Tafazzi d’Europa in marcia verso il baratro

Nella guerra in Medio Oriente i Tafazzi d’Europa marciano quasi tutti uniti al fianco dei “paesi aggrediti”, cioè ovviamente al fianco di Stati Uniti e Israele e delle nazioni arabe del Golfo che ospitano basi statunitensi e che vengono bersagliate dai missili e dai droni iraniani.
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Il governo di ultra sinistra spagnolo, rivelatosi ancora una volta l’unico vero “sovranista” europeo, ha condannato l’aggressione all’Iran e già si era distinto nel rifiutare la spese del 5 per cento del PIL per la Difesa imposta dal presidente “alleato” Donald Trump,
Non a caso ieri Trump ha annunciato lo stop agli scambi commerciali con la Spagna, il cui “terribile” governo di Pedro Sanchez ha rifiutato di consentire agli aerei statunitensi di utilizzare le sue basi per attaccare l’Iran e si è opposto all’aumento dei fondi per la difesa nell’ambito della NATO.
“La Spagna si è comportata in modo terribile – ha dichiarato Trump ai giornalisti nello Studio Ovale – Ho detto a Bessent di interrompere il commercio con la Spagna. Non vogliamo avere nulla a che fare con la Spagna”.
Quasi tutti gli altri governi d’Europa hanno, con minore o maggiore enfasi, schierato le proprie bandierine a fianco degli israelo-americani o delle monarchie sunnite del Golfo che sostengono direttamente o indirettamente l’aggressione a Teheran e che chiedono aiuti per difendersi da missili balistici e droni.
E tutto questo nonostante l’unica certezza al momento è che il conflitto colpirà ancora una volta duramente l’Europa e i suoi interessi strategici ed economici.
Non solo perché non vi sono negli Stati Uniti né in Israele prospettive né piani per gestire politicamente questa crisi una volta terminati i bombardamenti, come confermano le dichiarazioni divergenti tra gli stesi pesi massimi dell’Amministrazione Trump sui motivi dell’attacco.
Tra le motivazioni addotte anche l’imminenza di un attacco iraniano alle basi americane, minaccia però smentita da intelligence statunitense e Pentagono che hanno confermato che non c’erano elementi che facessero prevedere un attacco iraniano né a Israele né alle basi degli USA in Medio Oriente.

Come nel 2003, quando l’Amministrazione Bush motivò l’invasione dell’Iraq con le armi di distruzione di massa in mano al regime di Saddam Hussein risultate inesistenti, oggi Donald Trump sostiene contro ogni rapporto internazionale che l’Iran era sul punto di attaccare gli Stati Uniti e di costruire armi nucleari.
Curiosamente, lo stesso Trump aveva dichiarato nel giugno 2025, dopo i raids dei bombardieri B-2 sui siti atomici iraniani, che il programma nucleare di Teheran era stato cancellato.
Benjamin Netanyahu sostiene da oltre 20 anni che l’Iran è sul punto di dotarsi di armi atomiche ma non ha mai aperto a ispezioni internazionali l’arsenale nucleare israeliano, che Tel Aviv non ha mai ammesso di possedere ma che conterebbe circa 150 testate con missili balistici a lungo raggio.

L’Europa è ancora una volta vittima designata (e suicida) dell’iniziativa militare di nazioni, Stati Uniti e Israele, che si ostina a voler considerare alleate, nonostante nessun europeo sia stato avvisato dagli Sati Uniti dell’imminente attacco all’Iran.
I militari italiani che in Iraq e Kuwait rischiano, oggi come nella guerra dei 12 giorni del giugno 2025, di venire coinvolti nella risposta missilistica iraniana. Ma sono stati schierati in Medio Oriente per aiutare il governo di Baghdad a combattere lo Stato Islamico, non per fare da bersagli nella guerra di USA e Israele contro l’Iran.
A Cipro l’Europa in prima linea
I “Tafazzi d’Europa” non solo non sono stati informati dei piani d’attacco da Tel Aviv e Washington ma sostengono apertamente, per scelta consapevole o sudditanza, una guerra che infliggerà il KO alla nostra economia (in due giorni – spiegavano ieri diversi analisti contattati dall’agenzia AdnKronos – le Borse europee hanno “bruciato oltre 870 miliardi di euro di capitalizzazione”), che ci ridicolizza sul piano politico internazionale e che lambisce già il territorio europeo.
Con una oggettiva e consapevole freddezza che sembra mancare ai “Tafazzi d’Europa”, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha affermato ieri di non vedere nessun cambio di regime all’orizzonte in Iran, come auspicato da molti iraniani, ma piuttosto prospetta una crisi globale.
“Una parte del popolo iraniano auspica un cambiamento del regime e degli equilibri di potere come risultato di questa guerra, ma per il momento non si vede alcun passo in questo senso. Al contrario il coinvolgimento di altri Paesi arabi ha portato il conflitto a espandersi, Israele ha colto l’occasione per attaccare anche il Libano e la chiusura dello stretto di Hormuz finirà con l’avere serie conseguenze a livello globale”, ha dichiarato Fidan.

