Nel Golfo la deriva verso la guerra energetica totale

Quando i decisori impongono che le operazioni militari colpiscano il più grande giacimento di gas del pianeta, non siamo più nel campo della semplice escalation. Siamo nel punto in cui la guerra comincia a investire la stabilità materiale di interi sistemi: energia, fertilizzanti, rotte marittime, produzione industriale, sicurezza alimentare.
L’attacco israeliano-americano al South Pars segna esattamente questo passaggio. Non è soltanto un ennesimo obiettivo colpito da azione militare contro la Repubblica Islamica. È il momento in cui il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran rischia di trasformarsi in una guerra energetica totale nel Golfo, con effetti dirompenti che potrebbero propagarsi ben oltre il Medio Oriente. Il South Pars resta il cuore del sistema gasiero iraniano.
Il punto decisivo è il cambio di target set. Fino a una certa fase, le operazioni israelino-americane potevano essere lette come una classica campagna aerea contro Teheran: neutralizzazione di asset missilistici, infrastrutture nucleari, leadership, nodi di comando e controllo. Colpire il cuore dell’infrastruttura gasiera, invece, significa selezionare un insieme di bersagli qualitativamente diverso: non più soltanto leadership religiosa/politica del paese e capacità militari o dual use ad alta rilevanza operativa.
Ma infrastrutture critiche da cui dipendono la tenuta energetica dello Stato, la resilienza industriale e la futura possibilità di recovery dell’intero teatro (tutti aspetti indispensabili alla governabilità di un paese anche post-guerra, nella remota possibilità del decantato “cambio di regime”).

È qui che la guerra cambia natura. South Pars non è un impianto fra i tanti, non un obiettivo energetico qualsiasi. È il perno del sistema energetico iraniano. Secondo Reuters, rappresenta circa il 70-75% della produzione di gas iraniana, in un Paese in cui quasi l’80% della generazione elettrica dipende da centrali a gas. Colpire South Pars significa quindi colpire direttamente uno dei pilastri della sicurezza energetica nazionale iraniana.
Da un punto di vista di targeting, la logica è leggibile: comprimere la resilienza interna dell’avversario, aumentare i costi della prosecuzione del conflitto, degradare la continuità funzionale di apparati civili e industriali essenziali. Ma questa lettura, da sola, è ancora insufficiente. Perché South Pars non è soltanto energia destinata alla rete. È anche feedstock strategico.
Il gas non è solo combustibile. È materia prima industriale. Alimenta la filiera dell’ammoniaca e dell’urea, cioè una parte fondamentale della produzione moderna di fertilizzanti azotati. In altri termini: South Pars non sostiene solo centrali e consumi domestici, ma una catena che collega gas, chimica, agricoltura e sicurezza alimentare.
Quando brucia South Pars, dunque, non brucia soltanto una infrastruttura energetica. Brucia un segmento essenziale della base materiale che rende possibile la continuità produttiva.
Bushehr e l’allargamento metodico del target set
L’attacco in prossimità della centrale nucleare iraniana di Bushehr, conferma che non ci troviamo davanti a un episodio isolato, ma a un allargamento coerente della campagna. La selezione dei bersagli suggerisce che Washington e Tel Aviv abbiano oltrepassato la soglia che separa la neutralizzazione di capacità militari dalla degradazione delle infrastrutture che sostengono il sistema-Paese.
Qui emergono due obiettivi principali. Il primo è evidente: mettere in sofferenza la rete elettrica iraniana attraverso la degradazione della base gasiera che la sostiene. Se il gas alimenta gran parte della generazione elettrica, colpire il campo equivale a colpire una delle condizioni minime della tenuta interna.
Il secondo è politicamente più delicato e strategicamente più pericoloso: colpire infrastrutture energetiche di questa scala significa quasi inevitabilmente aprire la strada a una risposta iraniana contro analoghi target nel Golfo. Reuters aveva già riferito il 18 marzo che Teheran aveva diffuso avvisi di evacuazione per siti energetici in Arabia Saudita, Emirati e Qatar dopo gli strike contro le sue infrastrutture gasifere.
In altri termini, il nuovo target set non degrada soltanto l’Iran. Trascina il Golfo dentro una logica di vulnerabilità reciproca.
South Pars è anche Qatar
C’è poi un ulteriore elemento che rende il passaggio ancora più pericoloso. South Pars condivide il medesimo reservoir geologico con il North Dome qatarino, cioè con l’altra metà del più grande giacimento di gas naturale del mondo. Reuters e il Ministero degli Esteri del Qatar hanno ricondotto l’escalation energetica degli ultimi giorni anche a questo contesto, mentre Doha ha condannato ufficialmente l’attacco iraniano successivo contro Ras Laffan Industrial City, il nodo più sensibile del sistema LNG qatarino.
Da qui il salto strategico. Colpire South Pars significa colpire una infrastruttura che, per natura geologica e per rilevanza sistemica, tocca anche l’equilibrio energetico di uno dei partner centrali del Golfo. Anche se la parte qatarina del campo non viene direttamente danneggiata nello stesso momento, il segnale è già sufficiente: la dorsale energetica del Golfo non è più esterna alla guerra, ma ne sta diventando una delle poste principali.

