Guerra ibrida e dominio cognitivo: la sovranità nell’epoca della pressione permanente

 

 

Il volume di Francesco Frasca, Guerra Ibrida e Dominio Cognitivo. Sovranità resiliente e competizione strategica nello spazio euro-atlantico (2014–2027), si colloca in un punto sensibile del dibattito strategico contemporaneo: quello in cui la guerra smette di apparire come un evento eccezionale, delimitato nel tempo e nello spazio, e diventa una condizione diffusa, intermittente, spesso invisibile, che attraversa infrastrutture, economie, opinioni pubbliche, piattaforme digitali, apparati informativi e processi decisionali.

Il merito principale dell’opera sta proprio qui: nel non ridurre la guerra ibrida a una formula giornalistica o a un’etichetta di moda, ma nel ricostruirla come logica storica, dottrinaria e operativa della competizione tra potenze.

Il libro parte da una constatazione semplice ma decisiva: la distinzione classica tra pace e guerra non basta più. Nell’ambiente euro-atlantico contemporaneo, soprattutto dopo il 2014, gli attori statali e para-statali non cercano necessariamente lo scontro frontale. Preferiscono muoversi nello spazio intermedio, nella cosiddetta zona grigia, dove l’azione ostile è abbastanza intensa da produrre effetti strategici ma non abbastanza esplicita da giustificare una risposta militare immediata.

È il terreno dell’ambiguità, della negabilità plausibile, dell’attribuzione incerta, della pressione cumulativa. Un sabotaggio può sembrare incidente. Una campagna informativa può apparire come dissenso spontaneo. Una crisi migratoria può presentarsi come emergenza umanitaria e, nello stesso tempo, funzionare come leva geopolitica. Una dipendenza energetica o tecnologica può trasformarsi, da un giorno all’altro, in strumento di ricatto.

Frasca costruisce la sua analisi con un impianto molto solido. La prima scelta convincente è quella genealogica. L’autore non cade nella tentazione di presentare la guerra ibrida come una novità assoluta. Al contrario, ne mostra le radici profonde nel pensiero strategico classico: Sun Tzu, Machiavelli, Clausewitz, Liddell Hart, Mao, la Guerra fredda, le guerre per procura, le misure attive sovietiche, fino alle dottrine russe, cinesi e occidentali più recenti. Questa impostazione consente di evitare due errori speculari.

Il primo è l’enfasi eccessiva sulla novità: come se l’inganno, la guerra indiretta, la manipolazione delle percezioni e l’uso politico dell’economia fossero invenzioni del ventunesimo secolo. Il secondo è la banalizzazione opposta: come se nulla fosse cambiato. In realtà, ciò che cambia non è la logica di fondo, ma la scala, la velocità, la pervasività e la capacità di integrazione degli strumenti.

Il riferimento a Sun Tzu è particolarmente efficace. La vittoria senza combattimento, il primato dell’inganno, la centralità della conoscenza preventiva e dell’informazione non sono soltanto massime antiche: diventano, nel libro, chiavi interpretative della competizione contemporanea.

La guerra ibrida appare così come l’aggiornamento tecnologico di principi antichi. Non si tratta più solo di ingannare il nemico sul campo di battaglia, ma di alterare la percezione collettiva, saturare lo spazio informativo, manipolare il ciclo delle notizie, generare sfiducia, frammentare la coesione sociale. La battaglia decisiva non è sempre quella tra eserciti: può essere quella per la definizione della realtà.

Anche Machiavelli occupa un ruolo centrale nell’architettura concettuale del volume. L’idea della politica come arte della sopravvivenza, della virtù come capacità di adattamento e dell’inganno come strumento del potere permette di comprendere la logica di molti attori revisionisti contemporanei. La guerra ibrida non si muove nel mondo ideale delle norme, ma nel mondo concreto delle opportunità. Sfrutta le regole quando conviene, le aggira quando ostacolano, le manipola quando diventano vulnerabilità dell’avversario.

Qui emerge uno dei punti più interessanti del libro: le democrazie liberali sono più esposte non perché siano deboli in assoluto, ma perché sono sistemi aperti, normativi, sottoposti a vincoli giuridici, politici e comunicativi. La loro forza morale e istituzionale può diventare una vulnerabilità operativa se l’avversario decide di combattere senza condividere gli stessi limiti.

Clausewitz viene riletto in modo altrettanto utile. La guerra come continuazione della politica con altri mezzi non viene abbandonata, ma rovesciata e ampliata: nella guerra ibrida, la politica aggressiva può diventare anticipazione della guerra, sostituzione della guerra o guerra non dichiarata.

Il punto non è più soltanto l’impiego della forza armata, ma la capacità di produrre effetti politici attraverso mezzi non apertamente militari. Attacchi informatici, pressioni economiche, operazioni di influenza, sabotaggi infrastrutturali, manipolazione dei flussi migratori e guerra legale diventano strumenti di una stessa grammatica strategica. Il risultato è una competizione permanente che resta formalmente al di sotto della soglia bellica ma produce conseguenze molto concrete.

