Monaco 2026: l’illusione del coordinamento transatlantico e la deriva verso la guerra perpetua

La 62ª edizione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco si è chiusa lasciando dietro di sé più interrogativi che certezze. Dietro la retorica rassicurante del Segretario di Stato americano Marco Rubio e le solenni dichiarazioni dei leader europei, emerge un quadro di sostanziali contraddizioni che rivelano l’irrilevanza strategica dell’Europa e il pericoloso slittamento verso una logica di guerra di logoramento senza fine.
Il coordinamento statunitense
Quando il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha aperto i lavori della Conferenza, ha affermato con sicurezza di essere “ben coordinati, come europei e come tedeschi, con quelli che parlano con la Russia”.
Analogamente, il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato solennemente che “nessuna pace senza gli europei” e che “come europei non possiamo più accettare negoziati senza di noi“. Parole che suonano tanto più vuote alla luce di ciò che è accaduto proprio a Monaco.
Marco Rubio si è infatti ritirato all’ultimo minuto da un incontro chiave con i leader europei sull’Ucraina, citando ufficialmente conflitti di programmazione per incontrare il presidente ungherese Orban.

I funzionari europei hanno interpretato la mossa come un segnale inequivocabile che l’impegno di Washington a uno stretto coordinamento con i suoi alleati sulla guerra sta svanendo. Un funzionario dell’UE ha descritto la decisione come “folle”, mentre un altro ha ammesso candidamente che l’incontro era “in gran parte privo di significato senza la partecipazione degli Stati Uniti”.
L’incongruenza è stridente: mentre Merz celebrava il coordinamento e Macron rivendicava il ruolo indispensabile degli europei, questi ultimi venivano di fatto esclusi dalle discussioni essenziali per la risoluzione di un conflitto che influisce profondamente sul futuro della loro stessa sicurezza.

Come ha osservato sarcasticamente il ministro degli esteri cinese Wang Yi nella sessione dedicata al dibattito, l’Europa ha “tutto il diritto di partecipare ai negoziati purché proponga soluzioni basate che affrontino le cause profonde della guerra, a beneficio della futura architettura di sicurezza europea”. Il problema è che per questa Europa, come emerso dai panel della Conferenza, l’unica via percorribile è quella della guerra di logoramento contro la Russia.
La prospettiva di una guerra perpetua
Uno degli aspetti più inquietanti emersi dalla Conferenza è stato introdotto senza mezzi termini dal Cancelliere tedesco secondo il quale la Russia “non è disposta a parlare seriamente e lo sarà solamente quando Mosca avrà esaurito tutte le sue risorse economiche e militari”. Pertanto, la Germania e l’Europa “dovranno fare di tutto per portare i russi a raggiungere il loro limite”.
Questa prospettiva, coerente con il disegno di mantenere gli ucraini in guerra mentre l’Europa si rafforza militarmente, è stata ribadita da numerosi leader presenti.
Il tema non è certamente nuovo. Alla fine dello scorso anno il Primo ministro svedese Ulf Kristersson aveva affermato “la necessità dell’isolamento di lungo termine della Russia”, sostenendo che “questo conflitto non finirà mai“.
Mark Rutte, Segretario Generale della NATO, aveva espressamente parlato di “guerra perpetua” nei suoi comunicati. Anders Fogh Rasmussen aveva dichiarato al Guardian che “l’Ucraina deve affrontare una guerra perpetua a meno che l’Europa non aumenti la pressione sulla Russia“.

