio principale dell’ONU, che si era affermato negli anni Novanta del XX secolo, dopo la fine della Guerra Fredda, bensì un ruolo da potenza egemone, o meglio, la più forte fra le potenze egemoni, che trova proprio nel suo arsenale e nelle sue capacità operative la giustificazione sufficiente a intervenire ovunque ritenga che i suoi interessi vitali siano minacciati.

E poiché ciò implica dei costi, anche per mantenere, o ricreare, un margine tecnologico sugli avversari che negli ultimi anni è stato messo a rischio dai progressi degli avversari, è essenziale che gli alleati/vassalli, collaborino, volenti o nolenti.

Se necessario con concessioni di territori e/o basi, vedi Groenlandia, ma soprattutto decidendosi a spendere per la difesa, possibilmente acquistando prodotti delle stesse industrie americane, a un livello sufficiente per cui gli Stati Uniti possano risparmiare forze e impiegarle in modo più efficiente negli ambiti in cui le loro specifiche capacità superiori possono più far valere il loro peso.

Sono concetti che già nella prefazione al documento, lo stesso segretario Hegseth mette in chiaro: “Per troppo tempo il governo USA ha trascurato, perfino rigettato, il mettere al primo posto gli americani e i loro interessi. Le precedenti amministrazioni hanno sperperato i nostri vantaggi militari e le vite, la buona volontà e le risorse del nostro popolo in grandiosi progetti di nation-building e impegni autoreferenziali per sostenere astrazioni come castelli in aria come l’ordine internazionale basato su regole. Questi leader del passato hanno trascurato e spesso attivamente minato l’ethos guerriero dei nostri combattenti e l’insostituibile ruolo centrale delle nostre forze armate, combattere, vincere e fare deterrenza per le guerre che realmente hanno a che fare con la nostra gente”.

Chiara la frecciata del capo del Pentagono all’ordine, o parvenza di esso, basato sulle risoluzioni ONU che spesso hanno condizionato le missioni americane all’estero fin dall’operazione di polizia internazionale in Somalia nel 1993, paradigma di svariate successive avventure, anche in termini di regole d’ingaggio spesso problematiche. Una prassi che peraltro si era consolidata durante i due mandati presidenziali di Bill Clinton, nel clima di falso ottimismo creato dalla fine della Guerra Fredda e dall’irripetibile, ma effimero, vantaggio assoluto che avevano gli Stati Uniti in quel periodo, con Russia e Cina ancora deboli.

Questo approccio, che ha messo radici nella stagione del “clintonismo” democratico, ha continuato per anni a informare le politiche di Washington anche durante la fase repubblicana di George Walker Bush, come testimonia il fatto che le campagne militari contro Afghanistan e Iraq del 2001 e 2003 si sono presto trasformate in lunghe, tediose e costose, in uomini e mezzi, operazioni divenute endemiche e con risultati, in termini di “nation building”, disastrosi se si considera che nel 2021, alla fine, a Kabul sono tornati al potere i talebani, mai veramente debellati essendosi arroccati nelle vallate più impervie in omaggio alla “guerra di lunga durata” preconizzata da Mao, mentre in Iraq, nonostante la presenza americana proseguita durante la lotta all’ISIS, ancora oggi, nel 2026, Washington teme l’espandersi dell’influenza iraniana nella maggioranza sciita.

In mezzo ci sono poi state azioni del tutto sconsiderate come, da parte del presidente “dem” Barack Obama, l’affiancarsi al presidente francese Nicholas Sarkozy nel 2011, con altri alleati al cieco traino, nel bombardare le forze armate libiche appoggiando i ribelli che rovesciando e uccidendo Muhammar Gheddafi hanno precipitato la Libia in un caos che perdura ancora oggi, con la perenne spaccatura del paese in almeno due centri principali di potere. E’ in tal senso che va interpretata la presentazione del documento scritta da Hegseth.

Che prosegue: “Il Dipartimento (della Guerra) non sarà più distratto oltre da interventismo, guerre senza fine, cambiamenti di regime e nation building. Viceversa, metteremo al primo posto gli interessi pratici e concreti del nostro popolo. Supporteremo una politica di pace reale attraverso la forza. Saremo la spada e lo scudo per dissuadere la guerra, con l’obbiettivo della pace, ma pronti a combattere e vincere le guerre necessarie alla nazione se chiamati a ciò. Questo non significa isolazionismo. Al contrario, significa un approccio focalizzato e genuinamente strategico alle minacce che la nostra nazione fronteggia e a come gestirle al meglio.

Questo approccio è basato su un realismo flessibile, pratico che guarda al mondo con sguardo molto limpido, il che è essenziale per servire gli interessi americani. Come illustra la National Security Strategy, questo è l’approccio di buon senso che il presidente Trump ha avanzato”.

Il capo del Pentagono ribadisce quindi quanto già promesso da Trump in campagna elettorale e che, anzi, in forma più limitata e non chiaramente codificata, iniziava a trasparire già nel suo primo mandato, dal 2017 al 2021, quando di fatto l’America non si impegnò in nessuna nuova guerra, ereditando solo operazioni dalle amministrazioni precedenti ed evitando perlomeno una aperta contrapposizione con la Russia.

Verso la chiusura della sua prefazione, Hegseth anticipa così, in poche righe, i tratti principali della nuova dottrina del Pentagono: “Noi difenderemo il territorio metropolitano e assicureremo che i nostri interessi nell’emisfero occidentale siano protetti. Eserciteremo deterrenza sulla Cina nella regione dell’Indo-Pacifico attraverso la forza, non il confronto. Incrementeremo la condivisione degli oneri con gli alleati e i partner attorno al mondo. E ricostruiremo la base industriale della difesa americana come parte del revival, unico nel secolo, dell’industria americana da parte del presidente”.

