Quanto pesano le minacce di Haftar all’Italia

General Khalifa Haftar speaks during a news conference at a sports club in Abyar, a small town to the east of Benghazi. May 17, 2014. The self-declared Libyan National Army led by a renegade general told civilians on Saturday to leave parts of Benghazi before it launched a fresh attack on Islamist militants, a day after dozens were killed in the worst clashes in the city for months. Families could be seen packing up and driving away from western districts of the port city where Islamist militants and LNA forces led by retired General Haftar fought for hours on Friday, killing at least 43 people. REUTERS/Esam Omran Al-Fetori (LIBYA  - Tags: CIVIL UNREST MILITARY POLITICS)

da Il Mattino del 4 agosto (titolo originale “Le armi dei libici non fanno paura”)

Poco importa che le minacce formulate dal generale Khalifa Haftar di bombardare le navi italiane penetrate nelle acque libiche siano state davvero espresse da quello che è diventato ormai il più forte tra i protagonisti della crisi libica o siano invece forzature mediatiche.

Non esistono infatti dubbi sull’atteggiamento ostile assunto dal governo e dal parlamento di Tobruk nei confronti della missine navale italiana varata in base all’accordo stipulato su richiesta del governo di Fayez al-Sarraj all’Italia.

Lybian AF

In termini militari occorre valutare quanto siano credibili le minacce di attacco alle nostre navi. La marina di Haftar dispone di motovedette non in grado di impensierire pattugliatori e fregate italiane. Le sue forze aeree schierano due dozzine di decrepiti Mig 21 e Mig 23 e qualche Mirage F-1 armati di bombe a caduta libera e razzi.

Velivoli mantenuti operativi grazie all’aiuto russo ed egiziano e armi imprecise, difficili da impiegare contro navi militari anche se i jet di Haftar hanno già in passato attaccato qualche petroliera o mercantile impegnati in traffici illegali.

Il pattugliatore Comandante Borsini (nella foto sotto) ha solo un cannone da 76 millimetri e 2 cannoncini da 25 per difendersi da eventuali attacchi aerei mentre la nave logistica che secondo le autorità libiche è attesa a Tripoli l’8 agosto (forse una nave per operazioni anfibie classe San Giorgio) dispone unicamente di cannoncini ma la missione italiana ha una copertura aerea e radar poco visibile ma garantita dai caccia Typhoon basati a Trapani e dalle navi dell’operazione Mare Sicuro, inclusa la fregata lanciamissili Carlo Margottini (foto più in basso) dotata di modernissimi missili antiaerei MBDA Aster 15 e Aster 30.

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La minaccia di Haftar impone poi di ricordare che il 21 settembre 1973 (quattro anni dopo la salita al potere di Gheddafi), due jet Mirage libici mitragliarono la corvetta italiana Pietro De Cristofaro in acque internazionali a 33 miglia dalle coste libiche, uccidendo un marinaio italiano e ferendone gravemente altri due.

Se una riedizione di quella battaglia appare improbabile, in termini politici Haftar pretende da tempo un riconoscimento ufficiale dall’Italia (lo stesso che gli ha accordato Emmanuel Macron con il vertice con al-Sarraj organizzato alle porte di Parigi) e di venire interpellato su ogni questione che riguardi la sovranità libica.

Sul piano istituzionale è vero che al-Sarraj guida il governo voluto e sostenuto dall’Onu ma è altrettanto vero che il parlamento di Tobruk è l’unico organo rappresentativo riconosciuto dalla comunità internazionale e non ha mai accordato la fiducia all’esecutivo di al-Sarraj.

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Non a caso le minacce di Haftar all’Italia sono emerse dopo che il parlamento di Tobruk ha giudicato nulla l’intesa Tripoli-Roma perché non riconosce ad al-Sarraj l’autorità per stipulare accordi internazionali.

Dietro al generale si muovono poi gli interessi dei paesi che lo sostengono per acquisire una forte influenza in Libia e che ovviamente vedono nell’Italia un pericoloso competitor: tra questi vi sono certo Francia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Non sfugge infatti che le minacce di raid aerei contro le navi italiane sono state rese note da al-Arabiya, rete tv emiratina, cioè di un paese che in appoggio ad Haftar ha messo in campo denaro, mezzi, consiglieri militari e persino aerei antiguerriglia e mercenari.

Anche le accuse di “fascismo“ e “neocolonialismo” espresse all’Italia da Saif al Islam (foto sotto), figlio del defunto leader libico Muammar Gheddafi, rientrano in questa logica.

Saif è stato liberato un anno or sono dalle milizie tribali di Zintan, braccio armato in Tripolitania dell’Esercito nazionale libico (LNA) di Haftar il quale ha sdoganato il figlio del Colonnello riconoscendogli la legittimità a ricoprire ruoli politici e lo ospita a Baida, non lontano da Tobruk e sede del governo di Abdullah al-Thinni il cui esercito è guidato proprio dal generale.

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Comprensibile che Saif nutra rancore verso l’Italia che tradì l’accordo stipulato con suo padre consentendo alla NATO di attaccare la Libia in una guerra a cui parteciparono attivamente anche le forze italiane. Certo però oggi quel rancore risulta funzionale ai competitor dell’Italia, inclusa la Francia che non ricoprì certo il ruolo di comparsa in quel conflitto e che probabilmente determinò la decisione di uccidere Muammar Gheddafi.

Del resto il “cerchio” si chiude se a questi elementi aggiungiamo che le milizie di Zintan ottennero già durante la guerra civile del 2011 un consistente aiuto militare francese e sono impegnate in questi giorni in un’offensiva militare tesa a conquistare la costa della Tripolitania nel settore di Sabrata dove sono attive milizie jihadiste (incluse quelle che si rifanno allo Stato Islamico) coinvolte nel traffico di esseri umani verso l’Italia.

Le forze di Haftar rappresentano quindi una minaccia per l’accordo tra al-Sarraj e l’Italia che punta a stroncare i traffici di esseri umani e a fermarne i flussi, ma al tempo stesso possono rappresentare un’opportunità. Se le truppe di Zintan che obbediscono ad Haftar occupassero le coste della Tripolitania che al-Sarraj non è mai riuscito a controllare e da dove salpano barconi e gommoni diretti in Italia, i flussi cesserebbero rendendo di fatto superflua la missione navale italiana.

Si tratta forse di sviluppi non a breve termine ma di cui Roma dovrebbe tener conto nella necessaria iniziativa per riaprire un robusto canale diplomatico con Haftar.

Foto AP, Libya Herald e Marina Militare

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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