Libano e Mediterraneo: la politica estera italiana allo sbando

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Se ne è parlato e scritto poco, forse perché riguarda, oltre la solidarietà internazionale, un tema importante e sensibile di politica estera rilevante per l’Italia e la sua influenza politica, in caduta verticale, nel vicino Oriente. Quasi fosse meglio sorvolare senza attirare troppo l’attenzione dell’opinione pubblica sull’ultima mossa a ritroso del nostro governo in politica estera.  Per completezza d’informazione è opportuno quindi segnalare, con altra prospettiva, le conseguenze della visita ritardata del Presidente del consiglio in Libano.

La tragedia libanese ha colpito sia per la drammaticità e le conseguenze politico-sociali che per le avversità, da decenni ormai, di un popolo amico da lunga data. La vicinanza degli italiani è senz’altro sentita così come la dovuta solidarietà, concreta, tempestiva riservata ai veri amici. Almeno questa dovrebbe essere la linea di un governo in grado di rappresentare i sentimenti del suo popolo e tradurli in un’azione che comprenda solidarietà e visione politica da Paese importante sulla scena libanese e nel Mediterraneo.

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Così non è stato per lo meno dal punto di vista politico. In un’area sensibile, per noi prioritaria, ne usciamo, ancora una volta rimpiccioliti.

La frase chiave delle dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri, luigi Di Maio, a seguito della deflagrazione a Beirut “il Libano è la nostra seconda casa” lasciava presupporre oltre all’immediata azione di solidarietà, in cui l’Italia si è spesso distinta per tempestività in altre tragedie ben più lontane dai nostri confini, con l’invio di aiuti di prima necessità e squadre di operatori oltre all’impiego di unità dei nostri militari dispiegati in Libano, un forte e visibile sostegno politico diplomatico al Paese, alla popolazione, così vicina agli italiani, colpita dall’ennesima disgrazia. Ebbene la retorica senza riscontri, la mancanza di reattività vera, nei fatti, non nelle parole, sono riuscite a ridimensionare ulteriormente il ruolo italiano già declinante da tempo.

 

Italia in ritardo, mai tempestiva

L’Italia è da anni tra i primi partner commerciali, attualmente il secondo e primo europeo, del Libano scavalcando mediamente le aspettative francesi in commesse e forniture. Oltre al favore della popolazione si registra una marcata preferenza degli abili commercianti libanesi verso i prodotti e le aziende italiane. Governi libanesi deboli o settari non hanno mai alterato la tendenza a noi favorevole.

In questo contesto ci si sarebbe aspettato un doveroso gesto immediato, non solo umanitario come la missione “Emergenza Cedri” affidata ai militari e alla protezione civile, a seguito di una tragedia di portata drammatica da tutti i punti di vista.

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Ovvero la visita a Beirut del Presidente del Consiglio Conte, accompagnato o meno dall’irrilevante ministro degli Esteri, o in alternativa del Presidente della Repubblica per manifestare al più alto livello la vicinanza e il sostegno italiano.

La nostra eccessiva prudenza, meglio assenza di visione strategica, avrebbe al limite potuto suggerire, per non urtare i francesi, di coordinare il viaggio del nostro premier con quello del Presidente francese.

Lui si rapido reattivo, consapevole del ruolo francese e delle azioni da compiere in un’area sensibile dove le relazioni dei Paesi si misurano anche con la presenza fisica delle alte cariche dei Paesi amici nei momenti difficili.  Nulla di quanto avrebbe imposto una semplice consapevolezza del ruolo politico-diplomatico, oltre che commerciale, di un paese come l’Italia in un’area prioritaria, quanto lo è per i francesi, è avvenuto. Nemmeno una visita il giorno dopo quella del Presidente francese Emmanuel Macron è stata ipotizzata, tanto meno effettuata:

Roma si è limitata a una telefonata di Giuseppe Conte al premier libanese in prima battuta, alla visita di un sottosegretario, poi del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini (nella foto sotto) oltre 20 giorni dopo gli eventi, in concomitanza con l’arrivo a Beirut di un consistente aiuto umanitario gestito dai nostri militari. Lo stesso ministro della difesa italiano, per evitare probabilmente il prolungarsi di una brutta figura politico-diplomatica, ha dovuto sottolineare l’imminenza di una visita del Presidente del consiglio Conte nei giorni a venire, fissata infine oltre due settimane dopo, un 8 settembre 2020, ricorrenza non proprio fausta per noi…

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Nel frattempo il Presidente francese Macron è ritornato in Libano una seconda volta e anche il Segretario di stato della Santa Sede Cardinale Parolin si è recato sul posto ad un mese esatto dalla deflagrazione nel porto di Beirut.

