Se il fact-checking diventa strumento di persuasione

Fake news

 

 

Chi è veramente il fact-checker? In base a quale requisito, titolo o esperienza maturata un individuo può definirsi, o essere definito tale? Che mestiere è il fact-checker? È più simile al giornalista o all’analista?  Non sarebbe più opportuno chiamarlo “opinionist”?

E’ interessante, ma a tratti imbarazzante, analizzare con quale articolato criterio una notizia viene “bollata” da qualcuno come attendibile o meno da qualcuno a cui un qualcun altro ha riconosciuto o “assegnato” una certa attendibilità, garantendone l’onestà intellettuale.
Eppure non esiste alcuna formazione specifica in tal senso. E d’altronde, come potrebbe essere diversamente?

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Quale titolo potrebbe mai certificare qualcuno quale supremo detentore del vero e del falso?

Ma se perfino in ambito medico, dove il rigore scientifico dovrebbe teoricamente garantire l’accuratezza dei dati, esperti ricercatori cambiano e rivedono le proprie certezze e dogmi iniziali, quale “etichettatore” è in grado di stabilire con matematica certezza che una notizia vada bollata a priori come “falsa”, e magari già domani non si riveli vera?

Abbiamo sotto gli occhi intere liste di notizie date per verità inattaccabili (o falsità inaccettabili) ma nel corso delle settimane/mesi rivelatesi tutto l’opposto di come erano state bollate.

Ciò che poi non è facilmente verificabile, è se veramente i vari fact-checker siano esenti da inclinazioni politiche o di diverso tipo o interessi per cui svolgano imparzialmente il loro lavoro. E questo, conduce irrimediabilmente il fact-checker dentro la gabbia di quella che possiamo definire “etica selettiva”: ovvero, “mi occupo solo di alcune specifiche notizie”, che debunko “selettivamente”.

Molti ripetono allo sfinimento che “la diffusione della disinformazione è un fenomeno globale”. Tutto verissimo e questo ha (da sempre, anche ante-web) implicazioni che arrivano fino alle elezioni politiche, aspetti sanitari e i conflitti economici, sociali, militari.

 

Engineering opinion 

Alcuni studi (anche in campo medico) hanno dimostrato la capacità del fact-checking di ridurre la capacità di penetrazione della disinformazione. I ricercatori in gran parte concordano nell’affermare che “ il fact-cheking aiuterebbe ad informarci”.

La ricerca ha scoperto che le persone a cui viene presentato un fact-check hanno maggiori probabilità di rispondere correttamente a domande informative su quell’argomento. Ma questo aiuta ad informarci o a conformarci?

Se chi legge non è completamente immerso nella propria ingenuità, arriverà da solo a interrogarsi se questo dato possa essere sfruttato in maniera opposta. In parole povere, se vuoi influenzare l’opinione pubblica, metti in campo  un fact-checker. E il pubblico – questo è il dato emerso da diversi studi – sarà molto più incline a crederti.  Ed è qui il nodo.

 

Le news come mezzo o come fine?

Se si conserva un po’ di senso critico permangono quindi alcune domande:

  • esiste una reale verifica dei fatti che possa ridurre in modo duraturo la possibilità di credere nella disinformazione? (Nella maggior parte dei casi, una attenta verifica richiede settimane, mesi, anni);
  • dato per scontato che tanti abbagli (?) sono stati presi anche dai media mainstream tradizionali, così come tanti titoli nelle prime pagine dei nostri giornali si sono poi rivelati un falso, cosa rappresenta disinformazione e cosa no?

Il web rappresenta il paradigma dell’accesso totale alle informazioni: prima avevamo fame di informazioni, ora ne abbiamo troppe.
E non convince la formula “la disinformazione è cresciuta perché esiste il web” perché c’era già prima.
È aumentata perché è un’equazione, non perché esista il web. Ovvero, se prima scrivevano 100 giornalisti, oggi chiunque può scrivere e farsi leggere su qualsiasi tema. È conseguenza diretta di utenti attivi, e della comunicazione moderna. Con lo svantaggio, per le élite, che la diffusione di informazioni è oggi molto meno “controllabile” dall’alto.