I senatori americani Lindsey Graham e Richard Blumenthal, presenti a Monaco, si sono espressi a favore di inasprire le sanzioni contro Mosca e di fornire a Kiev i missili Tomahawk per colpire obiettivi in profondità nel territorio russo. Anche l’inglese Yvette Cooper, Segretario di Stato per gli Affari Esteri, del Commonwealth e dello Sviluppo del Regno Unito, ha ribadito la necessità di “aumentare la pressione sulla Russia per costringerla a negoziare”.
In pratica, non è cambiato nulla dalla scorsa edizione del 2024 della Conferenza dove “Date all’Ucraina tutto quello che le serve” è stato il mantra che ha permeato gli interventi dei leader politici, diplomatici e dei funzionari europei intervenuti. Idea che continua evidentemente anche quest’anno e che soddisfa le esigenze del presidente Zelensky espresse nel suo intervento: “più forti siamo, più la pace diventa realistica”.
Ma, se il tema non è nuovo, quello che ha colpito è stata la crudezza del linguaggio e la determinazione nel sostenere una prospettiva di conflitto prolungato a ogni costo.
L’obiettivo dichiarato di far raggiungere ai russi “il loro limite” prolungando la guerra fino all’ultimo ucraino, costringendo Putin a negoziare da una posizione di debolezza, è un miraggio irraggiungibile. E difficilmente si potrà realizzare l’auspicio del Chairman della Conferenza, l’ambasciatore tedesco Wolfgang Ischinger, che “l’impegno principale dell’Europa deve essere quello di evitare che l’Ucraina affronti il quinto anno di guerra”.
L’Europa paga, l’America si ritira
Di fatto, la situazione attuale vede gli Stati Uniti scaricare il grosso della gestione del conflitto ucraino sulle spalle degli europei, mentre questi ultimi cercano disperatamente di tenere gli americani coinvolti e di mantenere le relazioni transatlantiche “vive e vegete”. Come ha evidenziato David van Weel, Ministro degli Affari Esteri olandese, questa è una “necessità” esistenziale per l’Europa. Tuttavia, la senatrice statunitense Jeanne Shaheen ha rivelato che il Congresso ha incrementato il budget per l’intelligence sharing in Ucraina, un chiaro segnale che Washington intende mantenere ancora attiva una delle funzioni cruciali del sostegno all’Ucraina.

Gli europei finanziano la sopravvivenza economica di Kiev e comprano armi americane che poi vengono cedute all’Ucraina. La Commissione Europea ha stanziato 90 miliardi di euro in prestiti per l’Ucraina, di cui 60 miliardi destinati alla spesa militare.
Come ha sottolineato Ursula von den Leyen, il “principio a cascata” prevede che “gli acquisti debbano essere effettuati principalmente dall’Ucraina o dall’Unione Europea. Se ciò non è possibile in termini di tempistica, gli acquisti possono essere effettuati dall’estero” vale a dire, dagli Stati Uniti.
Questo meccanismo svela la vera natura della relazione transatlantica contemporanea: l’Europa paga e l’America fornisce, mantenendo il controllo strategico e industriale, almeno fino a quando l’industria della difesa europea non sia in grado di riorganizzarsi e di colmare i divari capacitivi dei quali soffre attualmente.
Un obbiettivo, questo, che ha trovato riscontro in molti interventi della Conferenza, ma che appare molto ambizioso e difficile da conseguire. Nel frattempo, Rubio ha potuto permettersi il lusso di rassicurare gli europei affermando che Stati Uniti ed Europa condividono un destino comune, sapendo bene che la dipendenza militare europea rende tale affermazione una cortesia più che una realtà paritaria.
Il coordinamento statunitense
La Conferenza ha accolto una nutrita delegazione statunitense che includeva 40 membri del Senato degli Stati Uniti accompagnati da Mark Rubio, il Segretario di Stato USA. In una conferenza stampa ai margini della Conferenza Ian Bremmer, Presidente di Eurasia Group e GZERO Media, e uno dei più noti opinionisti statunitensi, ha preparato il terreno cognitivo, potremmo dire, per giustificare una così numerosa partecipazione.
“La maggior parte dei membri del Congresso USA conosce già la conferenza e sono sinceramente atlantisti” ha esordito Bremmer e sicuramente vogliono essere al fianco dell’Europa.

Si trattava, sempre secondo Bremmer, della replica di quello che è avvenuto alla vigilia dell’incontro di Davos quando un team bi-partisan del Congresso si è recato in Danimarca a esprimere solidarietà al primo Ministro Danese sulla questione della Groenlandia.
Di fatto, in ogni panel della tre giorni di Monaco erano presenti uno o più funzionari o politici statunitensi la maggior parte dei quali ha puntualizzato, e sostenuto, vari aspetti della posizione dell’Amministrazione Trump sui vari temi trattati.
Per dovere di cronaca, bisogna però anche riportare alcuni interventi critici come quello del governatore democratico della California Gavin Newsom, considerato un potenziale candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2028, che ha attaccato frontalmente Donald Trump affermando che “mai nella storia degli Stati Uniti d’America c’è stato un presidente più distruttivo dell’attuale occupante della Casa Bianca a Washington”.
O come quello della Senatrice Elissa Slotkin, preoccupata della deriva autoritaria del suo presidente e della democrazia nel proprio Paese.
L’illusione del coordinamento europeo
Quando il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha aperto i lavori della Conferenza, ha affermato con sicurezza di essere “ben coordinati, come europei e come tedeschi, con quelli che parlano con la Russia”.
Analogamente, il Presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato solennemente che “nessuna pace senza gli europei” e che “come europei non possiamo più accettare negoziati senza di noi”. Parole che suonano tanto più vuote alla luce di ciò che è accaduto proprio a Monaco.

