Washington ha fretta di chiudere la guerra ma la Russia si fida ancora di Trump?

 

Nella storia infinita dei negoziati guidati dagli Stati Unii per concludere il conflitto in Ucraina i nodi irrisolti che restano al pettine sono quelli di sempre con in aggiunta in queste ore le indicazioni di un brusco calo della fiducia di Mosca nei confronti dell’Amministrazione Trump.

Il 9 febbraio il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov in un’intervista all’emittente internazionale Brics ripresa da Interfax, ha dichiarato che “ci dicono che bisogna risolvere il problema ucraino. Ad Anchorage abbiamo accettato la proposta degli Stati Uniti. Loro hanno fatto proposte, noi abbiamo accettato, quindi il problema dovrebbe essere risolto. La posizione degli Stati Uniti era importante per noi.

Accettando la loro proposta, sembrava che avessimo risolto la questione Ucraina e dovessimo passare a una cooperazione a tutto tondo, ampia e reciprocamente vantaggiosa. Finora, nella pratica, tutto appare il contrario. Vengono introdotte nuove sanzioni, viene organizzata una ‘guerra’ contro le petroliere in mare aperto in violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”.

Lavrov ha aggiunto che all’India e ad altri partner della Russia “cercano di impedire di acquistare i combustibili russi, economici, e li costringono ad acquistare gas naturale liquefatto americano a prezzi esorbitanti.

Gli americani hanno dichiarato l’obiettivo del dominio economico. Nonostante tutte le dichiarazioni dell’amministrazione del presidente Trump, secondo cui bisognerebbe porre fine alla guerra in Ucraina iniziata da Biden per aprire prospettive chiare e brillanti di cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra Russia e Stati Uniti in ambito d’investimenti e altro, tutte le leggi che Biden ha adottato per ‘punire’ la Russia dopo l’inizio dell’operazione militare speciale non sono messe in discussione”, ha osservato Lavrov.

Il clima di fiducia che finora ha sostenuto la disponibilità di Mosca ad accettare il negoziato proposto da Washington potrebbe quindi venire, alla luce dell’atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti e degli evidenti nodi ancora irrisolti per giungere a un’intesa sulla fine del conflitto con l’Ucraina.

 

Nodi da sciogliere

Kiev infatti non accetta le cessioni territoriali pretese in 5 regioni da Mosca e quindi rifiuta di ritirare le sue truppe da quanto ancora controlla nelle regioni di Donetsk (15% ancora in mano ucraina), Zaporizhia (20%) e Kherson (24%).

Le truppe russe, che controllano circa il 20 per cento del territorio ucraino e per intero la Crimea e l’oblast di Luhansk, continuano ad avanzare in due delle tre regioni ancora contese (a Kherson i due eserciti sono separati dal fiume Dnepr) ma stanno guadagnando terreno anche nelle regioni di Sumy e Kharkiv (lungo il confine ucraino- russo dove sembrano puntare a completare un “fascia di sicurezza” a protezione delle regioni russe di frontiera) e in quella di Dnipropetrovsk, dove l’obiettivo di Mosca sembra essere la costituzione di un’area abbastanza profonda da mettere al riparo da azioni ucraine il confine con l’adiacente regione di Donetsk.

Melle ultime ore i russi, che conquistano in media 8/12 centri abitati ogni settimana, avanzano su tutti i fronti incluso quello di Kupyansk, la “battaglia infinita” per la città situata nella regione di Kharkiv dove la controffensiva ucraina aveva portato alla riconquista di gran parte del centro urbano ma dove i russi hanno ripreso ad avanzare e oggi gli ucraini rischiano nuovamente di venire accerchiati in alcune aree a est del fiume Oskil  (qui sotto nella mappa dell’ISW).

Dopo la breve tregua è ripresa anche l’offensiva notturna con droni e missili tesa a demolire le infrastrutture energetiche, industriali e ferroviarie dell’Ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky ha denunciato che nella prima settimana di febbraio di quest’anno la Russia ha impiegato oltre 2.000 droni, 1.200 bombe guidate e 116 missili.

Poiché le forze di Kiev continuano a perdere terreno e non hanno la capacità di riconquistare i territori perduti, si comprende perché il 27 dicembre scorso Vladimir Putin abbia affermato di trovare sempre meno utili i negoziati dal momento che i russi stanno prendendo armi in pugno i territori oggetto di trattativa.

Il rischio semmai, in assenza di un trattato di pace, è che Mosca aumenti le sue aspirazioni territoriali puntando anche su Odessa e altre regioni della cosiddetta “Nuova Russia” del sud e dell’est dell’Ucraina.

Come sempre l’Ucraina punta a minimizzare i successi russi ingigantendo le perdite del nemico che secondo il comandante delle forze militari ucraine, generale Oleksandr Syrsky, si aggirerebbero intorno ai 100/1.100 caduti al giorno.

