
(Aggiornato alle ore 23,12)
Cosa non farebbe e non direbbe Mark Rutte per tenere i membri europei della NATO al guinzaglio di “Daddy” Trump.
In un’intervista a Fox News, storica rete televisiva trumpiana, il Segretario Generale della NATO ha compiuto lo sforzo massimo per apparire devoto fino quasi alla genuflessione al presidente degli Stati Uniti, o “paparino” (daddy) come lo stesso Rutte aveva in passato chiamato Trump.
Nel tentativo di apparire fedele, anzi il più fedele all’inquilino della Casa Bianca, Rutte è andato molto sopra le righe ma ancor di più fuori dai binari , specie tenendo conto che rappresenta l’Alleanza Atlantica con tutti i suoi 32 membri.
Il segretario (termine che nell’intervista appare assumere un senso mai così compiuto) è sembrato al servizio di Trump più che della NATO in diversi passaggi. Ha elogiato le azioni di Trump nella guerra all’Iran, definendole necessarie per garantire la sicurezza degli alleati della NATO. Ma quella guerra è fuori dall’area di competenza dell’Alleanza, che non vi ha preso parte e quindi non si comprende perché Rutte ne parli, specie con toni elogiativi verso l’iniziativa bellica di USA e Israele.
“Credo che il Presidente stia facendo esattamente ciò che è necessario, ovvero indebolire la capacità nucleare dell’Iran”, ha dichiarato Rutte martedì al programma Special Report condotto da Bret Baier.
“Riuscite a immaginare cosa accadrebbe se l’Iran riuscisse a mettere le mani su un’arma nucleare?”, ha continuato. “È un esportatore di caos. È un esportatore di terrorismo. Sarebbe devastante per la regione. Sarebbe devastante per il mondo intero”.
Potremmo fermarci qui: ce n’è già abbastanza per chiedere le dimissioni del prono Rutte dall’incarico di segretario generale o per uscire dalla NATO immediatamente per non essere associati a pericolose e fuorvianti posizioni politiche e militari che sono (o dovrebbero essere) estranee all’Alleanza.

Le affermazioni di Rutte appaiono fuori luogo per tantissime ragioni. Innanzitutto perché pongono tutti i 32 Paesi aderenti alla NATO in una contrapposizione ostile (quasi belligerante) con l’Iran nonostante nessuno Stato membro (a parte ovviamente gli Stati Uniti) si sia mai esposto in tal senso.
Risultano discutibili le dichiarazioni circa terrorismo e programma nucleare militare di Teheran che sono soprattutto fuori tempo massimo, considerato che la guerra è finita e, come sostengono molti analisti anche negli Stati Uniti, a vincerla è stato l’Iran, non gli USA né Israele che pure l’avevano scatenata.
Ciò nonostante, Rutte sembra aver cercato di emulare il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, nell’incensare con lodi sperticate il presidente, sottolineando il successo delle azioni della Casa Bianca con Iran, incluso lo “storico accordo di pace” (come lo ha definito Trump) di cui in realtà non si vedono ancora le prospettive mentre l’esame dei punti dell’accordo non induce certo a ritenere che i “pericolosi terroristi nucleari iraniani” (per semplificare i concetti espressi da Rutte) siano stati debellati.
Per il segretario il presidente ha fatto “esattamente ciò che era necessario” e ha persino espresso comprensione per la delusione di Trump per la mancanza di sostegno bellico da parte degli alleati della NATO.
Anzi, ha detto di “comprendere totalmente” la delusione di Trump, pur affermando che gli alleati hanno fornito supporto militare agli Stati Uniti durante il conflitto con l’Iran.
“Per quanto riguarda la NATO, so che c’è delusione ma consideriamo anche che si tratta di casi isolati, perché c’è dell’altro. Paese dopo Paese, alleato dopo alleato, hanno messo a disposizione le proprie basi per l’operazione Epic Fury”.

Nel citare un paio esempi (presi a caso?) Rutte ha riferito che “dall’Italia sono decollati 500 aerei americani dalle basi degli Stati Uniti presenti nel Paese per sostenere l’operazione Epic Fury”, mentre ” la Romania ha dovuto ridurre il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto di Bucarest veniva utilizzato come deposito per le aerocisterne statunitensi”. Il tutto in un quadro che ha visto tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo statunitensi dalle basi in Europa.
Ovviamente, ricordando con questi esempi il sostegno offerto dagli alleati agli USA impegnati nella guerra all’Iran, Rutte ne ha attribuito il merito alla guida politica della Casa Bianca, concludendo che “tutto questo è stato possibile grazie alla sua leadership”, cioè a Trump.
L’affermazione un po’ confusa di Rutte sul numero di aerei statunitensi transitati nelle basi nella Penisola ha suscitato in Italia forti reazioni da parte dell’opposizione. Difficile credere che 500 aerei statunitensi (più di quanti ne siano stati schierati in Medio Oriente per la guerra all’Iran) abbiano usato le basi americane in Italia di Sigonella e Aviano per colpire l’Iran; più corretto ed equilibrato sarebbe forse affermare che queste basi hanno registrato 500 atterraggi e decolli di velivoli statunitensi, per lo più cargo, coinvolti nell’operazione fin dalle fasi preparatorie con voli logistici e di supporto.
Difficile anche credere che Rutte abbia citato casualmente l’Italia, non solo perché Fox News ha illustrato in quel punto l’intervista con una foto di Trump insieme a Giorgia Meloni ma anche perché non occorre fare eccessivi sforzi di malizia per intuire che con quelle parole Rutte ha (inconsapevolmente?) alimentato la ripresa del confronto tra Casa Bianca e Palazzo Chigi, fornendo munizioni politiche all’opposizione italiana per accusare il governo di aver mentito circa i limiti posti agli Stati Uniti per l’utilizzo delle basi.
Scoppiata la bagarre un funzionario NATO ha chiarito che “il segretario generale ha sottolineato come gli Alleati, tra cui l’Italia, abbiano dato attuazione agli accordi bilaterali esistenti in materia di basi militari e sorvoli”. Il ministero della Difesa italiano, in una nota, ha aggiunto come le dichiarazioni di Rutte abbiano dato adito a “interpretazioni errate” mentre la precisazione della fonte NATO chiarisce che le parole del segretario generale non facciano riferimento a “voli cinetici o impiegati in operazioni di attacco contro l’Iran”.
Di fatto l’Italia ribadisce di aver vietato solo l’uso delle basi per velivoli da combattimento impegnati negli attacchi all’Iran.

Per provare ad apparire attento agli interessi di tutti i membri, Rutte ha affermato che gli alleati continuano ad assistere gli Stati Uniti nella difesa dello Stretto di Hormuz. “Ora si vedono importanti alleati europei che pre-posizionano le proprie risorse vicino allo Stretto per poter fornire aiuto, ad esempio, nelle operazioni di sminamento”, ha dichiarato uscendo ancora una volta dai binari definiti dal suo incarico.
Non esiste infatti nessuna missione NATO che assista gli USA a Hormuz e le nazioni europee coinvolte nell’ipotetica operazione di sminamento si muoveranno eventualmente al di fuori dal contesto dell’Alleanza Atlantica, quindi fuori dalla giurisdizione di Rutte.
Inoltre, parliamoci chiaro: i cacciamine italiani, francesi, britannici e tedeschi non sono stati invitati da nessuno a schierarsi nello Stretto, i governi europei coinvolti attendono condizioni di sicurezza che nessuno può al momento assicurare e, soprattutto, sono gli iraniani a controllare oggi quelle acque strategiche e a disporre della capacità di minarle e sminarle autonomamente.
Rutte si è dichiarato “completamente a favore” della strategia di Trump sull’Iran, confermandosi l’unico al mondo a non accorgersi che è stata fallimentare, per poi attribuire al presidente USA il merito di aver reso la NATO “più forte” per aver incoraggiato gli alleati a investire maggiormente nella difesa.
Forse a causa della posizione prona assunta, a Rutte è sfuggito che i continui dissidi uniti al distacco di Washington dagli alleati europei sta intonando il de profundis della NATO, ma pure che l’elevatissimo quanto vano consumo di munizioni missilistiche pregiate da parte degli Stati Uniti contro l’Iran ha indebolito militarmente non solo le forze statunitensi in tutto il mondo ma anche tutti i suoi alleati dall’Europa al Medio ed Estremo Oriente.
“Se si guardano le cifre degli investimenti che i paesi della NATO stanno effettuando nella propria difesa, sono sbalorditive”, ha affermato Rutte sottolineando i termini finanziari di un riarmo costosissimo che in Europa comincia in realtà a dare segni di stanchezza, specie nelle nazioni i cui governi sono sempre più deboli e instabili.
Il rapporto annuale della NATO mostra un aumento del 20 per cento della spesa per la difesa rispetto al 2024 e, per la prima volta, tutti gli alleati hanno dichiarato una spesa pari o superiore all’obiettivo del 2 per cento del Pil fissato nel 2014.