Questo offre all’Iran una razionalità di risposta quasi immediata: se la campagna viene percepita come diretta contro la sopravvivenza economica e funzionale dello Stato, allora la rappresaglia più coerente è quella contro la sopravvivenza economica e funzionale altrui.
La catena colpita in due punti
Fino a ieri, l’ipotesi relativamente più ottimistica per i mercati era che la crisi potesse restare confinata nel dominio del transito: shock gravissimo, certo, ma ancora legato soprattutto alla chiusura o paralisi dello Stretto di Hormuz.
Quella lettura oggi non basta più. Prima il problema era il passaggio della molecola. Ora il problema è anche la sua produzione.
La guerra ha finito per comprimere la stessa filiera in due punti essenziali: da un lato Hormuz, come choke point marittimo; dall’altro South Pars, come origine fisica della catena energetica e industriale.

La differenza è decisiva. Una rotta, almeno in teoria, può essere riaperta. Una capacità produttiva danneggiata, invece, richiede sicurezza, componenti, riparazioni, personale tecnico, tempo politico e tempo operativo. Anche se domani lo stretto tornasse improvvisamente percorribile, resterebbe comunque una base industriale ferita fra il cessate il fuoco e il ritorno alla normalità.
È qui che crollano gli ultimi scenari rassicuranti: il problema non è più soltanto quando riprenderanno i flussi, ma se e quanto la stessa capacità di alimentarli resterà disponibile.
La rappresaglia energetica
L’Iran aveva avvertito, l’Iran l’ha fatto. Il Comandante della marina delle Guardie Rivoluzionarie, Alireza Tangsiri, dopo l’attacco al giacimento di gas iraniano, aveva immediatamente dichiarato: “dopo l’attacco a South Pars, gli impianti petroliferi in qualche modo associati agli USA saranno equiparati alle basi militari”. L’elemento più grave, a questo punto, è che la ritorsione iraniana contro l’infrastruttura energetica del Golfo non appartiene ormai più solo al campo delle ipotesi. È un dato di fatto.
Da ieri sera, infatti, l’Iran ha lanciato una serie di attacchi missilistici contro diverse infrastrutture energetiche regionali, danneggiando il polo LNG di Ras Laffan in Qatar, causando danni negli Emirati e colpendo l’impianto di raffinazione della società Aramco a Riyadh, in Arabia Saudita. Nello stesso contesto, il Ministero degli Esteri qatariota ha condannato formalmente l’attacco iraniano contro Ras Laffan Industrial City.

Anche l’Arabia Saudita ha confermato ufficialmente il salto di intensità. La Saudi Press Agency ha riferito il 19 marzo, citando il portavoce del Ministero della Difesa, che due droni sono stati intercettati e distrutti nella Eastern Region. Reuters aggiunge che nelle stesse ore le difese saudite hanno intercettato anche altri vettori diretti verso Riyadh su una struttura gasiera.
Il Ministro degli Esteri saudita, Principe Faisal bin Farhan, ha dichiarato che i “calcoli dell’Iran sono sbagliati” e che Teheran crede che gli Stati del Golfo “non possano rispondere”. Ha poi aggiunto che il targeting da parte dell’Iran delle forniture energetiche “avrà un impatto sull’intero mondo”. Condanne per gli attacchi di ritorsione iraniani anche da parte del Qatar, che ha addirittura espulso i diplomatici di Teheran dopo l’attacco di Ras Laffan.
L’agenzia di notizie iraniana Fars ha affermato che l’Iran avrebbe anche attaccato le strutture del gas in Bahrein. Ínformazioni ed evidenze in tal senso sono al momento meno dettagliate sul singolo evento della notte, ma la Bahrain News Agency ha riportato la condanna ufficiale del Regno per gli attacchi subiti, con riferimento a danni o minacce contro infrastrutture civili, economiche e petrolifere.