Syrsky (nella foto a lato) valuta infatti che negli ultimi sei mesi il numero di militari russi in Ucraina si è mantenuto approssimativamente allo stesso livello di 711-712 mila unità. Poiché la Russia continua a reclutare in media circa 400 mila militari a contratto all’anno, secondo il comandante ucraino “questo indica che il livello delle loro perdite supera le capacità di rimpiazzo”.

Affermazione dal valore forse propagandistico ma poco circostanziata. I volontari a contratto arruolati dalla Russia restano in servizio un anno ma possono se lo desiderano rinnovare la ferma. Al di là delle perdite, è normale vi sia un avvicendamento tra chi dopo un anno ritorna alla vita civile e chi si è arruolato da pochi mesi tenuto conto che l’impego dei militari a contratto potrebbe non riguardare esclusivamente il dispiegamento in Ucraina.

Poiché anche la NATO conferma che Mosca raggiunge e addirittura supera ogni anni gli obiettivi di reclutamento di volontari a contratto previsti è molto probabile che l’impegno di 700/750 mila militari sui fronti ucraini venga considerato adeguato per sostenere l’offensiva costante contro un nemico sempre più debole per numero di truppe ,armi e munizioni, afflitto da diserzioni di massa e che dispone anche in maniera crescente di militari di scarsa qualità, poco addestrati e spesso reclutati a forza.

Secondo il canale Telegram Rezident UA, che cita fonti dello stato maggiore ucraino, più di 100.000 soldati ucraini morti dal 2024 sono stati inseriti nelle liste dei disertori, per nascondere l’entità delle perdite e non pagare alcun risarcimento ai familiari.

Notizia che certo meriterebbe verifiche e approfondimenti poiché finora Kiev era sospettata di gonfiare il numero dei dispersi, non dei disertori, per minimizzare le perdite in combattimento.

Vi sono poi altri due aspetti che bloccano i negoziati: Kiev non accetta di restare neutrale, cioè esterna alla NATO, né di rinunciare ad ospitare truppe di nazioni della NATO come quelle anglo-francesi intenzionate a schierarsi in Ucraina dopo un accordo di pace.

Nonostante ogni accordo sia impossibile a queste condizioni, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha affermato nei giorni scorsi che gli Stati Uniti vogliono la fine della guerra entro giugno. Le delegazioni russa e ucraina saranno negli Stati Uniti nei prossimi giorni per ulteriori colloqui, probabilmente a Miami, ma non sembrano esserci elementi per sbloccare lo stallo.

 

Gli obiettivi di Trump

Del resto gli Stati Uniti hanno fretta perché intendono ristabilire al più presto intese relazioni economiche e politiche con la Russia lasciando ai margini l’Europa con il fardello della crisi energetica ed economica e della ricostruzione dell’Ucraina.

Che gli statunitensi vogliano sganciarsi dagli impegni in un’Europa, vista da Washington solo come un vassallo ininfluente e un cliente per armi ed energia statunitense, lo dimostra anche la partecipazione ai minimi termini alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, dal 12 al 14 febbraio.

Alla NATO si nega ogni riduzione dell’impegno degli USA ma a Monaco non ci saranno né il vicepresidente J.D. Vance (che lo scorso anno aveva scosso i vertici europei con un intervento molto duro nei confronti dell’Europa “nemica dei suoi cittadini”) né il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che diserterà anche la ministeriale Difesa della NATO del 12 febbraio a Bruxelles, sostituito dal numero due del Pentagono Elbridge Colby.

L’assenza di Hegseth – ha ammesso l’ex portavoce della NATO Oana Lungescu, “rappresenta un segnale negativo in una fase di forte stress delle relazioni transatlantiche” e rischia di rafforzare “i dubbi sulla solidità dell’impegno americano”.

Se consideriamo che all’ultima riunione dei ministri degli Esteri della NATO il segretario di Stato Marco Rubio non si era fatto vedere, appare chiaro quale interesse Washington attribuisca oggi all’Europa.

Rubio sarà però presente alla conferenza di Monaco anche se probabilmente attribuisce più rilevanza politica alle visite nei giorni successivi in Slovacchia e Ungheria dove incontrerà i premier Viktor Orban e Robert Fico, ostracizzati dall’Unione Europea ma tenuti in grande considerazione dall’Amministrazione Trump.

Del resto è paradossale che dopo aver alimentato la crisi per la Groenlandia, gli USA disertino un incontro con gli alleati NATO in cui sui discuterà di rafforzamento della presenza nell’Artico per rispondere alle minacce di Russia e Cina.

Minacce denunciate da Washington ma del tutto inesistenti sul piano concreto, a dimostrazione di come gli alleati europei restino succubi della narrazione strumentale d’oltre Atlantico e di come Trump utilizzi minacce paventate come pretesti per implementare la sua agenda.

L’obiettivo, ha spiegato il ministro britannico John Healey, è “mostrare agli Stati Uniti che gli alleati stanno già facendo di più” ma a Washington non sembra interessare realmente l’impegno degli alleati (se non quello determinato a comprare armi “made in USA”) ma a mettere le mani sulla Groenlandia in un modo o nell’altro.