Nel timore di non apparire sufficientemente allineato, Rutte ha aggiunto che “quando si tratta di posti di lavoro nel settore della difesa, quando si tratta di incrementare la produzione industriale della difesa, quando si tratta di aumentare la spesa per la difesa, [Trump] sta davvero incoraggiando tutti a farlo e i risultati si vedono”.
Curioso che Rutte definisca “incoraggiamento” il diktat di Trump agli alleati per il 5 per cento del PIL da dedicare alla difesa e l’obbligo di comprare armi ed equipaggiamenti prodotti negli Stati Uniti sotto la minaccia dei dazi.
Rutte, che ha definito il presidente statunitense “il leader del mondo libero”, sembra voler quindi voler improntare il prossimo vertice della NATO di Ankara al consolidamento della leadership di Washington. Un compito arduo considerando gli atteggiamenti ostili di Trump nei confronti degli alleati europei ma per sostenerlo Rutte sembra essere pronto a tutto.
Anche ad affermare che l’Ucraina “sta andando bene sul campo di battaglia” e che le sue forze stanno uccidendo o ferendo gravemente “tra 30mila e 35mila russi al mese”, che per Zelensky sono nel frattempo saliti a oltre 40 mila.
A conferma che la sceneggiata di Rutte non è stata casuale, più tardi Trump ha rincarato le accuse agli “alleati”. Incontrando il segretario generale nello Studio Ovale, il presidente ha dichiarato circa il vertice NATO di Ankara presieduto da Recep Tayyp Erdogan: “Mi ha chiamato e vado per rispetto suo, ma non sarei andato a causa di molte persone”.
L’Italia, il Regno Unito, la Germania, la Spagna e la Francia “ci hanno deluso, ci hanno mollato” nel corso del conflitto con l’Iran, ha detto Trump La NATO “ci ha deluso, qualcun altro nella mia posizione non avrebbe incontrato Rutte”, ha aggiunto Trump, sottolineando che gli alleati “avrebbero dovuto alzare il telefono e chiedere se avessimo bisogno di una mano”.
Ancor più genuflesso rispetto all’intervista a Fox News, Rutte ha affermato nello Studio Ovale che “l’Iran era molto vicino all’arma nucleare, esportava terrorismo” portando con sé alcuni grafici per “mostrare cosa questo presidente è riuscito a realizzare”. Uno dei grafici illustrava l’aumento della spesa europea per la difesa, un altro mostrava i nuovi posti di lavoro creati dagli investimenti delle aziende europee negli Stati Uniti.
A quanto sembra per Trump e il “suo segretario”, se gli europei non spendono abbastanza per la Difesa vanno redarguiti duramente ma se aumentano sensibilmente le spese militari il merito è di Trump, leader del mondo libero. Francamente, l’impressione è che di alleati e alleanze del genere potremmo fare tranquillamente a meno.
Foto NATO, Casa Bianca e ABC News
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Per Leonardo, crescita del business e riduzione dell’intensità nell’utilizzo delle risorse rappresentano sempre più leve integrate della strategia industriale e finanziaria del Gruppo. Con il “Transition Plan 2026”, Leonardo consolida il proprio percorso di transizione climatica e ambientale come elemento strutturale del Piano Industriale e della strategia di business di lungo periodo, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza, la competitività e la capacità di generare valore sostenibile nel tempo.
Il “Transition Plan 2026” si inserisce nel quadro del Piano Industriale 2026-2030 di Leonardo, che prevede circa 1,2 miliardi di euro di investimenti collegati agli obiettivi di transizione climatica. Tale impegno conferma la volontà del Gruppo di orientare l’allocazione del capitale verso iniziative in grado di sostenere efficienza, innovazione e mitigazione dei rischi connessi alla transizione. In parallelo, il 79% delle fonti di finanziamento di Leonardo risulta oggi collegato a parametri ESG attraverso strumenti dedicati, a conferma della crescente integrazione tra sostenibilità, strategia finanziaria e gestione del capitale. La capacità di execution del Piano è supportata anche dal capitale umano e dalle competenze tecnologiche del Gruppo: il 64% della forza lavoro possiede qualifiche STEM e oltre 37.000 dipendenti hanno partecipato a programmi di formazione sulle tematiche di sostenibilità nell’ultimo anno. Questi elementi rappresentano un fattore abilitante per sostenere la trasformazione industriale, digitale e ambientale di Leonardo.
Il “Transition Plan 2026” si articola su tre pilastri – Ambition, Actions e Accountability – che comprendono strategia climatica, investimenti, gestione delle risorse naturali e circolarità, insieme a una Just Transition focalizzata su competenze, inclusione e persone. La transizione digitale costituisce un abilitatore trasversale del Piano, integrando dati, tecnologie e competenze per supportare il raggiungimento degli obiettivi definiti.
I risultati già conseguiti confermano la solidità del percorso intrapreso. A fronte di una crescita dei ricavi del 41% (baseline al 2019), Leonardo ha ridotto le emissioni dirette Scope I e Scope II MB (Market Based) del 44% (baseline al 2020), registrando una riduzione del 32% degli acquisti di energia elettrica dalla rete esterna, del 23% dei prelievi idrici e del 22% dei rifiuti, (baseline al 2019). Tali performance evidenziano la capacità di Leonardo di coniugare crescita, efficienza operativa e riduzione dell’impatto ambientale.
Il Piano rafforza inoltre l’approccio del Gruppo alla gestione dei rischi climatici anche lungo la catena di fornitura e accelera le iniziative sulle materie prime critiche, anche attraverso il progetto CRM4Defence. Queste azioni mirano a migliorare la capacità di Leonardo di anticipare vulnerabilità Company Internal emergenti, salvaguardare la continuità operativa e presidiare la sicurezza degli approvvigionamenti nel lungo periodo.
La strategia di Leonardo continua a ricevere riconoscimenti a livello internazionale: il Gruppo è stato recentemente confermato leader ESG negli indici Dow Jones Best-in-Class per il sedicesimo anno consecutivo, ottenendo il punteggio più alto nel settore Aerospace, Defence & Security (AD&S) e distinguendosi in modo significativo rispetto ai peer internazionali.
Fonte: comunicato Leonardo
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Mentre i droni ucraini colpiscono sempre più spesso infrastrutture strategiche in territorio russo, dalle raffinerie ai depositi di carburante, l’ipotesi di una possibile svolta diplomatica appare ancora lontana. Negli ultimi mesi il conflitto ha assunto i contorni di una guerra di logoramento sempre più intensa, con entrambe le parti impegnate a infliggere danni economici e militari all’avversario.
A rilanciare il dibattito è stata la politologa russa Ekaterina Schulmann, secondo cui una parte crescente della popolazione e delle élite di Mosca sarebbe stanca della guerra e favorevole a un congelamento del conflitto. Una lettura che però non convince diversi analisti militari.
Tra questi Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, che giudica poco credibile l’ipotesi di una semplice sospensione delle ostilità. Secondo Gaiani, infatti, la Russia non avrebbe interesse a congelare una guerra che, sul piano militare, continua a registrare progressi territoriali. Più che una tregua sul modello coreano, l’obiettivo del Cremlino sarebbe arrivare a una conclusione del conflitto che consolidi i risultati ottenuti sul campo.
Gli attacchi ucraini in profondità rappresentano certamente un problema per Mosca, creando difficoltà logistiche e costringendo la Russia a destinare ulteriori risorse alla difesa del proprio territorio. Tuttavia, al momento non sono sufficienti a modificare la strategia complessiva del Cremlino.
Anche sul piano diplomatico gli spazi restano limitati. L’Unione Europea ha prorogato le sanzioni contro Mosca e continua a sostenere Kiev, ma in diversi Paesi europei cresce lo scetticismo sull’efficacia di un sostegno illimitato all’Ucraina. Pesano i costi economici, la stanchezza dell’opinione pubblica e le polemiche legate ai casi di corruzione emersi negli ultimi anni. Paradossalmente, oggi una pace negoziata sembra interessare più all’Europa che alla Russia.
Se Mosca ritiene di poter migliorare ulteriormente la propria posizione sul campo, difficilmente avrà incentivi ad accettare un congelamento del fronte. Nei prossimi mesi, dunque, lo scenario più probabile resta quello di una prosecuzione delle ostilità, con il rischio di una nuova escalation militare prima di qualsiasi serio negoziato.
Video realizzato il 22 giugno
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La Magyar Légierő (in inglese Hungarian Air Force) ha effettuato lo scorso 17 giugno i voli di addio per gli elicotteri Mil Mi-17 “Hip” e Mil Mi-24 “Hind”.
Questo evento, così come anticipato da Analisi Difesa nello scorso febbraio, ha segnato la fine di quasi quarant’anni di servizio di questi velivoli al servizio dell’Aviazione militare del Paese.
«Gli elicotteri d’attacco Mi-24 e gli elicotteri da trasporto Mi-17 hanno servito il nostro Paese per decenni. Questi velivoli sono stati una presenza costante durante gli addestramenti e le missioni quotidiane e hanno anche supportato i nostri commilitoni nelle operazioni internazionali. Erano sempre pronti a entrare in servizio nei momenti di bisogno» – ha dichiarato il Colonnello Krisztián Kovács, Comandante dell’86ª Brigata Elicotteri “Kiss József” delle Forze di Difesa ungheresi, durante la cerimonia di commiato.
I primi elicotteri da trasporto militare Mi-17 entrarono in servizio con l’Ungheria nel 1987. In quell’anno il paese ricevette il suo primo lotto di sette di questi elicotteri dall’URSS per modernizzare la sua flotta aerea; velivoli che furono poi assegnati all’87ª Brigata Elicotteri da Combattimento.
Nel corso di quasi 40 anni di servizio gli elicotteri ungheresi Mi-17 hanno svolto missioni di trasporto personale, dispiegamento truppe e trasporto merci. Gli elicotteri erano di stanza nelle basi aeree di Szeged e, successivamente, di Kecskemét e Szolnok.
Oltre alle missioni militari, gli elicotteri sono stati impiegati anche per operazioni civili in situazioni di emergenza. I Mi-17 furono infatti utilizzati per combattere gli incendi boschivi e per evacuare la popolazione durante le gravi inondazioni del Danubio e del Tibisco.
Dopo l’adesione dell’Ungheria alla NATO nel 1999, i Mi-17 ungheresi sono stati modernizzati venendo equipaggiati con radio AN/ARC-210, sistemi di identificazione IFF (amico-nemico) e apparecchiature di navigazione conformi allo standard TACAN.
Dal 2009 al 2013, l’Aeronautica Militare ungherese ha impiegato elicotteri Mi-17 nella missione ISAF in Afghanistan nell’ambito di un gruppo di addestramento aereo. Specialisti ungheresi hanno addestrato decine di equipaggi e tecnici afghani. I voli sono stati effettuati ad alta quota, superando i 3.000 metri.