 

Pericoli gestibili

Da uno sguardo generale alla National Defense Strategy 2026 emerge una dottrina preannunciata nelle settimane precedenti dall’intervento in Venezuela e dalle rivendicazioni sulla Groenlandia, geograficamente afferente al Nordamerica.

Anche se si dedica molto spazio a ognuno maggiori avversari globali degli USA, tutti collocati al di fuori delle Americhe, ossia Cina, Russia, Iran e Corea del Nord, si sottolinea che gli alleati devono contare più su sè stessi poiché gli USA devono tornare a destinare una cospicua aliquota parte delle loro forze allo scacchiere delle Americhe e alle acque vicine, secondo un concetto di difesa emisferica, anche grazie allo scudo spaziale Golden Dome.

Si dice esplicitamente che negli ultimi decenni la difesa del territorio americano è stata trascurata e ci si richiama espressamente al ritorno a politiche incentrate sul continente, come nel XIX e inizio XX secolo, venendo citate espressamente la Dottrina Monroe enunciata nel 1823 e il Corollario Roosevelt, che il presidente Teddy Roosevelt enunciò nel 1904 e a cui si ispira Trump.

La maggior istanza di rottura col recente passato riguarda dunque un ritorno, parziale, a un passato ancora precedente, sebbene ovviamente il panorama tecnologico moderno, specie in campo aerospaziale, renda di fatto “vicini” anche i potenziali nemici esterni.

Questa è la maggior differenza rispetto al mondo del 1823 o del 1904, quando all’America bastava estromettere le potenze europee dal suo emisfero per essere sicura di essere poi praticamente irraggiungibile dai continenti lontani.

Fra le minacce principali enunciate dal documento del Pentagono, la Russia, che dal 2022 ha dominato l’attenzione dei media occidentali, quasi fosse il “male assoluto”, a seguito dell’invasione dell’Ucraina, viene complessivamente considerata molto meno preoccupante della Cina, pur con l’ovvia eccezione del suo enorme arsenale nucleare e dei suoi progressi nei vettori strategici. Soprattutto si sottolinea, a rafforzamento del concetto di “burden sharing”, appunto condivisione degli oneri, che i membri europei della NATO hanno sufficienti potenzialità economiche per riarmarsi tanto da scoraggiare qualsiasi futuro colpo di testa di Mosca nel continente.

Nello specifico della Russia, la nuova dottrina la definisce una minaccia persistente “ma gestibile”, nel senso che il documento sottolinea che la NATO, complessivamente è tanto più forte della Russia che Mosca non rappresenta una minaccia grandissima, anche perché “soffre problemi demografici ed economici, sebbene i suoi sforzi nella guerra d’Ucraina dimostrino che dispone di notevoli riserve di potenza militare e industriale”.

Ricorda però anche la dottrina: “La Russia dispone del maggiore arsenale nucleare del mondo, che continua a sviluppare e diversificare, e di capacità spaziali, sottomarine e cyber con cui può attaccare il territorio nazionale USA”. Riferimento, questo, ai nuovi sistemi strategici russi come la testata ipersonica Avangard, il missile a propulsione atomica Burevestnik e il sottomarino-drone nucleare Status 6 Poseidon (nella foto sotto).

Secondo la dottrina, la Russia “non è in grado di esercitare l’egemonia in Europa” perché le nazioni europee della NATO, insieme, sopravanzano Mosca in “scala economica, popolazione e potenza militare latente”, anche se “decresce il peso dell’Europa nell’economia mondiale”.

Ovvero, l’Europa può e deve investire di più nelle forze armate in modo che gli USA possano spostare forze nell’Indo-Pacifico.

Un monito che sembra ricalcato sui rimproveri che Washington muoveva alla Germania alcuni anni fa, quando l’impegno tedesco per la difesa, sia come percentuale di spesa sul Pil, sia come partecipazione alle missioni internazionali, veniva considerato troppo misero in confronto alle possibilità economiche della prima potenza industriale dell’Unione Europea.

Sotto tale aspetto, il richiamo generale agli alleati pare lo stesso monito che dall’ambito della Germania gli americani hanno “pantografato” in grande su scala pan-europea.

Riguardo alla Cina, si riconosce che le forze armate americane dovranno comunque presidiare le catene insulari che fanno da barriera fra la costa orientale cinese e l’oceano aperto, ma si punta a una deterrenza mirata a evitare lo scontro, poiché Washington sa che il gigante cinese ha una mole industriale e demografica che finora si è tradotta solo in parte in potenza militare.

Gli statunitensi vogliono però evitare, se possibile, una tensione troppo alta con i cinesi, che potrebbe avere conseguenze imprevedibili se Pechino decidesse di ampliare ulteriormente il suo riarmo, che per la verità è già preoccupante in fatto di testate nucleari, gettando sul piatto della bilancia tutto il suo colossale apparato produttivo.

Si presenta quindi come un gioco di equilibrismo, lo sviluppo del contenimento militare della Cina, che dev’essere abbastanza deciso e inequivocabile da scoraggiare azioni cinesi contro Taiwan o altri alleati degli Stati Uniti in Asia, ma non deve debordare tanto da far sentire la Cina in pericolo e spingerla a mobilitare le sue industrie innescando una gara esponenziale con gli Stati Uniti relativa alla quantità pura degli armamenti fabbricabili in breve tempo e del potenziale umano mobilitabile, gara che potrebbe vedere gli Stati Uniti perdenti, senza che il residuo margine tecnologico mantenuto dagli americani sia sufficiente a bilanciare un divario numerico.

Nel complesso, gli USA chiedono maggiori sforzi agli alleati al fine di consentire alle nazioni occidentali, o comunque filo-americane, di far fronte a più di un conflitto contemporaneamente.

