I droni ucraini sulle Repubbliche Baltiche e le ambiguità degli alleati

 

 

La vicenda dei droni ucraini finiti nei Paesi baltici non è un semplice incidente di percorso, né un dettaglio tecnico da affidare alle note dei ministeri. È invece un episodio rivelatore, perché mostra in modo quasi didascalico come, nelle guerre contemporanee, la gestione dell’informazione sia diventata parte integrante della strategia militare e diplomatica.

Nella notte tra il 24 e il 25 marzo, mentre Kiev colpiva infrastrutture petrolifere russe nell’area di San Pietroburgo, alcuni droni hanno mancato il bersaglio e sono finiti in territorio estone e lettone. Nessuna vittima, ma un imbarazzo politico evidente. E proprio da quell’imbarazzo nasce la costruzione narrativa più interessante.

Le autorità baltiche hanno scelto una formula sottile: attribuire l’episodio alle conseguenze della guerra russa, evitando però di mettere al centro la responsabilità operativa ucraina. Non è una menzogna in senso stretto.

È qualcosa di più sofisticato: una selezione accurata della verità, sufficiente a orientare la percezione pubblica senza assumersi fino in fondo il peso delle implicazioni politiche. È il linguaggio tipico degli alleati quando vogliono restare dentro la solidarietà atlantica senza esporsi troppo ai costi di una corresponsabilità esplicita.

Sul piano strettamente strategico, l’ipotesi di un passaggio dei droni lungo il margine baltico è tutt’altro che assurda. La difesa antiaerea russa continua a rappresentare un ostacolo serio per le operazioni ucraine in profondità.

Di conseguenza, ogni traiettoria che riduca il rischio di intercettazione diventa preziosa. Volare a bassissima quota lungo direttrici periferiche, sfiorando o attraversando lo spazio aereo di Paesi membri della NATO, può apparire come una soluzione tattica coerente con la guerra di logoramento che Kiev conduce contro il sistema energetico e logistico russo.

Qui emerge un primo punto decisivo. L’Ucraina non colpisce solo obiettivi militari nel senso classico del termine. Colpisce depositi, terminali, infrastrutture petrolifere, cioè nodi essenziali della capacità economica russa. È una guerra economica combattuta con mezzi militari. Non si tratta soltanto di distruggere bersagli, ma di aumentare il costo sistemico della guerra per Mosca, intaccando esportazioni, flussi energetici, fiducia interna e capacità di sostenere il conflitto sul lungo periodo.

Il problema nasce quando questa logica militare investe la sovranità di Stati terzi. Estonia, Lettonia e Lituania non sono osservatori neutrali del conflitto: sono parte del fronte politico occidentale a sostegno di Kiev. Ma una cosa è il sostegno politico, economico e logistico; un’altra è tollerare che il proprio spazio aereo diventi, di fatto, corridoio di transito per operazioni d’attacco dirette contro la Russia.

La mancata protesta formale, la prudenza nel linguaggio ufficiale e l’assenza di intercettazioni aprono dunque una questione più seria. Non tanto quella della neutralità, che nessuno può più attribuire realisticamente ai Paesi baltici, quanto quella della soglia di coinvolgimento.

Perché se il territorio o lo spazio aereo di uno Stato membro della NATO vengono utilizzati, anche indirettamente, come estensione del dispositivo ucraino, allora la distinzione tra appoggio politico e partecipazione funzionale al conflitto comincia a farsi molto sottile.

Da un punto di vista geopolitico, questo è il nodo vero. I Baltici si muovono dentro una logica di protezione atlantica: più accentuano la loro esposizione antirussa, più rafforzano la necessità della copertura NATO. Ma proprio questa postura rischia di generare una spirale pericolosa, perché trasforma Paesi di frontiera in spazi di frizione permanente, nei quali anche un incidente tecnico può acquistare immediatamente un significato strategico.

La Russia, finora, ha evitato accuratamente di colpire direttamente il territorio NATO, pur moltiplicando minacce, pressioni ibride e dimostrazioni di forza. Ma la tolleranza non è illimitata.

Se Mosca dovesse convincersi che lo spazio baltico è diventato un canale operativo per le incursioni ucraine, potrebbe decidere di reagire non necessariamente con un attacco convenzionale, ma con strumenti coerenti con la sua tradizione di pressione graduata: provocazioni ai confini, attacchi informatici, guerra elettronica, sabotaggi, operazioni di influenza, fino a incidenti speculari utili a inviare un messaggio senza oltrepassare formalmente la soglia della guerra aperta con l’Alleanza.

Ed è qui che la questione assume una dimensione geostrategica più ampia. Il Baltico non è soltanto una periferia nervosa dell’Europa. È uno dei laboratori della nuova guerra ibrida, dove si sovrappongono deterrenza, propaganda, logistica militare, vulnerabilità energetiche e manipolazione narrativa. Ogni episodio, anche il più limitato, viene immediatamente inglobato in una competizione più vasta per il controllo del racconto e della percezione.

C’è poi un punto che l’Occidente preferisce non discutere apertamente. L’uso degli spazi aerei amici per colpire un avversario viene considerato legittimo o comunque tollerabile quando serve gli interessi del proprio campo. Diventa invece intollerabile quando a farlo è il nemico. È una logica che ritroviamo anche in altri teatri, dal Medio Oriente al Golfo. Il diritto internazionale, invocato come principio assoluto, si piega così alle convenienze strategiche del momento.

Non è una novità storica. Ma nel conflitto ucraino questa elasticità normativa appare sempre più evidente. I governi baltici non vogliono ammettere apertamente ciò che tollerano, perché sanno che il riconoscimento formale di certi fatti aprirebbe interrogativi giuridici e politici difficili da gestire. Meglio allora rifugiarsi in formule allusive, che lasciano intendere tutto senza dire davvero nulla.

Alla fine, il caso dei droni caduti nei Paesi baltici ci dice una cosa molto semplice: la guerra non si combatte solo con gli ordigni, ma anche con le omissioni. In questo conflitto l’informazione non accompagna l’azione militare, la protegge, la orienta e in certi casi la rende politicamente possibile. La diplomazia, da questo punto di vista, non serve più a ridurre la tensione ma a mascherarne i passaggi più compromettenti.

Il risultato è che l’Europa orientale vive sempre più in una zona grigia nella quale alleanza, partecipazione indiretta e co-belligeranza tendono a sovrapporsi. E in quella zona grigia basta un drone fuori rotta, una dichiarazione ambigua o un silenzio calcolato per mostrare quanto il conflitto stia allargando i propri confini ben oltre il fronte ufficiale.

Per questo liquidare l’episodio come una semplice conseguenza collaterale sarebbe un errore. Quei droni caduti in Estonia e Lettonia non raccontano solo un problema di navigazione o di precisione. Raccontano il modo in cui l’Ucraina cerca profondità strategica, il modo in cui i Baltici accettano di vivere sul bordo del rischio e il modo in cui l’Occidente seleziona le verità da rendere pubbliche. È il segno di una guerra che ormai non ha più linee nette, ma solo cerchi concentrici di coinvolgimento.

E quando una guerra entra in questa fase, il pericolo non nasce soltanto dalla forza delle armi, ma dalla normalizzazione dell’ambiguità.

Foto:  Forze Armate Ucraine, Mezha, BBC e Telegram

 

 

Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.

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