Afghanistan: in vigore da mezzanotte la tregua parziale con i talebani

Afghan security personnel prepare for combat during an ongoing battle with Taliban militants in the Nad Ali district of Helmand on August 10, 2016.

Fierce fighting in Helmand has sent thousands of Afghans fleeing to the capital of the southern opium-rich province, sparking a humanitarian crisis as Taliban insurgents besiege the city despite intensified US air strikes. The Taliban advance on Lashkar Gah has compounded fears that the city was on the brink of falling into insurgent hands, even as US and Afghan officials insist that they will not allow another urban centre to be captured. / AFP PHOTO / NOOR MOHAMMAD

Il Consiglio per la sicurezza nazionale afghano ha annunciato che una tregua parziale con le milizie talebane è entrata in vigore alla mezzanotte del, 21 febbraio, ora locale e durerà sette giorni.

L’intesa, che è stata confermata alla Reuters da tre esponenti della guerriglia islamica, è stata raggiunta dagli Stati Uniti e dai talebani come precondizione per la firma di un accordo di pace tra le due parti e l’avvio di futuri negoziati tra gli attori afghani impegnati nel conflitto. Finora i talebani si sono sempre rifiutati di trattare con le autorità di Kabul, ritenendole delle “marionette” degli Usa.

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Nel periodo considerato, il gruppo estremista dovrebbe “ridurre” il ricorso alla violenza, senza lanciare attacchi nei centri abitati, contro le basi Usa, delle altre forze internazionali e di quelle afghane. Anche le principali strade del Paese dovrebbero essere risparmiate. Allo stesso tempo, i militari americani, i loro alleati della coalizione anti-terrorismo e le truppe locali non dovranno condurre offensive contro i miliziani, se non per autodifesa.

La tregua non è estesa alle altre formazioni jihadiste presenti in Afghanistan (in particolare, il ramo locale dell’Isis e i talebani pakistani). Nel frattempo, il governo afghano smentisce l’annuncio fatto dai talebani che uno scambio di prigionieri avverrà prima dell’inizio di trattative di pace.

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Un precedente negoziato tra Washington e i talebani, iniziato in Qatar nel 2018, è fallito lo scorso settembre. Il processo di pace dovrebbe concludersi con il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan. In cambio, gli Usa chiedono l’impegno dei leader talebani a tagliare i legami con le altre organizzazioni jihadiste, a deporre le armi e a partecipare alla vita politica del Paese.

“Accolgo con favore l annuncio di oggi che è stata raggiunta un’intesa su una significativa riduzione della violenza in Afghanistan” ha detto il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, precisando che “questo è un test critico della volontà e della capacità dei talebani di ridurre la violenza e contribuire alla pace in buona fede. Ciò potrebbe spianare la strada a negoziati tra afghani, pace sostenibile e garantire che il paese non sia mai più un rifugio sicuro per i terroristi”.

Il segretario generale ha ricordato che “gli alleati della Nato sono in Afghanistan dal 2001” e che “attualmente la Nato ha 16 mila militari (tra europei e statunitensi assegnato all’Op. Resolute Support – NdR) nel paese per sostenere le forze di sicurezza afghane con addestramento e finanziamenti, in modo che possano creare le condizioni per la pace”.

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La tenuta della tregua è minacciata anche dall’instabile quadro politico emerso dopo la conferma alla presidenza di Ashraf Ghani, proclamato ufficialmente vincitore (cinque mesi dopo il voto del 28 settembre 2019) per un secondo mandato con il 50,64% dei suffragi.

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Ma il suo rivale, Abdullah Abdullah, non ci sta, e si è proclamato vero vincitore, accusando Ghani di essere un “frodatore” e annunciando la formazione di un “governo parallelo”.

Si ripete così lo stesso copione che dopo le presidenziali del 2014 impose agli Stati Uniti di mediare tra i due rivali. Anche allora Abdullah, perdente alle urne, scatenò proteste a Kabul risoltesi con un accordo per un governo “condiviso”

Anche i talebani si sono espressi contro Ghani, definendo chiamando la sua vittoria “illegittima”. Intanto ieri il governo tedesco ha votato per la proroga di un anno della missione della Bundeswehr in Afghanistan che impiega circa 1.300 militari schierati nel nord del Paese.

La missione delle Nazioni Unite nel Paese (UNAMA) ha reso noto ieri che sono oltre 10.000 i civili uccisi o rimasti feriti nel 2019 in seguito alla guerra in Afghanistan. Secondo l’Onu il conflitto ha causato l’anno scorso la morte di 3.404 civili, mentre altri 6.989 sono rimasti feriti, per un totale di 10.393persone. Si tratta di un calo del 5% rispetto al bilancio del 2018, ma il 2019 è stato comunque il sesto anno consecutivo in cui i morti ed i feriti hanno superato la soglia delle 10.000 unità.

 

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