La parte più originale del libro è però quella dedicata al dominio cognitivo. Frasca insiste su un fatto essenziale: la mente collettiva è diventata un’infrastruttura critica. Come le reti energetiche, i cavi sottomarini, i porti, i satelliti e i sistemi finanziari, anche l’ecosistema informativo di una società può essere colpito, degradato, manipolato, saturato. La guerra cognitiva non consiste soltanto nel diffondere notizie false.

Sarebbe una lettura troppo povera. Consiste piuttosto nel modificare l’ambiente nel quale i cittadini interpretano la realtà, scelgono di fidarsi o non fidarsi, riconoscono o rifiutano l’autorità istituzionale, reagiscono a una crisi. È una guerra sulla percezione, sulla fiducia, sull’attenzione e sulla memoria collettiva.

Il libro descrive con chiarezza alcune vulnerabilità tipiche delle società aperte: la frammentazione mediatica, il declino degli intermediari tradizionali dell’informazione, la dipendenza dagli algoritmi, la polarizzazione affettiva, la diffusione di camere dell’eco, la tendenza delle piattaforme a premiare ciò che genera indignazione, paura o appartenenza tribale. In questo contesto, l’avversario non deve inventare dal nulla una frattura sociale. Gli basta individuarla, amplificarla, renderla permanente, trasformarla in sfiducia sistemica.

È qui che la guerra cognitiva diventa più pericolosa: non produce necessariamente convinzioni stabili, ma confusione, cinismo, stanchezza, sospetto generalizzato. Una società che non crede più a nulla è più vulnerabile di una società semplicemente disinformata.

Molto convincente è anche il nesso tra guerra cognitiva e intelligenza artificiale. L’autore interpreta l’intelligenza artificiale come moltiplicatore di forza cognitiva: consente produzione industriale di contenuti, personalizzazione della propaganda, imitazione realistica di voci e immagini, accelerazione della disinformazione sintetica, automazione dell’amplificazione.

I falsi video, le immagini manipolate, i profili artificiali, le reti coordinate di messaggi e l’analisi predittiva delle vulnerabilità sociali rendono il campo cognitivo infinitamente più complesso rispetto alla propaganda tradizionale. Non siamo più davanti al manifesto, alla radio clandestina o al giornale di partito. Siamo davanti a sistemi capaci di colpire segmenti specifici di popolazione con messaggi differenti, sincronizzati e adattivi.

Il volume ha il merito di non separare mai il piano cognitivo da quello materiale. Questa è una delle sue intuizioni più forti. La guerra ibrida funziona perché colpisce simultaneamente infrastrutture e percezioni. Un attacco contro un cavo sottomarino, una rete energetica o una piattaforma digitale non produce solo un danno tecnico. Produce incertezza, paura, sfiducia nella capacità dello Stato di proteggere i cittadini.

Allo stesso modo, una campagna informativa ben costruita può amplificare gli effetti di un sabotaggio, attribuire responsabilità false, generare panico economico, dividere gli alleati, ritardare la risposta politica. È la convergenza dei vettori a fare la differenza: fisico, informatico, economico, giuridico, narrativo.

Sul piano militare, l’analisi è netta. La superiorità convenzionale occidentale non basta più. Anzi, proprio la superiorità militare della NATO induce gli avversari a evitare lo scontro diretto e a preferire operazioni sottosoglia. La deterrenza classica, costruita sulla minaccia di rappresaglia contro un’aggressione identificabile, entra in crisi quando l’aggressione è ambigua, progressiva, distribuita.

Chi si assume la responsabilità di rispondere militarmente a un sabotaggio attribuito con probabilità ma non con certezza? Quale soglia trasforma una serie di incidenti in un atto ostile? Quando una campagna di interferenza elettorale diventa attacco alla sicurezza nazionale? Sono domande operative, non accademiche. Da esse dipende la capacità di difesa delle democrazie.

Frasca propone quindi un passaggio dalla deterrenza per punizione alla deterrenza per negazione. Non basta minacciare una risposta. Bisogna rendere meno conveniente l’attacco, ridurne gli effetti, aumentare la capacità di assorbimento, ripristino e adattamento.

La resilienza diventa così un concetto strategico, non amministrativo. Significa ridondanza infrastrutturale, protezione dei nodi critici, rapidità di recupero, integrazione dell’intelligence, preparazione della popolazione, comunicazione istituzionale credibile, cooperazione pubblico-privato, capacità di attribuzione tecnica e politica. In altre parole: non promettere soltanto vendetta, ma impedire all’avversario di raggiungere il risultato desiderato.

La proposta della “sovranità resiliente” rappresenta il cuore normativo del libro. La sovranità non viene più intesa solo come controllo del territorio o monopolio della forza legittima. Diventa capacità di mantenere autonomia decisionale sotto pressione. Uno Stato sovrano, nell’epoca della guerra ibrida, non è soltanto quello che difende i propri confini, ma quello che protegge la propria capacità di decidere, informare, reagire, resistere alla manipolazione, garantire continuità operativa, preservare coesione sociale.

È una definizione esigente, perché obbliga a superare la separazione tradizionale tra difesa, economia, tecnologia, comunicazione e cultura politica.

