E’ tempo di liberarci dei liberatori

L’attacco all’Iran mentre erano in corso trattative e che mette nel mirino le figure chiave del governo iraniano, non contiene particolari novità rispetto a quanto già sapevamo dell’approccio di Stati Uniti e Israele nei confronti di Tehera,
Non deve stupire che Stati Uniti e Israele decidano arbitrariamente di usare la forza contro chiunque considerino loro nemico in tutto il mondo e lo fanno mentendo circa il programma nucleare iraniano che nessuno considerava prossimo allo sviluppo di armi atomiche.
In fondo l’hanno sempre fatto con attacchi incursioni mirate, attacchi “preventivi” e persino rapimenti di capi di stato come nel caso venezuelano; azioni che se venissero compiute da altri non esiteremmo a definire terroristiche.
Lo fanno destabilizzando intere aree del mondo, di solito quelle ad alto valore energetico, senza avvisare preventivamente gli alleati né consultarsi con loro. Il vicepremier italiano Matteo Salvini ha rivelato ieri che il governo italiano è stato informato dell’avvio delle operazioni militari dopo che queste erano cominciate. Quando Roma lo aveva già saputo dalle breaking-news televisive e dalle agenzie di stampa.
La vicenda del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato a quanto pare con la famiglia a Dubai, su cui molti hanno ironizzato, dimostra in realtà che il Pentagono non ha informato i colleghi della NATO dell’imminente attacco a ulteriore conferma che Stati Uniti e Israele applicano da sempre un principio di superiorità sul resto del mondo basato sulla loro “eccezionalità”. Di fatto “io sono io e voi non siete un c….” per dirla con la Marchese del Grillo.
Nulla di sorprendente se si considera l’arroganza che riserva agli europei l’Amministrazione Trump e soprattutto che i nostri “alleati” d’oltreoceano, ben prima di Donald Trump, si comportano da molti anni da nostri acerrimi nemici.

Hanno scatenato le primavere arabe che hanno infiammato Nord Africa e Medio Oriente scatenando guerre in Libia, Iraq e Siria che hanno minato la sicurezza energetica e il “cortile di casa” dell’Europa; hanno attuato il cambio di governo a Kiev nel 2014 investendo nell’operazione Maidan 5 miliardi di dollari (come disse il sottosegretario Victoria Nuland al Congresso) aprendo il confronto militare con la Russia in seguito al quale hanno fatto esplodere il gasdotto Nord Stream….dopo che Biden e Nuland avevano dichiarato di volerlo distruggere.
Di fronte a tutto questo sarebbe puerile stupirsi perché gli statunitensi non mostrano riguardo né rispetto nei confronti degli alleati europei. Del resto non occorre essere particolarmente maliziosi per rendersi cono che l’attacco all’Iran, al di là dei suoi esiti, provocherà un rialzo del prezzo del greggio anche a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz decretato ieri dai Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani.
E non occorre essere fini analisti per intuire che il blocco del Golfo favorirà l’energia esportata dagli USA e prezzi più alti renderanno più convenienti le estrazioni di petrolio negli Stati Uniti, dove la costosa tecnica della frantumazione delle rocce (fracking) non è sostenibile se le quotazioni non raggiungono almeno i 62/65 dollari al barile.
E neppure per comprendere che l’Europa, già oggi l’area industrializzata del mondo che paga l’energia al pezzo più alto dopo la rinuncia a gas e petrolio russo (in quantità infinita e prezzi convenienti), subirà dall’attacco all’Iran ulteriori danni in termini economici e di sicurezza.

