Povero uranio, dopo tante maldicenze diventa un toccasana se usato contro i russi

 

 

Il dibattito sulla fornitura di proiettili all’uranio impoverito (DU) Charm 1 e forse Charm 3 in dotazione al British Army che Londra intende cedere agli ucraini per l’impiego nei cannoni da 120 mm dei carri armati Challenger 2, rappresenta l’ennesimo esempio di come la manipolazione propagandistica di guerra possa scivolare nel grottesco.

Molti in Occidente e in Italia si sono affrettati correttamente a precisare che non si tratta né di armi nucleari né radiologiche ma solo di proiettili “induriti” dall’impiego dell’uranio impoverito per aumentarne la capacità di penetrazione delle corazze dei carri armati russi.

Una tecnologia del resto non nuova poiché riscontri circa l’impiego di questi proiettili sono stati registrati nell’intervento USA/NATO nella ex Jugoslavia (Bosnia 1995 e Kosovo 1999), nell’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 e in misura minore in Somalia e Afghanistan.

La notizia della fornitura di questi proiettili alle truppe di Kiev che impiegheranno i Challenger 2 britannici ha determinato due diverse reazioni da parte di Mosca. Quella di tipo militare, tesa a dimostrare che le munizioni Charm1 e Charm 3 britanniche, in grado di penetrare 600 e 720 mm di corazza, risulteranno molto efficaci se colpiranno l’area frontale dei carri armati russi T-72B/B3M e T-80BV mentre lo saranno molto meno nei confronti di tank più moderni e protetti come i T-80BVM, i T-90A e T-90M..

Sul piano mediatico Mosca ha invece speculato sul termine “uranio” evocando rischi di contaminazione radiologica puntando il dito sulle minacce per l’ambiente e la salute della popolazione ucraina derivati dall’impiego di tali munizioni al cui impatto liberano polveri considerate tossiche da molti osservatori anche se su questo tema non vi sono certezze.

Il ministero della Difesa britannico ha accusato Mosca di “disinformare deliberatamente” poiché l’esercito britannico ha utilizzato l’uranio impoverito nei suoi proiettili “per decenni”.  Si tratta di “un componente standard e non ha nulla a che fare con armi o capacità nucleari” recita la nota. “La Russia lo sa, ma sta deliberatamente cercando di disinformare”. I proiettili sono “altamente efficaci” per sconfiggere i moderni carri armati e veicoli blindati, ha aggiunto il ministero, affermando che la ricerca scientifica mostra che qualsiasi impatto sulla salute personale e sull’ambiente derivante dall’uso di munizioni all’uranio impoverito è “probabilmente basso”.

Il problema però sta tutto in quel “probabilmente”.  Le munizioni perforanti contenenti uranio impoverito – utilizzate dai carri armati ma anche dai cannoni da 30 mm degli aerei statunitensi A-10 – sono in dotazione a diversi eserciti malgrado le polemiche sui danni provocati dal loro utilizzo in ex Jugoslavia e in Iraq da parte delle forze statunitensi e britanniche.

Oltre a Stati Uniti e Gran Bretagna anche Francia, Pakistan e Russia dispongono di tali munizioni che sarebbero però state utilizzate solo dagli anglo-americani anche se fonti ucraine valutano che i russi le abbiano già impiegate nel conflitto in corso.

Proprio nel Regno Unito i rischi per la salute sono stati evidenziati da un recente rapporto pubblicato sul sito dell’International Coalition to Ban Uranium Weapons (ICBUW), un’organizzazione non governativa che si batte per il loro divieto e per la rinuncia britannica all’impiego delle munizioni Charm 1 e Charm 3 sviluppate rispettivamente all’inizio e alla fine degli anni ’90.

Del resto l’anno scorso l’ennesima Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (la numero 77/49 del 7 dicembre scorso) ha stabilito la necessità della massima cooperazione internazionale per comprendere il reale impatto di queste munizioni e delle polveri di uranio che sprigionano sull’ambiente e sulla salute.

Centinaia di articoli e reportage televisivi ci hanno raccontato negli ultimi 25 anni di un impatto devastante causato dall’impiego delle munizioni a uranio impoverito sulla salute delle popolazioni del Kosovo e dell’Iraq ma anche sui militari dei paesi aderenti alla NATO schierati in aree dove tali munizioni erano state impiegate.

