La situazione sul fronte ucraino

Il fronte ucraino presenta, a fine marzo 2026, una fisionomia differente da quella che ha caratterizzato i periodi precedenti del conflitto. Con i primi disgeli primaverili, le dinamiche operative hanno ripreso vigore su più assi simultaneamente, ma i primi attacchi meccanizzati di metà marzo hanno prodotto risultati modesti rispetto alle aspettative, con perdite significative in alcuni settori e avanzate territoriali limitate o non consolidate.
Mentre gli ucraini hanno riconquistato nelle scorse settimane alcuni villaggi perduti precedentemente ella regione di Dnipropetrovsk, nel settore di Kharkiv, a metà marzo si è registrato uno dei maggiori assalti meccanizzati degli ultimi mesi, respinto con perdite significative per Mosca.

Sull’asse Slavyansk-Kramatorsk le forze russe hanno catturato Kaleniki, puntando verso Slavyansk, una delle roccaforti del Donbas centrale. Su Zaporizhzhia, la situazione è la più dinamica: due salienti convergenti, da nord e da Stepnogorsk a ovest, stanno creando le condizioni per un accerchiamento significativo delle difese ucraine. Infiltrazioni russe sono segnalate anche sui confini di Sumy e Chernigov (150 Km a nord di Kiev).
Il dato più rilevante non è tuttavia il bilancio tattico di singole battaglie, ma la dinamica strutturale che governa l’intero teatro di guerra. Il fattore dominante è oggi il drone. I velivoli senza pilota hanno trasformato la natura stessa del conflitto: il campo di battaglia è quasi deserto di presenza umana visibile, il movimento è possibile solo in condizioni di scarsa visibilità e la supremazia tattica appartiene a chi impiega più droni con maggiore precisione.
Senza la protezione attiva dei mezzi corazzati contro queste armi in quanto finché non compariranno sistemi efficaci in quantità commerciali, le offensive su larga scala continueranno a scontrarsi contro questa barriera.

L’Ucraina ha capitalizzato questo stallo tecnologico investendo nelle proprie capacità di attacco a lungo raggio, colpendo con successo terminali petroliferi sul Baltico e sistemi missilistici in Crimea, a distanze che fino a poco fa sembravano irraggiungibili.
Questa capacità offensiva impiega anche sistemi missilistici forniti dall’occidente, ed è sostenuta dal robusto supporto d’intelligence statunitense per la designazione degli obiettivi, senza il quale non potrebbe operare. Pur non modificando le linee di contatto terrestri, alimenta una contro-narrazione di resistenza efficace e contribuisce a erodere la percezione di una vittoria russa imminente.

Tuttavia, mentre scriviamo la difesa aerea è il tallone d’Achille più acuto del dispositivo ucraino. Il capo delle comunicazioni dell’Aeronautica militare di Kiev ha ammesso che alcuni sistemi operano a capacità ridottissima: lanciatori dei sistemi d’arma NASAMS (National Advanced Surface-to-Air Missile System) con due missili su sei, IRIS-T e Patriot impossibilitati a ricaricare durante gli attacchi massicci.
Zelensky ha riconosciuto pubblicamente che circa l’80% del territorio ucraino è privo di copertura contro i missili balistici e i droni. La carenza non è congiunturale, ma oramai strutturale.
La guerra contro l’Iran ha aggravato ulteriormente la situazione. Il Pentagono ha notificato agli alleati NATO che le forniture di intercettori destinati a Kiev vengono ridistribuite verso Israele e il Golfo Persico. Secondo uno studio recentemente pubblicato dal think-tank britannico RUSI (Royal United Services Institute) la disponibilità degli intercettori più importanti per il teatro operativo del Golfo si esaurirà entro il mese di aprile, e gli Stati Uniti non dispongono di una base industriale tale da poter ripristinare gli stock di munizioni in breve tempo.

Si parla di anni. I nuovi lotti ordinati da Germania e altri alleati non potranno colmare il vuoto prima del 2027-2028. L’Ucraina si trova così nella posizione di essere un attore strategicamente sacrificabile poiché i paesi del Golfo offrono al Pentagono basi, petrolio e garanzie su Israele, cose che Kiev semplicemente non possiede.
A Mosca, però, il lungo logoramento ha eroso alcune certezze del consenso, e il confronto con la reazione iraniana all’aggressione americana ha alimentato riflessioni critiche sulla condotta strategica della guerra da parte di Putin. Molti hardliners russi temono infatti che il Cremlino possa subire lo stesso trattamento riservato da USA e Israele alla leadership politico militare iraniana, e premono per una rapida e definitiva risoluzione del conflitto che avrà fisionomia e aspettative differenti rispetto al passato.
Da Il Fatto Quotidiano del 29 marzo 2026
Foto TASS e Forze Armate Ucraine
Maurizio BoniVedi tutti gli articoli
Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.