Mentre il governo turco non ha permesso agli Stati Uniti di usare la base di Incirlik per attaccare l’Iran, la decisione britannica di non partecipare inizialmente ai raids sull’Iran ma di consentire agli USA di impiegare le loro basi a Cipro ha portato la guerra a lambire l’Europa.
I missili e i droni iraniani lanciati contro le due basi britanniche di Akrotiri e Dekhelya a Cipro, giuridicamente territorio britannico, espongono di fatto uno stato membro della UE (di cui ora Nicosia ha la presidenza semestrale) a un conflitto che rischia di infiammare l’intero Medio Oriente e il Mediterraneo Orientale.
Londra ha inviato nelle sue basi cipriote sistemi di difesa aerea, anti-drone e il cacciatorpediniere HMS Dragon (nella foto sotto) dopo che un drone Shahed ha colpito la base della RAF di Akrotiri danneggiando la pista.
La Francia, sempre in cerca di protagonismo militare nella speranza di rimpiazzare gli Stati Uniti come “protettore” dell’Europa, ha reso noto che potenzierà il suo arsenale nucleare, ha mobilitato le sue basi aerea e navale negli Emirati Arabi Uniti per contrastare droni e missili iraniani e ha inviato a Cipro sistemi antimissile e antidrone, nonché una fregata da difesa aerea per potenziare le capacità di difesa aerea dell’isola.

Anche la Grecia ha colto l’occasione dei missili e dei droni lanciati da Iran e dal Libano (probabilmente dalle milizie Hezbollah) contro le basi britanniche a Cipro per schierare proprie forze nell’isola, a pochi chilometri dai territori controllati dalla Turchia.
Una batteria greca Patriot è stata trasferita sull’isola di Karpathos per rafforzare la difesa antiaerea nella regione alla luce delle tensioni in Medio Oriente mentre il Consiglio di difesa nazionale, guidato dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis, ha deciso l’invio a Cipro delle fregate Kimon e Psarà e di quattro caccia F-16 Viper.
I velivoli da combattimento Typhoon della Royal Air Force decollati dalla base cipriota di Akrotiry hanno abbattuto ieri droni iraniani in Giordania. Lo ha riferito il ministero di Londra sottolineando che i Typhoon hanno avuto il supporto di un aereo cisterna Voyager. Il ministero ha comunicato che un’unità britannica anti-droni ha anche “neutralizzato” i droni nello spazio aereo iracheno.
Anche i britannici quindi sono quindi già coinvolti direttamente nel conflitto, a dispetto delle dichiarazioni del premier Keir Starmer delle sue titubanze che hanno indotto “l’alleato” Trump a prenderlo pesantemente per i fondelli.
“Ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove possiamo atterrare”, ha detto commentando la posizione di Starmer nel suo incontro con il cancelliere tedesco Frederik Merz. “Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill“, ha ironizzato il presidente americano.

Il 2 marzo Trump, in un’intervista al Telegraph, si era detto “molto deluso” da Starmer per l’iniziale rifiuto di fargli usare la base aerea Diego Garcia alle isole Chagos per sferrare attacchi contro l’Iran. Trump ha dichiarato che questo iniziale rifiuto alle forze USA è diverso da qualsiasi cosa fosse “mai successa prima fra i nostri Paesi” e che Starmer “ha impiegato troppo tempo” per cambiare idea. Il Regno Unito aveva negato agli Stati Uniti il permesso di condurre attacchi da basi come Diego Garcia e Fairford (Inghilterra), citando il diritto internazionale, ma domenica sera il premier Starmer ha ceduto e ha dichiarato che avrebbe consentito agli Stati Uniti l’accesso a Diego Garcia per “scopi difensivi specifici e limitati”.
L’impiego dei Typhoon contro droni iraniani sembra oggi indicare il completo rovesciamento della posizione di Londra.
Circa i rischi del coinvolgimento europeo nel conflitto, ieri il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha avvertito che qualunque intervento in Medio Oriente, seppure difensivo, verrà considerato “un atto di guerra e di complicità con gli aggressori”. Gli europei, afferma Baghaei, hanno adottato “approcci contraddittori” e “dovrebbero abbandonarli, poiché le conseguenze potrebbero presto arrivare all’interno dei loro confini”.