Capacità, quella di vaste operazioni di guerra su due fronti, che l’America poteva sviluppare più facilmente una ventina d’anni fa, quando maggiore era il suo margine di vantaggio sui rivali, ma che ora sembra essere stata in grandissima parte erosa.

Dietro le righe, sembra di leggere inoltre che il governo americano abbia di fatto capito che sia inevitabile, sul lungo periodo, il ritorno a un mondo multipolare, come è sempre stato fino al 1945, ma che ciò non impedisca agli Stati Uniti di mantenere la supremazia, almeno per alcune generazioni a venire, puntando sul rinnovo degli arsenali, sulla superiorità tecnologica e sulla razionalizzazione degli sforzi militari d’intesa con gli alleati.

Un passaggio molto significativo dice: “In Europa e altri teatri gli alleati prenderanno la guida contro le minacce che sono meno critiche per noi, ma lo sono assai di più per loro, con supporto critico, ma più limitato, da parte degli Stati Uniti”.

L’amministrazione Trump rivendica di aver ottenuto dai membri della NATO, col vertice dell’alleanza tenutosi all’Aja il 24-25 giugno 2025, l’impegno di raggiungere una complessiva spesa per la difesa del 5% del Pil di ogni paese, suddivisa in un 3,5% di spesa diretta per armamenti e un 1,5% per altre spese relative alla sicurezza. E a riprova, la National Defense Strategy 2026 ricorda che il Pil aggregato dei “paesi NATO non-USA”, a dati 2024, ammonta a circa 26 trilioni di dollari, laddove la Russia si aggirerebbe su soli 2 trilioni, 13 volte meno, mentre per gli USA si parla di circa 29 trilioni.

Sul fronte nucleare, la dottrina ricorda quanto sia cruciale l’aumento dell’arsenale nucleare USA, in programma da qualche anno, per controbattere Russia e Cina e non cita in alcuna maniera il trattato New START, che scadendo il 5 febbraio 2026 per mancanza di interesse da parte di Russia e America, lascia ormai senza limiti gli arsenali strategici delle due potenze. Il che rappresenta un ulteriore indizio del fatto che Mosca e Washington ormai ritengono di poter rimanere libere di aumentare o modificare gli arsenali nucleari, tenuto conto anche della Cina che non è legata da alcun patto e sta incrementando rapidamente il numero delle sue testate e dei suoi vettori.

La dottrina dedica specifici spazi a Iran e Corea del Nord, considerati avversari regionali, così come Russia e Cina lo sono a livello globale. Rammenta, in relazione all’Iran, i presunti risultati ottenuti dall’operazione Midnight Hammer, ovvero i raid aerei americani e israeliani che nel giugno 2025 avrebbero “obliterato il programma nucleare dell’Iran”, ma ciò non sembra così vero se si considerano vari fattori.

Anzitutto la diatriba fra il presidente Trump, che rivendicava il completo successo delle incursioni di bombardieri B-2 con le bombe perforanti GBU-57 MOP, Massive Ordnance Penetrator, sulle installazioni nucleari sotterranee di Fordow e Natanz, e il Pentagono, che invece per settimane dopo l’operazione ha ripetuto che parte delle attrezzature e scorte di uranio erano rimaste intatte. Poi l’annuncio, in settembre, che l’USAF avrebbe presto sviluppato una bomba perforante più prestante della MOP, denominata Next-Generation Penetrator (NGP), quasi tacita conferma dell’insufficienza del suddetto ordigno impiegato in giugno.

Infine, la pressione militare e il minacciato attacco, all’Iran, fra gennaio e febbraio 2026, legato alla richiesta, ritenuta irricevibile dal regime di Teheran, di rinunciare al programma atomico, che dunque è stato tutt’altro che obliterato, e ai missili balistici gestiti dalla forza Pasdaran. Una mezza ammissione la si riscontra nella frase paravento: “I capi dell’Iran hanno lasciato aperta la possibilità che tentino ancora di ottenere un’arma nucleare, anche rifiutando negoziati utili”.

Viene esaltata l’importanza della sinergia con Israele, grazie a cui gli Stati Uniti hanno indebolito l’asse del terrore imperniato su Teheran, colpendo i suoi alleati Hezbollah e Houthi.

La Corea del Nord, invece, viene vista come “una minaccia militare diretta alla Corea del Sud e al Giappone, entrambi alleati degli Stati Uniti”.

E se anche si riconosce che le sue “grandi forze convenzionali sono datate e poveramente manutenute”, si rileva che Seul non deve abbassare la guardia di fronte al rischio di un’invasione nordista. Il documento USA non fa cenno tuttavia all’importanza, a nostro avviso, dell’impiego di migliaia di soldati nordcoreani in sostegno alla Russia nei combattimenti contro gli ucraini, specialmente nelle operazioni di riconquista della regione confinaria russa di Kursk, tra 2024 e 2025. Sanguinosa esperienza che, al netto delle perdite umane, ha per la prima volta da decenni dato occasione alle truppe di Pyongyang di combattere per lungo tempo un conflitto ad alta intensità, fornendo così agli ufficiali di quel regime un prezioso repertorio in termini di futuro addestramento e aggiornamento operativo.

 

Emisfero acquatico

Come abbiamo anticipato, la novità maggiore dei nuovi dettami strategici USA è costituita dalla priorità assegnata di nuovo, come un secolo fa, alla difesa del territorio metropolitano statunitense, estesa in termini di influenza geopolitica, anche al complesso bicontinentale delle Americhe.

E’ ciò che viene definito emisfero occidentale, che in senso letterale comprende tutta la metà del globo compresa fra il meridiano 0°, che passa da Greenwich e “taglia” quindi le propaggini più occidentali dell’Europa comprendendole nel detto emisfero, e, sull’altra faccia del mondo, il meridiano 180° che coincide per la maggior parte con la Linea del Cambiamento di Data. E’ evidente a chiunque che si tratta di un emisfero soprattutto acquatico, con la catena delle due Americhe che, calando dall’Artico all’Antartico, separa l’Oceano Atlantico dall’Oceano Pacifico.