 

Valutazioni

Per parte di queste élite, la gestione delle informazioni va opportunamente “trattata” e modellata a monte. Del resto dare la semplice notizia in modalità asettica non è stato quasi mai possibile. Le informazioni sono il mezzo, la giusta leva su cui agire per influenzare l’opinione pubblica.

Ecco perché viene attribuita tanta attenzione alle cosiddette “fake- news da web”, impossibili da gestire e in grado di sabotare il lavoro di settimane o mesi di informazione mainstream, spesso commissionata e preparata ad hoc.

 

Un case study

Aldilà di come la si possa pensare relativamente alla guerra in Ucraina, e quali sentimenti permeino tutti noi, non esiste tentativo di verificare i fatti senza un’attenta analisi di episodi controversi in questo conflitto, che deve però mantenersi scevra da pregiudizi e priva di preconcetti tipici delle tifoserie.

Ecco perché si chiama analisi e deve rimanere analitica. La logica e il buon senso ci dicono che altrimenti cadiamo esattamente in quel pantano dove siamo convinti sguazzi solo la controparte: la disinformazione e la manipolazione dei dati.

In un articolo dell’11 agosto 2022 Open ha ripreso l’analisi della CNN, che ha esaminato gli avvenimenti occorsi il 29 luglio 2022 ad Olenivka, dove 53 prigionieri ucraini, in buona parte appartenenti al Reggimento Azov, hanno trovato la morte a causa di un presunto bombardamento di cui russi e ucraini si sono accusati reciprocamente.
Da un punto di vista prettamente tecnico, il fact-check della CNN fa però acqua da più parti.

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Innanzitutto, al contrario di quanto affermato, gli HIMARS non sono affatto missili ma lanciarazzi campali multipli, cioè piattaforme mobili d’artiglieria. Costruiti da Lockheed Martin, possono impiegare diversi tipi di munizioni, dai razzi fino ai missili balistici tattici.

Come si vede nella stessa pagina web del produttore, i munizionamenti  possono essere fondamentalmente raggruppati in: GMLRS (<70km), ER GMLRS (<150km, non ancora operativi), ATACMS (<300km), PrSM (<499km).

Ufficialmente sarebbero stati consegnati dagli USA a Kiev solo i razzi con raggio d’azione di circa 70 chilometri.

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E’ quindi errato affermare che si tratta di “un’esplosione troppo piccola per un HIMARS”, frase già di per sé senza senso e che inoltre non specifica il tipo di munizione e di carica impiegati (vi sono anche razzi “cluster” contenenti sub-munizioni), né che spolette siano state utilizzate (“fuze options”): di prossimità, a impatto o a scoppio ritardato.

Le prime sono in grado di far detonare la carica esplosiva prima che il missile tocchi effettivamente il bersaglio. Le seconde fanno esplodere l’ordigno a contatto con il bersaglio, mentre le terze fanno ritardare di qualche millisecondo l’esplosione. Queste opzioni permettono di ottenere il massimo degli effetti sperati sul particolare bersaglio e, in molti casi, di mitigare i rischi di provocare danni collaterali.

Nella NATO, ad esempio, anche questo passaggio (decisivo) di pre-ingaggio viene pianificato durante le fasi di joint targeting. Questo per rimarcare che non esiste, per un analista, uno stesso e univoco tipo di indicatore osservabile, in immagini post strike, che sia unico e imprescindibile quando si usano gli “HIMARS”.

In sostanza, quello che invece è osservabile dipende da:

  • tipo di munizionamento usato
  • tipologia di spoletta selezionata in fase pre-ingaggio
  • tipo di struttura del target (legno, calcestruzzo, lamiera, cemento armato, bunker etc)
  • contenuto presente all’interno (esplosivo, deposito generico, personale militare, materiale infiammabile etc).

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Cambiando tema l’affermazione secondo cui la “Russia avrebbe impedito a qualsiasi osservatore di accedere all’area” non è corretta. Per un’informazione quantomeno più oggettiva, occorre ammettere che proprio la Federazione Russa aveva insistito affinché fosse da subito, stabilita una commissione indipendente a guida UN per visitare il sito.

