La guerra all’Iran ha prosciugato le scorte statunitensi di missili

Mentre mancano certezze circa la ripresa dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, le fonti sentite da importanti media statunitensi riferiscono che dopo 40 giorni guerra le scorte di missili offensivi e difensivi sono agli sgoccioli. Non si tratta certo di una novità né di uno scoop. Analisi Difesa aveva paventato questa ipotesi come molto concreta in un articolo del 7 marzo scorso.
Secondo valutazioni interne del Dipartimento della Guerra statunitense, confermate anche da fonti del Congresso che hanno parlato con il New York Times, le scorte di missili statunitensi e di armi costose si sono notevolmente ridotte a causa della guerra con l’Iran.
Secondo le stime, gli Usa hanno consumato in 40 giorni di guerra:
– 1.100 missili da crociera JASSM da oltre un milione di dollari a esemplare
– 1.000 missili da crociera Tomahawk (pari alla produzione di 10 anni al costo di 3,6 milioni di dollari a esemplare)
– 1.200 missili da difesa aerea e antimissile Patriot (2.000 contando anche i missili Standard e Talon), il doppio della produzione annuale al costo di quasi 4 milioni di dollari a esemplare
– 1.000 missili balistici tattici ATACMS e altri missili terrestri.

Alcune fonti stimano che gli Stati Uniti abbiano impiegato munizioni per 28/35 miliardi di dollari in 40 giorni di guerra all’Iran.
Secondo le fonti sentite dal NYT, gli arsenali quasi vuoti impedirebbero agli USA di sostenere conflitti ad ampio respiro per diversi anni: per ripristinare scorte precedenti al conflitto occorrerebbero 6 anni e molti miliardi.
Come in Europa, per far fronte al deterioramento delle forniture di armi, gli Stati Uniti si sono rivolti alle case automobilistiche affinché partecipino alla produzione di armamenti, come era consuetudine durante la Seconda Guerra Mondiale, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.
Secondo il New York Times, il conflitto ha anche evidenziato un problema strutturale: la forte dipendenza degli Stati Uniti da munizioni estremamente sofisticate ma anche molto costose. e non è ancora chiaro se l’industria della difesa statunitense sia in grado di sviluppare armi economiche, soprattutto droni, in tempi brevi. L’entità dei consumi infatti è tale da aver ridotto sensibilmente le scorte strategiche statunitensi.
Per sostenere le operazioni, il Pentagono ha dovuto trasferire armi e munizioni da altri teatri, in particolare dall’Asia-Pacifico e dall’Europa. Questo ha inevitabilmente ridotto la prontezza operativa delle forze statunitensi in regioni considerate prioritarie come la Corea del Sud e Taiwan, che attualmente gli USA non riuscirebbero a difendere da attacchi su vasta scala.
Inoltre il conflitto in Iran ha avuto elevati costi indiretti, inclusa la perdita di velivoli e l’usura accelerata di navi, aerei e mezzi impegnati a ritmi operativi elevatissimi.
Secondo il NYT, l’esperienza iraniana sta quindi alimentando un dibattito strategico a Washington tra la necessità di aumentare rapidamente la produzione di munizioni e puntare allo sviluppo di sistemi d’arma più economici, come droni d’attacco e munizioni a basso costo.
L’ordine più recente l’ha formulato l’Aeronautica statunitense (USAF) per l’acquisto di circa 4.300 missili da crociera stealth Jassm-Er da Lockheed Martin, nell’arco dei prossimi cinque anni, secondo quanto riporta Bloomberg.
Ma Washington sapeva
La vera notizia è però che il tema sollevato dai media statunitensi non è certo nuovo, considerato che era stato anticipato già il 7 marzo da Analisi Difesa mentre il giorno successivo un articolo di Elvio Rotondo registrava le reazioni di Seul al trasferimento in Medio Oriente di ampie riserve di missili da difesa aerea dislocate a difesa della Corea del Sud.
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Successivamente, il 16 marzo un rapporto del think-tank britannico Royal United Services Institute rivelò che il rischio di esaurite le munizioni era elevato dopo che in appena due settimane erano stati impiegate 11.000 missili di vario tipo.
Di fatto vengono così smentite le affermazioni di Donald Trump e del segretario alla Guerra Pete Hegseth che a inizio marzo avevano difeso la sostenibilità nel tempo delle operazioni contro l’Iran.
Gli Stati Uniti possono continuare la guerra in Iran “fino a quando vogliono”, aveva affermato Hegseth il 6 marzo parlando in una conferenza stampa dalla sede del Comando centrale (CENTCOM) a Tampa, in Florida.
“Le nostre munizioni ce lo consentono. L’Iran spera che non saremo in grado di sostenere questo sforzo, il che rappresenta un grave errore di calcolo per i pasdaran. Il nostro valore in termini di munizioni aumenta solo con l’aumentare del nostro vantaggio”.
A quanto pare il “grave errore di calcolo” sembra invece lo abbiano fatto a Washington. Trump aveva affermato che le scorte di munizioni a disposizione delle forze armate sono ai massimi livelli nelle categorie “media” e “medio-alta”, ma ha ammesso che “nella categoria più alta” non hanno ancora raggiunto il livello voluto dalla sua amministrazione.
In un messaggio pubblicato sulla piattaforma sociale Truth, Trump aveva scritto che “al livello più alto abbiamo una buona disponibilità, ma non siamo dove vorremmo essere”. Il presidente ha inoltre precisato che “ulteriori armamenti di alta gamma sono stoccati per noi in Paesi esteri”.

