Dividere USA e Berlino: la strategia dei nervi di Putin

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di  Gian Micalessin da  Il Giornale  del 27/11/14

La formula è vecchia, ma collaudata. E Vladimir Putin sa usarla alla perfezione. Grazie alle sue contromosse i tentativi americani ed europei di strappare l’Ucraina a Mosca si stanno trasformando in un devastante boomerang. Un boomerang che dopo aver affondato il segretario alla difesa statunitense Chuck Hagel incrina i rapporti tra Angela Merkel e il ministro degli esteri socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier minacciando la stessa «grande coalizione» tra la Cdu e l’Spd di Sigmar Gabriel.

Le crepe disegnate dalla crisi ucraina in seno all’amministrazione americana e al governo tedesco sono ormai molto più d’una sensazione. Tra i pomi della discordia che hanno portato al licenziamento del segretario alla Difesa statunitense c’è, non a caso, una durissima lettera di critiche alle politiche di Obama nei confronti del Cremlino. I contrasti in seno al governo di Berlino emergono invece tra le righe di un sommesso, ma assai teso botta e risposta tra la Cancelliera Merkel e il ministro degli esteri Frank-Walter Steinmeier.

Ma partiamo da Washington. Lì il boomerang ucraino, sapientemente indirizzato da Putin, sta facendo, per ora, i danni più evidenti. Soprattutto dopo le precise critiche alla politica di Obama elencate nella missiva dello scorso settembre con cui Hagel chiedeva decisioni immediate e maggiormente «creative» per arginare la strategia russa.

Una lettera arrivata dopo una serie di duri faccia a faccia in cui il Capo del Pentagono invitava il presidente a disinnescare la tensione e definiva lo scontro con il Cremlino la più seria minaccia alla sicurezza internazionale.

Consigli peraltro contraddittori visto che in altre occasioni Hagel avrebbe raccomandato a Obama di concentrarsi di più su una Russia lasciata «libera di muoversi a proprio piacimento sul fronte dell’Ucraina». Ma se Washington piange Berlino non ride.

Il vertice tra i partiti della «grande coalizione» convocato ieri sera a Berlino era proprio incentrato sulle differenze e sui contrasti emersi dopo quel G20 di Canberra in cui la Merkel aveva cercato di metter con le spalle al muro il presidente russo.

Un atteggiamento platealmente diverso da quello di Steinmeier che – pur senza menzionare la Cancelliera – critica apertamente chi in pubblico non usa un linguaggio adatto a «disinnescare la tensione e mitigare i conflitti». Dichiarazioni seguite da un vertice moscovita a dir poco amichevole con l’omologo Sergei Lavrov durante il quale il ministro tedesco evita ogni riferimento all’Ucraina guadagnandosi un’audizione con il «nemico» Vladimir Putin.

Un atteggiamento apertamente condannato dal capo della Csu (la gemella bavarese della Cdu) che lancia un esplicito e immediato avvertimento a Steinmeier definendo «estremamente pericoloso» qualsiasi tentativo di «perseguire una sua personale diplomazia». Gli sforzi della Merkel per ricomporre la frattura e richiamare all’ordine gli alleati rischia però di non ricomporsi neppure dopo il vertice di maggioranza di ieri sera.

Le crepe sembrano infatti aver travalicato il mero recinto della politica per toccare i vertici di quei circoli industriali e commerciali che considerano gli affari con Mosca prioritari per l’economia e lo sviluppo del Paese.

E a farlo capire ci pensa l’ex segretario dell’Spd Matthias Platzek che in veste di attuale presidente del Forum Russo Tedesco, la potentissima lobby delle aziende impegnate sul fronte russo, chiede ufficialmente ad Angela Merkel di riconoscere l’annessione della Crimea alla Russia di Putin.

Una richiesta politicamente spudorata dietro cui si nasconde però una minaccia estremamente chiara. La minaccia di un addio alla Cdu da parte delle aziende più ricche e potenti del Paese pronte ad offrire un aperto sostegno ad un partito socialdemocratico considerato assai più disponibile e interessato agli affari con i vicini russi.

Foito: AP, Cremlino, Reuters, US DoD

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