La situazione è quindi specularmente ribaltata rispetto all’emisfero orientale, che è soprattutto terrestre e raccoglie la maggior parte delle estensioni continentali, Europa, Asia, Africa e Oceania, e il grosso della popolazione umana, costituendo il complesso noto come “Vecchio Mondo”, in contrasto col “Nuovo Mondo”, le Americhe, entrate nella storia universale dal 1492 con Cristoforo Colombo.

Anche da questi fattori geografici, aggiunti alla forza attuale e potenziale, della Cina odierna, discende che il teatro del Pacifico abbia una prevalenza maggiore, nell’attuale strategia americana, rispetto a quello dell’Atlantico-Europa, dove la NATO viene maggiormente stimolata a contare su sé stessa, con aiuto americano più moderato. Il Pacifico, considerata anche la posizione centrale delle Hawaii, stato dell’Unione, e di altre basi americane che fanno da ponte con gli alleati asiatici come Giappone, Corea del Sud o Filippine, può quindi considerarsi di fatto una sorta di primissima linea di difesa dello stesso continente americano.

Ciò senza contare ovviamente l’importanza riassegnata all’America Latina, dove per decenni, specie nel dopoguerra, vari paesi si sono sottratti all’antica egemonia USA, per limitarci agli esempi più classici, Cuba, Nicaragua e Venezuela, e considerando che il Brasile, uno dei pilastri del gruppo BRICS a guida russo-cinese, resta sempre in bilico a seconda del colore politico di volta in volta prevalente nel suo governo.

L’interesse di Trump per il restauro della primazia USA nell’intero emisfero occidentale è emerso già nel 2025, dall’inizio del suo secondo mandato, con le provocatorie rivendicazioni sulla Groenlandia, sulla zona del Canale di Panama (che era sotto amministrazione statunitense fino al 1999) e perfino sul Canada.

La pressione sulla Groenlandia, autonoma sotto sovranità della Danimarca ma geograficamente afferente agli arcipelaghi dell’America Artica, rinnovatasi nel gennaio 2026, e la contemporanea azione contro il Venezuela hanno segnato definitivamente la svolta che la National Defense Strategy 2026 ha così illustrato: “Assicureremo i confini dell’America e i suoi approcci marittimi e difenderemo i cieli della nostra nazione mediante il Golden Dome per l’America e un rinnovato focus sul contrastare le minacce aeree senza pilota.

Manterremo un robusto e moderno deterrente nucleare capace di affrontare le minacce strategiche al nostro paese, erigere e mantenere formidabili cyber-difese e braccare e neutralizzare terroristi islamici che abbiano volontà e capacità di attaccare la nostra patria. Al tempo stesso difenderemo attivamente e con coraggio gli interessi dell’America in tutto l’emisfero occidentale. Garantiremo l’accesso militare e commerciale degli Usa a territori-chiave come il Canale di Panama, il Golfo d’America e la Groenlandia”.

L’espressione “Golfo d’America” voluta da Trump per sostituire l’universalmente riconosciuto Golfo del Messico, acquista valenza ufficiale nel documento del Pentagono come contorno, anche ideologico, del motto America First.

L’obbiettivo del controllo totale del Nuovo Mondo viene presentato da Washington come motivato da varie emergenze, come quella migratoria, quella del traffico di droga che filtra dal confine messicano e anche quella del possibile utilizzo di territori dell’America Latina come avamposti di potenze ostili del Vecchio Mondo, dapprima economici, poi eventualmente militari. Il documento esplicita: “Fin dal XIX secolo i nostri predecessori riconobbero che gli Stati Uniti dovevano conquistare un più forte ruolo di guida negli affari dell’emisfero per salvaguardare la nostra sicurezza economica e militare nazionale. Fu questa intuizione a far sorgere la Dottrina Monroe e il susseguente Corollario Roosevelt. Ma la saggezza di tale approccio venne perduta e demmo per scontate le nostre posizioni anche quando venivano erose. Come risultato, abbiamo visto l’influenza dei nostri avversari dalla Groenlandia, nell’Artico, al Golfo d’America, al Canale di Panama e a luoghi ancora più a Sud”.

Il riferimento è, ovviamente, in primis a nazioni percepite come ostili a Washington come Cuba o il Venezuela, che negli ultimi anni hanno spesso offerto regolare scalo a navi da guerra russe, cinesi e perfino iraniane, nonché, talvolta, ai bombardieri strategici russi Tupolev Tu-160 in voli di addestramento a lungo raggio.

Ma ci sono timori anche più sottili, come l’infiltrazione di spie dai confini e perfino il ruolo cinese a Panama, dove l’acquisizione di posizioni da parte di grandi società di commercio marittimo controllate dal governo di Pechino ha alimentato sospetti relativi a tutto ciò che può essere nascosto in container stipati nell’istmo fra le due Americhe, armamenti, apparati di spionaggio elettronico o perfino missili di vario tipo.

Timori simili sono cresciuti per la Groenlandia, anche se in tal caso il pericolo di “navi russe e cinesi attorno all’isola”, come ripetuto da Trump nel gennaio 2026 sembra essere stato gonfiato.

Certo è che la scarsissima popolazione dell’enorme isola artica e il fatto che sia in sostanza sguarnita da parte delle forze armate del suo “sovrano” titolare, la Danimarca, contribuisce a creare un vuoto strategico che il grande vicino americano, volenti o nolenti i danesi, brama di riempire in qualche modo.