Trump aveva criticato il suo predecessore Joe Biden, accusandolo di aver destinato armi e munizioni per “centinaia di miliardi di dollari” all’Ucraina senza provvedere a rimpiazzare gli equipaggiamenti ceduti.
Il 4 marzo inoltre Trump aveva ricevuto i dirigenti delle aziende della Difesa per discutere l’aumento della produzione di armi e munizioni, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca alla CNN. Il presidente aveva dichiarato a Politico che le aziende stanno operando in emergenza per accelerare la produzione, segno inequivocabile che il problema della carenza di munizioni era noto, fondato e critico per l’amministrazione Trump già prima dell’avvio delle operazioni contro l’Iran.
Del resto il rischio di “finire le munizioni” in un conflitto contro l’Iran che si dovesse protrarre per diverse settimane era già stato evidenziato da fonti militari e d’intelligence che avevano chiesto l’anonimato.
Fonti citate da CNN sostennero un mese e mezzo fa che il capo dello Stato maggiore congiunto delle forze Usa, generale Dan Caine, e altri funzionari del Pentagono avevano messo in guardia nelle scorse settimane in merito ai possibili effetti di un’operazione protratta contro l’Iran sulle truppe e sugli assetti dispiegati in Medio Oriente, nonché sull’impatto di una campagna prolungata sulle scorte di armamenti, in particolare quelle destinate al sostegno di Israele e Ucraina.

Secondo il Wall Street Journal, Trump era stato avvertito dai generali che le scorte di costosi missili antimissile Talon dei sistemi THAAD, dei missili Patriot e Standard erano limitate dopo le forniture a Ucraina e Israele e le campagne militari contro Houthi e Iran dello scorso anno.
Era emerso che risultava limitata anche la disponibilità di missili da crociera JASSM e Tomahawk impiegabili da aerei e navi per colpire gli obiettivi sul territorio iraniano, col rischio che per alimentare la guerra in Medio Oriente venissero privati di munizioni reparti aerei e navi in altri scacchieri.
Insomma, tutte le rivelazioni di media statunitensi delle ultime ore riguardano carenze di munizioni già note da tempo e di cui Trump e i suoi collaboratori più stretti erano ben al corrente fin dall’avvio di un conflitto che appare quindi pianificato e gestito come una vera e propria scommessa al buio.
Foto: Casa Bianca, US Army e Lockheed Martin
Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli
Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.