Tumori e leucemie che hanno colpito militari alleati, anche italiani, sono state attribuite all’uranio impoverito anche se non sono mai emerse prove scientifiche che lo dimostrassero al di là di ogni dubbio. Non a caso i militari che operavano intorno alle carcasse dei carri armati colpiti da proiettili all’uranio impoverito indossavano speciali tute protettive.

Il dibattito sull’esposizione dei nostri militari in Kosovo e i danni subiti da alcuni di loro (7.500 militari italiani, di cui più di 372 sono deceduti secondo i dati citati da Il Giornale dell’Ambiente”) non si è mai sopito.

Come ricorda la pubblicazione “la NATO ha confermato che nella guerra dei Balcani sono state adoperate molte munizioni trattate con uranio impoverito. Furono sparati più di 31mila colpi di munizioni, pari a più di 13 tonnellate di materiale radioattivo, solo nella guerra in Kosovo. I siti bombardati furono 112, di cui 85 durante la guerra in Kosovo, 10 nella guerra in Serbia, 1 a Montenegro. In particolare, l’area posta sotto protezione del contingente italiano fu quella più bombardata e con la maggiore presenza di proiettili ad uranio impoverito. Sono stati 50 i siti, per un totale di 17.237 proiettili uranio impoverito. Su questa porzione di territorio è presente il 44,64% dei siti e il 56,47% dei proiettili usati in Kosovo uranio impoverito”.

Anche in Bosnia non sono mancati i problemi attribuiti all’uranio impoverito. “La NATO ha reso noto l’elenco dei siti bombardati con proiettili al DU in Bosnia Erzegovina nel 1995. In totale furono ben 6.780 i proiettili di uranio impoverito utilizzati. I bombardamenti si concentrarono nei territori di Han Pijesak, con 2.400 proiettili, cioè più di 7 quintali di DU, e di Hadžići con 3.400 proiettili, equivalenti a circa una tonnellata di DU.

Proprio a Hadžići, vicino a Sarajevo, uno dei siti bosniaci maggiormente bombardati nel 1995, ci fu un allarmante numero di morti per tumore tra i cittadini”.

L’ Archivio disarmo ha ricordato con un comunicato diffuso il 23 marzo che dopo la guerra del 2003 “un incremento dell’incidenza di cancro si è verificata in tutta la popolazione dell’Iraq. Secondo il registro dei tumori iracheni, l’incidenza è aumentata significativamente dopo la prima e la seconda Guerra del Golfo. Nel 1991, l’incidenza si attestava intorno a 31.05 casi ogni 100.000 casi. Nel 2003 questo valore ha raggiunto i 61.63 casi ogni 100.000 persone (Alaa Salah Jumaah, 2019).

Anche il Pentagono, dopo l’appello di 80.000 soldati, ha deciso nel 2002 di svolgere una propria inchiesta attraverso la Government Reform and Oversight Committee per indagare sugli effetti della Guerra del Golfo.

Il risultato dell’inchiesta è stato l’ammissione dell’esposizione all’uranio di 20.000 soldati, di cui però si afferma solo 60 furono esposti a livelli pericolosi. Inoltre, ulteriori ricerche del governo statunitense sono giunte alla conclusione che l’aumento di casi di leucemia, dovuti alla contaminazione da DU, è compreso tra il 180 e il 350%. Anche gli allevamenti iracheni sembrano risentire di questa contaminazione con migliaia di animali tra cui mucche, agnelli e polli morti a causa di gravi infezioni.”

Le preoccupazioni espresse dai russi sono senza dubbio strumentali e legate alla guerra in cui l’Occidente fornisce consistenti aiuti militari a Kiev ma sono le stesse espresse da oltre venti anni in Occidente da Ong e istituti di ricerca oltre che dalle Nazioni Unite.

Quindi i casi sono due: o da due decenni si continua a dibattere in Occidente di un problema inesistente al solo scopo di colpevolizzare strumentalmente gli anglo-americani, oppure il problema è (almeno potenzialmente) reale e dopo l’Iraq e la ex Jugoslavia emergerà con le sue drammatiche conseguenze anche in Ucraina.

A meno che, dopo aver sdoganato i reggimenti ucraini di chiara ispirazione nazista divenuti eroici freedom fighters solo perché combattono i russi, ora anche l’uranio impoverito risulti potenzialmente meno tossico e cancerogeno se sparato contro le truppe di Mosca.

A farne eventualmente le spese saranno comunque anche gli ucraini, poiché tali sono anche quelli che combattono al fianco dei russi o vivono nelle aree sotto il controllo di Mosca.

@GianandreaGaian

Foto: carri armati Challenger 2 (British Army)

 

 

 

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Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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