Tregua in Nagorno-Karabakh: Putin mette fuori gioco Erdogan

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(aggiornato l’11 ottobre ore 18,20)

I governi di Armenia e Azerbaigian hanno concordato di avviare “trattative sostanziali” per arrivare “quanto prima” a una risoluzione pacifica del conflitto in Nagorno-Karabakh. Lo ha riferito il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, che ha guidato la difficile trattativa che ha portato nella notte tra il 9 e il 10 ottobre al cessate il fuoco dopo due settimane di intensi scontri che hanno provocato centinaia di morti tra i soldati e almeno 50 vittime tra i civili dei quali almeno 70 mila sono in fuga dalle loro abitazioni.

Difficile per ora disporre di dati attendibili anche perché l’Azerbaijan non comunica le sue perdite militari ma rivendica, come del resto fanno anche gli armeni, di aver eliminato migliaia di soldati nemici.

Come in tutte le guerre è inutile attendersi trasparenza e ci si deve accontentare della propaganda: anche la democratica Armenia ha rafforzato le norme della legge marziale vietando dichiarazioni e pubblicazione critiche nei confronti del governo e che possano minare lo sforzo bellico.

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Lavrov ha accolto a Mosca i suoi omologhi azero e armeno, Jeihun Bayramov e Zohrab Mnatsakanian, convocati venerdì scorso dal presidente russo, Vladimir Putin, nel tentativo di porre fine al conflitto scoppiato il 27 settembre e Lavrov, dopo dieci ore di colloquio, ha annunciato l’entrata in vigore dalle 12 di oggi (le 10 in Italia)  un cessate il fuoco per “ragioni umanitarie”, che consentirà lo scambio dei prigionieri e dei corpi dei caduti sotto la mediazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Erevan e Baku hanno inoltre ratificato una formula di mediazione che prevede la supervisione del Gruppo di Minsk, la struttura messa in piedi nel 1992 dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) per prevenire il riaccendersi delle ostilità nel Nagorno-Karabakh.

Il Gruppo è formato da Stati Uniti, Russia e Francia e nel 1994 riuscì a far cessare (non a risolvere) il conflitto che aveva provocato 30 mila morti (un numero enorme considerato che gli abitanti del Nagorno-Karabakh sono appena 150 mila) determinando il successo armeno.

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Il ruolo riconosciuto del Gruppo di Minsk nella gestione dei colloqui post-tregua significa che non sarà possibile per altri Paesi subentrare nella gestione negoziale tagliando fuori la Turchia dall’accesso al tavolo delle trattative.

Elemento quest’ultimo che permette di ipotizzare anche una convergenza tra Mosca, Parigi e Washington, determinate evidentemente a non lasciare ulteriori margini di manovra all’espansionismo turco.

Del resto se i russi svolgono da tempo un ruolo di contenimento della Turchia, la Francia resta (insieme ad Atene) il più fiero e determinato avversario europeo di Ankara mentre gli Stati Uniti hanno rinnovato il 9 ottobre per un altro anno le sanzioni al governo turco (incluse quelle militari) per l’invasione della regione curda siriana.

L’amministrazione Trump ha ribadito che “le azioni del governo di Ankara per condurre un’offensiva militare nel nord-est della Siria minacciano la campagna contro lo Stato islamico, mettono in pericolo i civili minano i tentativi di portare pace, sicurezza e stabilità nella regione. Inoltre, le iniziative turche continuano a costituire una minaccia straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera statunitensi”.

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Il cessate il fuoco in Nagorno Karabakh rappresenta quindi un successo russo che, in funzione di argine alla Turchia, fa comodo a molti. Mosca non solo vede premiato il suo atteggiamento quasi neutrale nel conflitto (gli aiuti militari russi all’Armenia hanno avuto poca visibilità), funzionale a mantenere la forte influenza russa sul regime azero ed evitando di gettarlo tra le braccia della Turchia.

Non a caso il ministero degli Esteri turco ha emesso un comunicato in cui definisce il cessate il fuoco entrato in vigore oggi in Nagorno Karabakh “l’ultima chance per l’Armenia per ritirarsi da un’area che non le appartiene”. Nel comunicato si ribadisce il sostegno incondizionato della Turchia “a tutte le decisioni che prenderà il governo dell’Azerbaigian”, con Ankara che sosterrà Baku “sia politicamente che sul campo”.

Il successo diplomatico di Mosca conseguito col cessate il fuoco, si è basato sulla valutazione militare che l’offensiva azera sostenuta e alimentata dalla Turchia non sarebbe riuscita a conquistare la regione contesa con una guerra-lampo.

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La tenace resistenza armena pagata con forti perdite in truppe e mezzi e i rifornimenti giunti da Mosca (che in Armenia mantiene due basi militari, terrestre e aerea) hanno limitato i successi conseguiti dagli azeri sulle due direttrici d’avanzata  portando di fatto a una situazione di stallo in cui entrambi i contendenti rischiano di esaurire le risorse militari e finanziarie necessarie ad alimentare un conflitto convenzionale a medio-alta intensità.