Il punto strategico è che la rappresaglia non si è limitata a una risposta simbolica. Ha assunto sin dall’inizio la forma più pericolosa possibile: quella dell’attacco, o della minaccia credibile di attacco, contro infrastrutture energetiche ad alto valore sistemico.
La guerra, quindi, non sta più solo degradando capacità militari. Sta già intaccando le condizioni materiali della stabilità energetica regionale.
Dal targeting al disordine sistemico
Sul piano strettamente militare, si può ancora sostenere che la campagna mantenga elementi di una logica di counterforce: degradare capacità e sistemi iraniani, così come la continuità operativa. Ma superata una certa soglia, la distinzione fra effetto militare ed effetto sistemico tende a svanire.

Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Quando il target non è più soltanto una base missilistica, un centro di comando o una facility nucleare, ma un’infrastruttura da cui dipendono elettricità, fertilizzanti, export, traffico marittimo e aspettative di recovery, allora i second-order effects cessano di essere periferici. Diventano il centro del problema.
La guerra, a quel punto, non produce più solo degrado militare. Sta producendo disordine sistemico non limitato all’Iran. Ed è questa la vera soglia segnalata dalla selezione di questo tipo di target set: il passaggio da una campagna diretta contro un avversario regionale a una crisi che può alterare il funzionamento di mercati, supply chains e sistemi di approvvigionamento ben oltre il teatro operativo.
Il prezzo non sta reagendo solo alla scarsità
Molti leggono il mercato energetico con un riflesso quasi automatico: se cala l’offerta, il prezzo sale; se il prezzo sale troppo, arrivano capacità aggiuntive, rilascio di riserve o riequilibrio della domanda. Ma questa logica vale solo quando il danno è percepito come temporaneo.
Qui il problema è diverso. Reuters ha riferito che, dopo gli attacchi iraniani del 19 marzo contro infrastrutture energetiche regionali, il Brent è salito fino a oltre 111 dollari al barile e il WTI a oltre 98 dollari, riflettendo non solo la scarsità potenziale, ma la paura di un danno più esteso e duraturo alla capacità energetica del Golfo.

Se entrano in gioco raffinerie, terminali LNG, nodi logistici e infrastrutture di trasformazione, il prezzo non incorpora solo scarsità. Incorpora durata del danno, incertezza sulla riparazione, possibilità di attacchi ripetuti e vulnerabilità dell’intero ecosistema energetico regionale.
Per questo il punto non è soltanto se il petrolio salirà ancora. Il punto è se il mercato stia iniziando a prezzare non più una semplice interruzione, ma una mutilazione prolungata della capacità energetica del Golfo.
Quando l’affidabilità vale più del prezzo
Ma l’effetto più duraturo di questa crisi potrebbe non essere soltanto l’aumento dei prezzi. Potrebbe essere un mutamento più profondo nella gerarchia delle priorità energetiche globali: l’affidabilità dell’approvvigionamento tenderà a contare più del prezzo.