A causa dell’usura e del raggiungimento della vita utile tra una revisione e l’altra nel 2016, l’Ungheria ha stipulato un contratto con la Russia del valore di 13 milioni di euro per la revisione di cinque elicotteri Mi-17. Gli elicotteri rimessi a nuovo sono rientrati in patria nel 2017 prolungando la loro vita operativa di 7 anni o 2.000 ore di volo.
Tuttavia nell’ambito del programma di modernizzazione delle forze armate Zrínyi 2026, il Ministero della Difesa ungherese ha deciso di sostituire completamente la propria flotta risalente all’epoca sovietica.
Budapest ha così ordinato 20 elicotteri leggeri H145M e 16 elicotteri medi multiruolo H225M ad Airbus Helicopters. Questi ultimi vengono consegnati in base a un contratto firmato nel 2018.
Insieme agli elicotteri da trasporto, vengono dismessi anche gli elicotteri d’attacco Mi-24 “Hind”.
Gli elicotteri Mi-24 entrarono in servizio in Ungheria nel 1978. Il loro debutto avvenne durante l’esercitazione PAJZS-79 e la prima esercitazione a fuoco reale si svolse nel 1980. Negli anni ’80, l’Aeronautica di Budapest raggiunse l’apice delle sue capacità in termini di elicotteri da combattimento, con 39 Mi-24 in servizio in quel periodo.
Ricordiamo che Budapest ha utilizzato le varianti Mi-24D e Mi-24V per un numero totale di esemplari ricevuti che ha superato le 40 unità.
Anche per l’Hind, tra il 2017 e il 2018, otto elicotteri ungheresi Mi-24 sono stati sottoposti a importanti revisioni presso il 419° stabilimento di riparazione aeronautica in Russia al fine di prolungarne la vita operativa. Le loro cabine di pilotaggio sono state aggiornate per ospitare visori notturni e i motori sono stati sostituiti.
«Sebbene questi velivoli ormai datati stiano fisicamente lasciando gli hangar – ha dichiarato il Col. Kovács durante la cerimonia – [i Mi-17 e i Mi-24] continueranno a essere ricordati e raccontati per i decenni a venire.»
Nonostante l’addio ungherese, a quasi 60 anni di distanza dal primo volo il Mi-24 continua tuttavia a operare in tantissimi paesi nel mondo e in molti conflitti (non ultimo quello tra Russia e Ucraina): la sua particolare formula che non trova analoghi in Occidente combina infatti il layout dell’elicottero d’attacco con un velivolo da trasporto truppe.

Non a caso la nuova variante Mi-35M ha trovato sbocchi di vendita all’estero considerando i contratti di vendita stipulati con numerosi Paesi tra cui Bielorussia, Niger, Venezuela, Togo, Serbia, Nigeria, Pakistan, Mali, Kazakistan, Iraq, Uzbekistan, Ruanda, Azerbaigian, etc.; mentre la versione Mi-35P “Phoenix” è stata recentemente oggetto d’acquisto da parte della Guinea.
L’elicottero russo del resto continua a essere oggetto di nuovi aggiornamenti così come regolarmente riportato da Analisi Difesa.
Medesima cosa si può affermare del Mi-8/17, un pilastro dell’ala rotante che condivide con il Mi-24 una straordinaria longevità e una diffusione globale senza pari. Concepito come elicottero multiruolo, continua a riscuotere successi commerciali grazie a varianti profondamente modernizzate, come il Mi-171Sh “Terminator” e il Mi-17V-5, oggi dotati di avionica digitale, sistemi di visione notturna e suite di protezione avanzate.
Questi aggiornamenti hanno garantito la continuità degli ordini sul mercato internazionale. Oltre ai colossi storici come Cina e India, le nuove versioni continuano a trovare sbocchi in Africa, Asia e America Latina, dove l’elicottero russo è apprezzato per la sua leggendaria robustezza, l’affidabilità in climi estremi e i costi di gestione competitivi che lo rendono ancora insostituibile nel trasporto tattico.
Foto: Aeronautica Ungherese/Social media
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Nell’ambito delle celebrazioni per il 75° anniversario dell’Aviazione dell’Esercito (AVES), il Centro Addestrativo Aviazione dell’Esercito (CAAE) ha presentato, con dimostrazione addestrativa in volo ad un ristretto numero di reporter, gli ultimi sviluppi del programma per l’immissione in servizio e presentazione della piattaforma ad ala rotante di nuova generazione AW169M di Leonardo, che ha ricevuto la denominazione UH-169D e risulta dispiegata fuori-area dall’estate del 2025.
Nel luglio 2020, il gruppo Leonardo ha consegnato all’Esercito Italiano ed in particolare al 2° Reggimento dell’Aviazione dell’Esercito “Sirio”, a Lamezia Terme, il primo dei due elicotteri leggeri bimotore AW169 per l’addestramento basico destinato alla preparazione degli equipaggi per il futuro passaggio operativo sul nuovo elicottero Light Utility Helicopter (LUH) nella versione Multiruolo Avanzato (M.A.).
Quest’ultima sviluppata sulla base del contratto assegnato nel dicembre 2019 e basata sulla piattaforma “dual use” AW169 di Leonardo Helicopters, “è destinata a rimpiazzare progressivamente gli Elicotteri di Supporto al Combattimento (ESC) e gli addestratori di categoria light, prevedendo una graduale sostituzione delle flotte “legacy” ormai in servizio da tempo come l’A109, l’AB206.
L’AB205, l’AB212 e l’AB412 per rispondere all’evoluzione dei requisiti operativi ed efficientare sia la capacità di addestramento degli equipaggi sia la gestione logistica della flotta,” ha dichiarato il Comandante del Centro Addestrativo Aviazione dell’Esercito (CAAE), Colonnello Fabio Bianchi nell’introduzione al briefing tecnico sulla nuova macchina.
Come noto il programma dell’EI fa parte di un più ampio programma che ha portato all’acquisizione della piattaforma militare AW169M da parte di altri operatori governativi nazionali rappresentati dalla Guardia di Finanza, Carabinieri e più recentemente l’Aeronautica Militare, in quest’ultimo caso per l’addestramento basico, con evidenti vantaggi in termini logistici, operativi, tecnici, certificativi ed addestrativi.

Successivamente al contratto iniziale del 2019 ed alla prima macchina che ha ricevuto la denominazione UH-169B Addestratore Basico Commerciale (ABC), è seguita la consegna di una seconda nella medesima configurazione e sono stati siglati ulteriori contratti ed emendamenti, unitamente al parere favorevole da parte delle Commissioni Difesa del Parlamento in data 17 novembre 2021 per un programma che attualmente vede l’acquisizione di 30 macchine nella versione UH-169D oltre ai due UH-169B, comprensive di supporto logistico decennale, corsi formativi e simulatori.
In seguito all’addestramento e valutazione operative con le due macchine UH-169B, al 2° Reggimento dell’AVES, indicato come reparto dedicato alla conversione sulla nuova macchina presso il suo Centro Formazione Equipaggi (CFE), sono state consegnate anche le prime macchine AW169 LUH versione Multiruolo Avanzato (UH-169D), di cui parleremo oltre, nella configurazione inziale “Batch 1”.
Questi elicotteri sono stati forniti ed equipaggiati con “Role Equipment” o sistemi destinati ad essere imbarcati in base alla missione da portare a termine, nonché colorazione bianca per il primo impiego operativo dell’AW169 LUH MA in Libano sotto l’egida dell’ONU nell’ambito della partecipazione nazionale alla missione UNIFIL ed in particolare della componente dedicata “Italair”.
Nell’aprile 2026 è toccato al CAAE ricevere la prima macchina della versione MA, la cui consegna ha ufficializzato l’entrata in servizio dell’UH-169D LUH.
“In aggiunta al 2° Reggimento dell’Aviazione dell’Esercito “Sirio” di Lamezia Terme, la nuova macchina è in fase di consegna al CAAE e prossimamente verrà assegnata anche al 4° Reggimento “Altair” di Bolzano,” ha spiegato il Tenente Colonnello Alessandro Vicari, Capo della Sezione Sperimentazione Sistemi dell’AVES, nonché pilota con più ore di volo sulla nuova macchina perché in precedenza in servizio come pilota istruttore e responsabile del CFE del 2° Reggimento “Sirio”.
In aggiunta alle due macchine UH-169B ABC che nel frattempo sono state trasferite al CAAE per l’addestramento basico del personale di volo presso l’AVES, sono state finora consegnate 9 macchine UH-169D di cui otto comprensive delle quattro destinate alle operazioni in Libano risultano in servizio con 2° Reggimento “Sirio” mentre la rimanente è entrata in linea presso il CAAE, dove altre stanno arrivando.
Entro la fine dell’anno, in base alla disponibilità delle consegne da parte di Leonardo Helicopters, le prime macchine dovrebbero essere consegnate anche al 4° Reggimento “Altair” di Bolzano, mentre l’intera flotta dovrebbe essere in servizio entro la fine 2028-inizio 2029.

“L’evoluzione della versione MA ha visto l’implementazione di nuove funzionalità per i sistemi di bordo e capacità in base alle valutazioni effettuate in servizio con l’AVES. Con la conseguenza che le macchine in servizio e in adozione sono in una configurazione non definitiva denominata “Batch 1”.
Le prime piattaforme in quella definitiva “Batch 2” è previsto che vengano consegnate a partire dall’inizio del 2027. Quelle nel frattempo entrate in servizio verranno progressivamente retrofittate man mano che le nuove verranno consegnate,”ha spiegato il T.C. Vicari.
La componente ha finora accumulato oltre 5.000 ore di volo, la maggior parte delle quali con le due macchine UH-169B consegnate nel 2020, ed i ritorni sul nuovo elicottero sia da parte del personale in patria che da quello dispiegato in Libano sono oltre che modo positivi ed al tempo stesso promettenti.
“Nonostante si tratti del primo impiego operativo, le quattro macchine in una configurazione non ancora definitiva dispiegate in Libano, hanno dimostrato sul campo, capacità, robustezza ed efficienza oltre ogni aspettativa,” ha dichiarato il Colonnello Enrico Tamagnone, che all’epoca dell’arrivo delle macchine in teatro era il Comandante del Task Group Italair in Libano. Visti gli inconvenienti di dentizione tipici di una macchina in nuova versione di recente sviluppo, di cui anche l’UH-169D non è andato esente.
Le quattro macchine, unitamente al relativo supporto manutentivo-logistico sviluppato per la specifica missione in supporto dell’UNIFIL, sono state dispiegate in Libano con una ponte aereo di velivoli Antonov An 224 nell’agosto del 2025. “Una volta arrivate in loco, le macchine sono state trasferite via terra alla base UNIFIL nel sud del Libano e rimesse in condizioni di volo in meno di 5 giorni complessivi”, ha affermato il Col. Tamagnone.
Gli equipaggi hanno quindi condotte le relative attività di approntamento a terra ed in volo per operare nel teatro operativo. Le quattro macchine UH-169D oggi presenti in Libano ed equipaggiate di protezione balistica e suite elettronica di autoprotezione di cui parleremo oltre, hanno progressivamente affiancato le piattaforme AB212, in ultima istanza per l’impiego antincendio con benna da 900 litri a seguito della qualificazione della relativa configurazione del nuovo elicottero. Visto l’utilizzo in essere, non sono state divulgate ulteriori informazioni specifiche sulle missioni ed il contesto operativo d’impiego.
Con l’assegnazione delle prime macchine al CAAE, in aggiunta ai compiti svolti dalla componente degli Elicotteri di Supporto al Combattimento, l’UH-169D ha assunto anche il compito dell’addestramento basico, missione fino ad oggi svolto esclusivamente dalla componente di elicotteri AB206 in servizio con il CAAE. Queste macchine sono destinate ad essere rimpiazzate entro l’orizzonte temporale del 2028 dal nuovo elicottero leggero LUH MA.

