La scommessa di Mosca su un Golfo Persico senza americani

Mentre i missili americani e israeliani continuano a martellare le infrastrutture militari iraniane e le città del Golfo tremano sotto i colpi di ritorsione di Teheran, la Russia ha tirato fuori dal cassetto un vecchio documento: il Concetto di sicurezza collettiva per il Golfo Persico, elaborato per la prima volta nel 1999, formalizzato all’ONU nel luglio 2019 e promosso con insistenza crescente da Sergej Lavrov in ogni vertice mediorientale degli ultimi anni.
Una proposta che per un quarto di secolo è rimasta lettera morta, sistematicamente boicottata da Washington e guardata con diffidenza dai monarchi arabi. Oggi, per la prima volta, quella proposta appare qualcosa di più di un esercizio retorico. Appare, almeno a chi osserva da Mosca, come un’ancora di salvezza per un ordine regionale che sta naufragando.
Il 5 marzo 2026, davanti a un gruppo di ambasciatori riuniti a Mosca per discutere della crisi ucraina e della sicurezza dell’informazione digitale, Lavrov ha rilanciato esplicitamente il progetto.

“Per più di vent’anni abbiamo lavorato per raccogliere sostegno al Concetto di sicurezza collettiva nel Golfo Persico – ha dichiarato il ministro degli Esteri russo. Questa iniziativa prevede la partecipazione di tutti gli Stati costieri e dei loro principali vicini e, come proposto in origine, dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, garantendo trasparenza, misure di fiducia e passi pratici per utilizzare questa regione immensamente ricca nell’interesse della prosperità dei suoi popoli”.
E ha aggiunto, polemicamente: “l’Occidente ha fatto di tutto per impedire l’avanzamento di un’agenda positiva nella regione del Golfo”.
Tre giorni prima, nel corso di una conferenza stampa con il ministro degli Esteri del Brunei, Lavrov era stato ancora più esplicito nel ribadire l’importanza di realizzare la piena normalizzazione delle relazioni tra l’Iran, i suoi vicini e le monarchie arabe. Le parole del Ministro degli esteri russo ci forniscono un segnale preciso: la Russia si candida a svolgere il ruolo di architetto del dopoguerra nel Golfo.
Il crollo del vecchio ordine: il resoconto di Reuters
Che le fondamenta del vecchio ordine di sicurezza nel Golfo stessero cedendo era già chiaro prima del 28 febbraio 2026. Ma le operazioni militari congiunte israeliane e statunitensi hanno accelerato processi che covavano da decenni. Il servizio ricostruito dall’agenzia Reuters, ripreso dal prestigioso quotidiano online Al-Monitor l’11 marzo 2026, è uno dei documenti più rivelatori di questa crisi di sistema.
“Dietro le quinte, il risentimento sta montando nelle capitali arabe del Golfo per essere stati trascinati in una guerra che non hanno né avviato né avallato, ma per la quale stanno pagando il prezzo economico e militare”, hanno riferito tre fonti regionali che hanno chiesto l’anonimato.

Aeroporti colpiti, porti danneggiati, installazioni petrolifere attaccate, hotel nel cuore di Manama distrutti dai droni Shahed. L’Iran ha risposto all’aggressione statunitense e israeliana puntando i propri missili non solo contro Israele e le basi americane nella regione ma anche, e soprattutto, contro i paesi del Golfo che quelle basi ospitano: Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain, Arabia Saudita, Kuwait. Più di duemila proiettili hanno colpito gli Stati del Golfo nella prima settimana di guerra. È la prima volta nella storia moderna che l’intera penisola arabica si trova simultaneamente nel raggio di fuoco di un conflitto che non ha scelto di combattere.
La diagnosi di Ebtesam Al-Ketbi, presidente dell’Emirates Policy Center, è lapidaria: “Non è la nostra guerra. Non volevamo questo conflitto, eppure stiamo pagando il prezzo con la nostra sicurezza e la nostra economia”.
E Fawaz Gerges, della London School of Economics, ha articolato il ragionamento strategico che ne consegue: per decenni le relazioni tra Washington e gli stati del Golfo si sono fondate su un tacito scambio, energia del Golfo e capitali in cambio di protezione americana.
Quella protezione, ha argomentato Gerges, non ha funzionato: i paesi del Golfo hanno scoperto che ospitare le forze americane li rende bersagli, non scudi. Gli stati del Golfo, ha concluso l’analista, “accelereranno gli sforzi per diversificare i loro partenariati esteri e di sicurezza, rendendosi conto che non possono davvero fare affidamento sugli Stati Uniti per proteggere la loro energia, il loro petrolio, il loro gas, la loro gente e la loro sovranità”.