La Groenlandia, su cui la minaccia di annessione forzata potrebbe essere stata usata da Trump come leva per poi ridurre le pretese ad accordi per l’espansione della presenza militare USA e per il probabile sfruttamento dei ricchi giacimenti di terre rare stimati nel sottosuolo groenlandese, rappresenta di fatto una prima linea del continente nordamericano proiettata come bastione verso il lato opposto dell’Artico, potenziale base di supporto per il progettato sistema di difesa aerospaziale Golden Dome. Ed è significativo che da oltre un secolo gli Stati Uniti tentino di accaparrarsela, essendosi però dovuti accontentare finora di accordi con la Danimarca.

La dottrina strategica assegna così tanta importanza alla declinazione trumpiana di istanze in realtà ripescate dalla lunga tradizione geopolitica USA che nel documento ci si è premurati di “incorniciare” in blu l’assunto fondamentale del cosiddetto Corollario Trump, il suggello ideale che l’attuale presidente statunitense ha voluto porre alle enunciazioni dei suoi illustri predecessori Monroe e Roosevelt.

Tanto che qualcuno ha suggerito che la Dottrina Monroe sia di fatto resuscitata come “Dottrina Donroe”, giocando sul nome di battesimo di Donald Trump. Enunciato per la prima volta nel novembre 2025, il Corollario Trump recita: “Dopo anni di abbandono, il Dipartimento della Guerra ripristinerà il predominio militare americano nell’emisfero occidentale. Lo useremo per proteggere la nostra Patria e il nostro accesso a territori chiave in tutta la regione. Negheremo inoltre agli avversari la possibilità di schierare forze o altre capacità minacciose nel nostro emisfero. Questo è il Corollario di Trump alla Dottrina Monroe: un ripristino efficace e basato sul buon senso del potere e delle prerogative americane in questo emisfero, coerente con gli interessi degli americani”.

 

“Big Stick” e contenimento

Per capire a fondo lo spirito della nuova-vecchia dottrina strategica USA occorre tener presente le peculiarità del modo in cui gli Stati Uniti d’America hanno sempre visto sé stessi in rapporto alle altre potenze. Già all’indomani dell’indipendenza, l’America si reputò un mondo a parte, tanto che nel 1793 il primo presidente, George Washington, ebbe a scrivere: “La distanza che ci separa dalle potenze in lotta fra loro ci consentirà di essere nella giusta posizione per sfidare tutti i poteri della Terra”.

Parole che due secoli dopo il grande diplomatico Henry Kissinger commentò, non senza un tono di critica: “Voltando le spalle all’Europa, gli Stati Uniti voltarono le spalle alla politica d’equilibrio delle potenze”.

Era già, in nuce, l’idea dell’America First, più o meno consciamente avversa al multipolarismo in nome di una propria, presunta, eccezionalità e superiorità da coltivare e accrescere. Le originarie 13 colonie della costa atlantica si sentivano invulnerabili e “fuori dal mondo”, avevano alle spalle l’oceano e di fronte foreste e pianure popolate dai nativi pellerossa, gli unici “veri” americani destinati a un triste destino.

Già all’inizio del XIX secolo gli americani inaugurarono la prassi del cercare di acquistare territori in moneta sonante per espandersi senza colpo ferire. Approfittando del fatto che Napoleone voleva concentrarsi sul dominio dell’Europa, nel 1803 gli USA riuscirono a comprare dalla Francia la Louisiana per 15 milioni di dollari.

Il diplomatico che trattò l’acquisto della Louisiana era proprio James Monroe (nell’immagine a sinistra), che nel 1817 divenne presidente degli Stati Uniti. Fu lui, sei anni dopo, a teorizzare l’indipendenza dell’emisfero americano dalle potenze coloniali europee, sottintendendo che gli Stati Uniti avrebbero rivendicato un ruolo di capofila dei due continenti, in senso egemonico.

Era il 2 dicembre 1823 quando Monroe, nel suo discorso al Congresso sullo stato dell’Unione, enunciò la sua dottrina: “Considereremo pericoloso per la nostra pace e sicurezza ogni tentativo d’estendere i sistemi europei a qualsiasi area del nostro territorio”.

Su tale base gli Stati Uniti appoggiarono la decolonizzazione dell’America Latina, ritrovandosi nel proprio emisfero paesi estremamente vulnerabili alla loro penetrazione economica. Fu in genere col pretesto di tutelare aziende e commercianti americani che Washington inviò proprie truppe, e specialmente la sua forza anfibia di pronto intervento, l’US Marine Corps, per decine di volte in America Latina.

Solo alcuni esempi: Nicaragua 1852, Uruguay 1868, Argentina 1890, Cile 1891, Honduras 1903, Messico 1914, Dominica 1916, Haiti 1920. Erano le cosiddette “guerre delle banane”, poiché spesso legate anche agli interessi di colossi statunitensi del mercato agricolo, oltre che in altri settori come quello petrolifero e minerario.

Nulla di davvero nuovo nella storia, se si considera che 21 secoli fa la scintilla della Guerra Giugurtina, con cui l’antica Roma piegò il regno nordafricano della Numidia fu nel 112 avanti Cristo l’espugnazione di Cirta da parte di Giugurta, in cui furono uccisi i mercanti italici presenti in città.

Nel frattempo, nel 1898 gli USA avevano battuto la Spagna nella guerra per Cuba, che divenne indipendente, ma sotto egemonia americana. Gli Stati Uniti acquisirono inoltre i possedimenti spagnoli nel Pacifico, Guam e le Filippine, ponendo le basi della loro proiezione verso l’Asia.

Divenuto presidente dopo essere stato uno dei principali ufficiali del corpo di spedizione a Cuba, Theodore Roosevelt, detto “Teddy” (nella foto a sinistra), minacciò nel 1903 l’intervento delle corazzate della US Navy contro una flotta anglo-tedesco-italiana che incrociava al largo del Venezuela per pretendere il pagamento dei debiti di Caracas ai governi europei.