Secondo quanto dichiarato in occasione della visita al CAAE, i due UH-169B e gli UH-169D fino ad ora consegnati hanno consentito di qualificare sulla macchina una sessantina di piloti. Il compito della qualifica sulla nuova macchina era inizialmente missione del 2° Reggimento “Sirio” di Lamezia Terme, ma con l’assegnazione al CAAE del nuovo elicottero e l’addestramento specifico per l’AVES dei neo-piloti che hanno completato il corso presso il 72° Stormo dell’Aeronautica Militare, tale attività sta passando esclusivamente a Viterbo mentre Lamezia Terme e Bolzano avranno il compito di qualificare “combat ready” gli equipaggi e mantenere la proficiency per le missioni operative assegnate al reparto.
Per l’addestramento dei piloti e del personale di volo nonché dei manutentori, l’AVES ha lanciato un programma destinato all’approvvigionamento attraverso Leonardo Helicopters di tre di sistemi di addestramento procedurali al volo e navigazione (Procedural Trainer Device – Flight & Navigation Procedural Trainer), uno ciascuno per reparto operativo e per il CAAE, a cui s’aggiungono una stazione di Virtual Maintenance Trainer di manutenzione che verrà installato presso il 1° rgt Sost. AVES IDRA dove ha sede il Centro Formazione Manutentori (CFM) di Bracciano.
E’ inoltre prevista l’acquisizione di un pacchetto di sistemi didattici per una classe multimediale nonché un’infrastruttura informatica di addestramento che mette insieme tutti i sistemi presso il CAAE, in aggiunta a corsi operations & maintenance e supporto logistico integrato. I sistemi elettronici di supporto alla didattica e all’operatività verranno progressivamente introdotti in servizio a partire dal 2027 in base all’approntamento delle strutture dedicate a ospitarli.
Secondo quanto dichiarato dalla documentazione di ARMAEREO, il livello di rappresentatività e fedeltà di simulazione richiesto è necessario per sostituire integralmente l’addestramento reale con quello sintetico, salvaguardando pienamente i requisiti richiesti dalla Sicurezza del Volo.
Sia il 2° Reggimento “Sirio” che il CAAE hanno avuto un compito essenziale nella preparazione dei primi piloti istruttori e tecnici di bordo dell’Aeronautica Militare austriaca con il programma “Advanced Training” sull’AW169M a favore di quest’ultima Forza Armata, nell’ambito delle attività di cooperazione che l’Esercito Italiano intrattiene con i principali Paesi partner ed alleati. In totale fra aprile e dicembre 2023, hanno conseguito rispettivamente il brevetto da “Istruttore Militare di Volo” e “Tecnico di bordo”, 16 piloti operativi, 10 piloti istruttori, 4 piloti collaudatori e 8 tecnici operatori di bordo.
“Rappresenta un importante riconoscimento per la nostra specialità ed il ns Centro aver potuto addestrare il personale dell’Aeronautica Militare austriaca”, ha dichiarato il Colonnello Bianchi, il quale ha sottolineato come tale attività sia stata enfatizzata con grande spirito di riconoscenza e collaborazione da parte austriaca nel Museo dell’AVES presso lo stesso sedime del CAAE. Presso quest’ultimo, è infatti visibile un’apposita area espositiva dedicata a tale attività, con materiale fornito dalla stessa Aeronautica Militare austriaca.
In aggiunta al briefing tecnico-operativo sulla nuova macchina, durante la visita sulla linea di volo del CAAE è stato possibile apprezzare le soluzioni innovative, l’ergonomia e le configurazioni operative dell’UH-169B e UH-169D ed assistere ad una dimostrazione addestrativo-operativa.
Quest’ultima è stata incentrata sull’impiego di una macchina UH-169D che ha simulato l’avvicinamento tattico e recupero in hovering con barella al verricello di personale infortunato da parte di operatori imbarcati ed a terra. Nel corso di quest’ultimo evento, è stato possibile apprezzare le prestazioni della macchina e le capacità operative offerte dalla sistemistica di missione, nonché l’elevato livello di preparazione del personale, frutto di un addestramento continuo, realistico ed aderente agli scenari operativi contemporanei.
“L’introduzione dell’UH-169D rappresenta un significativo passo avanti nel processo di ammodernamento dello strumento aeromobile dell’Esercito Italiano. L’integrazione di tecnologie avanzate, unite a un’intensa attività addestrativa, costituisce un elemento fondamentale per garantire prontezza operativa, interoperabilità e capacità di risposta tempestiva alle esigenze del Paese, sia in ambito nazionale che in contesti internazionali”, ha dichiarato conclusivamente il Comandante del CAAE.
Specifiche Tecniche
L’AW169M è l’elicottero leggero militare bimotore multi-ruolo intermedio di Leonardo, progettato per soddisfare i più stringenti requisiti certificativi militari e civili, che viene proposto sia con carrello con ruote sia a pattini.
La configurazione LUH (Light Utility Helicopter) Multiruolo Avanzato (MA) è stata sviluppata beneficiando delle caratteristiche dell’elicottero militare AW169M, che sono state realizzate per soddisfare specifiche esigenze operative, rappresentando un ulteriore esempio di collaborazione tra Leonardo Helicopters e i propri clienti per lo sviluppo di piattaforme con configurazione su misura e con l’obiettivo di soddisfare i requisiti di missione specifici. Una singola piattaforma di nuova generazione è in grado di sostituire una intera gamma di elicotteri ormai in servizio da tempo e con diverse classi di peso.

Capace di operare nei moderni contesti operativi e condurre a termine missioni di tipo VFR (Visual Flight Rules) o navigazione a vista ed IFR (Instrument Flight Rules) o in condizioni strumentali in condizioni notturne e meteo avverse, anche con l’impiego dei moderni sistemi di visione notturni ad intensificazione di luminescenza (NVG, Night Vision Goggles), l’AW169M LUH MA si caratterizzata per un carrello a pattini per operazioni in terreni accidentati e dimensioni della piattaforma compatte che gli consentono di svolgere missioni in spazi ristretti.
Con una lunghezza totale con rotori in moto di 14,65 metri ed un diametro del rotore principale pari a 12,12 metri nonché un’altezza di 4,3 metri, l’LUH presenta un rotore principale e di coda completamente articolati con rispettivamente cinque e tre pale che offrono agilità di impiego anche alle ridotte velocità.
L’AW169M si caratterizza inoltre per un’aerodinamica particolarmente curata, con accorgimenti quali i timoni orizzontali di coda ricurvi ed il disegno della parte posteriore inferiore della fusoliera che migliorano le condizioni di volo in hovering.
L’apparato propulsivo costituito da due motori Pratt & Whitney Canada PW210A1 da 876 kW (1,175 shp) (al decollo per 30 minuti) ciascuno con controllo FADEC digitale, “offre una potenza complessiva impiegabile maggiorata del 11% rispetto alla versione base. L’incremento di prestazione è stato ottenuto tramite delle modifiche alla trasmissione principale dell’elicottero al fine di superare i severi controlli di certificazione previsti.
Tale incremento permette di operare ad un peso massimo al decollo (MTOW) incrementato da 4.800 a 5.100 kg con capacità d’impiego fino a quote di 4.572 metri (peso massimo di 4.560 kg),” ha spiegato il Capitano Andrea Bandiera, pilota istruttore di volo presso il 1° Gruppo Addestrativo “Auriga”.