A fronte della prontezza francese, si può intuire la delusione silente dell’ambasciatore italiano in Libano, dei Servizi e dei nostri militari, oltre mille unità, inquadrati nella missione Unifil al cui comando vi è un generale italiano. E poi principalmente la delusione dei libanesi.

Resteranno tracce nella memoria non facilmente cancellabili.

Per averne conferma basta contrapporre i gesti e le immagini dell’accoglienza riservata al Presidente Macron. Una delle prime lezioni apprese nei miei lunghi soggiorni in Africa sub sahariana e Vicino Oriente è stata l’importanza del fattore umano, dei gesti. In determinate circostanze quel che conta è la presenza fisica purché tempestiva, rispettosa dei rapporti instaurati, della cultura locale. Se ne guadagneranno rispetto, credibilità, stima anche se i protagonisti dovessero trovarsi su fronti contrapposti o seguissero interessi politici sottotraccia (Francia “docet”).

In Libano comunque la si giri riportiamo sul piano politico una brutta figura (solo parzialmente compensata dalla missione umanitaria varata in questi giorni dal ministero della Difesa, operazione interforze battezzata “Emergenza Cedri”).

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La visita del Premier Conte, meno di 24 ore, alfine effettuata, era comunque doverosa. Da rilevare invece la tempistica sbagliata, l’impressione di superficialità nella preparazione di una missione che avrebbe dovuto incentrarsi in primo luogo sul rispetto delle usanze e tradizioni locali nel momento più drammatico. Un’occasione persa, mal gestita che si aggiunge alle occasioni perse nel Mediterraneo, in Libia, in Somalia, nel Sahel da un governo che arriva perfino a vantarsi di relazioni privilegiate in Europa, quasi trattassimo alla pari con Francia e Germania, vendendo presunti successi internazionali al solo fine interno, provincialmente interno.

La realtà bruciante è che non siamo più considerati interlocutori rilevanti, credibili, bensì subalterni ancor più da quando stiamo perdendo la residua influenza nel Mediterraneo e abbiamo dimostrato di non saper nemmeno far rispettare il decreto anti Covid 19 di chiusura dei porti agli immigrati illegali emanato nel mese di aprile 2020 dallo stesso governo che poi ha permesso tutte le trasgressioni senza adeguate reazioni.

Incapaci in sintesi di tutelare i nostri confini marittimi e terrestri, di offrire un sostegno con la nostra Marina militare alla Grecia e a Cipro nella disputa sempre più pericolosa con l’aggressiva Turchia per lo sfruttamento del gas in zone non riconosciute internazionalmente ai turchi bensì prossime a Grecia e Cipro. E con l’ENI aggiudicatario di un importante contratto di ricerca sottomarina nell’area.

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I fatti raccontano purtroppo altre realtà le cui conseguenze dannose per il nostro Paese vengono troppo spesso sottovalutate o non menzionate dai principali organi di stampa e media come la vicenda libanese attesta. Risultato: informazione di politica estera parziale e fuorviante per l’opinione pubblica.

Lo spreco di risorse umane e finanziarie, il ridimensionamento e la drastica perdita di influenza italiana nelle aree prioritarie, strategiche per gli interessi nazionali, l’immigrazione illegale e la sicurezza interna non vengono trattate con altrettanto rilievo quanto le misere baruffe politiche interne, le dichiarazioni giornaliere senza riscontri non solo dei membri del governo ma anche di mediocri personalità di contorno, dettate per la maggior parte da incompetenza e ricerca di visibilità, il problema del numero di deputati e senatori ecc.

In Libano il Presidente francese si è presentato fisicamente a Beirut a 48 ore dalla tragedia, in una settimana è riuscito a organizzare, con le Nazioni Unite, una videoconferenza con i principali Paesi donatori, fra cui l’Italia rappresentata da un Premier indicato come poco coinvolto dalle testate che ne hanno scritto, a far convogliare oltre 200 milioni di euro di impegni finanziari a sostegno del Paese colpito.

La seconda visita invece è stata di carattere eminentemente politico, di sprone alla classe politica libanese, di richiesta delle riforme reclamate dal popolo libanese, di annuncio, da parte francese, di convocare a breve una conferenza internazionale di aiuti dopo aver già mobilizzato in videoconferenza i primi sostegni emergenziali.