Marco Rubio si è infatti ritirato all’ultimo minuto da un incontro chiave con i leader europei sull’Ucraina, citando ufficialmente conflitti di programmazione per incontrare il presidente ungherese Orban.
I funzionari europei hanno interpretato la mossa come un segnale inequivocabile che l’impegno di Washington a uno stretto coordinamento con i suoi alleati sulla guerra sta svanendo. Un funzionario dell’UE ha descritto la decisione come “folle”, mentre un altro ha ammesso candidamente che l’incontro era “in gran parte privo di significato senza la partecipazione degli Stati Uniti”.
L’incongruenza è stridente: mentre Merz celebrava il coordinamento e Macron rivendicava il ruolo indispensabile degli europei, questi ultimi venivano di fatto esclusi dalle discussioni essenziali per la risoluzione di un conflitto che influisce profondamente sul futuro della loro stessa sicurezza.
Come ha osservato sarcasticamente il ministro degli esteri cinese Wang Yi nella sessione dedicata al dibattito, l’Europa ha “tutto il diritto di partecipare ai negoziati purché proponga soluzioni basate che affrontino le cause profonde della guerra, a beneficio della futura architettura di sicurezza europea”. Il problema è che per questa Europa, come emerso dai panel della Conferenza, l’unica via percorribile è quella della guerra di logoramento contro la Russia.
La prospettiva di una guerra perpetua
Uno degli aspetti più inquietanti emersi dalla Conferenza è stato introdotto senza mezzi termini dal Cancelliere tedesco secondo il quale la Russia “non è disposta a parlare seriamente e lo sarà solamente quando Mosca avrà esaurito tutte le sue risorse economiche e militari”. Pertanto, la Germania e l’Europa “dovranno fare di tutto per portare i russi a raggiungere il loro limite”.

Questa prospettiva, coerente con il disegno di mantenere gli ucraini in guerra mentre l’Europa si rafforza militarmente, è stata ribadita da numerosi leader presenti.
Il tema non è certamente nuovo. Alla fine dello scorso anno il Primo ministro svedese Ulf Kristersson aveva affermato “la necessità dell’isolamento di lungo termine della Russia”, sostenendo che “questo conflitto non finirà mai”.
Mark Rutte, Segretario Generale della NATO, aveva espressamente parlato di “guerra perpetua” nei suoi comunicati. Anders Fogh Rasmussen aveva dichiarato al Guardian che “l’Ucraina deve affrontare una guerra perpetua a meno che l’Europa non aumenti la pressione sulla Russia”.
I senatori americani Lindsey Graham e Richard Blumenthal, presenti a Monaco, si sono espressi a favore di inasprire le sanzioni contro Mosca e di fornire a Kiev i missili Tomahawk per colpire obiettivi in profondità nel territorio russo. Anche l’inglese Yvette Cooper, Segretario di Stato per gli Affari Esteri, del Commonwealth e dello Sviluppo del Regno Unito, ha ribadito la necessità di “aumentare la pressione sulla Russia per costringerla a negoziare”.
In pratica, non è cambiato nulla dalla scorsa edizione del 2024 della Conferenza dove “Date all’Ucraina tutto quello che le serve” è stato il mantra che ha permeato gli interventi dei leader politici, diplomatici e dei funzionari europei intervenuti. Idea che continua evidentemente anche quest’anno e che soddisfa le esigenze del presidente Zelensky espresse nel suo intervento: “più forti siamo, più la pace diventa realistica”.