Con tali modifiche viene assicurato il più alto rapporto potenza-peso della sua categoria, offrendo elevate prestazioni nei più sfidanti contesti operativi. Unitamente ad una capacità di sopravvivenza dell’equipaggio in caso di crash grazie a cellula e carrello ad assorbimento d’urto e riduzione della deformazione con separazione dei principali sistemi nonché tolleranza balistica dei rotori contro colpi a segno e trasmissione principale in grado di funzionare per 30 minuti senza più olio, serbatoi auto-sigillanti e sistema di soppressione degli incendi, l’equipaggio ha a disposizione sedili ad assorbimento d’urto, protezione balistica dei compartimenti di pilotaggio e trasporto ed un sistema di autoprotezione di ultima generazione.
Grazie alla modalità di funzionamento APU (Auxiliary Power Unit) o “APU Mode”, la famiglia di elicotteri AW169 non dispone di una APU dedicata, ma la sua funzione viene svolta dal motore sinistro (numero 1) che meccanicamente scollegato dalla scatola ingranaggi principale della trasmissione tramite un attuatore elettrico, consente di alimentare i sistemi di bordo fra cui l’avionica, i sistemi elettrici ed idraulici, di condizionamento e di cabina mentre l’elicottero è a terra con i rotori fermi senza utilizzare le batterie.
Con una capacità d’impiego con venti fino a 50 nodi anche in fase di avviamento, l’AW169M LUH MA è in grado di raggiungere una velocità massima e di crociera rispettivamente di 152 KIAS (281,5km/h) e 130 KIAS (240 km/h) a 1,000 piedi al peso massimo di decollo in configurazione pulita. Con un carico di 10 passeggeri (110 kg per passeggero) in aggiunta al pilota, porte aperte e protezione balistica (che meglio espliciteremo), la macchina ha un’autonomia di 2 ore ad una velocità di oltre 120 KIAS (220 km/h).
Con un carico di 10 passeggeri (110 kg per passeggero) in aggiunta al pilota, porte aperte e protezione balistica (che meglio espliciteremo), la macchina ha un’autonomia di 2 ore ad una velocità di oltre 120 KIAS (220 km/h). Nel caso dell’AVES, l’equipaggio è normalmente costituito da due piloti ed almeno uno se non due operatori nella cabina principale per portare a termine le missioni assegnate.
“La nuova macchina in configurazione pulita, un carico di 700 chili e velocità di crociera ha un consumo di circa 260 kg all’ora di carburante contro gli oltre 300 dell’AB212, con un significativo risparmio e quindi un’autonomia di missione più estesa”, ha spiegato il T.C. Vicari.
Capace di operare in hovering fino a 3,611 metri di altitudine con un singolo motore (HOGE) al peso massimo al decollo (MTOW) per 30 minuti, e con un rateo minimo di salita di 304 metri/minuto al livello del mare con MTOW che scendono a 92 metri/minuto in caso di un motore in avaria (per max 2,5 minuti), l’AW169M LUH MA può essere equipaggiato con un verricello con cavo da 88,4 metri capace di gestire un peso massimo di 249 kg (227 kg sotto i 0° C) fra operatore e barella con infortunato. Al gancio baricentrico possono essere trasportati fino a 1.500 kg o una benna antincendio fino a 900 litri con autonomia di missione di oltre 2 ore.

Grazie ad una delle cabine da traporto fra le più capaci della sua classe con una lunghezza e larghezza massime di 2,15 e 2,03 ed 1,32 metri d’altezza ed una cubatura complessiva di 6,3 metri cubi (in aggiunta a 1 metro cubo di volume per il comparto bagagli) che è in grado di ospitare fino a dieci posti per altrettanto personale e si caratterizza per due portelloni scorrevoli da 1,6 metri di lunghezza ed 1,2 m d’altezza con finestratura che può essere aperta in volo per consentire di operare l’armamento leggero brandeggiabile posizionato esternamente e di controllare le operazioni di trasporto al gancio baricentrico, assicurando aiuto al pilota/piloti nelle delicate operazioni di hovering ed atterraggio in spazi ristretti o in montagna.
La versione MA è in grado di svolgere un’ampia gamma di missioni che vanno dal trasporto personale, fast rope, ricerca e ricognizione, al trasporto al gancio baricentrico e lotta antincendio con la benna da 900 litri, per passare all’addestramento basico ed avanzato e al soccorso con verricello e trasporto con il medesimo, senza dimenticare il trasporto specialistico medico.
“Per incrementare ulteriormente l’handling della macchina nelle operazioni con il verricello, quest’ultimo è stato spostato indietro verso la posizione del rotore principale ed a metà del portellone per sfruttare al meglio le condizioni baricentriche dell’aeromobile ed ottimizzare gli spazi a disposizione dell’operatore nelle delicate manovre di recupero,” ha spiegato il Cap. Bandiera.
Per le missioni MEDEVAC, con due barelle ed un team medico di tre elementi a cui s’aggiungono 50 kg di materiale sanitario, l’autonomia di missione è pari o superiore a 2 ore con velocità uguali o superiori a 135 KIAS senza necessità di installazioni ausiliarie esterne. Nel caso delle medesime missioni con l’impiego del verricello, con due barelle, un operatore ed un team medico di due elementi con 50 kg di materiale, l’autonomia è superiore a due ore con velocità di missione superiore ai 125 KIAS.
Sistemi avanzati di bordo
In aggiunta ad un cockpit di pilotaggio allo stato dell’arte di cui parleremo oltre unitamente ai sistemi di stabilizzazione, navigazione e comunicazioni, la versione MA si caratterizza per una sofisticata suite di missione con un ulteriore computer (cosiddetto di missione) per un totale di tre rispetto ai due dell’AW169M ABC nonché una serie di sistemi destinati a migliorare la consapevolezza situazionale di missione al fine di ridurre il carico di lavoro e concentrarsi sulle missioni tattiche condotte in condizioni sempre più difficili e con minacce sempre più sfidanti.
La versione MA è equipaggiata con sistemi ADS-B (Automatic Dependet Surveillance-Broadcast) e TCAS II (Traffic Allert and Collion Avoidance System II) rispettivamente dedicati alla trasmissione delle informazioni sul nominativo di missione, posizione, velocità e quota comprensiva di tendenza (salita o discesa) al sistema di controllo del traffico aereo e sistema di posizionamento e visualizzazione dello spazio aereo intorno al velivolo con avviso in caso di rischio di collisione ed indicazione delle necessarie manovre per evitarle, nonché incremento della consapevolezza situazionale specialmente in condizioni degradate come per esempio in condizioni notturne o soccorso in montagna (compresi dati di rotta in ambiente permissivo).

L’HTAWS (Helicopter Terrain Awareness and Warning System) è un innovativo sistema di prevenzione di collisione con il terreno che fornisce anche informazioni per evitare il disorientamento mentre il sistema CSF (Collective Safety Function) previene il superamento dei limiti d’impiego dell’aeromobile ed in caso di manovra in collisione con il terreno (CSF-Low HT) assicura una reazione in maniera autonoma da parte della macchina.
Il sistema DMAP (Digital MAP) permette di visualizzare mappe digitali vettoriali integrate con il GPS, Flight Mission System, database degli ostacoli e dati tattici condivisi e caricati prima e durante la missione al fine di incrementare ulteriormente la sicurezza e la riuscita della medesima.
A questi contribuiscono anche l’OPLS (Obstacle Proximity LIDAR System), il radar meteo e la generazione di segnali audio correlati alle funzioni attivate che vengono distribuiti tramite l’impianto interfono. L’OPLS permette di evidenziare e di visualizzare con sistema LiDAR sotto i 40 nodi ostacoli nel raggio d’azione di 15 metri dal rotore principale e di coda per evitare collisioni con i medesimi in delicate operazioni di volo come il recupero in parete o il decollo ed atterraggio in aree ristrette, in condizioni difficili di visibilità come luce notturna o meteo degradate. In queste ultime condizioni è di ausilio il radar meteo in grado di scoprire fenomeni pericolosi e turbolenze rispettivamente fino a 120 e 40 miglia nautiche.
Sistema di gestione del pilotaggio, navigazione, comunicazioni e sorveglianza
L’AW169M è dotato di un cockpit digitale compatibile con l’impiego di visori notturni di ultima generazione ANVIS 9 utilizzati dall’AVES ed un sistema automatico di controllo del volo o AFCS (Automatic Flight Control System) quadricanale digitale con avanzate funzioni di auto-pilotaggio, a cui s’aggiungono un sistema di gestione della missione o FMS (Flight Management System), una suite per la navigazione e le comunicazione, un sistema di gestione e monitoraggio della piattaforma nonché di riduzione delle vibrazioni in controfase.

Il cockpit è incentrato su tre display principali di volo (PFD, Primary Flight Display) a colori da 8”x10” di cui i due laterali dedicati alle informazioni di assetto, motori e dati principali di volo mentre quello centrale è normalmente dedicato alle mappe cartografiche digitalizzate con informazioni sulla missione caricate prima ed acquisite durante la medesima.
A questi s’aggiungono due EDCU (Enhanced Display Control Unit) touchscreen e due MSU dedicati rispettivamente all’inserimento dei dati di missione alla gestione dei sistemi di comunicazione da parte dei due piloti nonché un sistema di controllo SP-2083X della terza unità radio ed altri strumenti e sistemi sulla consolle centrale.
Come anticipato l’AFCS è dotato di avanzate funzioni di pilotaggio, come nel caso della Velocity Max Power (VPM) una funzione che permette di andare alla massima velocità sfruttando la massima potenza disponibile in modo completamente automatico, l’hovering come la transizione automatica al volo stazionario unicamente con un unico tasto sul ciclico. A questi s’aggiungono le funzioni legate all’avvicinamento come il volo automatico su sentiero di discesa con decelerazione autonoma entro distanza preselezionata, ed alla navigazione come il volo autonomo tramite sistema di navigazione di bordo.
Fra le funzioni operative più avanzate il “Mark on Target” o avvicinamento autonomo per missioni Search And Rescue a 50 piedi dall’elemento sorvolato, il “Winchman Trim” o trasferimento del controllo posizione all’operatore di bordo durante le operazioni al verricello, il TD/H Transition Down, Transition Down to Hover + VFR approach o avvicinamento autonomo a punto designato con atterraggio automatico da 660 m (2000 piedi) AGL, il Go Around/TU o riattaccata automatica durante l’avvicinamento o decollo autonomo da volo stazionario.
A questi s’aggiungono il mantenimento del punto fisso a bassa quota con precisione aumentata per le operazioni con il verricello nonché l’Auto Landing o atterraggio automatico completo fino al suolo da 60 m (200 piedi) AGL.