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In teoria, solo in teoria, il ruolo politico dell’Italia per gli interessi economici, il sostegno militare alla missione Unifil, la vicinanza con i libanesi dovrebbe equipararsi a quello francese se non ci trovassimo in un vuoto politico-strategico penalizzante, tale da sembrare voluto a questo punto, frutto di una politica estera allo sbando, non più autorevole e consona ad una media potenza quale dovrebbe essere l’Italia.

In effetti dalle dichiarazioni e dalla conferenza stampa del nostro Premier a fine visita si ricavano più che altro ovvietà sul sostegno italiano al popolo libanese, sulle riforme da attuare e ripetizioni di quanto già affermato in precedenza con piglio dal Presidente francese.

Nel contesto libanese, allargato ai paesi limitrofi, la domanda da porsi sarebbe: qual è il beneficio politico-diplomatico per l’Italia nel mantenere una missione nazionale di cooperazione militare a Beirut (la Missione Militare Bilaterale Italiana in Libano – MIBIL) e un contingente di oltre mille uomini e comando militare della missione UNIFIL nel sud del Libano se poi politicamente contiamo sempre meno in ambito Onu e ne usciamo rimpiccioliti anche a livello libanese e nell’area mediterranea? La sola solidarietà e l’eccellente lavoro dei nostri militari non bastano più a coprire una colpevole, passiva impotenza.

 

Immigrazione e venti di guerra tra Grecia e Turchia

Nell’inquadrare lo scenario in un conteso più ampio non è possibile ignorare quanto accade e sta per accadere vicino e di fronte alle nostre frontiere marittime.

Senza entrare nel dettaglio degli sbarchi illegali i dati ufficiali attestano nella migliore delle ipotesi un incremento del quadruplo rispetto all’anno passato, per di più in periodo emergenziale da Covid 19 e nonostante il decreto di aprile 2020 di chiusura dei porti italiani conclamati non sicuri dallo stesso governo che nei fatti, in assenza di benché minime misure dissuasive, offre un’apertura incondizionata dei porti e delle nostre frontiere marittime. Una contraddizione letale percepita dal malaffare, dai trafficanti di esseri umani e dai Paesi competitori aggressivi, Turchia in prima linea, come un invito a scaricare i problemi sull’anello debole italiano.

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La considerazione, a voler analizzare oggettivamente la complessità delle crisi e l’evoluzione dei rapporti fra Paesi nel Mediterraneo, non riguarda beninteso i doveri umanitari da rispettare in ogni circostanza ma da trattare su un piano separato rispetto alla tutela prioritaria degli interessi nazionali.

Il fine di destabilizzare, attraverso flussi continui e forzati di migranti economici, il nostro Paese, indebolirlo ulteriormente non è questione da valutare superficialmente, quasi non riguardasse l’Italia. In particolare da quando l’aggravarsi delle relazioni fra Grecia, Cipro, Turchia, potenzialmente anche l’Egitto, ha portato a contrasti sempre meno sanabili se non addirittura a minacciosi venti di guerra.

A conferma della gravità della situazione e della colpevole passività italiana, la Francia ha inviato 2 navi militari e 2 cacciabombardieri Mirage 2000 a supporto di Grecia e Cipro, e dei suoi interessi, con chiara funzione di dissuasione. L’immediata reazione francese è stata salutata dalla Grecia come fattore di stabilità nel Mediterraneo orientale. Concretamente si tradurrà anche in acquisto di cospicue forniture militari francesi, non italiane come sarebbe stato possibile se il nostro Paese avesse risposto tempestivamente con la Marina militare alle legittime richieste di sostegno da parte di Grecia e Cipro.

L’Italia, a parole ha dato sostegno, partecipa a manovre militari congiunte ma si è ben guardata dal mettere in atto un’azione chiara e dissuasiva a supporto dei suoi vicini e anche degli interessi nazionali. L’Eni come già sottolineato è aggiudicatario di un rilevante contratto di ricerca sottomarina di fronte a Cipro proprio nell’area dove la Turchia a seguito del memorandum firmato con la Libia GNA sull’allargamento unilaterale della ZEE, non riconosciuto internazionalmente, ha preteso di esercitare i suoi diritti di ricerca del gas a discapito di Cipro e Grecia.