Era l’incarnazione della sua politica del “big stick”, il “grosso bastone” con cui “Teddy” impose la sua mediazione e ne trasse il suo “corollario Roosevelt” alla dottrina Monroe, dissuadendo gli europei da interventi armati nelle Americhe. Dichiarò Roosevelt il 6 dicembre 1904 al Congresso: “Nell’emisfero occidentale l’adesione degli Stati Uniti alla dottrina Monroe può indurre il nostro paese, suo malgrado, in casi flagranti di atti illeciti o situazioni d’impotenza, all’esercizio di un potere di polizia internazionale”.

Ed è proprio al Corollario Roosevelt che si ispira Trump. Nonostante il tradizionale disimpegno USA dal Vecchio Mondo, il presidente Woodrow Wilson optò nel 1917 per l’intervento nella Prima Guerra Mondiale a seguito della guerra sottomarina attuata dai tedeschi e della scoperta del “telegramma Zimmermann” con cui la Germania spingeva il Messico ad attaccare gli Stati Uniti da Sud.

L’America scese però in campo come “potenza associata” dei paesi dell’Intesa, dei quali era forte creditrice in prestiti finanziari.

Finita la guerra, nel 1919 Wilson promosse il nuovo ordine della Società delle Nazioni, ma gli USA non vi aderirono, rifugiandosi dal 1920 nell’isolazionismo. L’America sperava che l’Europa trovasse una sua stabilità, ma i nuovi venti di guerra convinsero nel 1939 il presidente Franklin Delano Roosevelt a estendere la Dottrina Monroe fino alle Azzorre.

Fu con la Seconda Guerra Mondiale che gli Stati Uniti decisero impegni permanenti oltremare in Europa e Asia che sarebbero proseguiti anche dopo la fine del conflitto. Proprio nel pieno delle battaglie contro Germania e Giappone, il geopolitico statunitense Nicholas Spykman elaborò la base della strategia del “contenimento” nei suoi libri “America’s Strategy in the World Politics”, del 1942, e “The Geography of Peace”, uscito nel 1944, postumo, a cura della sua allieva Helen Nicoll, essendo l’autore morto di cancro il 26 giugno 1943.

Spykman notò che l’emisfero delle due Americhe è “circondato” dal Vecchio Mondo da tre lati, ovvero da Est, dalle coste dell’Europa Occidentale e dell’Africa, da Ovest dall’Asia Orientale e da Nord dall’Eurasia artica. Arguì che per gli USA la sicurezza derivasse dalla garanzia che nessun pericolo arrivasse da quelle coste.

Era la fascia peninsulare eurasiatica che nel 1904 Halford Mackinder aveva chiamato “Inner Crescent”, “Mezzaluna Interna”, ma Spykman ribattezzò “Rimland”, “Terra Margine”. Per Spykman era il Rimland, e non l’Heartland continentale occupato dalla Russia, il maggior pericolo per le potenze marittime anglosassoni.

Nella Seconda Guerra Mondiale, di cui lo studioso non vide la fine, l’Heartland/URSS era alleato degli anglo-americani nell’impedire a Germania e Giappone di controllare il Rimland. Ma dal 1945, con l’Armata Rossa occupante l’Europa Orientale, nonché l’avanzata dei comunisti in Cina, ecco il rischio che il blocco sovietico controllasse penisole e isole dell’Eurasia, usandole come ponte per gli oceani.

Scrisse in particolare Spykman: “Il centro di potenza dell’Emisfero Occidentale può essere soverchiato da una potenza combinata dell’Eurasia che possiede 2,5 volte l’area e 10 volte la popolazione delle Americhe”.

Ribaltando Mackinder, l’americano sentenziò: “Il detto di Mackinder secondo cui ‘chi domina l’Heartland domina il mondo’, è falso. Uno slogan per la politica di potenza del Vecchio Mondo dev’essere ‘chi controlla il Rimland domina l’Eurasia, chi domina l’Eurasia controlla i destini del mondo”.

Ammise però che nell’immediato futuro, dopo la vittoria degli USA su Germania e Giappone, proprio l’Heartland sovietico-russo potesse avanzare fino alla fascia costiera dell’Eurasia, rivelandosi una nuova minaccia per Washington: “In realtà, può darsi che la pressione della Russia verso il Rimland costituirà un’importante caratteristica del dopoguerra”.

Ciò ebbe fra le sue primissime applicazioni il contenimento del nascente pericolo sovietico nel dopoguerra. La pressione dell’URSS su Grecia e Turchia spinse il presidente americano Harry Truman a definire il 12 marzo 1947 la sua Dottrina Truman: “Dobbiamo supportare i popoli liberi che resistono a tentativi di sottomissione da minoranze armate o pressioni esterne”.

E ciò fu il sostanziale fondamento, venato da idealismo, pur ad alterne fasi, della geopolitica e della strategia USA per molti decenni a venire, praticamente fino a Donald Trump.

 

Dai ghiacci agli spazi

La nuova dottrina strategica cita più volte la difesa antimissile Golden Dome fra i più importanti programmi destinati a mantenere la supremazia americana nel mondo, assicurando una, presunta, protezione integrale al Nordamerica. Ed è direttamente intrecciata, come abbiamo visto, con la questione della Groenlandia.

Si cita, fra i vari propositi: “Il Dipartimento della Guerra darà priorità agli sforzi per sviluppare il Golden Dome per l’America del presidente Donald Trump con uno specifico focus alle opzioni per contrastare in modo economicamente vantaggioso grandi sbarramenti missilistici e altri avanzati sistemi di attacco aereo. In aggiunta il Dipartimento svilupperà e dispiegherà capacità e sistemi per contrastare sistemi aerei senza pilota. Assicureremo inoltre che le forze USA abbiano accesso allo spettro elettromagnetico richiesto per difendere la madrepatria”.

