Il vincolo transatlantico. L’ultimo libro di Maurizio Boni

In un momento storico nel quale i rapporti transatlantici sono oggetto di una profonda rivalutazione critica, il libro identifica e racconta le costanti del discorso egemonico americano nei confronti dell’Europa dal punto di vista politico militare dalla fine degli anni Quaranta sino ai giorni nostri.
Si tratta di quelle strutture profonde del pensiero strategico che, al di là delle alternanze politiche, delle crisi diplomatiche e delle trasformazioni geopolitiche, si sono riprodotte con impressionante coerenza nel corso di ottant’anni di relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa definendone i limiti ma, soprattutto, i vincoli da rispettare.
L’autore del volume Il vincolo transatlantico, propone quindi un’analisi storica degli avvenimenti a ridosso della fine della Seconda Guerra mondiale, dove tali vincoli si sono originati, e di alcuni testi chiave del pensiero realista e neoconservatore statunitense, che includono il documento sulla strategia di difesa nazionale del 2025.
Testi scritti da uomini che hanno non solo pensato il potere americano, ma lo hanno, in molti casi, concretamente esercitato: da Henry Kissinger a Zbigniew Brzezinski, da Robert Kagan ai protagonisti attuali del dibattito contemporaneo. Comprendere l’egemonia americana nelle sue dimensioni storiche e teoriche, significa interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile, e per molti versi inevitabile, la subordinazione dell’Europa al pensiero strategico di Washington, ma anche chiedersi se le possibilità di trasformare quel rapporto da relazione egemonica a cooperazione tra soggetti realmente sovrani siano ancora aperte, o già irrimediabilmente compromesse.
Guarda il video di presentazione del libro.

Pubblichiamo qui sotto l’Introduzione del volume.
Questo libro nasce da una domanda apparentemente semplice, ma la cui risposta risulta, come si vedrà, tutt’altro che tale. Vale a dire se si siano mai realizzate, nella storia dell’Europa contemporanea, le condizioni per lo sviluppo di un’autonomia strategica, dal punto di vista politico-militare, rispetto agli Stati Uniti. La domanda, naturalmente, presuppone che una tale condizione non si sia ancora compiutamente realizzata. Ed è proprio questa presupposizione, che la lettrice/il lettore sono invitati a mettere alla prova con spirito critico lungo tutto il percorso del libro, a costituire il filo conduttore di un’analisi che attraversa quasi ottant’anni di storia delle relazioni USA-Europa, dalla fine del secondo conflitto mondiale, punto d’inizio dei vincoli transatlantici, sino alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2026, articolazione pubblica più compiuta della corrente concezione americana di tali vincoli.
L’interesse che ha animato questa ricerca riguarda dunque la teoria e le modalità con le quali gli Stati Uniti hanno teorizzato ed esercitato la propria egemonia sull’Europa. Non si tratta, occorre precisarlo subito, di scrivere la storia della politica estera statunitense nei confronti del Vecchio continente, impresa che richiederebbe ben altro impegno e competenze. Si tratta, piuttosto, di identificare e raccontare le costanti del discorso egemonico americano nei confronti degli “alleati” europei ovvero quelle strutture profonde del pensiero strategico che, al di là delle alternanze politiche, delle crisi diplomatiche e delle trasformazioni geopolitiche, si sono riprodotte con impressionante coerenza dalla fine degli anni Quaranta sino ai giorni nostri.
A tal fine, si è privilegiata l’analisi storica degli avvenimenti a ridosso della fine della Seconda Guerra mondiale, e di alcuni testi chiave del pensiero strategico (soprattutto realista e neoconservatore) statunitense proponendo, per ciascuno, una sintesi e un’analisi critica. Sono testi scritti da uomini che hanno non solo pensato il potere americano, ma lo hanno, in molti casi, concretamente esercitato: da Henry Kissinger a Zbigniew Brzezinski, da Robert Kagan ai protagonisti del dibattito contemporaneo. Sono testi che, letti in sequenza, rivelano non la variabilità delle politiche americane verso l’Europa, ma la persistenza di una logica egemonica che attraversa le diverse epoche storiche cambiando tono, lessico e giustificazione, ma non struttura di fondo.
