La guerra parallela di Washington: CIA e Pentagono divisi sul fronte ucraino

Due inchieste giornalistiche pubblicate a fine 2025 rivelano una frattura profonda nell’approccio americano alla guerra in Ucraina, mostrando come il conflitto si articoli su due livelli paralleli, vale a dire quello militare sul campo di battaglia e quello burocratico-istituzionale tra agenzie governative statunitensi.

Il Telegraph e il New York Times hanno svelato una realtà inquietante: mentre una parte dell’amministrazione Trump tentava di congelare gli aiuti militari a Kiev, la CIA conduceva una guerra segreta autonoma contro l’economia di guerra russa.

Il britannico Telegraph ha rivelato che, a partire da giugno 2025, la CIA con l’approvazione di Donald Trump ha fornito segretamente intelligence specifica per potenziare l’offensiva aerea ucraina contro le raffinerie petrolifere russe.

Un esperto CIA aveva identificato alcuni elementi critici degli impianti, difficili da sostituire, la cui neutralizzazione avrebbe potuto mantenere un impianto fuori servizio per settimane.

Gli attacchi sarebbero diventati così efficaci da ridurre la raffinazione petrolifera russa fino a un quinto, in determinati giorni, tagliando le esportazioni e causando carenze di carburante interno. Il costo stimato per l’economia russa ammonterebbe a circa 75 milioni di dollari al giorno, secondo l’intelligence americana.

L’inchiesta del New York Times, intitolata “La separazione: all’interno della partnership in via di disfacimento tra Stati Uniti e Ucraina”, si basa su oltre 300 interviste con funzionari della sicurezza nazionale e dell’intelligence, militari e diplomatici a Washington, Kiev e in tutta Europa.

Questo lavoro investigativo monumentale, condotto dal giornalista Adam Entous nell’arco di oltre un anno, rappresenta la più completa ricostruzione mai realizzata delle dinamiche interne alla partnership Stati Uniti-Ucraina. Le testimonianze raccolte rivelano tensioni strutturali tra diverse agenzie americane, con il Pentagono guidato da Pete Hegseth che ha trattenuto munizioni critiche già promesse, mentre la CIA ha mantenuto e intensificato il proprio sostegno operativo.

Questa inchiesta, che per la sua esaustività e completezza ci ricorda quella pubblicata dal Washington Post nel dicembre del 2023 che descriveva le cause del fallimento dell’offensiva ucraina dell’estate dello stesso anno, conferma e amplifica queste rivelazioni, documentando come la CIA abbia ricevuto un’esenzione speciale quando Trump ha disposto il congelamento degli aiuti nel marzo 2025.

Il direttore della CIA John Ratcliffe aveva avvertito la Casa Bianca che un blocco totale del sostegno USA avrebbe messo in pericolo il personale statunitense già presente in Ucraina.

La deroga è stata approvata e le operazioni sono proseguite. La CIA non solo ha mantenuto la propria presenza nel paese a pieni organici, ma ha incrementato i finanziamenti per i propri programmi, creando una contronarrazione segreta mentre il sostegno pubblico si sgretolava.

In pratica, i due articoli sono complementari nel rivelare modalità di prosecuzione del confronto con la Russia sostanzialmente differenti da quelle del campo di battaglia. Mentre l’amministrazione Trump esitava pubblicamente e il Pentagono ritirava il sostegno, Langley passava all’azione.

Con gli attacchi dei missili balistici a corto raggio (300 chilometri) ATACMS sostanzialmente esclusi, la CIA ha fatto perno sui droni di fabbricazione ucraina, fornendo intelligence di targeting per colpire componenti cruciali della base industriale della difesa russa: raffinerie petrolifere, impianti chimici per la produzione di esplosivi e la flotta ombra petrolifera di Mosca.

A seguito di una ristrutturazione operativa della campagna offensiva, avvenuta a partire dal giugno dello scorso anno, gli obiettivi sono diminuiti numericamente, ma sono divenuti più “paganti” in termini di effetti indiretti sull’andamento del conflitto.

Un alto funzionario americano citato nel report ha dichiarato: “Abbiamo trovato qualcosa che funziona”, aggiungendo poi con cautela “Per quanto tempo, non lo sappiamo”.

