Groenlandia, l’avamposto strategico statunitense della Guerra Fredda

Nell’immaginario collettivo, la Groenlandia è associata a ghiaccio, isolamento e marginalità geopolitica. Già durante la Guerra Fredda, tuttavia, essa fu uno degli spazi più strategicamente rilevanti dell’intero sistema di deterrenza nucleare occidentale.
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, gli Stati Uniti costruirono sull’isola una rete di basi, radar e installazioni sotterranee che trasformarono la Groenlandia in una piattaforma avanzata della difesa nordamericana. Alcuni di questi progetti furono declassificati solo decenni dopo; altri vennero presentati come iniziative scientifiche, mentre in realtà erano parte integrante di piani nucleari operativi.

La Groenlandia divenne, di fatto, un nodo cruciale dell’architettura per allerta precoce (Early Warning), capacità di sopravvivenza ad un eventuale first strike e base di lancio per rappresaglia.
Una storia documentata, fotografata e oggi nuovamente rilevante.
Nel secondo dopoguerra, la rivoluzione nucleare rese nuovamente centrale un fattore che la tecnologia aeronavale aveva parzialmente offuscato: la geografia.
Con l’introduzione dei bombardieri strategici e successivamente, dei missili balistici intercontinentali, la direttrice più breve tra Stati Uniti e Unione Sovietica non attraversava più gli oceani, bensì lo spazio artico. Il Polo Nord divenne la linea di contatto virtuale tra le due superpotenze. E in questo contesto, la Groenlandia assumeva un valore strutturale.
Collocata lungo la principale traiettoria polare, essa rappresentava una piattaforma naturale per sistemi di allerta precoce, basi aeree avanzate e sensori missilistici.
Nel 1951, l’accordo di difesa tra Stati Uniti e Danimarca formalizzò questa funzione strategica, autorizzando Washington a costruire installazioni militari sull’isola pur mantenendo formalmente la sovranità danese. Da quel momento, la Groenlandia cessò di essere una periferia geopolitica e divenne una componente integrante dell’architettura di deterrenza nordamericana.
Thule: una sentinella nucleare nell’Artico
Nel 1953, con l’operazione Blue Jay, gli Stati Uniti avviarono la costruzione della base aerea di Thule, una delle più ambiziose imprese logistiche in ambiente artico mai realizzate fino ad allora.
In pochi mesi, attraverso convogli navali e terrestri, furono trasportate tonnellate di materiali in una delle regioni più inospitali del pianeta. Vennero costruite piste di atterraggio su ghiaccio permanente, edifici prefabbricati, infrastrutture radar e alloggi per migliaia di uomini.
Negli anni successivi, Thule divenne un nodo essenziale del sistema statunitense di allerta precoce per missili balistici (Ballistic Missile Early Warning System – BMEWS).
La sua funzione primaria era fornire un preavviso di alcuni minuti in caso di attacco sovietico lungo la direttrice polare, riducendo la probabilità di un attacco a sorpresa capace di decapitare la catena di comando statunitense.
In termini dottrinali, Thule era parte della logica della deterrenza per sopravvivenza: garantire che la leadership politica avesse tempo sufficiente per autorizzare una rappresaglia nucleare.
Oggi la base esiste ancora, con il nome di Pituffik Space Base, ed è integrata nella difesa missilistica e nella sorveglianza spaziale degli Stati Uniti.
Camp Century: sperimentazione ingegneristica e copertura strategica
Alla fine degli anni Cinquanta, l’esercito statunitense decise di testare un concetto ancora più radicale: la costruzione di infrastrutture permanenti direttamente sotto la calotta glaciale. A circa 200 chilometri da Thule, iniziò lo scavo di una base sotterranea denominata Camp Century. Non si trattava di un semplice bunker, ma di una vera e propria installazione abitabile: tunnel chilometrici, dormitori, mense, laboratori, officine, un ospedale e persino una cappella.

L’elemento più innovativo era la fonte energetica. Per alimentare la base, venne installato un reattore nucleare portatile, il PM-2A, progettato per fornire energia a installazioni militari isolate. Camp Century divenne così la prima base militare artica alimentata da energia nucleare.
Ufficialmente, la struttura era un centro di ricerca scientifica e ingegneristica. In realtà, essa costituiva il banco di prova di un progetto molto più ambizioso.
Project “ICEWORM” – deterrenza sotterranea e survivability nucleare
Dietro Camp Century si celava Project Iceworm, uno dei programmi più segreti della Guerra Fredda.

L’obiettivo era costruire sotto la calotta groenlandese una rete di tunnel lunga migliaia di chilometri, capace di ospitare centinaia di missili balistici nucleari a medio raggio. I missili sarebbero stati spostati continuamente lungo la rete; le rampe di lancio sarebbero state mobili; le posizioni sempre variabili.
Dal punto di vista dottrinale, Iceworm rispondeva al problema centrale della deterrenza nucleare: la vulnerabilità delle forze strategiche fisse americane ad un first strike sovietico. Una forza nucleare mobile, invisibile ai satelliti e dispersa sotto chilometri di ghiaccio che avrebbe garantito un’elevata sopravvivenza e, quindi, una capacità di rappresaglia credibile.
La Danimarca non fu informata del progetto. Formalmente vietava la presenza di armi nucleari sul proprio territorio. Camp Century serviva a verificare se tale concetto fosse tecnicamente realizzabile.
Il fallimento strutturale: la dinamica del ghiaccio
Il limite fondamentale del progetto emerse rapidamente: la natura fisica della calotta glaciale.
Il ghiaccio non è statico. Scorre, si deforma, esercita pressioni differenziali sulle strutture rigide. E i tunnel di Camp Century iniziarono progressivamente a collassare. Le pareti si piegavano, i soffitti si abbassavano, i binari interni si deformavano.
Dal punto di vista ingegneristico, mantenere una rete di migliaia di chilometri in tali condizioni sarebbe stato logisticamente e finanziariamente insostenibile.
Nel 1967, Camp Century venne abbandonata. Il reattore fu rimosso, ma rimasero sotto il ghiaccio carburanti, rifiuti e materiali contaminati — un’eredità che oggi assume anche una dimensione ambientale, con lo scioglimento progressivo della calotta.
L’incidente di Thule del 1968: crisi, segretezza e politica nucleare
Il 21 gennaio 1968, un bombardiere B-52 dell’US Air Force, impegnato in una missione di pattugliamento nucleare, prese fuoco e si schiantò nei pressi di Thule. A bordo vi erano quattro bombe nucleari.
L’impatto provocò la dispersione di materiale radioattivo sul ghiaccio artico. Seguì una vasta operazione segreta di bonifica che coinvolse migliaia di uomini.