La cosa di cui dovremmo tutti stupirci è che i governi delle nazioni europee (lasciamo perdere l’Unione Europea, ormai ridotta a una nomenklatura di lobbisti che rispondono in buona parte a interessi statunitensi) continuino a restare prone alla prepotenza auto referenziale di Stati Uniti e Israele.
Per noi italiani, che consideriamo da tempo area strategica di primario interesse nazionale il cosiddetto “Mediterraneo Allargato” (esteso a est fino a Mar Rosso, Oceano Indiano e Golfo Persico) le operazioni militari in corso dovrebbero risultare inaccettabili proprio perché assicurano solo la destabilizzazione di questa regione.
Anche le milizie Houthi dello Yemen hanno annunciato la ripresa degli attacchi ai mercantili nello Stretto di Bab el-Mandeb e nel Golfo di Aden, in supporto all’Iran aggredito. Grazie a USA e Israele verrà quindi di nuovo penalizzato il traffico marittimo da e per il Mediterraneo, cioè verranno penalizzati i nostri porti e le nostre merci, il nostro import-export e non saranno certo le poche navi con pochissimi missili dell’Operazione UE Aspides a poter proteggere le navi in transito tenuto conto che persino gli Stati Uniti dovettero accordarsi con gli Houthi dopo aver esaurito le scorte di missili da difesa aerea di alcune unità della US Navy.
Non ha alcun senso per le nazioni europee oggi ribadire che siamo alleati con USA e Israele perché tra alleati ci si confronta, si prendono decisioni congiunte o condivise, soprattutto si evita di compiere azoni unilaterali che danneggino i partner. Invece gli europei vengono trattati come “utili idioti” per sostenere campagne militari e iniziative che vanno contro i loro interessi e tacciono, proni al padrone.

E’ pur vero che “chi è causa del suo male pianga sé stesso” ma è necessario che le nazioni europee sui sveglino prima che sia troppo tardi. Gli interessi di Stati Uniti e Israele e dei loro leader sono non da oggi improntati alla destabilizzazione di intere aree geopolitiche ed energetiche: obiettivo che è esattamente l’opposto di quello che dovremmo perseguire noi europei.
Per questo occorre al più presto smarcarsi da un’alleanza sempre più a senso unico, ingombrante e pericolosa per la nostra sicurezza. Come l’Impero Romano, anche quello statunitense nella sua fase decadente diventa imprevedibile, pericoloso e guidato da leader poco strutturati, inaffidabili, impreparati quando non palesemente squilibrati.
Ha senso mettere in mano la nostra difesa e sicurezza, le nostre basi militari a una potenza che si dimostra ogni giorno di più nostra nemica?
Perché non basta la propaganda, con le sue ridicole note di linguaggio o le farneticanti dichiarazioni di Trump circa la minaccia imminente dell’Iran per gli Stati Uniti, a giustificare questa nuova guerra che semina il caos alle porte di un’Europa che, dopo 80 anni, dovrebbe trovare il coraggio di “liberarsi dei liberatori” per evitare, con pragmatismo e mettendo al bando dogmi settari, di continuare a farsi trascinare in guerre non sue.
Filo-ayatollah?
Non è infatti necessario essere fan del defunto ayatollah Khamenei (che già era malato e aveva 87 anni ma era una figura di spicco non solo dell’Iran ma dell’intero Islam scita) per notare che se definiamo “regime” quello iraniano dovremmo dire la stessa cosa delle monarchie assolute e ereditarie che governano con ben poco spazio per diritti civili e politici i petro-regni arabi del Golfo, tutti nostri alleati di ferro a cui ci siamo spesso prostrati in Europa in cambio di investimenti miliardari.