Le moderne operazioni sul campo di battaglia richiedono un sistema di navigazione potenziato e ridondante che nel caso dell’UH-169D ricomprende due GPS militari con anti-spoofing in aggiunta a due commerciali, un sistema di radio navigazione con due VOR/ILS, due DME e due radar altimetri a cui s’aggiungono la suite di sensori inerziali con due Air Data Unit e due LCR110 ibridi ed una capacità RNP (Required Navigation Performance) o navigazione di precisione laterale con errore massimo di 0,3 miglia nautiche. Anche in questo caso, la suite è dotata di avanzate funzioni come il calcolo delle prestazioni e dei consumi in modo completamente automatico ed in tempo reale, la navigazione di ricerca SAR autonoma con 5 diversi track integrati e la funzione Mark On Target (MOT) per l’avvicinamento autonomo all’obiettivo, l’avvicinamento RNP ed autonomo con parametri selezionabili dal pilota, la navigazione VFR/IFR autonoma con gestione completa in tutte le condizioni meteorologiche di volo.
Il sistema per le comunicazioni e l’identificazione comprende un interfono di bordo e tre radio Software Defined Radio (SDR) multibanda V/UHF SRT-800 fornite da Leonardo di cui la terza impiegata per le comunicazioni satellitare (SATCOM) per copertura voce e dati a livello globale, a cui s’aggiunge una radio in banda HF SRT-200 sempre di Leonardo.
Per la consapevolezza della situazione tattica e lo scambio dati in tempo reale sia nel dominio aereo che in quello terrestre, la versione MA è equipaggiabile con un terminale tattico a doppio canale L3 Harris/Viasat KOR-24A che lavora sia su network Link 16 che tattici VHF/UHF al fine di assicurare il monitoraggio delle forze amica, evitare incidenti di “fuoco amico” ed al contempo condividere informazioni quali video, immagini e dati acquisiti dai sistemi di bordo.
Grazie a tale terminale di ridotte dimensioni, pesi e consumi, piattaforme aeree leggere come l’AW169 ma anche UAV e veicoli terrestri possono sfruttare le informazioni fornite dal Data Link 16 e tattici in banda VHF/UHF. Lo scambio dei dati tattici fra forze terrestri, velivoli e C2 ed in particolare la messaggistica standard (VMF) per le operazioni di supporto di fuoco dall’aria con il JTAC avviene invece attraverso le radio SRT800. La suite di missione comprende anche un sistema di identificazione nemico/amico di nuova generazione IFF NGIF sempre di Leonardo.
Sebbene faccia parte dei sistemi imbarcabili in base alla missione o “Role Equipment” di cui parleremo di seguito, l’AW169M è predisposto per l’impiego del sistema di sorveglianza e designazione bersagli L3 Harris/Wescam MX10. Si tratta di una torretta multi-sensoriale stabilizzata su 4 assi dalle ridotte dimensioni e pesi, montata sotto il muso dell’elicottero e destinata a supportare missioni tattiche di volo, sorveglianza e designazione bersagli a bassa quota.
L’MX10 incorpora una camera diurna, termica (SWIR, Short-Wavelength Infrared, 1-2,5 μm) ed a bassa luminosità con potente zoom, sistema inerziale, telemetro e designatore laser per la geolocalizzazione e l’ingaggio dei bersagli.
Role Equipment
Grazie alla configurazione modulare ed adattabile alla missione, voluta dall’AVES, la versione MA si caratterizza per una serie di equipaggiamenti ausiliari che sono stati adottati come elementi installabili e rimovibili in base alle necessità della missione.
In aggiunta al verricello di soccorso, kit “Fast Rope” impiegabile su entrambi i portelloni del vano carico, il gancio baricentrico ed il kit EAPS (Engine Air Particle Separator), quest’ultimo destinato ad essere impiegato in contesti operativi caratterizzati da polvere e sabbia, per quanto riguarda la protezione e l’armamento, Leonardo Helicopters e l’AVES hanno lavoro insieme alla società Mako Stark srl per la fornitura di un kit di protezione balistica del peso complessivo di circa 130 kg, installabile con personale addestrato in circa un’ora.

Il kit comprende la protezione sul pavimento del vano carico, del cockpit e delle porte piloti. In entrambi i casi è necessario smontare i sedili dei piloti e dei passeggeri e nel caso del cockpit comprende un’aggiunta per la protezione dei piedi e laterale sui due portelli i cui meccanismi sono stati irrobustiti per accogliere il peso della protezione balistica.
In questo modo i due piloti che portano a loro volta giubbetti antiproiettili di volo, sono protetti contro il fuoco laterale. Non sono state divulgate informazioni al riguardo, ma si presume che tale protezione si estenda a proiettili di armi leggere di calibro fino a 7,62 mm nonché schegge di munizioni antiaeree e sul campo di battaglia.
L’elicottero è inoltre predisposto per l’installazione standard di due pintle mount esterne posizionate sui due lati del vano trasporto subito dietro il cockpit in corrispondenza dei sedili destinati ai due operatori di volo ed in grado di accogliere mitragliatrici MG da 7,62 mm con magazzino da 250 colpi in servizio con la Forza Armata. Grazie a tale soluzione, i due pintle mount hanno libertà di tiro ed una volta fissate le armi, i portelloni laterali del vano carico possono essere chiusi per il volo, in modo da ridurre la resistenza aerodinamica.
La protezione passiva dell’AW169 MA contro minacce missilistiche ed armi di diverso calibro nonché razzi anticarro come i noti RPG è assicurata dalla suite di protezione elettronica sviluppata da Leonardo Helicopters e comprendente ricevitori d’allarme laser (LWR, Laser Warning Receiver) per l’avvertimento contro la designazione da parte di sistemi per la direzione del tiro o sistemi d’arma con guida laser nonché ricevitori del sistema contro il lancio di missili e fuoco da terra MAIR (Multiple Aperture InfraRed) di Leonardo, distribuiti sulla piattaforma in modo si assicurare una copertura completa a 360 gradi.
Le teste o ricevitori di quest’ultimo sistema incorporano sensori all’immagine termica in grado di tracciare sistemi missilistici spalleggiabili e più capaci fin dal lancio, cosi assicurando tempi più lunghi per una reazione difensiva.
L’elevata sensibilità e risoluzione dei sensori consente in aggiunta ad avere una precisa indicazione della direzione di lancio ed avvicinamento dei missili, di rilevare sia i traccianti che l’origine e quindi la posizione dell’arma attraverso la vampa di bocca (muzzle flash), assicurando una “geolocalizzazione” del “fuoco ostile”, a vantaggio della risposta del sistema di autoprotezione e quindi del sistema di missione.

Grazie alle informazioni fornite in tempo reale dal processore del sistema di autoprotezione è possibile visualizzare le medesime ed attivare anche in modo automatico le contromisure all’infrarosso lanciate dalla suite di dispenser dedicati forniti dalla società MES, effettuando le azioni evasive e fornendo le informazioni agli operatori per l’impiego delle armi di bordo. Mentre la macchina impiegata nel corso della dimostrazione non disponeva del sistema MAIR, le macchine dispiegate in Libano dispongono della completa suite di autoprotezione.
Occorre inoltre evidenziare che Leonardo Helicopters ha già sviluppato soluzioni con armamento basato su razziere o pod con armi pesanti trasportati ai lati della fusoliera e collegate a sistemi di direzione del tiro quale la torretta multi-sensore L3Harris/Wescam WX10, ma la Forza Armata non si è ancora espressa sull’argomento, vista la recente introduzione in servizio della versione MA.
Infine come già anticipato anche il sistema radio HF e KOR-24A possono essere installati in base alle necessità della missione, evitando di imbarcare pesi non necessari per ottimizzare le prestazioni della macchina e quindi la riuscita della missione.
Foto Luca Peruzzi e Esercito Italiano
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I russi avanzano ma nessuno lo dice. Alcune delle ultime roccaforti ucraine nel Donbass stanno cadendo mostrando i limiti di una strategia incentrata sulla difesa di ogni metro di territorio basata sul trasformare ogni cittadina in una roccaforte (già cara alla Wehrmacht sul Fronte Orientale) che porta a guadagnare tempo al prezzo dell’annientamento dei reparti.
Eppure, politica e media in Europa raccontano l’opposto. “La situazione sta cambiando per l’Ucraina. Stiamo vedendo che sta tenendo duro e sta persino recuperando terreno, almeno in parte” ha detto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen incontrando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e impegnata a mostrare una compattezza del fronte occidentale che sta invece evaporando.

Sulla stessa linea il cancelliere Frederich Merz, alla testa delle nazioni UE baltiche e scandinave in prima linea nel sostenere il confronto con la Russia e impegnato a quanto sembra a scongiurare (o rimandare) ogni ipotesi di dialogo tra Bruxelles e Mosca.
Secondo Merz, la Ue dovrebbe concentrarsi sul raggiungimento di una posizione comune che guidi i futuri negoziati di pace con la Russia, piuttosto che su chi debba parlare al momento opportuno. Il cancelliere ha sottolineato anche l’importanza del formato E3 (Germania, Francia e Regno Unito) per il coordinamento degli sforzi europei, che, ha affermato, è stato un “esplicito desiderio dell’Ucraina”.
Un formato criticato apertamente dalla Polonia, in piena crisi politica e diplomatica con Kiev. Il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski ha criticato il ruolo che si è ritagliato l’E3 nei colloqui sulla guerra in Ucraina.
“Tra il Mar Nero, il Mar Baltico e l’Adriatico vivono 120 milioni di persone nell’UE; se si aggiunge la Scandinavia, si arriva a 150 milioni di persone che sono minacciate dall’aggressione russa in modo molto più diretto rispetto alla Germania”, ha affermato alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung.

“Noi siamo vicini sia della Russia che dell’Ucraina, voi in Germania no“, ha continuato proponendo di “seguire la via delle istituzioni previste dai trattati dell’Ue, come il presidente del Consiglio europeo”. Oppure si dovrebbe lavorare a una “coalizione dei volenterosi” che rappresenti il continente nei negoziati.
Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sembra puntare a ottenere maggiori aiuti militari dall’Europa non certo a concludere una guerra che sancirebbe inevitabilmente libere elezioni e la fine della cleptocrazia che fa capo alla presidenza ucraina.
Anche la NATO in difficoltà
Uno sforzo a cui si associa anche la NATO con il segretario generale Mark Rutte. Il gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina riunitosi al quartier generale della NATO a Bruxelles ha confermato ieri “ulteriori impegni di sostegno essenziale, anche attraverso l’iniziativa Prioritised Ukraine Requirements List (PURL) della NATO”, che è il meccanismo per cui paesi europei dell’alleanza comprano pacchetti di armamenti statunitensi da 500 milioni di dollari ognuno per fornire queste armi “made in USA”.