Questa guerra, secondo il segretario generale della NATO, Mark Rutte è “chiaramente una campagna guidata dagli Stati Uniti e da Israele, ma molti alleati stanno fornendo un sostegno fondamentale, pur senza far parte delle operazioni: percepisco un ampio sostegno in Europa. Ho parlato al telefono con molti leader durante il weekend e anche all’inizio di questa settimana e ho chiaramente sentito che l’eliminazione delle capacità nucleari iraniane, di quelle missilistiche balistiche così come la scomparsa di Khamenei sono applaudite da molti dei miei colleghi della NATO”.
Rutte, così filo-americano da aver chiamato Trump “Daddy”, ha precisato che l’Alleanza non è parte del conflitto pur restando pronta a “proteggere” tutti i suoi membri.
Incubo energetico
Benché ancora una volta USA e Israele sembrino avere tutto l’interesse a destabilizzare aree che sul piano energetico e geopolitico sono nel “cortile di casa” degli europei e che avremmo tutto l’interesse a mantenere stabili, la postura dei “Tafazzi d’Europa” resta irremovibile: una marcia compatta verso il baratro energetico ed economico.
Dopo aver rinunciato all’energia in quantità infinita e a prezzi convenienti offerta dalla Russia, oggi l’Europa paga per prima il prezzo della guerra in Medio Oriente e della chiusura dello Stretto di Hormuz e della ripresa degli attacchi delle milizie Houthi contro i mercantili in transito mel Mar Rosso da e per il Mediterraneo.

Una sorta di “tempesta perfetta” che rientra certamente negli interessi di Washington, che vedrà così aumentare l’export del petrolio e gas a prezzi consistenti, il cui rialzo assicura agli Stati Uniti di continuare le estrazioni con la tecnica della frantumazione delle rocce (fracking) non più conveniente se le quotazioni scendono sotto i 62 dollari al barile,
Domenica Trump ha affermato che l’effetto dell’attacco all’Iran sul prezzo del petrolio potrebbe essere meno forte rispetto a quanto pensano gli analisti ipotizzando un forte aumento “se le cose vanno male. Vedremo cosa succede”.
Le quotazioni del greggio continuano da giorni a salire: il Brent ha aperto oggi sui mercati asiatici in rialzo a 83,43 dollari al barile (+2,56%) mentre il WTI sale di 1,73 dollari a 76,27 dollari al barile: ricordiamo che il petrolio era già aumentato di oltre il 20% dall’inizio dell’anno, in parte in previsione di un attacco contro Teheran.
Sebbene l’Opec+ abbia concordato di aumentare la propria produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile, secondo gli analisti il petrolio aggiuntivo avrà uno scarso impatto sul mercato se dovessero continuare le interruzioni delle forniture dovute all’escalation del conflitto.