Condizione riscontrabile da alcuni giorni sul campo di battaglia, come i russi hanno potuto cogliere monitorando costantemente gli sviluppi sul terreno, che ha portato alla convocazione da parte del Cremlino dei ministri degli esteri azero e armeno.

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I connfini all’inizio delle operazioni militari, il 27 settembre

 

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La penetrazione azera in Nagorno Karabakh 5 ottobre

L’Azerbaigian, forte di una popolazione di 10 milioni di abitanti (più del triplo dei 3 milioni di armeni) e delle ricchezze determinate dall’export di gas e petrolio ha puntato su un massiccio riarmo rafforzatosi anche negli ultimi anni nonostante il crollo delle quotazioni energetiche avesse ridotto le capacità finanziarie di Baku.

In termini geopolitici il conflitto nasce anche da motivazioni interne al regime azero del presidente Ilham Alyiev che dall’ottobre 2003 è succeduto al padre e ha sempre mantenuto le redini del Paese e che sembra puntare sul richiamo nazionalistico per far tacere le opposizioni e il malcontento popolare determinato anche dalle difficoltà economiche.

In queste ore i due contendenti si sono accusati reciprocamente di continuare gli attacchi prima dell’entrata in vigore della tregua. Baku ha affermato di aver distrutto nelle ultime ore 13 tank armeni, 4 lanciarazzi e una serie di equipaggiamenti militari. Il ministero della Difesa armeno ha accusato i nemici per l’uso di droni con l’obiettivo di “modificare la situazione” sul terreno “prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco” e di aver lanciato altri razzi contro “quartieri abitati” della città di Stepanakert, capoluogo del Nagorno Karabakh.

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Si tratta delle consuete dichiarazioni che accompagnano da sempre ogni cessate il fuoco e che sanciscono la necessità dei contendenti di mostrare alla propria opinione pubblica vantaggi e successi che giustifichino i sacrifici determinati dal conflitto.

In questo contesto non è difficile individuare vincitori e sconfitti, o per meglio dire chi si trovi in vantaggio in una fase che potrebbe rappresentare solo l’intervallo in vista del secondo tempo della “partita” tra Armenia e Azerbaigian.

Sul campo gli azeri hanno conseguito con la guerra un successo territoriale limitato ma hanno probabilmente dissanguato le risorse logistiche necessarie a continuare ad alimentare l’offensiva. Gli armeni hanno perso terreno, mezzi e truppe ma resistono su posizioni difensive favorite dalla geografia della regione.

In termini tattici l’Azerbaigian è in vantaggio ma in termini strategici sono gli armeni a vantare un buon punto avendo rallentato e arrestato la pesante offensiva nemica.

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Baku non cercava solo una limitata esibizione muscolare poiché gli ambiziosi obiettivi dichiarati dal governo azero prevedevano che le ostilità cessino solo quando l’intero Nagorno Karabakh sarà liberato: il fallimento nel conseguire al momento questo obiettivo determina la sconfitta azera.

Sul piano politico-strategico è Vladimir Putin a uscirne vincente a spese di Recep Tayyp Erdogan. Mosca si conferma nuovamente arbitro indiscusso delle crisi alle porte di casa, dove da tempo in molti cercano di ridurne l’influenza sulle repubbliche ex sovietiche ai suoi confini, dall’Ucraina alla Georgia, dal Caucaso agli “stan” dell’Asia Centrale.

Ankara vede invece per il momento frustrato il tentativo di conseguire un successo militare eclatante in Nagorno Karabakh dove ha schierato al fianco degli azeri aerei, droni, consiglieri militari e qualche migliaio di mercenari jihadisti siriani (video)  già impiegati dai turchi come carne da cannone in Libia.

Erdogan, alle prese con una profonda crisi economica e finanziaria che sta mettendo in grave difficoltà buon parte della popolazione, aveva bisogno di un successo eclatante che confermasse il valore della costosa politica “imperialistica” neo-ottomana che in un anno ha visto i turchi scendere in campo con le armi nel Kurdistan siriano (Rojava), ai confini terrestri con la Grecia guidandovi ondate di immigrati illegali, nella provincia siriana di Idlib, in Libia, nel Mediterraneo Orientale e infine in Caucaso.

Missione almeno per ora fallita quindi per la Turchia, espostasi forse su troppi fronti al punto che, tenuto conto anche delle contestazioni politiche e delle difficoltà economiche interne, varrebbe la pena chiedersi se oggi una limitata ma dolorosa umiliazione militare non possa sensibilmente indebolire o destabilizzare il regime di Erdogan.

@GianandreaGaian

Foto TASS e Ministero Difesa Azerbaigian

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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