Ma, se il tema non è nuovo, quello che ha colpito è stata la crudezza del linguaggio e la determinazione nel sostenere una prospettiva di conflitto prolungato a ogni costo.
L’obiettivo dichiarato di far raggiungere ai russi “il loro limite” prolungando la guerra fino all’ultimo ucraino, costringendo Putin a negoziare da una posizione di debolezza, è un miraggio irraggiungibile. E difficilmente si potrà realizzare l’auspicio del Chairman della Conferenza, l’ambasciatore tedesco Wolfgang Ischinger, che “l’impegno principale dell’Europa deve essere quello di evitare che l’Ucraina affronti il quinto anno di guerra”.
L’Europa paga, l’America si ritira
Di fatto, la situazione attuale vede gli Stati Uniti scaricare il grosso della gestione del conflitto ucraino sulle spalle degli europei, mentre questi ultimi cercano disperatamente di tenere gli americani coinvolti e di mantenere le relazioni transatlantiche “vive e vegete”. Come ha evidenziato David van Weel, Ministro degli Affari Esteri olandese, questa è una “necessità” esistenziale per l’Europa. Tuttavia, la senatrice statunitense Jeanne Shaheen ha rivelato che il Congresso ha incrementato il budget per l’intelligence sharing in Ucraina, un chiaro segnale che Washington intende mantenere ancora attiva una delle funzioni cruciali del sostegno all’Ucraina.
Gli europei finanziano la sopravvivenza economica di Kiev e comprano armi americane che poi vengono cedute all’Ucraina. La Commissione Europea ha stanziato 90 miliardi di euro in prestiti per l’Ucraina, di cui 60 miliardi destinati alla spesa militare. Come ha sottolineato Ursula von den Leyen, il “principio a cascata” prevede che “gli acquisti debbano essere effettuati principalmente dall’Ucraina o dall’Unione Europea. Se ciò non è possibile in termini di tempistica, gli acquisti possono essere effettuati dall’estero” vale a dire, dagli Stati Uniti.

Questo meccanismo svela la vera natura della relazione transatlantica contemporanea: l’Europa paga e l’America fornisce, mantenendo il controllo strategico e industriale, almeno fino a quando l’industria della difesa europea non sia in grado di riorganizzarsi e di colmare i divari capacitivi dei quali soffre attualmente.
Un obbiettivo, questo, che ha trovato riscontro in molti interventi della Conferenza, ma che appare molto ambizioso e difficile da conseguire. Nel frattempo, Rubio ha potuto permettersi il lusso di rassicurare gli europei affermando che Stati Uniti ed Europa condividono un destino comune, sapendo bene che la dipendenza militare europea rende tale affermazione una cortesia più che una realtà paritaria.
Il riallineamento europeo del Regno Unito
Il Primo ministro britannico Keir Starmer ha pronunciato parole che avrebbero gelato i fondatori dell’integrazione europea: “L’hard power è la valuta del secolo”. Ha aggiunto che l’Europa deve costruire il proprio hard power perché “dobbiamo essere in grado di scoraggiare l’aggressione e, se necessario, dobbiamo essere pronti a combattere”. Secondo Starmer, “la Russia userà il suo strumento militare contro l’Europa entro la fine di questa decade” e questo giustifica la cooperazione nucleare militare tra Regno Unito e Francia, confermata sia da Starmer che da Macron.

Quest’ultimo ha annunciato che nelle prossime settimane dettaglierà come la deterrenza nucleare francese possa essere riarticolata in un’architettura di sicurezza europea. Merz si è detto interessato, insieme ad altri paesi europei non ancora noti.
Nel frattempo, erano disponibili per tutti partecipanti alla Conferenza, copie del rapporto dell’European Study Group riguardante la valutazione delle possibili opzioni nucleari dell’Europa. Segno evidente che il tema è allo studio già da molto tempo.
Ursula Von der Leyen ha confermato la “reintegrazione strategica della Gran Bretagna nell’Europa politico-militare”, segnando così la fine formale della Brexit in ambito della difesa e sicurezza.
Ha fatto un certo effetto sentire il Premier britannico affermare che non esiste una sicurezza europea senza la leadership della Gran Bretagna e non esiste una sicurezza britannica senza l’Europa.
Leadership, appunto. Londra, come d’altronde Parigi, non ha mai accettato nella storia di essere una nazione come le altre. Aspettiamoci dunque una lotta tra titani che potrebbe complicare ulteriormente un quadro di cooperazione già molto complicato.
La retorica rassicurante di Rubio e la realtà dei fatti
Marco Rubio ha tenuto un discorso molto diverso da quello del Vicepresidente Vance dell’anno precedente, quando quest’ultimo aveva accusato l’Europa di “arretrare dai suoi valori fondamentali”. Rubio ha invece parlato di “civiltà condivisa”, ha citato Mozart, Shakespeare e i Beatles come simboli della grandezza europea, e ha affermato che Stati Uniti ed Europa condividono un destino comune. Ha ricevuto persino applausi spontanei dalla platea, sollevata dal tono conciliante rispetto all’anno precedente.
Tuttavia, dietro le parole rassicuranti, Rubio ha ribadito le posizioni di fondo dell’amministrazione Trump secondo la quale le Nazioni Unite non hanno giocato nessun ruolo nella risoluzione dei conflitti; l’ordine internazionale basato su regole ha portato a “migrazioni di massa che destabilizzano i paesi occidentali”; le istituzioni globali devono essere “riformate e ricostruite”.