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L’aggressività della Turchia sia commerciale che politica e militare in Libia e nel Mediterraneo si è accentuata grazie anche all’inconsistenza dell’azione Ue e, duole sempre sottolinearlo, alla mancata reattività, all’assenza di dissuasione da parte italiana. L’Italia è ancora la prima potenza marittima del Mediterraneo, ma sembra non esserne cosciente o peggio, quasi deliberatamente o irresponsabilmente a questo punto, rimane passiva a guardare in attesa di eventi dopo aver perso in Libia (subendo l’ultima umiliazione di essere stati allontanati dall’aeroporto di Misurata, dove il nostro contingente militare gestiva l’ospedale, per dare spazio ad una base militare turca) e perfino il ruolo nel Mediterraneo.

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Lasciano pertanto sconcertati, palesemente in contrasto con i reali accadimenti successivi, le dichiarazioni del premier Conte, riguardo all’inaccettabilità di ulteriori sbarchi di migranti illegali, alla fuga dei contagiati dai centri di quarantena, del ministro degli esteri e del ministro degli interni a seguito dell’ennesima visita infruttuosa in Tunisia dove pagheremo ancora altri 11 milioni di euro senza peraltro alcuna garanzia concreta di serio contrasto ai traffici di migranti. I rimpatri sono ripresi burocraticamente a rilento come se niente fosse accaduto.

Dalle dichiarazioni, dai comunicati sembra che i nostri ministri di Interni e Esteri, stiano trattando un problema provinciale o regionale italiano di ricollocamento di poche centinaia di migranti. Neanche un accenno all’ipotesi di attuare consistenti rimpatri di illegali con navi militari o civili scortate dalla nostra Marina Militare per far intendere la determinazione della posizione italiana. E pensare che con la Tunisia abbiamo un accordo formale sui rimpatri, evidentemente da aggiornare nei numeri.

A fronte di eventi seri e complessi deterioratisi e ampliatisi esponenzialmente per le ragioni descritte da tempo da Analisi Difesa e dall’autore di questo articolo, riportate qui ancora per una costante evoluzione negativa, le misure che avrebbero potuto essere adottate in maniera flessibile, progressiva, continua, a prescindere dai governi, da Paese sovrano e determinato secondo una precisa strategia nazionale, appaiono ora non più dilazionabili e meno flessibili.

Sempre che si creda nell’Italia ancora in grado di riacquisire quanto si è fatta sottrarre dai competitori (che esistono nella realtà a dispetto delle retoriche buoniste, demagogiche, subalterne) e da situazioni affrontate con colpevole passività, piuttosto che con la dovuta determinazione e dissuasione quando richiesto dalle circostanze.

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Non è difficile immaginare lo sconcerto, l’amarezza silente delle nostre Forze Armate, di sicurezza, di polizia, i cui operatori sul terreno hanno ricevuto, secondo le dichiarazioni di loro esponenti, disposizioni confuse e poco inclini ad impedire a migranti anche contagiosi di fuggire dai centri di quarantena, tanto meno mostrare un po’ di nerbo nel far rispettare le leggi italiane, della Marina Militare costretta finora ad adempiere quasi esclusivamente a compiti umanitari, a missioni Ue e internazionali, a movimenti e manovre congiunte di routine. Nessuna azione bilaterale di dissuasione a difesa dei nostri interessi nazionali nemmeno in presenza di atti ostili da parte di altri Paesi nei nostri confronti.

Stessa frustrazione probabilmente condivisa da una buona parte del ministero degli esteri, nel seguire impotente e silente un declino inarrestabile accentuatosi se fosse possibile con gli ultimi ministri degli esteri e un segretario generale, criticato anche dall’interno, nei fatti non all’altezza di guidare, salvaguardare la qualità riconosciuta di una macchina amministrativa in perdita di consistenza e prestigio.

 

Proposte

A voler essere chiari, concreti, la situazione migratoria appare così compromessa e mal gestita da richiedere, per recuperare una qualche credibilità, un’operazione di prevenzione e sbarramento da parte della nostra Marina militare simile, almeno in parte, a quella australiana denominata “No Way”. Con la dovuta assistenza sanitaria e umanitaria ma fuori dalle acque territoriali, ad eccezione di casi particolari, scortando, senza che tocchino porti o suolo italiano, gli illegali, sfuggiti ai controlli locali, nelle acque e nei porti considerati sicuri da cui provengono i traffici di vite umane.

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Con la Tunisia, con l’Algeria non dovrebbero sussistere problemi di cooperazione nei rimpatri accelerati, con la Libia si potrebbero coinvolgere in sicurezza direttamente le Agenzie Onu da noi ben finanziate che provvederebbero, anche con ulteriori finanziamenti, al rientro degli illegali nei Paesi d’origine attraverso i programmi di ricollocamento avviati da tempo e funzionanti.

isure che basterebbe fossero mantenute con risolutezza per un periodo temporale limitato al fine di scoraggiare i traffici criminali, le mire destabilizzanti, gli atti ostili di Paesi interessati al nostro costante indebolimento. In Libia e nel Mediterraneo un Paese come l’Italia dovrebbe essere in grado di prevenire, quindi arginare problemi con la Turchia o altri, determinare una sua linea rossa da non far valicare prima di giungere al limite di un contrasto pericoloso come accade fra Grecia e Turchia.