La strategia della CIA ha contrastato nettamente con la politica del Pentagono, di lesinare armi e munizioni e dove i funzionari favorevoli all’Ucraina sono stati emarginati.

Il risultato è stato quello di una postura americana divisa: gli aiuti militari bloccati, mentre le operazioni di intelligence segrete si sono intensificate per far guadagnare tempo a Kiev. Nessuna arma statunitense inviata al fronte. Nessuna visibilità pubblica. Solo intelligence e negazione plausibile, che consente a Washington di dichiararsi estranea a fatti commessi dagli ucraini.

A quanto pare, secondo quanto riportato da alcuni commentatori USA, tutto ciò piacerebbe molto a Trump. Pressione su Mosca senza titoli sui giornali, e danni senza escalation.

Questa guerra parallela solleva questioni profonde sulla coerenza della politica estera americana e sulla governance democratica. Come evidenziato dalle 300 interviste del New York Times, fazioni nella Casa Bianca e nel Pentagono hanno spinto il presidente e i suoi collaboratori a prendere decisioni incoerenti e talvolta erratiche che hanno danneggiato lo sforzo bellico ucraino.

La decisione del Dipartimento della Guerra di trattenere munizioni critiche, inclusi proiettili da 155 millimetri, mentre la CIA conduceva operazioni autonome, rivela una profonda disfunzione nella catena di comando americana.

La determinazione della CIA a imporre la propria linea di sviluppo degli eventi emerge con particolare evidenza anche nell’episodio dell’attacco con droni alla residenza di Putin nella regione di Novgorod, avvenuto il giorno dell’incontro tra Trump e Zelensky a Mar-a-Lago.

Quando Putin ha informato Trump che quasi cento droni ucraini erano stati intercettati vicino alla propria residenza, è sempre il direttore della CIA ad aver fornito al presidente una valutazione secondo cui l’attacco non sarebbe stato mirato ad assassinare Putin, ma a neutralizzare un sito militare nelle vicinanze. Trump, convinto da questa valutazione, ha re-twittato un editoriale del New York Post che ha accusato Putin di inventare l’accaduto per manipolare i negoziati di pace.

In risposta, il capo dell’intelligence militare russa ha consegnato a un rappresentante dell’addetto militare statunitense i dati decodificati delle rotte dei droni abbattuti, affermando che le prove confermavano inequivocabilmente che l’obiettivo dell’attacco era il complesso di edifici della residenza presidenziale.

Questo episodio rivela come la CIA riesca a plasmare la percezione di Trump degli eventi, nonostante le prove contrarie fornite dalla Russia. La valutazione dell’agenzia ha di fatto impedito a Trump di considerare l’attacco come un tentativo di escalation da parte ucraina, mantenendo invece la narrativa che Putin stesse cercando di sabotare i negoziati di pace.

La capacità della CIA di operare autonomamente e plasmare la percezione presidenziale degli eventi cruciali rivela un’agenzia che ha acquisito un potere di veto de facto sulla politica estera americana.

Mosca, dal suo canto, ha dimostrato di comprendere perfettamente che gli Stati Uniti non costituiscono un monolite politico, ma un sistema attraversato da fazioni in competizione le cui dinamiche interne sono parte integrante del processo decisionale americano.

 

Qualsiasi superpotenza, e gli Stati Uniti non fanno eccezione, è strutturalmente incapace di agire secondo una visione completamente unificata, tanto più quando influenzati dalle fazioni del deep state che anche Mosca deve peraltro gestire.

Al momento, la strategia russa consiste nel riconoscere questa pluralità di attori e nel presentare il conto della realtà dei fatti, sul piano militare del campo di battaglia, e politico dove gli Stati Uniti hanno ufficialmente dichiarato che ristabilire la stabilità strategica con la Russia costituisce, per loro, un interesse chiave.

Se tutto ciò basterà a scongiurare pericolose quanto infruttuose escalation è tutto da vedere, ma prendere atto della realtà e delle forze in gioco è molto importante, se non altro per evitare di far finta di non conoscere l’origine di possibili decisioni i cui esiti sono in grado di determinare, forse anche più delle operazioni militari sul terreno, il futuro assetto della sicurezza europea.

Foto: Casa Bianca

 

Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.

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