Ridicolo bollare come “movimento terroristico” i Guardiani della Rivoluzione Islamica iraniani (pasdaran), come ha fatto il parlamento europeo col via libera anche dell’Italia, senza ricordare che i terroristi islamici sono sunniti (ISIS, al-Qaeda, ecc.) e non sciti.
Anzi gli sciti, arabi o persiani, sono il principale bersaglio dell’estremismo terroristico sunnita come si evince leggendo i proclami di Osama bin Laden, Abu Musayb al-Zarqawi e Abu Bakr al-Baghdadi. Ed è pure il caso di ricordare che a impedite all’ISIS di prendere Baghdad nell’agosto 2014 non furono le truppe americane né tanto meno italiane ma tre reggimenti di pasdaran iraniani, a prezzo di ingenti perdite. Così come a liberare il nord Iraq e la Siria Orientale dallo Stato Islamico furono in buona parte le milizie popolari scite filo iraniane guidate dai pasdaran.
Certo si tratta di ricordi scomodi, specie oggi che il mondo intero ha riconosciuto un terrorista come Abu Mohammadal-Jolani (o Ahmed al-Sharaa, su cui pendeva una taglia di Washington da 10 milioni di dollari) leader della Siria che nessuno ha eletto ma ha preso il potere guidando una milizia islamista sunnita alleata della Turchia. Già luogotenente di Zarqawi ai tempi degli attentati contro l’ONU a Baghdad e contro gli italiani a Nassiryah, poi membro dell’ISIS, fondato di al-Nusra e leader della milizia jihadista Tahrir al Sham, a cui tutti oggi stringono la mano, inclusi quelli che accusano di terrorismo i pasdaran.
Del resto il pragmatismo della politica rende ipocrita qualunque appello a valori di libertà e democrazia. Rinunciamo all’energia dell’autocrate Putin e la comperiamo dal regime del presidente azero Ilham Alyev, in carica dal 2003 succeduto al padre Heydar. Già più volte messo all’indice per la repressione del dissenso e l’assenza di diritti umani e civili, il regime azero è forse l’unica repubblica rimasta al mondo insieme alla Corea del Nord dove il potere viene tramandato dal padre al figlio con tanto di culto della personalità.

Allo stesso modo oggi la propaganda israeliana e americana (con la solita grancassa di media compiacenti e asserviti) ci propone la contrapposizione delle immagini delle ragazze iraniane all’epoca del regime dello Shah Reza Pahlevi e le donne col capo coperto (peraltro non obbligatorio) dell’Iran degli ayatollah.
Una contrapposizione già utilizzata con i burqa afghani quando USA e alleati puntavano a esportare la democrazia a Kabul, poi lasciata di nuovo ai talebani senza aver mai tolto i burqa alle donne. Eppure basta leggere la Storia o avere un’età adeguata a ricordare i fatti, per valutare che il ripristino a Teheran della monarchia dei Pahlavi non è certo garanzia di libertà e democrazia.
Lo Shah regnò col pugno di ferro contro ogni dissidenza utilizzando la famigerata polizia politica SAVAK e si fece proclamare “Imperatore”; unico all’epoca ad attribuirsi una simile carica insieme al dittatore centrafricano Jean-Bedel Bokassa. Non a caso l’impero dello shah, alleato di USA e Israele, crollò in seguito a grandi rivolte popolari.
Prospettive vaghe
Ammesso quindi che il “regime” iraniano venga rovesciato quali prospettive apre l’attacco israelo-americano? Forse solo una: il caos. L’Iran è in grado di rinnovare la sua classe dirigente decapitata dai raid missilistici israeliani probabilmente rafforzando il peso del Guardiani della Rivoluzione, quindi non certo dei riformisti.

Teheran gode del supporto (anche militare) silenzioso ma concreto di Russia e Cina mentre gli Stati Uniti e Israele potrebbero essere in grado di sobillare rivolte e forse anche di scatenare una guerra civile in Iran ma le probabilità che sbarchino un milione di soldati per liberare Teheran dagli ayatollah e dai pasdaran appaiono addirittura inferiori a quelle che le nazioni europee inviino i propri eserciti a combattere in Donbass.
Trump del resto esorta gli iraniani a ribellarsi, proprio come George H. Bush esortò curdi e sciti a rivoltarsi contro Saddam Hussein nel 1991 ma non mosse un dito per difenderli dalle feroci rappresaglie di Saddam Hussein.
Washington quindi non sembra avere una strategia precisa per il “regime-change” a Teheran e se è così il disastro è assicurato: basti ricordare come l’Iraq cadde nel caos e nella guerra civile dopo la rimozione di Saddam Hussein e l’occupazione anglo-americana.
Tutto questo considerato appare evidente che il programma nucleare e balistico iraniano costituiscano solo dei pretesti per gettare l’Iran, alleato di Russia e Cina, nel caos più totale assieme alla sua produzione energetica oggi esportata in Asia che Washington vorrebbe mettere fuori gioco o, in alternativa, porre sotto il suo controllo.
Del resto l’Iran aveva firmato un accordo internazionale nel 2015 con l’Amministrazione Obama che successivamente Donald Trump invalidò seguendo i diktat di Benjamin Netanyahu, lasciando già all’epoca il dubbio su chi tenga davvero le redini nell’alleanza tra Israele e Stati Uniti.