La scelta di concentrarsi sul discorso intellettuale non significa trascurare i fatti. Al contrario, i testi che vengono analizzati sono intimamente connessi con la pratica del potere perché nascono spesso da mandati istituzionali, sono destinati a policymakers, e il loro contenuto si ritrova letteralmente applicato nei documenti strategici ufficiali. La National Security Strategy pubblicata dalla Casa Bianca nel novembre del 2025 costituisce la conferma più eloquente di questo nesso: il documento non è comprensibile se non si conoscono le tradizioni intellettuali che lo hanno preceduto e alimentato. L’egemonia americana sull’Europa non è descritta come un complotto ordito nell’ombra, ma come il risultato coerente di una visione strategica elaborata alla luce del sole, nei convegni, nei libri, nei policy papers e, infine, nei documenti ufficiali. Una visione, della quale noi europei, purtroppo, siamo stati scarsamente o per nulla consapevoli, o se lo siamo stati ci ha fatto comodo esserlo.
Il libro non racconta come l’Europa ha gestito o meglio, come non ha gestito, la relazione egemonica con gli Stati Uniti. Per questo ci vorrebbe un altro libro, e probabilmente anche una diversa tradizione di studi che, a differenza di quella americana, non si è ancora dotata della necessaria massa critica. D’altronde, in assenza di una pari mole di elaborazione intellettuale europea sul tema, descrivere la risposta del Vecchio continente significherebbe soprattutto narrare l’innumerevole serie di occasioni perdute nelle quali l’Europa, pur di non provocare dispiacere al proprio tutore, non solo è apparsa accondiscendente, ma ha spesso agito in modo apertamente autolesionista. La gestione fallimentare della crisi russo-ucraina ne costituisce l’esempio più recente e doloroso. Il presente lavoro si concentra quindi sul lato del rapporto che è stato sistematicamente teorizzato, documentato e argomentato quello appunto, americano.
Il quadro che emerge è quello di una continuità impressionante del pensiero strategico statunitense sull’Europa. Da Kissinger a Michael Beckley, attraverso Brzezinski e Robert Kagan, fino a Marco Rubio, la sostanza del discorso egemonico rimane invariata: l’Europa è troppo importante per essere abbandonata, ma troppo pericolosa per essere lasciata autonoma. Deve essere abbastanza forte da condividere i costi della sicurezza occidentale, ma abbastanza debole da non poter perseguire una strategia indipendente. Deve avere risorse sufficienti per essere utile, ma non capacità decisionali sufficienti per essere autonoma. “Quanto pluralismo possiamo permetterci?” si chiede Kissinger e la risposta, come si vedrà, è scontata. Decisamente poco, praticamente nessuno.
Ma c’è un altro quadro che emerge, per noi europei molto sconfortante. Ciò che accomuna tutti questi autori, pur nelle differenze teoriche e metodologiche, è la scarsa considerazione per l’autonomia politica e culturale delle società europee. Esse appaiono alternativamente immature, passive, strutturalmente dipendenti o strategicamente irrilevanti. “L’eccessiva passività dell’Europa la rende inutile come strumento di potere americano”, sostiene Brzezinski. Lo stesso autore paragona esplicitamente gli europei a dei vassalli che agiscono nel contesto di un protettorato americano.
In nessun caso le società europee sono concepite come portatrici di un progetto geopolitico autonomo legittimo. L’egemonia americana si declina così in forme diverse, tutela psicologica, strumentalizzazione funzionale, necessità strutturale, leva coercitiva, modellamento normativo, ma sempre sul presupposto di una insufficienza di carattere generale europea. La National Security Strategy statunitense considera addirittura l’Europa come “spazio da plasmare”, non più alleato da guidare o sostenere, ma area geopolitica da modellare in funzione della competizione sistemica globale. Capire come si pensa il potere è il primo passo per capire come lo si esercita. E
capire come l’America ha pensato l’Europa per quasi ottant’anni, come paziente da curare o come civiltà da correggere, potrebbe essere il primo passo per valutare se e come quella relazione possa essere rinegoziata. Comprendere il vincolo transatlantico, nelle sue dimensioni storiche e teoriche, significa comprendere i limiti dell’Europa contemporanea. Significa interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile, e per molti versi inevitabile, la sua subordinazione al pensiero strategico di Washington, ma anche sulle possibilità, ancora aperte o forse già compromesse, di trasformare il rapporto con gli Stati Uniti da relazione egemonica a cooperazione tra soggetti realmente sovrani.
Maurizio Boni
Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell’Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell’Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l’Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell’Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell’Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa e opinionista di Analisi Difesa.
Maurizio Boni
Il vincolo transatlantico
Il Cerchio, 2026
Collana: I Saggi di Domus Europa
Pagine 124
Prezzo Euro 22
RedazioneVedi tutti gli articoli
La redazione di Analisi Difesa cura la selezione di notizie provenienti da agenzie, media e uffici stampa.







