Il Giappone entra nel mercato dell’export di armamenti

Il Giappone ha revisionato i principi sul trasferimento di equipaggiamenti per la difesa autorizzando la cessione anche di armamenti a partner ed alleati.
La decisione di Tokyo, resa nota il 22 aprile, segna una ennesima svolta nella politica di Difesa nippoonica, dopo il superamento del limite del’1 per cento del PIL da dedicare alle forze armate e dopo il via libera all’export militare pur con limitazioni ad equipaggiamenti difensivi.
La decisione adottata dal Consiglio di sicurezza nazionale e ratificata dall’esecutivo, elimina le limitazioni che circoscrivevano le esportazioni a cinque categorie non offensive: soccorso, trasporto, allerta, sorveglianza e sminamento.
Il nuovo sistema introduce una distinzione tra sistemi “letali” (missili, sommergibili e aerei da combattimento…) e “non letali” (radar, sistemi di comando e controllo, ecc): . Per questi ultimi non sono previste restrizioni all’export mentre i primi potranno essere ceduti per ora solo a 17 nazioni con cui Tokyo ha accordi per la protezione delle informazioni classificate, tra cui Stati Uniti e Regno Unito.

“Di fronte a un ambiente di sicurezza sempre più complesso, nessun Paese può garantire da solo la propria sicurezza“, ha dichiarato la premier Sanae Takaichi, sottolineando l’importanza di rafforzare la cooperazione tra partner.
“Non si tratta di equipaggiamenti capaci di attaccare il territorio di altri Paesi, ma di sistemi progettati esclusivamente per la difesa”, ha sottolineato Takaichi in una conferenza stampa. a inoltre detto che il Giappone rispetterà i quadri internazionali di controllo delle esportazioni e valuterà ogni fornitura separatamente. “Inoltre, sarà rigorosamente controllato l’uso degli equipaggiamenti bellici giapponesi nei Paesi destinatari“, ha aggiunto affermando che il Giappone continuerà anche in futuro a seguire il principio di Paese pacifico
Il nuovo sistema prevede che ogni esportazione di armamenti letali sia sottoposta all’esame del Consiglio di sicurezza nazionale, che valuterà il contesto del Paese destinatario e le implicazioni per le Forze di autodifesa (Japan Self Defence Forces).
Le decisioni verranno poi comunicate alla Dieta (parlamento) il cui ruolo resta soltanto consultivo, alimentando interrogativi sull’effettivo controllo parlamentare. Resta in linea di principio il divieto di esportare armi verso Paesi coinvolti in conflitti attivi, ma anche in questo caso il testo introduce una clausola di “circostanze eccezionali” che consente deroghe qualora siano in gioco interessi vitali per la sicurezza nazionale, con un riferimento esplicito alle “operazioni militari statunitensi nell’Indo-Pacifico”.

La Cina ha espresso “seria preoccupazione” per quella che ha definito una “militarizzazione avventata”, mentre Seul ha invitato il Giappone a mantenere la propria politica di difesa nel solco dello spirito pacifista.
Secondo un sondaggio del canale pubblico NHK, il 53% dei giapponesi si oppone all’export di armi letali, a fronte del 32% favorevole, mentre gruppi di pacifisti hanno organizzato manifestazioni di protesta in diverse città. Entro fine anno è attesa la revisione dei principali documenti strategici, con possibili incrementi della spesa militare e aggiornamenti delle capacità difensive.
La decisione di Tokyo apre i mercati all’industria della Difesa nipponica ponendo una ulteriore sfida ai competitor statunitensi ed europei che finora avevano avuto mano libera nel proporre i propri prodotti ad acquirenti che solitamente acquistano sistemi d’arma ed equipaggiamenti di tipo occidentale.
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