Dal PURL si sono dissociate molte nazioni NATO, inclusa l’Italia, Rutte ha dichiarato alla stampa che un terzo degli Stati membri della NATO ha offerto di sostenere i prossimi pacchetti del PURL. Ma c’è poco da festeggiare: dieci nazioni su 32 è un po’ meno di un terzo e soprattutto tra quanti hanno accettato di aprire i cordoni della borsa vi sono Olanda, Danimarca, Svezia Germania e Norvegia, solitamente generosi con Kiev, ma vi sono anche nazioni che per dimensioni e condizioni economiche offriranno solo contributi simbolici come Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Croazia e Islanda.
Da oltre quattro anni la parola d’ordine, ribadita nei giorni scorsi da Rutte, è “aumentare la pressione sulla Russia” e per sostenerla il segretario generale ha senza pudore sostenuto apertamente che la situazione sul campo di battaglia in Ucraina “sta cambiando a favore di Kiev e i suoi alleati hanno ora il compito di alimentare questo slancio. Dobbiamo assicurare che l’Ucraina abbia le risorse di cui ha bisogno”.
Ursula von der Leyen ha cercato di mostrare un’Europa compatta di fronte alla Russia anche se dietro la solita retorica delle pseudo vittorie ucraine emerge chiaramente che le crescenti pretese militari e finanziarie di Kiev non potranno venire soddisfatte.
Specie considerando il progressivo distacco di molte nazioni europee dal sostegno militare a Kiev, la rinuncia della Bulgaria (dopo Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca) a fornire armi all’Ucraina, e la debolezza intrinseca dei governi delle “potenze” europee riunite nel formato E3, ingigantita ieri a Londra dalle dimissioni del primo ministro, Keir Starmer, sull’onda delle sconfitte patite anche a causa dei fondi pubblici stornati all’Ucraina e a una campagna di riarmo rivelatasi molto costosa ma con risultati fallimentari.

In affanno anche la narrazione delle Repubbliche Baltiche che cercano invano di attribuire alle contromisure elettroniche russe la mole di droni ucraini che invadono il loro spazio aereo e spesso si schiantano sul loro territorio.
L’ultimo episodio è stato registrato ieri in Estonia, dove un drone ucraino con cinque chilogrammi di esplosivo è stato rinvenuto nel comune di Rouge, nel sud dell’Estonia, da un contadino intento a tagliere il fieno in un campo.
Secondo quanto comunicato, il drone potrebbe essere collegato a un attacco ucraino alla Russia di inizio giugno. Il materiale esplosivo è stato immediatamente disinnescato dagli artificieri senza causare danni o feriti.
Appare quindi sempre più probabile che il territorio degli stati baltici venga utilizzato dagli ucraini per far decollare droni diretti a colpire l’area di San Pietroburgo e obiettivi nella regione russa di Leningrado.
Ciò nonostante, ancor più categorico di von der Leyen è apparso il commissario europeo alla Difesa, il lituano Andrius Kubilius: “Grazie a un’offerta innovativa, l’Ucraina ha cambiato la sua dottrina di guerra e, grazie alla trasformazione della dottrina di guerra, ora sta prevalendo, respingendo il nemico sulla linea del fronte e colpendo in profondità la Russia”.
Non c’è dubbio che le incursioni di droni ucraini abbiano colpito infrastrutture militari ed energetiche in diverse regioni della Russia concentrate nelle ultime ore anche sulla rete logistica russa in Crimea che alimenta l’offensiva russa nella regione di Zaporizhia.

Non saranno però pochi droni scampati alle difese aeree russe a mettere in ginocchio l’economia e la macchina bellica russa. I danni vengono riparati in poche ore o pochi giorni ma la narrazione tesa a ingigantire l’impatto dei droni ucraini punta a motivare il sostegno europeo a Kiev e a nascondere i pessimi sviluppi della situazione al fronte che vede le truppe di Mosca avanzare sempre più speditamente.
Come accade ormai da quattro anni e mezzo i media europei contribuiscono a diffondere propaganda ucraina a piene mani in un contesto che vede governi e istituzione UE stanziare miliardi di euro ai media per sostenere le politiche dell’Unione.
Il 21 giugno il Financial Times spiegava che i progressi tecnologici dell’Ucraina hanno messo le forze russe in una posizione di svantaggio: “le dense nubi di fumo che si sono levate su Mosca dopo che i droni ucraini hanno colpito la più grande raffineria di petrolio della capitale russa questa settimana non avrebbero potuto essere più chiare in merito”.
“Da quando il presidente russo ha ordinato l’invasione su vasta scala nel 2022, le forze di Mosca hanno fatto affidamento sulla superiorità numerica e di armamenti sul campo di battaglia, utilizzando attacchi aerei per colpire città e infrastrutture energetiche ben oltre la linea del fronte. Ma le innovazioni ucraine nel campo dei droni a medio e lungo raggio hanno distrutto basi aeree, convogli militari e raffinerie di petrolio a centinaia di chilometri all’interno del territorio russo”, spiega il FT.
L’efficacia dei droni è fuori discussione così come i disagi che provocano con la chiusura di aeroporti, danni alle infrastrutture, rischi a cui sono esposte le popolazioni russe in particolare in Crimea.

I media europei evitano però di riferire dell’impatto di quelli russi sugli obiettivi ucraini, armi di cui si parla solo in caso di sconfinamento in una nazione UE/NATO, ma soprattutto di sottolineare la capacità dei russi che ancora riescono ad arruolare 400 mila militari a contratto ogni anno per combattere in ucraina senza ricorrere alle truppe di leva né alla mobilitazione.
Fa poi sorridere che una testata come il Financial Times riferisca di prodigiosi “progressi tecnologici” ucraini nel campo dei droni quando i russi colpiscono ovunque con un numero maggiore di droni in aggiunta a missili ipersonici e balistici a testata manovrabile praticamente non intercettabili dalle difese aeree ucraine e NATO.
Inoltre in un contesto in cui Kiev sta trasferendo in Europa molte produzioni militari per sottrarle ai massicci bombardamenti russi su una nazione ormai priva di difese aeree adeguate che oggi sono in grado coprire non più di un quinto dello spazio aereo di Kiev.
Un grande sforzo propagandistico
Scarso equilibrio anche nei think-tank occidentali, in fermento per sostenere la tesi che i russi non avanzano più. Lo statunitense Istituto per gli Studi della Guerra (ISW), su posizioni neocon apertamente anti-russe, ritarda per giorni l’aggiornamento delle mappe per nascondere i progressi russi, oppure definisce “infiltrazioni” le avanzate con la curiosa conseguenza di indicare la presenza di unità russe molti chilometri in profondità all’interno delle linee ucraine.
In questo modo ha stabilito che nel primo quadrimestre del 2026, l’esercito russo ha conquistato non più di 715 chilometri quadrati di territorio. Una tecnica utilizzata anche dai Canali Telegram ucraini vicino agli organismi dello Stato, come DeepState che ha riconosciuto solo a inizio giugno la caduta di Pokrovsk, sei mesi dopo la conquista da parte dei russi.
Secondo il Black Bird Group, un gruppo finlandese di monitoraggio della guerra, le truppe russe avrebbero conquistato solo 164 chilometri quadrati di territorio tra febbraio e maggio di quest’anno, contro i 1.151 chilometri quadrati dello stesso periodo dell’anno scorso. Un dato sorprendente perché fortemente riduttivo rispetto persino ai progressi russi registrati dall’ISW.

L’avanzata russa è stata rallentata da diversi fattori. Innanzitutto dal fango primaverile, soprattutto in marzo, ma forse anche da valutazioni politiche: Mosca ha infatti quasi del tutto fermato le operazioni belliche durante la guerra tra Stati Uniti/Israele e Iran, nel mese di marzo, come se da essa attendesse sviluppi e conseguenze anche sul fronte ucraino.
Conseguenze che in termini strategici non sono mancate: gli europei stanno rapidamente calando gli aiuti all’Ucraina e gli Stati Uniti sono a corto di munizioni pregiate (soprattutto Patriot e armi anti missile) per continuare a fornirne a sufficienza a Kiev.
Non è un caso che la spinta offensiva russa sia ripresa ad aprile su diversi fronti per far leva sulla sempre più cronica carenza ucraina di truppe addestrate che la propaganda di Kiev e degli ambienti UE/NATO cerca di nascondere o minimizzare.
Certo in Donbass i russi combattono intorno alle ultime roccaforti ucraine di Kosantinyvka, Liman, Kramatorsk e Slovyansk (le prime due in procinto di cadere): aree ampiamente fortificate dove i progressi per gli attaccanti sono necessariamente lenti.

“Il problema per la Russia è che le tattiche attuali non forniscono gli strumenti per ottenere successi maggiori, e i russi non sono stati in grado di trovare nuovi strumenti”, ha spiegato Emil Kastehelmi, co-fondatore del Black Bird Group. Rispetto alle precedenti offensive russe, nel mese in corso “non si sono visti segni di ripresa delle avanzate lungo il fronte. I comandanti russi continuano a ordinare a piccoli gruppi di soldati di assaltare un campo di battaglia saturo di droni, in tentativi spesso mortali di trovare varchi nelle linee ucraine”.
Che gli ucraini compensino la carenza di ruppe con un massiccio impiego di droni è stato confermato anche dai veterani russi che hanno incontrato Putin al Cremlino per la festa nazionale russa.
Una fonte ha riferito al Financial Times che “la robotizzazione ha reso il numero delle truppe molto meno importante, il che ha cambiato le sorti del regime di Kiev. Servono 10 o 20 mila operatori di droni, non centinaia di migliaia di uomini seduti nelle trincee. Quindi il volto della guerra sta cambiando”.
Secondo funzionari ucraini, la Russia “ha perso più uomini sul campo di battaglia di quanti ne possa reclutare per rimpiazzarli per quasi sei mesi“, prosegue il quotidiano. A tal proposito vale la pena ricordare che Zelensky, che da tempo stima le perdite russa a 30/35 mila al mese, ha riferito che in maggio sono salite a 40.000.
Numeri che in Europa politica e media credono o fingono di credere siano reali, nello stesso momento in cui viene sistematicamente ignorato il Canale Telegram Wartears stima in oltre 850 mila i caduti ucraini dal 2022.

