Migranti illegali: i paradossi dell’Unhcr in Libia

Il rimorchiatore italiano Asso 28 avrebbe riportato in Libia circa 100 persone recuperate a bordo di un gommone in difficolt‡, 31 luglio 2018, in una foto tratta da Vesselfinder.com. ++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

da Libero Quotidiano del 5 agosto 2018

Il caso dell’Asso 28, la nave italiana di supporto alle piattaforme petrolifere che il 31 luglio ha riportato in Libia 101 migranti illegali soccorsi a 50 miglia dalle coste della nostra ex colonia, rappresenta un punto di svolta nel contrasto all’immigrazione illegale.

Per la prima volta una nave non libica ha riportato indietro i clandestini, scortata dalla Guardia costiera di Tripoli, sbarcandoli in sicurezza nel porto della capitale nell’ambito di un’operazione di soccorso gestita dal comando libico. La vicenda conferma che i flussi illegali possono essere fermati, addirittura in poche settimane e senza provocare vittime, nonostante dal 2013 a oggi i precedenti governi avessero affermato che era impossibile farlo.

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La fermezza dell’attuale esecutivo ha dimostrato che, chiudendo i porti a chi sbarca immigrati illegali e implementando l’opera di rafforzamento delle autorità libiche già iniziata dal precedente governo con mezzi navali e supporto tecnico-informativo, è possibile chiudere la “rotta libica” scongiurando i morti in mare e scoraggiando nuove partenze poiché nessun migrante illegale rischierà vita e denaro sapendo che non potrà raggiungere l’Europa.

Il governo ha ripristinato il controllo dello Stato sui confini contro i flussi illegali che minacciano la sicurezza nazionale e che per questo devono essere gestiti dagli organi dello Stato, non da privati quali le Ong che perseguono interessi diversi.

La vicenda dell’Asso 28 è stata infatti criticata dalle Ong e dalle diverse componenti della “industria dell’accoglienza” (costata solo l’anno scorso ai contribuenti italiani oltre 4 miliardi) ma anche dall’ufficio di Roma dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) che non considerano la Libia un “porto sicuro” ove sbarcare i migranti.

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Un’affermazione paradossale tenuto conto che tutti i migranti riportati indietro dalla Guardia costiera libica vengono accolti dal personale dell’Unhcr e dell’Organizzazione internazionale dei migranti (Oim).

La Guardia costiera libica, addestrata e aiutata dalla Marina Militare italiane dall’operazione europea Sophia, opera con successo in una precisa area di ricerca e soccorso (Sar) riconosciuta dall’Organizzazione marittima internazionale.

Il governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj non è solo riconosciuto dall’Onu ma è stato addirittura creato dal Palazzo di Vetro, che il 30 marzo 2016 ne ha disposto il trasferimento da Tunisi alla base navale di Abu Sittah, alle porte di Tripoli.

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Certo al-Sarraj non ha il pieno controllo del territorio e ha nemici persino in Tripolitania ma è curioso che l’Unhcr di Roma non definisca “sicuri” i porti di quella regione quando la stessa agenzia dell’Onu riporta sul suo sito internet di essere in grado di assicurare piena assistenza ai migranti soccorsi in ben “12 punti di sbarco della Libia Occidentale” dove afferma di aver incrementato le condizioni di accoglienza, assistenza e protezione.

Non solo non mancano i porti sicuri quindi, ma neppure i centri d’accoglienza sicuri nè gli aeroporti sicuri dal momento che l’Oim ha rimpatriato in un anno oltre 30 mila migranti dallo scalo tripolino di Mitiga, in piena sicurezza e senza incidenti.

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Progressi realizzati in Libia grazie soprattutto al denaro stanziato dall’Italia, nel 2017 ben 51 milioni di dollari per le attività dell’Unhcr (che ha ringraziato Roma) più 28 milioni di euro stanziati nel settembre scorso dal governo Gentiloni per sostenere le attività in Libia di Unhcr e Oim nel 2018.

Quanto alle capacità dell’Onu e della comunità internazionale di organizzare operazioni di accoglienza e rimpatrio su vasta scala vale la pena ricordare che nel 2011 le Nazioni Unite riportarono nei rispettivi paesi di origine con un ponte aereo dalla Tunisia (cui parteciparono anche aerei italiani) un milione di lavoratori stranieri fuggiti dalla Libia in guerra.

Non mancherebbero quindi le potenzialità per fare altrettanto con gli oltre 200mila clandestini che si stima si trovino in Libia in attesa di venire imbarcati dai trafficanti per tentare di venire in Europa clandestinamente.

@GianandreaGaian

Foto Ansa, CNN, Guardia Costiera Libica e Unhcr

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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