E per verificarlo sarebbe bastato dare una rapida occhiata su motori di ricerca alternativi e non esclusivamente occidentali. Non avendo però accesso alle informazioni della controparte (o non volendo accedervi), questa informazione è stata omessa.

In effetti, si viene allontanati dalla sequenza dei fatti se si decide di ascoltare esclusivamente la narrativa di una parte: nei media ucraini, infatti, erano state diffuse informazioni secondo cui “la Russia non avrebbe consentito alla Croce Rossa ucraina e ad altre organizzazioni internazionali di entrare nel centro di detenzione di Yelenovka”.

Aggiungevano che, presumibilmente, “ciò venisse fatto per nascondere le tracce dell’omicidio di prigionieri di guerra del reggimento Azov”.
Se invece si fossero ascoltate le fonti di entrambe i lati della barricata sarebbe apparso evidente che non era stato dato accesso alla Croce Rossa Ucraina E NON al Comitato Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, i cui esperti (neutrali), al contrario, erano stati invitati a Yelenovka dallo stesso ministero della Difesa russo.

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Inoltre un tecnicismo completamente trascurato da CNN e Open legato alla struttura dell’edificio. Ogni edificio ha caratteristiche costruttive peculiari, diverse. Ne deriva che, anche qualora si possa aver adoperato la stessa testata con una uguale spoletta, gli effetti visibili sarebbero difformi se fossero stati ingaggiati edifici di tipo diverso.

La comparazione presentata non regge: i due edifici portati a confronto hanno strutture edilizie diverse.

Così come differente è il contenuto: il “materiale sito all’interno” dei due edifici è completamente diverso, ed esso incide sul tipo di effetti visibili. Da un lato, infatti, abbiamo un attacco portato ad un magazzino di esplosivi (Nova Khakova), dall’altro un attacco ad una baracca-prigione (Olenivka).

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Non vi è cenno alcuno in merito agli “esperti interpellati” dalla CNN. L’unico di cui viene data contezza è Chris Cobb Smith. Dando uno sguardo in rete, viene fuori essere un consulente sulla sicurezza (generico, con nessuna specializzazione evincibile) con un passato da militare. Nessuna esperienza come IMINT, BDA Analyst, esperto di target o di armi.

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Secondo gli esperti sentiti da CNN si sarebbe sviluppato un “grosso e intenso incendio all’interno” che li porta ad affermare che sia stata usata un’arma termobarica.

Essendo chiaro e visibile che la struttura è in gran parte fatta di lamiera (e lati perimetrali di mura molto fini), se fosse stata usata un’arma del genere, anche le parti in lamiera sarebbero state quanto meno scaraventate a decine di metri di distanza in seguito all’esplosione e i danni all’interno sarebbero stati di certo più devastanti.

Per intenderci, un’arma termobarica produce una temperatura di circa 2.750 gradi. Non serve un esperto per capire che il colpo d’occhio all’interno sarebbe stato molto diverso. Sul tetto in lamiera, inoltre, sono osservabili piccoli fori: potrebbe essere un indicatore di un qualche effetto schegge, o che qualcosa può essere entrato prima di detonare all’interno.

 

Immagini: AGCOM, DW, CNN, Open e Ministero della Difesa Ucraino

 

 

Francesco FerranteVedi tutti gli articoli

Nato a Roma nel 1973, ufficiale dell'Esercito Italiano dal 1994 è attualmente Direttore dei Corsi ed Istruttore Joint Targeting presso la NATO SCHOOL di Oberammergau, e dal 2018 lecturer su Public Speaking e Comunicazione per i corsi NATO Instructor. Ha preso parte a operazioni militari in Iraq, Afghanistan, Libia, Libano, Bosnia e Repubblica Centrafricana. E' laureato in Scienze della Comunicazione, ha conseguito un Master (MA967) in Giornalismo e Comunicazione e collabora da diversi anni con riviste specializzate nel settore della Difesa.

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