Per molti decisori, il costo dell’energia passerà inevitabilmente in secondo piano rispetto alla sicurezza delle forniture. L’energia, infatti, non è soltanto una questione economica: è un fattore di sicurezza strategica, industriale, sociale e, in alcuni casi, persino umanitaria.
Da qui una probabile accelerazione di tendenze già visibili: maggiore ricorso a fonti domestiche o politicamente controllabili; rilancio del nucleare; espansione delle rinnovabili; investimenti in efficienza energetica; crescente elettrificazione delle economie e della mobilità; sviluppo, dove possibile, della chimica del carbone e del gas.
Il Medio Oriente resterà una regione centralissima per la geografia dell’energia. Ma la vulnerabilità logistica delle sue esportazioni appare ormai in modo inequivocabile: basta la chiusura di uno stretto, o la minaccia credibile contro pochi nodi critici, per mettere sotto pressione una quota decisiva del sistema energetico globale. Gli avvisi
iraniani di evacuazione del 18 marzo e gli attacchi effettivamente registrati il 19 marzo contro siti energetici del Golfo lo mostrano con particolare chiarezza.
Per questo i principali paesi importatori tenderanno a cercare non soltanto fornitori alternativi, ma anche rotte alternative, ridondanza logistica e maggiore autonomia strategica.
L’Asia sarebbe la prima a pagare il conto
I grandi importatori asiatici — Cina, Giappone, Corea del Sud, India — sarebbero i primi a subire gli effetti combinati di blocco marittimo, pressione sulle infrastrutture energetiche regionali e vulnerabilità dei principali esportatori del Golfo. Il problema non sarebbe soltanto il rincaro. Sarebbe la continuità stessa delle consegne.
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Reuters ha già riferito che il protrarsi della chiusura di Hormuz e l’ampliamento degli attacchi contro il sistema energetico regionale stanno mettendo in crisi una parte rilevante dell’export di greggio e gas del Golfo, mentre diversi produttori e raffinatori hanno dovuto ridurre output o sospendere lavorazioni.
I bypass disponibili attenuano, ma non sostituiscono integralmente i flussi ordinari. Lo stoccaggio offre tempo, non soluzione. E se il sistema arriva a saturare capacità di evacuazione o a perdere ulteriori nodi di raffinazione e trasformazione, allora la crisi non resta commerciale: diventa industriale, logistica e strategica insieme.
Non a caso, la difficoltà di ricevere rifornimenti energetici dal Medio Oriente sta spingendo diversi Paesi asiatici a tornare al carbone, come rilevano alcuni analisti citati oggi da AsiaNews.
La soglia è stata superata
Con South Pars, Bushehr e la successiva ritorsione iraniana contro l’infrastruttura energetica del Golfo, la guerra ha oltrepassato una linea di trasformazione.

Non riguarda più soltanto l’eliminazione di una minaccia o la degradazione di un apparato militare. Riguarda la possibilità concreta che il Golfo entri in una logica di rappresaglia energetica generalizzata, nella quale ogni impianto critico diventa bersaglio, ogni rotta una vulnerabilità, ogni nodo industriale una leva di coercizione.
È questo il dato che rende la situazione tanto grave. Se si colpiscono insieme la fonte, la rotta e la capacità di trasformazione, il problema non è più semplicemente chi prevarrà sul piano militare. Il problema diventa quanto il sistema internazionale sarà costretto a pagare per sopravvivere agli effetti di quella stessa vittoria.
In questo senso, South Pars non è soltanto un target colpito. È il segnale che la guerra potrebbe essere ormai entrata nella sua fase più pericolosa: quella in cui la distruzione di capacità regionali comincia a tradursi in instabilità globale.
Foto: Tasnim, IDF e US Department of War
Francesco FerranteVedi tutti gli articoli
Nato a Roma nel 1973, è stato un ufficiale dell'Esercito Italiano con una lunga esperienza operativa e di pianificazione interforze. Dopo oltre tre decenni di servizio, dal gennaio 2025 lavora nel settore privato per una società specializzata in difesa e sicurezza, continuando ad insegnare pianificazione operativa e targeting e a mettere a frutto le proprie competenze strategiche e analitiche. Ha ricoperto ruoli chiave nella pianificazione operativa presso l'ITA-JFHQ del Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), e si è affermato a livello internazionale come istruttore certificato NATO di Joint Targeting, incarico ricoperto durante il suo periodo come Direttore Corsi e Istruttore presso la NATO SCHOOL di Oberammergau (Germania). Ha partecipato a numerose missioni operative in teatri complessi, tra i quali Iraq, Afghanistan, Libia, Libano, Bosnia, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso e Mozambico. È laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, e ha conseguito un Master in Giornalismo e Comunicazione. Collabora regolarmente con riviste e pubblicazioni specializzate nel settore Difesa e Sicurezza.