La nuova campagna di droni dell’Ucraina “si basa su attacchi a una cosiddetta profondità a medio raggio di circa 150 chilometri oltre la linea del fronte. Da maggio, centinaia di droni di tutti i tipi hanno volato verso il corridoio” autostradale in Crimea, così come le truppe schierate sul fronte meridionale.
“A questo punto, stiamo attaccando camion ogni giorno”, ha detto Artem Bielienkov, capo di stato maggiore della 412a brigata di droni Nemesis Ucraina: In questo modo, “le truppe russe aspettano più a lungo per i rifornimenti di carburante o munizioni e le unità logistiche stanno ricorrendo a camion più piccoli e meno visibili o stanno viaggiando attraverso sentieri di villaggio più accidentati invece della liscia autostrada R-280, una dinamica che “non è critica, ma è dolorosa” per l’esercito russo, secondo Bielienkov.
A dar retta ai nostri media l’attacco alle retrovie, alle linee di rifornimento e alla logistica sembrerebbe una prerogativa solo degli ucraini quando i russi impiegano ormai da oltre due anni e ogni giorno ingenti quantità di droni, bombe plananti, proiettili d’artiglieria guidati per devastare le linee logistiche ucraine e nei giorni scorsi hanno colpito soprattutto nella regione di Odessa.
Nella foga di diffondere una propaganda sempre meno, ucraini ed europei continuano a contraddirsi: dipingono i russi come sbandati privi di armi e munizioni e che subiscono perdite altissime ma poi affermano che invaderanno presto l’Europa.
Gli strabilianti successi conseguiti da qualche drone ucraino su obiettivi in profondità in territorio russo vengono illustrati come un sintomo di collasso della Russia ma il 21 giugno il presidente Zelensky ha ammesso che una decina di regioni ucraine è finita lo stesso giorno sotto un diluvio di fuoco.

In totale, durante la scorsa settimana, i russi hanno lanciato sull’Ucraina circa 2.200 droni d’attacco, più di 1.800 bombe aeree guidate e 87 missili da crociera e balistici.
Il New York Times spiegava ieri che in tre anni la Russia ha aumentato di 12 volte il numero di attacchi con missili balistici contro l’Ucraina. Attualmente, in media, vengono registrati circa 74 lanci al mese: nel 2023 ce ne sono stati 6, nel 2024 ben 28, nel 2025 sono saliti a 49. Il giornale statunitense sottolinea che l’Ucraina non ha ancora una protezione affidabile contro tali attacchi.
Utile ricordare, in tema di propaganda, che nell’aprile 2022 la velina quotidiana di Londra attribuita all’intelligence ma in realtà messa a punto dalla branca delle Operazioni Psicologiche (PSY-OPS) spiegò al mondo che i russi avevano quasi finito i missili.
Inoltre, l’intelligence militare Ucraina ritiene che i missili balistici a corto raggio forniti più di recente dalla Corea del Nord alla Russia mostrino un netto miglioramento della precisione rispetto alle precedenti fasi del conflitto, grazie all’esperienza acquisita sul campo di battaglia ma forse, aggiungiamo noi, anche a componentistica russa per i sistemi di guida assemblata in fase di produzione.

Secondo un funzionario ucraino, il margine d’errore dei missili, che nel 2024 era superiore a un chilometro, si sarebbe ridotto entro aprile 2026 a pochi metri. Un progresso che non si spiega certo solo con l’esperienza del personale che lancia i missili.
Kiev ritiene che Mosca abbia contribuito a perfezionare i sistemi d’arma utilizzando i dati raccolti durante gli attacchi contro l’Ucraina. I miglioramenti riguarderebbero in particolare i missili Kn-23 e Kn-24 lanciati finora in un centinaio di esemplari, modelli nordcoreani simili rispettivamente al missile russo Iskander e al sistema missilistico tattico statunitense ATACMS. Secondo gli esperti, i significativi progressi riscontrati di recente potrebbero derivare dal miglioramento dei sistemi di navigazione inerziale utilizzati per guidare i missili.
Nel tentativo di sottolineare le criticità russe, l’articolo del Financial Times riporta che “il settore della difesa russo sta operando quasi a pieno regime, con la disoccupazione ai minimi storici che rende più difficile attrarre lavoratori più qualificati per le tecnologie all’avanguardia, inclusa la produzione di droni”.
Sebbene la produzione sia aumentata, “l’industria militare ha raggiunto un punto di stallo”, ha affermato un funzionario. “Hanno sfruttato al massimo la loro capacità produttiva. Non c’è modo di incrementarla senza investimenti, e questo richiede anni”, ha aggiunto la fonte.

Affermazioni paradossali non solo perché sembrano considerare piena occupazione e massima produzione come limiti e non importanti obiettivi raggiunti da Mosca, ma anche perché non tengono conto di due aspetti.
Il primo è che l’industria della Difesa russa potrebbe non aver bisogno di incrementare ulteriormente la produzione dal momento che già nel 2025 aveva ecceduto le esigenze belliche consentendo un rilancio consistente dell’export militare. Inoltre è stato lo stesso Rutte, meno di un anno or sono, ad affermare che “i russi producono in tre mesi più armi e munizioni di quante ne produca l’intero Occidente (USA più Europa, Giappone e Australia) in un anno”.
Venti miliardi per bruciare la Russia
L’obiettivo della intensa campagna propagandistica è trasmettere in modo costante agli europei tre messaggi:
Per questo il 12 giugno l’Ucraina ha reso noto che intende chiedere ai partner occidentali altri 20 miliardi di dollari in aiuti militari e finanziari per consolidare “una situazione di vantaggio sul campo di battaglia contro la Russia e impedire a Mosca di riprendere l’iniziativa” come ha dichiarato una fonte ucraina al giornale on-line statunitense Politico.

“Tutti vedono che la Russia sta bruciando e noi vogliamo che bruci ancora di più, ma abbiamo bisogno di finanziamenti per farlo”, ha dichiarato la fonte. Un alto funzionario ucraino, citato da Politico, ha rivelato che agli alleati verrà chiesto un contributo compreso tra 2 e 6 miliardi di dollari ciascuno, sotto forma di aiuti diretti o prestiti.
L’iniziativa verrà discussa al vertice NATO di Ankara in luglio. il bilancio militare per il 2026 è di circa 85 miliardi di euro. I partner occidentali hanno inoltre promesso per quest’anno circa 38 miliardi di dollari in assistenza militare. Con il nuovo pacchetto, il sostegno complessivo si avvicinerebbe all’obiettivo di 60 miliardi di dollari indicato da Rutte.
Le nuove risorse sarebbero destinate principalmente a sistemi di difesa aerea, droni, munizioni, guerra elettronica, capacità di attacco a lungo raggio e acquisti diretti dall’industria bellica Ucraina. Per farsi autorizzare nuovi stanziamenti Kiev insiste nel definire una finestra temporale limitata per aumentare la pressione sulla Russia prima che le forze di Mosca riescano ad adattarsi alle nuove tecnologie e riequilibrare il conflitto a proprio favore.
Insomma, Kiev spaccia agli europei la favola che sta vincendo la guerra per incassare altri miliardi.
I russi avanzano nelle ultime roccaforti del Donbass
La narrazione UE e NATO punta quindi a ingigantire i successi dei raid dei droni ucraini e a ignorare i consistenti progressi che i russi stanno conseguendo con una progressiva accelerazione su quasi tutti i fronti.
“Le nostre truppe mantengono un vantaggio stratego cambiare la situazione. Ci sono progressi in tutte le direzioni“, ha affermato ha dichiarato l’11 giugno il presidente russo Vladimir Putin durante una videoconferenza dedicata allo sviluppo di quattro nuovi territori (Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhia) che sono stati annessi insieme alla Crimea alla Russia nel settembre 2022.

Il tema della consistente avanzata russa verrò sviluppato presto su Analisi Difesa in un articolo specifico ma, riassumendo, nella regione di Donetsk, sempre la più contesa dove solo il 15 per cento della superficie è ancora in mano alle forze di Kiev, i russi hanno quasi del tutto conquistato la roccaforte di Kostantinyvka, sono penetrati a Lyman da sud e da est, hanno conquistato Rai-Aleksandrivka avvicinandosi alla roccaforte di Slovyansk e superato il canale Siversky-Donets approssimandosi a Kramatorsk.
Anche mela regione di Zaporizhia i russi avanzano da est e premono da sud per indurre gli ucraini a retrocedere così come, più a nord, nelle regioni di confine di Sumy e Kharkiv, i russi avanzano sia per espandere il controllo su una fascia di sicurezza lungo la frontiera sia in direzione dei due capoluoghi di regione da cui le avanguardie russe distano circa 20 chilometri.

La Russia porterà a termine, in risposta agli attacchi ucraini, bombardamenti sistematici contro obiettivi in Ucraina da cui dipende la capacità di combattimento delle sue forze armate, ha avvertito il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov.
“Da tempo sono convinto che le parole non bastano. Non è un caso che il presidente (russo, Vladimir Putin) abbia annunciato qualche tempo fa, dopo un altro scatto del terrorista di Kiev (Volodymyr Zelensky), che d’ora in poi porteremo a termine attacchi massicci e coordinati in modo sistematico contro obiettivi il cui stato influisce direttamente sulla capacità di combattimento delle Forze Armate dell’Ucraina“, ha dichiarato Lavrov alla stampa durante il vertice Russia-Asean.

L’Ucraina continua ad attaccare con i droni Mosca perché la situazione sul campo di battaglia diventerà presto “catastrofica” per Kiev ha dichiarato il portavoce presidenziale russo, Dmitry Peskov. “Il regime di Kiev si trova ora in una posizione molto difficile, dal momento che la situazione sul fronte diventerà presto completamente catastrofica per l’Ucraina”.
Mentre l’Europa si sfalda nel supporto a Kiev lasciandone sempre di più il fardello sulle spalle dei bellicosi baltici-scandinavi guidati dalla Germania, politica e media continuano a diffondere una propaganda sempre meno credibile, ipocrita e fallimentare.
Foto: TASS, Commissione Europea, NATO, Forze Armate Ucraine e Lost Armour Map
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