Sul Golden Dome, che Trump, con ottimismo evidentemente eccessivo, vorrebbe “operativo entro il 2029”, permangono tuttora molti dubbi, dovuti alla difficoltà oggettiva di realizzare quello che dovrebbe essere il nucleo principale del sistema, ovvero satelliti intercettori in grado di colpire, con proiettili o con laser, i missili balistici nemici e le testate fuori dall’atmosfera, costituendo quindi la linea avanzata della protezione aerospaziale degli Stati Uniti.

Troppo simile pare al sogno dello SDI strombazzato da Ronald Reagan nel 1983 e mai realizzato, per non pensare, al momento, a una velleità intrisa di propaganda.

Vero è però che gli altri strati della difesa antimissile hanno margine di miglioramento, soprattutto in fatto di coordinazione e di rilevamento precoce dei bersagli. E’ nota la presenza in Groenlandia della base americana di Pituffik, la ex-base Thule, che oggi ospita i radar di rilevamento spaziale dell’821° Space Base Group, del 12° Space Warning Squadron e del 23° Space Operations Squadron.

Reparti della forza spaziale USA deputati al controllo di tutto quanto solca lo spazio orbitale al di sopra del Polo Nord, rotta più breve diretta dall’Eurasia al Nordamerica, e viceversa.

L’espansione della presenza militare americana in Groenlandia potrebbe contemplare anche l’installazione di lanciatori per missili antiaerei e antisatellite, THAAD e SM-3, magari secondo la formula già sperimentata con le basi AEGIS Ashore di Deveselu, in Romania, e Redzikowo, in Polonia.

Che gli americani abbiano già messo avanti le mani lo si è visto già il 17 giugno 2025, quando il Pentagono ha trasferito ufficialmente la Groenlandia dall’area di competenza dell’European Command, il comando europeo delle forze armate USA, a quella del Northern Command, il comando settentrionale che presiede al Nordamerica, con le sue propaggini artiche, e dipende direttamente dal quartier generale NORAD della difesa aerospaziale continentale.

Anche in tal caso, viene declinata agli scenari e alle tecnologie moderne la tradizione statunitense della difesa artica avanzata, che risale al dopoguerra quando apparve la minaccia dei primi grandi bombardieri strategici sovietici in grado di raggiungere l’America sorvolando il Polo Nord con bombe atomiche nella stiva. Fra il 1949 e il 1954 l’URSS concentrò la realizzazione delle sue prime bombe atomiche e dei suoi bombardieri a lungo raggio Myasischev Mya-4 e Tupolev Tu-95.

La risposta nordamericana fu in sostanza immediata. USA e Canada completarono dal 1951 al 1958 tre linee di stazioni radar scaglionate nel Nordamerica. La Pinetree Line, la “linea del pino”, con 33 stazioni radar a 50° di latitudine N, presso il confine Stati Uniti-Canada.

Alla più alta latitudine di 55° N, la Mid-Canada Line, con 90 antenne. Ancora più vicine al Polo, a 69° N, ormai in pieno Artico, le 63 stazioni della Distant Early Warning Line, la più avanzata. I radar dovevano dare l’allarme ai caccia intercettori americani pronti al decollo.

Fra essi, a quei tempi, i caccia Northrop F-89 Scorpion dislocati a Elmendorf e Ladd, in Alaska.

La Mid-Canada Line risultò superflua già nel 1965, ma le altre due linee vennero rimodernate fino al 1991. Nello specifico della Groenlandia, gli americani fondarono la base aerea di Thule, l’odierna Pituffik, utilizzata non solo per l’avvistamento radar, ma anche come scalo di bombardieri Boeing B-52, uno dei quali nel 1968 ebbe un incidente che portò, fra notevoli polemiche in Danimarca, alla dispersione sul territorio artico di ordigni nucleari portati nella sua stiva.

Breve fu l’avventura di un’altra base USA in Groenlandia, la fantascientifica Camp Century, scavata nel 1959 sotto i ghiacci, a 200 chilometri da Thule/Pituffik, e dotata di un reattore atomico per l’autosufficienza energetica, come fosse una piccola città sotterranea.

Doveva fare da prototipo per il progetto Iceworm, destinato a dar vita ad ambiziose postazioni di lancio di missili intercontinentali o a raggio intermedio scavate nel ghiaccio, complete dei relativi acquartieramenti degli equipaggi. Fu però sottovalutata la portata dei continui movimenti del ghiaccio, perciò già nel 1967 si decise di chiudere Camp Century.

La storia di Camp Century rimanda al problema fondamentale del territorio groenlandese, ovvero una coltre di ghiaccio spessa anche 2 km, e fino a 3 km massimi, che anche con le tecnologie di oggi pone enormi sfide sia per lo sfruttamento minerario delle risorse locali, che richiederebbe investimenti molto superiori a quelli necessari per normali miniere, sia per la realizzazione di grandi opere militari al di sotto della superficie.

Ancora oggi l’Artico rappresenta la prima linea aerospaziale americana nei confronti della Russia e lo si è visto anche, simbolicamente, in occasione della visita del presidente russo Vladimir Putin alla base Elmendorf vicino Anchorage, il 15 agosto 2025, dove Donald Trump lo ha accolto all’ombra di uno dei caccia intercettori Lockheed-Martin F-22 Raptor di stanza nella base, da dove spesso, insieme a caccia più datati come F-15 ed F-16, decollano su allarme per intercettare i bombardieri russi che dai cieli del Mare di Bering si avvicinano troppo ai confini americani.

Ma lo sviluppo dei nuovi sistemi aerospaziali russi come il Burevestnik e il FOBS potrebbe vanificare la prevalente attenzione statunitense per il fronte Nord, esponendoli ad attacchi strategici da ogni direzione.