L’attività nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita oltre un quinto del petrolio, il 20 per cento dei prodotti petroliferi e il 20 per cento del gas mondiale, si è fermata in seguito alla guerra, con decine di petroliere bloccate attorno all’accesso allo stretto mentre le compagnie assicurative hanno avvertito che i premi aumenteranno bruscamente per qualsiasi nave che desideri transitare nello Stretto.
Si impenna anche il prezzo del gas dopo l’annuncio della sospensione della produzione di GNL del Qatar che potrebbe influire su circa il 15% delle importazioni in Europa, riducendo l’offerta globale e intensificando la concorrenza per fonti alternative.
Questa mattina la quotazione era salita del 12% a 60 euro per megawattora, il livello più alto dal 2023, dopo un’impennata di quasi il 35% di ieri, aumentando le preoccupazioni per potenziali interruzioni delle forniture di GNL all’Europa in cui lo stoccaggio di gas è basso, attestandosi al 31%, al di sotto del 40% registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.
Secondo Assium, l’associazione italiana degli Utility manager, che ha stimato il possibile impatto del conflitto sulla spesa energetica, milioni di italiani rischiano di subire a breve un aumento delle bollette del gas e della luce.
“Prevediamo di nuovo una elevata volatilità dei prezzi dell’energia fino a quando le tensioni non saranno rientrate” ha detto Aurelio Regina, delegato del presidente di Confindustria per l’Energia, in audizione in Commissione Attività Produttive della Camera.
Secondo gli analisti di Goldman Sachs, una chiusura prolungata di Hormuz causerebbe un aumento di ben il 130% del prezzo del gas per gli europei.
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Il conflitto in Iran peserà per 166 euro nelle tasche degli italiani: 121 euro per la bolletta del gas e 45 euro per quella dell’energia elettrica. A tanto ammontano gli aumenti previsti dagli analisti di Facile.it che aggiornano così le previsioni per il 2026. Il calcolo, effettuato considerando le stime di PUN e PSV per i prossimi 12 mesi, porta il conto complessivo a 2.593 euro nell’anno, pari al 7% in più rispetto ai 2.427 euro previsti per il 2026 prima che scoppiasse il conflitto.
“Se i prezzi del petrolio rimangono intorno agli 80 dollari al barile per un breve periodo di tempo, l’impatto sull’attività globale e sull’inflazione dovrebbe rimanere limitato e gestibile”,
recita un’analisi di Michaël Lok, group cio and co-ceo asset management di Ubp sull’acuirsi della crisi in Medio Oriente.
“Ma se il petrolio raggiunge i 100 dollari al barile, l’impatto sull’attività dovrebbe diventare più negativo, con un potenziale calo di quasi 0,5 punti percentuali della crescita globale e un possibile aumento di circa 2 punti percentuali dell’inflazione“. dopo l’attacco di Usa e “Se si verificasse uno scenario di grave interruzione dell’approvvigionamento petrolifero e di chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz – aggiunge – i prezzi del petrolio potrebbero raggiungere i 120 dollari al barile, il che potrebbe danneggiare gravemente la crescita attuale e potenzialmente spingere l’attività economica verso la recessione”.
Luca Dal Fabbro, presidente di Iren, valuta che “l’aumento dei costi si potrà riflettere sulle bollette, è inevitabile. Circa un quinto del petrolio e del gas mondiale transita dallo Stretto di Hormuz. Un rallentamento o una chiusura ha effetti immediati sui volumi e soprattutto sui prezzi. Il Brent è tornato intorno agli 80 dollari al barile; se dovesse salire a 90-100 dollari, come ipotizzano alcuni analisti, avremmo un impatto economico rilevante con un’ulteriore spinta inflattiva”.
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Dal Fabbro spiega all’agenzia di stampa GEA che l’Europa “è particolarmente esposta. La guerra russo-ucraina ci ha mostrato la vulnerabilità europea quando abbiamo sostituito il gas russo con il GNL in gran parte americano. Oggi il rischio è doppio: Hormuz è la porta energetica, Suez quella logistica. Se la paralisi di Hormuz si sommasse alle tensioni nel Mar Rosso, la catena energetica e commerciale mediterranea entrerebbe in una crisi seria. Inoltre, la volatilità dei prezzi del gas, come abbiamo visto recentemente con l’impianto di Raf-La-Fan in Qatar, è un moltiplicatore della crisi, influenzando non solo i costi, ma anche le aspettative macroeconomiche globali”.
Per Gianclaudio Torlizzi, Fondatore T-Commodity e Consigliere del Ministro della Difesa, “se lo stop dei flussi di gas e petrolio che transitano attraverso Hormuz perdurasse, – il petrolio e il gas naturale potrebbero puntare rispettivamente a 90 dollari al barile e 50 euro MWh“. Per l’analista poi “la campagna israelo-statunitense va letta all’interno della guerra fredda 2.0 tra Washington e Pechino. Obiettivo: strozzare i canali di approvvigionamento energetico cinese e rilanciare il predominio sulle terre rare. A oggi Mosca potrebbe diventare l’unico fornitore di greggio a sconto per Pechino”.
Cina, India e altre nazioni asiatiche potenzieranno presumibilmente le importazioni di energia russa, anche a rischio di sfidare dazi e sanzioni di Washington. Una strada che invece l’Europa si è preclusa da sola in parte per cecità dei suoi leader e in parte per aver seguito i diktat degli “alleati” statunitensi.
Immagini: Anadolu, Luca Gabella, Casa Bianca, TASS, RAF, Royal Navy e Forze Armate di Cipro
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.








