Hermann Göring e Norimberga, dal film alla realtà

“L’uomo di ferro”, “un uomo del Rinascimento”, “un bugiardo professionista”, “il grassone”. Anche se la storia mondiale è piena di figure passate dagli altari alla polvere sino alla damnatio memoriae, decisamente sono poche le figure così controverse da aver attirato delle definizioni tanto contrastanti.
La personalità in questione è Hermann Göring, e la sua biografia non poteva che portare alle interpretazioni sopra riportate: da asso dell’Aeronautica nella Prima guerra mondiale al difficile primo dopoguerra, segnato da ristrettezze economiche, dalla progressiva dipendenza dalla morfina e dal primo matrimonio; dall’adesione al nascente partito nazionalsocialista al fianco di Adolf Hitler e alla partecipazione al Putsch di Monaco, fino alla rapida e spettacolare ascesa negli anni Trenta.
Göring ebbe un ruolo centrale nella costruzione dello Stato di polizia nazista e della Luftwaffe, dedicandosi nel frattempo alla caccia, all’acquisto e allo spregiudicato saccheggio di opere d’arte, e mantenendo uno stile di vita opulento e contraddittorio, sino alla successiva caduta politica e la sconfitta militare.

Uno storico altrettanto controverso, David Irving, traccia nel suo libro Göring – Da Maresciallo del Reich al Processo di Norimberga (prima edizione italiana per Mondadori, ora ristampato in edizione riveduta e aggiornata da ITALIA Storica Edizioni, 606 pagg, Euro 35,00 – ordinalo a questo link).
Un ritratto articolato e complesso del Reichsmarschall Göring, esaminandone senza semplificazioni la vita privata, l’influenza esercitata su Hitler e le aspre lotte di potere ai vertici del Terzo Reich.
L’opera di Irving, fondata su un’ampia e rigorosa base documentaria – diari personali, archivi pubblici e privati, documenti ufficiali, interviste e corrispondenze private, tra le quali spicca quella, intima e personale, con la sua prima moglie, la sensibile e incline al misticismo contessa svedese Carin von Fock, alla memoria della quale Göring intitolò la sua lussuosa tenuta di caccia di Carinhall, mantiene dal punto di vista biografico e storico la sua validità tutt’oggi, rappresentando un metro di paragone per le biografie precedenti e posteriori del Reichsmarschall.
Discutibile è invece la linea “innocentista” di David Irving verso Hitler a riguardo della effettiva decisione e della conoscenza di quest’ultimo dello sterminio ebraico, presente anche nel suo Hitler’s War del 1977. La maggior parte degli storici stroncò questa teoria, con una conseguente pluriennale polemica che ebbe il suo apice nella causa per diffamazione promossa nel 1996 da Irving contro la storica dell’Olocausto Deborah Lipstadt, conclusasi nel 2000 con l’assoluzione della Lipstadt, e il conseguente collasso economico e di reputazione di Irving.

Tuttavia, la mole di documenti e testimonianze inedite che erano il segno distintivo di Irving nei suoi libri, dalla biografia di Göring in oggetto a quelle su Rommel, dalla sua ricostruzione della rivolta di Budapest del 1956 ai dissidi nell’Alto Comando Alleato nella Seconda guerra mondiale, prima della sua caduta in disgrazia pubblicati in centinaia di migliaia di copie dalle maggiori case editrici mondiali, rendono queste opere utili al lettore e allo storico… e anche allo cinefilo, dal momento che nei più importanti film dedicati a Norimberga è proprio Göring a essere protagonista, dal lungometraggio di James Vanderbilt con Russel Crowe del 2025 alla miniserie TV di Yves Simoneau con Brian Cox del 2000.

Specie nella miniserie a Göring/Cox sono affidate delle memorabili sequenze dove il personaggio mette istrionescamente in dubbio la legittimità stessa del Processo di Norimberga e la presunta superiorità morale dell’accusa versus la Germania nazionalsocialista, accusando gli americani di segregazione razziale e di espansione coloniale verso il Centro e Sud America e gli Alleati in generale di crimini di guerra con i loro bombardamenti a tappeto come fece nella realtà.
Göring si distinse per abilità retorica da molti degli altri coimputati, e paradossalmente aiutato dagli americani stessi, i quali, riducendogli le dosi di morfina – dalla quale era dipendente a causa delle ferite riportate in combattimento aereo nella Grande Guerra e nel fallito Putsch del 1923, lo resero molto più lucido di quanto fosse stato nei mesi e anni precedenti.

Nel film di Vanderbilt il ruolo di protagonista è invece diviso con il primo Ufficiale psichiatra assegnato a Göring, il tenente del Servizio informazioni militare dell’US Army Douglas McGlashan Kelley.
Quest’ultimo, poi sostituito a causa di contrasti con i suoi superiori, pubblicò un libro tratto dal suo esame degli imputati nazisti nel 1947, 22 Cells in Nuremberg. A Psychiatrist Examines the Nazi Criminals, nel quale esponeva la tesi, poi affinata con grande profondità dalla studiosa Hanna Arendt nel suo La banalità del male del 1963, di come quei criminali nazisti non dovessero essere considerati delle “eccezioni”, ma che anche degli uomini comuni possono essere portati a commettere atrocità.
Il testo di Douglas McGlashan Kelley, uscito nel 1947, con un’America trionfante ben diversa da quella degli anni ’60 quando uscì il libro della Arendt, ebbe ben poca fortuna e altrettanto il suo autore, che cadde in depressione e si tolse la vita nel 1958 con una pillola di cianuro – molto simile a quella usata da Göring per “fregare” il boia la notte prima della sua impiccagione.
Comunque, ambedue le tesi trovarono conferma anche dagli studi sul principio di autorità, i condizionamenti sociali e la pressione di gruppo e la loro influenza sui comportamenti degli individui dagli psicologi Stanley Milgram e Philip Zimbardo, e, purtroppo, dalle stragi e crimini di guerra e contro l’umanità che hanno continuato a verificarsi nelle decine di conflitti dal 1945 a oggi.
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