Come è ben noto, infatti, il missile da crociera Burevestnik (nella foto sotto), del quale ci siamo occupati con un recente articolo per Analisi Difesa, avendo un motore costituito da un reattore nucleare, potrebbe volare teoricamente per settimane, compiendo tortuose rotte su tutto il globo, passando a bassissima quota su regioni poco monitorate come gli oceani aperti o i deserti, per poi dirigersi verso gli Stati Uniti da direzioni inaspettate.

Quanto al FOBS, ossia un sistema di bombardamento orbitale frazionato che i russi stanno studiando per il missile intercontinentale RS-28 Sarmat, come riedizione di un principio già sperimentato in era sovietica, si tratta di un bus di testate in grado di percorrere una frazione di orbita molto bassa, per ostacolare il rilevamento dei radar dell’US Space Command, diretta verso il Polo Sud, anziché il Polo Nord, in modo da compiere un periplo quasi intero del globo e aggirare gli Stati Uniti da Sud. Anche i cinesi stanno studiando un loro FOBS e ciò contribuisce a erodere in parte l’importanza a priori dell’Artico per la difesa aerospaziale nordamericana.

La nuova dottrina strategica ha rimarcato l’importanza per gli Stati Uniti di mantenere il margine di supremazia tecnologica complessiva su Russia e Cina, che negli ultimi 10 anni circa s’è ridotto in particolari ambiti come quello dei missili ipersonici.

Washington ci sta già lavorando sodo, tanto che nel corso del 2026 è previsto lo schieramento in Germania dei nuovi missili ipersonici a raggio intermedio LRHW (Long Range Hypersonic Weapon) Dark Eagle, appena entrato in servizio con l’US Army su rampe mobili autocarrate e con una gittata stimata in 3500 km a velocità comprese fra Mach 5 e Mach 10, ossia fra 6000 e 12.000 km/h.

La US Navy, dal canto suo, ha dato notizia il 27 gennaio 2026 del completamento dei lavori a bordo del costosissimo cacciatorpediniere Zumwalt per sostituire i cannoni da 155 mm con tubi lanciamissili per gli ordigni ipersonici Conventional Prompt Strike, lavori che verranno effettuati anche sulle due altre unità della classe Zumwalt, il Michael Monsoor e il Lyndon Johnson. La Marina americana è quindi in procinto di parificare quella russa nel disporre di missili ipersonici lanciabili da navi di superficie, laddove Mosca dispone già dal 2022 dello Zircon.

In generale il documento della National Defense Strategy richiede espressamente il recupero e il rafforzamento del complesso delle industrie degli armamenti che durante la Guerra Fredda assicurarono agli USA la complessiva superiorità tecnologica militare sul mondo.

Nel documento il patrimonio industriale viene definito DIB, da Defense Industrial Base e il suo potenziamento viene visto come una vera pietra angolare: “Il DIB statunitense è il fondamento per ricostruire e adattare le nostre forze armate affinché rimangano le più forti al mondo.

Il presidente Trump è riuscito a collaborare con il Congresso per realizzare e guidare una rinascita inedita dell’industria americana e un investimento generazionale nella difesa della nostra nazione, e dobbiamo essere buoni amministratori di queste preziose risorse”.

Si vuole un approccio innovativo anche aprendo a nuovi operatori del settore che si affianchino ai classici colossi come Lockheed-Martin, Boeing, General Dynamics, Ingalls eccetera.

La re-industrializzazione del paese, cara a Trump fin dal suo primo mandato anzitutto per accrescere l’occupazione, viene qui abbinata all’idea di un produttivo lavoro di squadra nel campo della difesa fra istituti di ricerca, che studiano principi o materiali innovativi, piccole aziende di nicchia, utili per la prototipazione, e grandi nomi per la fase della produzione di massa.

Il tutto tenendo presente come le industrie militari e aerospaziali possano tornare a essere un volano per tutta l’economia grazie alle ricadute nella produzione civile di soluzioni innovative.

Come viene spiegato: “Rafforzeremo le nostre capacità di sostenibilità organica, svilupperemo fornitori non tradizionali e collaboreremo con i fornitori DIB tradizionali, il Congresso, i nostri alleati e partner e altri dipartimenti e agenzie federali per rinvigorire e mobilitare l’impareggiabile creatività e ingegnosità della nostra grande nazione, riaccendere il nostro spirito innovativo e ripristinare la nostra capacità industriale”.

Seppure intriso di propaganda, con toni enfatici e col costante e personalistico richiamo alla figura di Trump come “motore primo” di questa rivoluzione, il National Defense Strategy 2026 si conferma comunque una chiara prefigurazione del mutamento di approccio dell’America al panorama strategico internazionale, ora impostato sul mantenimento della supremazia basato sul saldo controllo del proprio emisfero e sulla razionalizzazione della proiezione esterna della propria forza grazie al risparmio di risorse derivante da una maggior delega agli alleati per gli ambiti ritenuti non vitali.

 

Foto: Casa Bianca Dipartimento della Guerra, Ministero Difesa Russo, Ministro Difesa Danese e Wikipedia

Vignetta di Alberto Scafella

 

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Nato nel 1974 in Brianza, giornalista e saggista di storia aeronautica e militare, è laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano e collabora col quotidiano “Libero” e con varie riviste. Per le edizioni Odoya ha scritto nel 2012 “L'aviazione italiana 1940-1945”, primo di vari libri. Sempre per Odoya: “Un secolo di battaglie aeree”, “Storia dei grandi esploratori”, “Le ali di Icaro” e “Dossier Caporetto”. Per Greco e Greco: “Furia celtica”. Nel 2018, ecco per Newton Compton la sua enciclopedica “Storia dei servizi segreti”, su intelligence e spie dall’antichità fino a oggi.

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