Oggi la pretesa di un nuovo accordo sul nucleare cade nel ridicolo dopo che nella guerra dei 12 giorni scatenata nel giugno scorso da Israele proprio Trump aveva annunciato di aver cancellato il programma atomico iraniano dopo i raid dei bombardieri B-2 sui siti nucleari iraniani.
In realtà un intervento utile solo a fermare temporaneamente la guerra e salvare la faccia a Israele che aveva finito i missili anti-missile mentre Teheran aveva ancora molti missili balistici da poter lanciare. Anche nell’attuale campagna saranno forse le munizioni a determinare il successo o meno dei contendenti come ha evidenziato anche Scott Ritter. Finiranno prima i vettori balistici iraniani o le armi antimissile israeliane e statunitensi?
Le forze armate israeliane (IDF) stimano che l’Iran possieda attualmente circa 2.500 missili balistici. Prima della guerra del giugno 2025, le stesse fonti avevano dichiarato che l’Iran puntava ad accelerare significativamente il ritmo di produzione dei missili balistici per portarli da 3mila a 8mila entro due anni. Durante il conflitto di giugno, l’Iran ha lanciato oltre 500 missili contro Israele, e l’IDF ritiene di aver distrutto centinaia di missili negli attacchi e di aver impedito la produzione di altri 1.500 missili colpendo le fabbriche.
Negli ultimi mesi i militari israeliani ritengono che Teheran abbia investito sul ripristino delle capacità di produzione missilistica, producendo diverse decine di missili al mese fino a giungere a 2.500 ordigni. Un numero elevato che richiederebbe almeno il triplo di missili da difesa aerea con capacità anti-balistiche.

L’Iran del resto colpisce le basi americane nelle monarchie arabe del Golfo non solo perché obiettivi militari legittimi ma forse con l’intenzione di sollevare le popolazioni arabe, che detestano la politica di USA e Israele, e potrebbero forzare gli emiri a cacciare le basi USA che appaiono sempre di più come il braccio (più ricco e armato) di Israele.
Anche il dibattito accesosi tra Cipro e Gran Bretagna per due missili balistici iraniani definiti “vaganti” e potenzialmente diretti verso le basi britanniche nell’isola che fa parte della UE (anzi ne ha ora la presidenza semestrale) dovrebbe indurre a qualche riflessone sui come la guerra scatenata dagli israelo-statunitensi possa minacciare direttamente Europa e UE.
In questa guerra il governo iraniano potrebbe infatti non essere l’unico a giocarsi tutto: USA e Israele rischiano non solo di non raggiungere gli obiettivi prefissati ma anche di perdere credibilità politica e militare (specie se l’Iran sarà in grado di infliggere dolorose perdite ai suoi nemici) facendosi odiare da gran parte del mondo.

In termini politici occorre infatti chiedersi in base a quale diritto la principale potenza nucleare del mondo (insieme alla Russia) e una potenza nucleare “di fatto” come Israele che non si è mai sottoposta alle ispezioni dell’agenzia dell’Onu per il nucleare (AIEA) possano arrogarsi il diritto di negare l’arricchimento dell’uranio e addirittura lo sviluppo di missili balistici e armi atomiche all’Iran.
Alla legge del più forte? Con tanti saluti al tanto sbandierato diritto internazionale, alla “pace giusta” e alla contrapposizione aggressore-aggredito tanto cara a politici e opinionisti di casa nostra.
Infine, dopo appena 36 ore di guerra è già evidente che la più importante lezione che emerge da questo conflitto è quella nordcoreana: se Teheran avesse le armi nucleari, come le ha Pyongyang, nessuno oserebbe più attaccarla.
Foto: TASNIM , X, IRNA, IDF, US Dept. of War,
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.