L’incidente generò uno scandalo diplomatico con la Danimarca, che ufficialmente vietava armi nucleari sul proprio territorio. Rivelò inoltre l’esistenza di pattugliamenti nucleari aerei continui, una pratica poco nota all’opinione pubblica. Per decenni, l’episodio venne minimizzato nelle comunicazioni ufficiali.
Dalla Guerra Fredda al presente: la ri-militarizzazione dell’Artico (2024–2026)
Negli ultimi anni, l’Artico è tornato a essere uno dei teatri centrali della competizione strategica globale.
La Russia ha ammodernato basi sovietiche, costruito nuovi radar, schierato missili a lungo raggio e rafforzato la Flotta del Nord. Gli Stati Uniti hanno modernizzato Pituffik e integrato la Groenlandia nella difesa missilistica e spaziale.
La NATO, con l’ingresso di Finlandia e Svezia, è diventata di fatto un’alleanza artica.
La Cina si definisce “near-Arctic state” e investe in satelliti polari, infrastrutture portuali e risorse minerarie groenlandesi.
Sebbene nessuno oggi costruisca basi nucleari sotto il ghiaccio, il principio strategico di Iceworm resta sorprendentemente attuale: controllare l’Artico significa controllare una delle principali direttrici della deterrenza nucleare moderna.
Insomma, già dalla Guerra Fredda, la Groenlandia non fu solo periferia strategica. Fu uno dei pilastri nascosti dell’architettura nucleare occidentale.
Sotto chilometri di ghiaccio, gli Stati Uniti tentarono di costruire una forza di deterrenza sotterranea mobile, concepita per sopravvivere a un attacco nucleare iniziale. Una storia reale, documentata e oggi più attuale che mai.
Groenlandia, missili ipersonici e spazio: la nuova frontiera della deterrenza polare
Se durante la Guerra Fredda la Groenlandia era soprattutto una piattaforma per radar e basi aeree, oggi essa si colloca al centro di una triade strategica emergente: missili ipersonici, difesa missilistica e dominio spaziale.
L’introduzione di vettori ipersonici manovrabili da parte di Russia e Cina — capaci di volare a velocità superiori a Mach 5 lungo traiettorie imprevedibili e a bassa quota — sta erodendo le fondamenta concettuali dell’attuale architettura di allerta precoce, progettata per intercettare missili balistici con profili prevedibili. Anche in questo nuovo contesto, l’Artico torna a essere una direttrice privilegiata di penetrazione strategica, e la Groenlandia riacquista un valore sistemico come nodo avanzato di sensori, radar over-the-horizon e sistemi di tracciamento spaziale.

La trasformazione di Thule in Pituffik Space Base riflette precisamente questo slittamento dottrinale: dalla sorveglianza aerospaziale “classica” alla fusione tra early warning missilistico, space situational awareness e integrazione con costellazioni satellitari in orbita polare.
In prospettiva, la Groenlandia non è più soltanto un avamposto artico, ma una cerniera operativa tra deterrenza nucleare, difesa contro minacce ipersoniche e militarizzazione dello spazio. In questo senso, Project Iceworm appare oggi non come un’anomalia storica, ma come un prototipo concettuale: un primo, rudimentale tentativo di rendere la deterrenza nucleare più resiliente attraverso la dispersione, l’occultamento e il controllo di una direttrice geografica critica.
Oggi non si scavano più tunnel sotto il ghiaccio, ma si costruiscono architetture distribuite di sensori, satelliti e basi artiche. La logica strategica, tuttavia, è rimasta sorprendentemente simile.
Immagini: Ministero Difesa Danese e Wiki
Francesco FerranteVedi tutti gli articoli
Nato a Roma nel 1973, è stato un ufficiale dell'Esercito Italiano con una lunga esperienza operativa e di pianificazione interforze. Dopo oltre tre decenni di servizio, dal gennaio 2025 lavora nel settore privato per una società specializzata in difesa e sicurezza, continuando ad insegnare pianificazione operativa e targeting e a mettere a frutto le proprie competenze strategiche e analitiche. Ha ricoperto ruoli chiave nella pianificazione operativa presso l'ITA-JFHQ del Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI), e si è affermato a livello internazionale come istruttore certificato NATO di Joint Targeting, incarico ricoperto durante il suo periodo come Direttore Corsi e Istruttore presso la NATO SCHOOL di Oberammergau (Germania). Ha partecipato a numerose missioni operative in teatri complessi, tra i quali Iraq, Afghanistan, Libia, Libano, Bosnia, Repubblica Centrafricana, Burkina Faso e Mozambico. È laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, e ha conseguito un Master in Giornalismo e Comunicazione. Collabora regolarmente con riviste e pubblicazioni specializzate nel settore Difesa e Sicurezza.