Non sono da meno gli atti ostili a livello politico commerciale favoriti dalla nostra arrendevolezza in Libia e in prossimità delle nostre coste. Una passività che consente addirittura un intervento dissuasivo diretto della lontana Francia piuttosto che un’azione legittima della nostra Marina militare. Con tutte le conseguenze sfavorevoli che si prospettano a chi lascia vuoti di influenza inevitabilmente occupati da competitori aggressivi, determinati nel loro espansionismo come la Turchia.

Non è più tempo di deleghe alla Ue, all’Onu, alla presunta solidarietà degli alleati. Forse dovremmo imparare a cavarcela da soli. Magari con un governo coeso, reattivo, avulso da dichiarazioni retoriche, demagogiche, in contrasto con la realtà dei fatti, attento anche agli interessi nazionali nelle aree un tempo considerate prioritarie. Nella confusione dei ruoli tradizionali, delle influenze in Libia di nuovi attori protagonisti determinati ad occupare spazi politici e militari, guidati da strategie poco favorevoli al nostro Paese, sembrerebbe scontata quasi obbligata una risposta più muscolare da parte italiana. Non aggressiva ma almeno dissuasiva a difesa di quanto di vitale per noi ci viene sottratto senza remore.

 

Conclusioni

Controproducente ad esempio dichiarare sempre in anticipo, rafforzando di fatto le mire spericolate di altri, che per noi qualsiasi soluzione alle crisi in atto non può essere che politica, multilaterale. E l’opzione B, la posizione bilaterale, il presunto ruolo di riferimento nel Mediterraneo? Intanto hanno deciso e decidono altri.

Preso atto di un comportamento governativo inspiegabile, dato il contesto, su questioni oltremodo sensibili di politica estera e sicurezza viene spontaneo ripensare con ottica alternativa al declamato successo italiano nelle estenuanti trattative sui fondi Ue del Recovery Fund. Oggettivamente senza l’appoggio di iniziative sostanziali di Francia e Germania non avremmo mai ottenuto il risultato auspicato.

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Una vittoria a breve che molto verosimilmente sconteremo pesantemente, forse stiamo già scontando, a medio termine in Europa e nel Mediterraneo. I Paesi del Nord Europa ci faranno sempre le pulci per metterci in difficoltà e tenerci sotto scacco.

Saremo sempre più sottoposti, quindi subordinati, ai voleri di Germania, Francia e Ue, diretta quest’ultima dalla linea tedesca con qualche riguardo per la Francia. La domanda viene spontanea: la passività italiana nel Mediterraneo, in Libia e sulla crisi migratoria è dovuta anche a indicibili patti sottobanco consumati durante quelle trattative?

Il precedente accordo sottobanco del governo Renzi, denunciato peraltro dall’ex ministro degli esteri Emma Bonino, sull’apertura incondizionata italiana agli sbarchi e al mantenimento dei migranti in cambio di qualche virgola di flessibilità in più sul deficit italiano, non è per niente rassicurante…Perseverare diabolicum.

 

Foto: Marina Militare, Frontex, Difesa.it, Presidenza del Consiglio, Lapresse, Anadolu e Presidenza della Repubblica Francese

 

 

E' uno dei maggiori esperti italiani di operazioni internazionali di stabilizzazione, peacebuilding, cooperazione e comunicazione nelle aree di crisi. Dagli anni 80 ha ricoperto incarichi di responsabilità crescenti per l’Onu, la UE e il Ministero degli Esteri in Africa (13 anni), Medio Oriente e Balcani. Specialista di negoziati complessi, è stato Sindaco Onu in Kosovo della città mista di Kosovo Polje dal 1999 al 2001, ha guidato, primo non americano, il PRT di Nassiriyah in Iraq nel 2006 ed è stato Portavoce e Capo della comunicazione della missione europea di assistenza antiterrorismo EUCAP Sahel Niger fino al 2016. Destinatario di un’alta onorificenza presidenziale Senegalese, per l’editore Fermento ha scritto "Alla periferia del Mondo". Scrive su riviste specializzate ed è un apprezzato commentatore per radio e tv.

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