Nelle parole iniziali del suo intervento “siamo preoccupati per l’Europa”, e nel suo successivo sviluppo, ritroviamo i contenuti (e il linguaggio) della strategia di sicurezza nazionale divulgata nel dicembre dello scorso anno. In altre parole, l’America vuole un’Europa forte, ma nella quale una delle priorità degli Stati Uniti è quella di “sviluppare l’opposizione all’attuale traiettoria europea all’interno delle nazioni europee”, intendendo il sostegno a movimenti o partiti europei contrari alle attuali politiche dell’UE. Verrebbe da dire, noi europei siamo molto preoccupati che voi siate preoccupati per noi.
La Presidente della Commissione Europea ha definito il discorso di Rubio “rassicurante”, dimostrando quanto bassi siano ormai gli standard europei: è sufficiente che un rappresentante americano non insulti apertamente gli alleati per ricevere gratitudine. Nel frattempo, la realtà è che l’Europa rimane fuori dalle discussioni essenziali, come dimostra l’assenza di Rubio dall’incontro sull’Ucraina.
La guerra come costante, non come eccezione
La Conferenza di Monaco 2026 non ha prodotto svolte eclatanti né segnali concreti di un’inversione di rotta. Ha piuttosto certificato una realtà dove l’Europa parla di coordinamento ma non coordina, rivendica centralità ma non incide, invoca la pace ma pianifica la prosecuzione della guerra.
L’illusione del coordinamento transatlantico si regge ormai su formule retoriche ripetute meccanicamente, mentre sul piano sostanziale Washington calibra il proprio impegno secondo priorità che non coincidono più automaticamente con quelle europee.

A partire dal conflitto russo ucraino dove gli Stati Uniti mantengono leve decisive, intelligence, industria della difesa, capacità tecnologica e nucleare, ma trasferiscono progressivamente agli europei l’onere finanziario e politico della sua gestione. L’Europa, dal canto suo, accetta questa asimmetria pur di preservare un legame che percepisce come vitale.
Il risultato è un paradosso strategico: mentre si afferma che la guerra deve continuare per indebolire la Russia fino al limite delle sue capacità, si ammette implicitamente che tale limite non è né prossimo né facilmente raggiungibile.
La logica della pressione crescente, delle sanzioni sempre più severe e dell’escalation controllata rischia di trasformarsi in una traiettoria automatica, nella quale il fine politico, la pace, viene progressivamente subordinato al mezzo militare.

La prospettiva di una guerra di logoramento senza un chiaro orizzonte negoziale non rafforza la sicurezza europea; la sospende in una condizione di mobilitazione permanente nella quale l’esercizio dell’hard power implica scelte di lungo periodo che vanno ben oltre il sostegno all’Ucraina e finisce inevitabilmente per ridefinire le priorità economiche, industriali e sociali del continente (come d’altronde sta già avvenendo) riproponendo addirittura un ritorno della deterrenza nucleare al centro del dibattito politico europeo.
Monaco 2026 ha quindi messo in luce non tanto un’alleanza compatta, quanto una comunità attraversata da tensioni e divergenze latenti. L’Europa teme l’abbandono americano più di quanto tema la prosecuzione del conflitto, e l’America rassicura senza impegnarsi oltre misura.
Se la pace resta subordinata all’obiettivo di “portare la Russia al limite”, il rischio concreto è che il conflitto diventi la nuova normalità della sicurezza europea. In questo scenario, la vera domanda non è se l’Europa sia coordinata con Washington, ma se abbia una strategia autonoma capace di coniugare sicurezza, realismo politico e sostenibilità nel lungo periodo. Ovviamente, conosciamo già la risposta.
Foto: MSC
Maurizio BoniVedi tutti gli articoli
Nato a Vicenza nel 1960, è stato il vice comandante dell'Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell'Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo). Ha comandato la brigata Pozzuolo del Friuli, l'Italian Joint Force Headquarters in Roma, il Centro Simulazione e Validazione dell'Esercito a Civitavecchia e il Regg. Artiglieria a cavallo a Milano ed è stato capo ufficio addestramento dello Stato Maggiore dell'Esercito e vice capo reparto operazioni del Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma. Giornalista pubblicista, è divulgatore di temi concernenti la politica di sicurezza e di difesa.