Per il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, che aveva chiamato Trump “daddy”, immaginare una difesa europea senza gli Usa è “sognare” ma prima o poi occorrerà pure fare i conti col fatto che Washington non sembra avere alcun interesse a difendere l’Europa, o almeno è apparsa finora molto più interessata a sviluppare le relazioni con la Russia.

Il 7 febbraio Zelensky, in un colloquio con i giornalisti, ha affermato che c’è la possibilità che gli Stati Uniti e la Russia firmino accordi di cooperazione economica dal valore di circa 12 trilioni di dollari (12.000 miliardi).

“I servizi segreti mi hanno mostrato il cosiddetto pacchetto Dmitriev”, che lui ha presentato negli Stati Uniti, per un valore di circa 12 trilioni di dollari, si tratta di un pacchetto di cooperazione economica tra Usa e Russia, ha detto il presidente ucraino, affermando che ci sono diversi segnali che indicano che questi documenti potrebbero contenere anche questioni relative all’Ucraina.

“L’Ucraina non sosterrà eventuali accordi tra le parti che ci riguardano senza essere consultati”, ha affermato Zelensky che evidentemente teme di venire scavalcato o sacrificato sull’altare della ripresa in grande stile delle relazioni tra Stati Uniti e Russia.

 

E l’Europa?

Se la ripresa delle relazioni russo-americane subirà una battuta d’arresto dopo le dichiarazioni di Lavrov solo il tempo potrà dirlo. Nel frattempo in Europa c’è chi pensa sia il caso di parlare con Vladimir Putin, anche in seguito al pessimo andamento della guerra per l’Ucraina e alle pessime conseguenze economiche ed energetiche per l’Europa.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che ci sono stati “contatti” tra Mosca e Parigi. Non a caso, il consigliere diplomatico del presidente francese Emmanuel Macron era stato inviato a Mosca a inizio febbraio proprio per preparare il terreno. Ma è lo stesso Peskov a specificare che non è stata ancora fissata una data per il prossimo round di colloqui sull’Ucraina, in riferimento ai negoziati trilaterali Russi-Usa-Ucraina svoltisi ad Abu Dhabi. Ha riferito, tuttavia, che i negoziati probabilmente si svolgeranno presto.

Macron ha dichiarato di volere che la ripresa del dialogo con Vladimir Putin sia “ben organizzata” con gli europei, ma senza “troppi interlocutori”. In un’intervista pubblicata da sette quotidiani europei, Macron ha affermato che i primi contatti “tecnici” hanno confermato che per ora “la Russia non vuole la pace”.

E mentre la Francia si posiziona sul fronte del dialogo con Mosca in vista della sconfitta dell’Ucraina in Italia s continua ad attribuire all’Unione Europea la prerogativa di discutere di Putin.

“Credo che l’Europa debba parlare in quanto tale nel momento in cui si avvia una trattativa con la Russia, per essere interlocutrice di una stagione di pace” ha detto il ministro degli Esteri, Antonio Tajani a Sky Tg24.

Secondo il ministro, “le iniziative dei singoli paesi non aiutano a rafforzare la posizione europea, che sarà fondamentale, nel momento in cui si arriverà a un accordo, per decidere quando e come revocare le sanzioni che sono state inflitte a livello europeo“.

Nonostante Giorgia Meloni avesse espresso la necessità di riprendere a parlare con la Russia, Roma sembra quindi determinata a perdere un’altra occasione per recuperare il suo tradizionale ruolo di “ponte” tra Occidente e Russia e l’opportunità di guidare negoziati lasciando queste prerogative ai suoi rivali storici: nel 2022 col governo Draghi alla Turchia, oggi col governo Meloni alla Francia.

Del resto, nella disastrosa Commissione europea von der Leyen 2 chi potrebbe avere i titoli e lo standing per negoziare con Putin? Forse Kaja Kallas? Mario Draghi? La stessa von der Leyen?

Siamo seri: la UE si è messa fuori gioco da tempo (e da sola) e l’unica speranza per l’Europa è riposta nell’iniziativa di singole nazioni e leader, come già hanno cercato di fare Orban e Fico.  Sarebbe un peccato se l’Italia lasciasse ad altri una simile iniziativa in un momernto come questo.

Nelle ultime ore il presidente ucraino ha risposto alle ipotesi formulate dal Financial Times circa la volontà del governo di Kiev di annunciare il 24 febbraio (quarto anniversario dall’attacco russo) elezioni e un referendum sugli accordi di pace da tenersi in maggio.  “Finché non ci sarà sicurezza, non ci saranno annunci sulle elezioni” ha detto a RBC Ukraine, l’ufficio di Zelensky. Quindi, la guerra continua…

Foto: Casa Bianca, Ministero Difesa Ucraino, Presidenza Francese e TASS

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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