Reuters ha fotografato così la situazione: gli analisti osservano che la guerra ha lasciato gli stati del Golfo a rivalutare sia la loro dipendenza di sicurezza da Washington, sia la prospettiva di un eventuale coinvolgimento di Teheran in nuovi accordi regionali di sicurezza, anche se la fiducia nell’Iran è crollata. È questa contraddizione, la necessità di un accordo con un vicino che ha appena sparato sui propri aeroporti, che rende il momento straordinariamente complesso, e al tempo stesso straordinariamente aperto.
Dal cessate il fuoco all’architettura di sicurezza
La visione strategica che Mosca ha elaborato per il dopo-guerra nel Golfo è strutturata in più fasi, ciascuna condizione necessaria della successiva, e corrisponde all’impianto dell’iniziativa formale russa depositata all’ONU.
La prima fase è basata su un cessate il fuoco fondato su compromessi reciproci ragionevoli. Per ottenerlo, la chiave è nelle mani dei monarchi del Golfo: se Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Bahrain revocassero il permesso agli Stati Uniti di utilizzare i loro territori e i loro spazi aerei per attaccare l’Iran, Washington si troverebbe di fronte a un dilemma cruciale, vale a dire violare la sovranità dei suoi alleati arabi, con le conseguenze strategiche che ne deriverebbero, oppure accettare una limitazione operativa di fatto.
La seconda strada porterebbe inevitabilmente a una mediazione (russa) con Teheran. Putin ha già mosso i fili: il 2 marzo 2026, il giorno dopo l’avvio dell’Operazione Epic Fury, ha telefonato ai leader di Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain e Arabia Saudita. In tutti i comunicati del Cremlino, la struttura comunicativa era identica: esprimere condoglianze per i danni subiti, simpatizzare senza condannare l’Iran, offrire la mediazione russa come via d’uscita.

La seconda fase consiste nella stipula di un Patto di non aggressione del Golfo (GNAP): un accordo che fisserebbe limiti al dispiegamento di determinate tipologie di armamenti, codici di condotta in caso di crisi, canali di comunicazione militare dedicati.
Un accordo di questo tipo non richiederebbe la fiducia tra le parti, che è crollata, ma solo la consapevolezza condivisa che la guerra è costosa per tutti. Infine, la terza fase prevede la piena integrazione dell’Iran in un’architettura di sicurezza regionale che comprenderebbe le monarchie del Golfo eventualmente, secondo alcune fonti, in un quadro che veda Teheran aderire all’alleanza saudita-pakistana, un tema sul quale l’Iran stesso aveva già cominciato a riflettere nella seconda metà del 2025.
Il punto di arrivo sarebbe l’istituzione di quello che la documentazione ufficiale russa chiama Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione nel Golfo Persico (OSCPG), un organismo costruito esplicitamente sul modello dell’OSCE europea, con Russia, Cina, India e altri come osservatori o membri associati.
Il nodo irrisolto: le garanzie di sicurezza per l’Iran
Tutta la costruzione della sicurezza collettiva russa nel Golfo si scontra con un problema che non è tecnico né diplomatico, ma esistenziale: le garanzie di sicurezza per l’Iran. È il cuore del problema, e Lavrov lo sa.
Nell’intervento del 5 marzo ha evidenziato come le trattative tra gli Stati Uniti e l’Iran fossero in corso da molto tempo e molto vicine al successo già nel giugno dell’anno scorso, quando, nel pieno dei negoziati, alla vigilia del round successivo, è stata scatenata la guerra dei dodici giorni, esattamente come accaduta ora.
L’Iran ha imparato una lezione brutale che la storia degli ultimi decenni aveva già scritto altrove: la trattativa diplomatica con Washington non garantisce la sopravvivenza.

