Stretto di Hormuz: verso nuovi scenari

 

 

Lo status quo di Hormuz non è immutabile. Le iniziative si rincorrono e si intrecciano in un crescendo che appare confuso. Quello che è ancora a tutti gli effetti uno stretto internazionale aperto alla libera navigazione in cui vige il “passaggio in transito” secondo l’art. 38, 2 dell’Unclos è sotto la pressione incrociata dell’Iran e degli Stati Uniti.

A complicare le cose c’è lo stato di guerra tra l’Iran da una parte e USA, Israele e gli altri nemici del Golfo quali Qatar e Kuwait che consente a Teheran di stabilire un’interdizione selettiva del transito.

Mentre oltre un migliaio di mercantili sono in attesa di passare e mentre le maggiori economie sono in crescente affanno per i mancati rifornimenti energetici, alcuni Paesi si sono accreditati come amici verso l’Iran.

Le petroliere di Cina, India e Grecia (non dimentichiamo che Atene è tra le prime bandiere mercantili al mondo) attraversano quotidianamente lo stretto dal versante iraniano. Ma anche quelle spagnole: Madrid ha ottenuto  per così dire la benedizione di Teheran perché “rispetta il diritto internazionale”, dopo che il premier Sanchez aveva più volte dichiarato “no alla guerra”.

 

Teheran richiede un pedaggio

La narrazione iraniana sul blocco dello stretto ai nemici ed ai neutrali non amici (tra i quali ci sono tutti i membri Ue, Italia compresa e Spagna esclusa) si avvia ad assumere nuova veste. Il Parlamento iraniano  lo scorso 30 marzo ha infatti varato un provvedimento che impone  un tributo per il transito in vicinanza delle coste iraniane.

Alle rotte approvate dall’IMO ricadenti nei più alti fondali del versante omanita, si sono di fatto sostituite quelle in acque territoriali iraniane.

E’ chiaro che Teheran ha giocato la carta della sicurezza della navigazione garantendola solo ai mercantili sotto il suo controllo. Ed infatti il sistema di controllo (affidato alle Guardie della rivoluzione) è motivato dall’esigenza di tutelare la maritime safety e security: i mercantili riceverebbero un codice per essere autorizzati alla navigazione, dopo aver fornito i propri dati ed aver corrisposto un pedaggio massimo di 2 milioni di dollari.

Al momento non sappiamo se questa procedura (che dovrebbe procurare cospicui introiti non dissimili da quelli di Suez) sia destinata a durare a lungo. Essa sembra finalizzata a mettere al riparo i mercantili dalle insidie di droni e mine che infestano le rotte omanite.

Ma non va dimenticato che discriminare o limitare il transito inoffensivo nelle acque territoriali è vietato dall’Unclos; la Convenzione (art. 20) stabilisce inoltre che” Nessuna tassa può essere imposta alle navi straniere per il solo motivo del loro passaggio attraverso il mare territoriale”.

 

Washington immagina la riapertura con la forza di Hormuz

L’idea degli Stati Uniti di usare la forza per ristabilire la libertà di navigazione nello stretto potrebbe concretizzarsi a breve quando entreranno in azione i marines destinati a neutralizzare le difese iraniane costiere dello stretto.

Dichiarazioni in merito del presidente Trump si susseguono. Varie opzioni militari sono però ancora sul campo. All’intenzione di riaprire flusso energetico la cui restrizione rischia di strozzare l’economia mondiale, si affianca però la considerazione che dovrebbero essere gli Stati interessati ad intervenire al fianco degli Stati USA.

In sostanza non c’è un orientamento condiviso sulla scelta di sbloccare Hormuz con le armi. Se il Consiglio di sicurezza funzionasse regolarmente, sarebbe stata emanata di certo una risoluzione coercitiva autorizzando tutti gli Stati a far uso di tutti i mezzi necessari per ristabilire la libertà di navigazione.

 

Coalizione volenterosi a guerra finita

In parallelo con i piani militari statunitensi si è palesata (sembra che a suggerirla sia stata il segretario Nato Rutte) una coalizione di volenterosi.  Lo scorso 19 marzo a margine del Consiglio Ue,  Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda (cui si sono associate Canada e Giappone) si sono dichiarate pronti a “contribuire alle iniziative volte a garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto”, secondo un approccio fermo nel ribadire l’applicabilità del quadro politico-diplomatico delle Nazioni Unite e realistico nell’escludere soluzioni belliciste.

L’iniziativa verrebbe messa in atto soltanto al termine delle ostilità. La cornice giuridica è la Risoluzione 2817 (2026), che in accordo col diritto internazionale afferma al para 7 l’incondizionata libertà di navigazione ed il diritto degli Stati di proteggere i mercantili di bandiera.

A mano a mano il numero dei sostenitori è aumentato sino a 35, comprendendo anche -come per la Coalizione per l’Ucraina- Australia, Nuova Zelanda, Paesi del Golfo ed Ue, Nigeria, Cile ma non Spagna, Serbia ed Ungheria né, ovviamente, gli USA.