La Libia di Gheddafi aveva rinunciato al programma nucleare nel 2003, firmando accordi con gli Stati Uniti, e nel 2011 era stata distrutta da un intervento della NATO guidato da Washington.
L’Iraq di Saddam Hussein era privo di armi di distruzione di massa quando fu invaso nel 2003. L’Ucraina aveva ceduto l’arsenale nucleare sovietico in cambio delle garanzie del Memorandum di Budapest del 1994, garanzie che nessuno ha rispettato. La conclusione che Teheran ne trae è conseguente: le garanzie americane e occidentali non valgono la carta su cui sono scritte. Solo la deterrenza militare reale protegge.
Ed è qui che emerge il parallelo esplicito nell’articolazione del discorso di Lavrov, tra la condizione dell’Iran e quella della Russia stessa. Nella guerra in Ucraina, Mosca ha ripetutamente denunciato quello che descrive come il tentativo occidentale di annientarla in quanto potenza: espandersi della NATO fino ai propri confini, armare Kiev, sanzionare l’economia russa, isolare la Russia diplomaticamente.
Nella visione del Cremlino, la coalizione occidentale non persegue il contenimento della Russia ma la sua eliminazione come soggetto geopolitico autonomo. La Russia quindi si batte, con ogni mezzo, per ottenere garanzie di sicurezza credibili: neutralità ucraina, stop all’espansione della NATO, accordi vincolanti sulla non militarizzazione dei territori limitrofi.
L’Iran nel Golfo è, da questa prospettiva, lo specchio della Russia in Europa: una potenza regionale che fronteggia una coalizione guidata dagli Stati Uniti che mira non al suo contenimento ma alla sua trasformazione forzata: cambio di regime, smilitarizzazione, reintegrazione nel sistema di alleanze a guida americana.
“La logica delle azioni degli Stati Uniti in Medio Oriente è quella di ‘finire’ il regime attuale in Iran”, ha sintetizzato Lavrov il 5 marzo. Non c’è ambiguità in questa formulazione: per Mosca, il progetto americano-israeliano non è difensivo ma marcatamente offensivo e destabilizzante. Ed è esattamente lo schema che Mosca sostiene di dover fronteggiare in Europa.

La solidarietà russa con l’Iran non è dunque, nella lettura del Cremlino, un’alleanza ideologica (la Russia non simpatizza con la teocrazia degli ayatollah), ma una solidarietà strategica tra stati che condividono la stessa vulnerabilità strutturale: essere nel mirino di una coalizione che non accetta la loro esistenza come potenze sovrane nell’attuale forma.
Questa convergenza di interessi ha conseguenze pratiche dal momento che in questi anni, è stata documentata la condivisione di intelligence russa con Teheran su posizionamento delle forze americane nella regione, la fornitura di sistemi di difesa aerea, l’integrazione dei droni Shahed nella produzione militare russa. Non una formale alleanza difensiva, ma una partnership pragmatica che va ben oltre la retorica diplomatica.
Il valore aggiunto russo: l’unico interlocutore accettabile per tutti
Il grande vantaggio competitivo della Russia nell’eventuale mediazione post-bellica nel Golfo è la sua unicità come paese in buoni rapporti (o almeno in rapporti funzionali) con tutti i principali attori della crisi: l’Iran (con cui condivide il Partenariato Strategico Completo del 2021 e gli accordi di cooperazione militare), le monarchie del Golfo (con cui ha relazioni economiche e diplomatiche attive, con gli Emirati come principale partner commerciale nella regione), e fino a un certo punto gli Stati Uniti stessi, con i quali Mosca mantiene canali diplomatici aperti, come dimostrato dalle trattative di Abu Dhabi e Ginevra sulla questione ucraina, con la partecipazione dell’inviato speciale Steve Witkoff.
È questa posizione di equilibrista, che nella lettura critica occidentale equivale a un rifiuto di prendere posizione chiara, che nella logica della mediazione costituisce la principale risorsa di Mosca.

Nel contesto di una sintesi più ampia sulla perdita di fiducia nel sistema di sicurezza a guida americana, il Center for American Progress nell’analisi sulla “ricalibrazione regionale” post-attacchi evidenzia come i governi di tutto il mondo arabo considerano sempre più Israele come un attore profondamente destabilizzante nel sistema regionale.
Ed è su questo aspetto che Lavrov gioca le sue carte. C’è una convergenza reale, anche se parziale e tatticamente strumentale, tra la visione russa e quella degli stati arabi del Golfo su chi sia il responsabile del disordine regionale.
La posizione degli stati del Golfo nei confronti di una futura architettura di sicurezza è tuttavia ambivalente. l’Atlantic Council descrive una regione in cui la fiducia in Washington è crollata ma quella in Teheran è a zero, in cui i governi sanno però che l’Iran rimarrà un vicino permanente, come ha detto un funzionario degli Emirati alla CNN il 12 marzo, mentre le forze americane “prima o poi faranno i bagagli” come ha affermato Bader Al Saif, professore di storia all’Università del Kuwait, richiamando il paragone con l’Afghanistan.

Questa è la consapevolezza geopolitica, sulla quale Mosca esercita la sua influenza, avendo sempre insistito sulla necessità di soluzioni “endogene”, senza interferenze esterne. I risultati non sono affatto scontati, ma dopo due settimane di devastazione bellica dei territori degli Stati del Golfo, e la oramai conclamata crisi di credibilità di Washington, la prospettiva di un abbandono più o meno forzato della regione da parte del Paese a stelle e strisce potrebbe essere reale, e il Cremlino ha tutte le carte per giocare la sua partita nella regione.
Foto: TASS, IRNA e Presidenza Russa
Maurizio BoniVedi tutti gli articoli
Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.