Ieri il presidente francese Emmanuel Macron è intervenuto sul tema affermando che “alcuni difendono l’idea di liberare lo Stretto di Hormuz con la forza tramite un’operazione militare, una posizione talvolta espressa dagli Stati Uniti, sebbene in modo variabile, ma questa non è mai stata l’opzione che abbiamo sostenuto perché è irrealistica. Ci vorrebbe un’eternità e esporrebbe tutti coloro che attraversano lo stretto ai rischi non solo da parte dei guardiani della rivoluzione, ma anche ai missili balistici”.

 

Il ruolo dell’Oman 

A breve si conosceranno gli esiti del vertice della Coalizione convocato dalla Gran Bretagna. Il nodo da sciogliere sta nell’accettare le richieste USA di un intervento militare immediato per sbloccare Hormuz, oppure -come Londra propone sinora- un’operazione a guerra finita di bonifica delle rotte e di protezione del traffico come avviene a Bab el Mandeb.

Ma c’è molto di non detto nelle pressioni che sicuramente vengono dal mondo dello shipping internazionale per ristabilire le rotte del commercio internazionale, nonché da Cina ed India quali Paesi più penalizzati.

Egualmente non ben chiara è la posizione dell’Oman – quale titolare delle acque territoriali che fronteggiano quelle iraniane – rispetto alle varie opzioni sul tappeto, anche se è positivo che circolino già voci su un’intesa con l’Iran per monitorare la sicurezza del traffico mediante un protocollo congiunto. Tra le soluzioni in esame c’è quella di stabilire nuove rotte di traffico controllate da entrambi i Paesi.

Nella notte scorsa tre navi omanite hanno attraversato lo Stretto di Hormuz al di fuori del “corridoio autorizzato” iraniano, nei pressi dell’isola di Larak. È quanto risulta dai dati di tracciamento monitorati dalla rivista specializzata ‘Lloyd’s List’.

Il convoglio è composto da due grandi petroliere e una nave per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL) che navigano “insolitamente vicino alla costa omanita”, secondo la testata britannica. Se le navi completassero il passaggio, sarebbero le prime imbarcazioni, tracciate con il sistema di identificazione automatica (Ais) attivo, ad attraversare lo Stretto – riferisce Al Jazeera – senza utilizzare il corridoio iraniano in quasi tre settimane

Certo è che in futuro, se mai si volessero ristabilire i corretti principi del diritto internazionale, si dovrebbe trasformare la Coalizione a guida della Gran Bretagna in un gruppo di Paesi che si impegnino a garantire il regime internazionale di passaggio attraverso Hormuz.

Una sorta di accordo non binding che possa costituire, perdurando la paralisi del Consiglio di sicurezza, la cornice per una cooperazione permanente e strutturata tra le Marine degli Stati interessati, come in parte già fatto con EMASOH, l’iniziativa a guida francese dedicata, prima dell’attuale crisi, alla sicurezza dello stretto cui l’Italia ha contribuito con proprie unità navali.

 

La posta in gioco

La posta in gioco è la energy security energetica di molti Stati (Italia compresa per il gas proveniente dal Qatar) dipendenti dalla produzione di idrocarburi dei Paesi del Golfo, nonché l’export verso di essi.

Ma lo scenario è molto più ampio e drammatico di quanto non sembri: la chiusura di Hormuz rischia di influenzare i transiti attraverso Bab el Mandeb e Suez, isolando il Mediterraneo a tutto vantaggio delle rotte dal Capo di Buona Speranza, in prospettiva, anche artiche.

Ieri l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha affermato che la missione navale europea Aspides “deve essere ampliata”, dopo la riunione convocata dalla ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper con oltre 40 paesi sulla crisi dello stretto di Hormuz.

In un messaggio pubblicato su X, ha ringraziato Cooper per aver riunito più di 40 paesi sul tema, definendo Hormuz “un bene pubblico globale”. Secondo l’Alta rappresentante, “all’Iran non può essere consentito di far pagare ai paesi una taglia per lasciar passare le navi”, perché “il diritto internazionale non riconosce sistemi di pagamento per il transito”.

Kallas ha spiegato che durante il confronto sono state esaminate misure diplomatiche, economiche e di sicurezza per ristabilire un passaggio sicuro, insieme a un lavoro coordinato con l’industria dello shipping.

Foto: FARS, Tasnim, Anadolu, US Navy, Wikipedia e Royal Navy.

 

Ammiraglio in congedo, docente a contratto di "Introduzione geopolitica e diritto internazionale del mare" presso l'Università di Bari. E' autore del "Glossario di Diritto del Mare", RM, 2020 disponibile in https://www.marina.difesa.it/media-cultura/editoria/marivista/Documents/supplementi/Glossario_di_diritto_del_mare_2020.pdf

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