Da questo punto di vista, il libro ha una evidente rilevanza europea. L’Unione europea è uno spazio economicamente potente, normativamente sofisticato, tecnologicamente avanzato, ma spesso lento nella decisione strategica. Dispone di risorse considerevoli, ma frammentate.

Ha ventisette Stati membri, apparati d’intelligence nazionali gelosi delle proprie prerogative, culture strategiche differenti, dipendenze energetiche e industriali non sempre governate in modo unitario. La guerra ibrida colpisce proprio queste discontinuità. Non attacca l’Europa dove è più forte, ma dove è più lenta, divisa, burocratica, dipendente.

La dimensione geoeconomica è altrettanto rilevante. Energia, semiconduttori, dati, intelligenza artificiale, rotte marittime, logistica, finanza, materie prime critiche e piattaforme digitali sono ormai strumenti della competizione strategica. La dipendenza economica non è un problema in sé: ogni sistema complesso dipende da scambi, reti e fornitori. Diventa però vulnerabilità quando non è conosciuta, diversificata, protetta o sostituibile. La guerra ibrida trasforma l’interdipendenza in leva di coercizione.

Per questo l’autonomia strategica non deve essere confusa con l’autarchia. Significa piuttosto capacità di scegliere le proprie dipendenze, ridurre quelle pericolose e impedire che un attore ostile possa trasformarle in arma.

Il libro è anche una critica implicita alla pigrizia concettuale occidentale. Per troppo tempo l’Europa ha immaginato che il mercato, il diritto e l’interdipendenza economica fossero sufficienti a neutralizzare la logica di potenza. La realtà degli ultimi anni ha mostrato il contrario: il commercio può pacificare, ma può anche creare dipendenze; la tecnologia può connettere, ma può anche sorvegliare e manipolare; la trasparenza democratica può rafforzare il controllo pubblico, ma può anche offrire superficie d’attacco ad attori opachi. Frasca non propone una visione paranoica delle relazioni internazionali, ma invita a recuperare lucidità strategica.

Naturalmente, il volume presenta anche alcune difficoltà. La densità teorica è elevata e in certi passaggi l’accumulo di categorie, modelli, esempi e riferimenti dottrinari rende la lettura impegnativa. Non è un libro pensato per il lettore occasionale.

Richiede attenzione, familiarità con il lessico della strategia e disponibilità a seguire un ragionamento articolato. Inoltre, la centralità dello spazio euro-atlantico, coerente con il sottotitolo, lascia relativamente sullo sfondo alcune dinamiche del Sud globale, dove molte pratiche ibride assumono forme diverse: meno istituzionalizzate, più informali, spesso intrecciate con criminalità, economie parallele, milizie locali, fragilità statuali e competizione tra potenze esterne. Ma si tratta più di un limite di campo che di una debolezza strutturale.

Un altro punto che avrebbe potuto essere ulteriormente sviluppato riguarda il rapporto tra resilienza e libertà. Se la difesa cognitiva diventa necessaria, chi decide il confine tra protezione dello spazio informativo e controllo politico della comunicazione?

Come si combatte la manipolazione senza trasformare lo Stato in arbitro permanente della verità? Come si difende la democrazia senza ridurre il pluralismo che la definisce? Il libro è consapevole del problema e richiama l’esigenza di salvaguardie democratiche, ma questo nodo meriterebbe un approfondimento ancora maggiore, perché sarà uno dei grandi dilemmi dei prossimi anni.

La forza dell’opera resta comunque notevole. Frasca offre una cornice interpretativa ampia e coerente, capace di collegare storia del pensiero strategico, guerra cognitiva, competizione in zona grigia, vulnerabilità infrastrutturali, intelligence, deterrenza, diritto internazionale e scenari futuri.

Il risultato è un lavoro che non si limita a descrivere minacce, ma prova a costruire una grammatica della risposta. In questo senso, la nozione di sovranità resiliente è il contributo più importante: una sovranità meno retorica e più operativa, meno legata alla proclamazione politica e più alla capacità effettiva di resistere alla pressione.

La conclusione che emerge è severa: le società democratiche possono essere sconfitte senza invasione, senza resa formale, senza battaglia decisiva. Possono essere logorate lentamente, rese diffidenti verso sé stesse, paralizzate nella decisione, divise nei propri corpi sociali, dipendenti nelle proprie infrastrutture, vulnerabili nelle proprie catene economiche. La guerra ibrida non punta sempre alla conquista del territorio. Spesso punta alla conquista del tempo, dell’attenzione, della fiducia, della capacità decisionale. È una guerra contro la coesione.

Per questo il libro è importante. Perché ricorda che la sicurezza contemporanea non è più soltanto questione di carri armati, missili, flotte e basi militari. È anche questione di scuole, media, reti digitali, porti, cavi, dati, piattaforme, amministrazioni pubbliche, imprese, cittadini. La resilienza non è una parola difensiva: è la condizione politica della libertà in un mondo dove la pressione strategica è permanente.

Frasca consegna quindi un’opera utile non solo agli studiosi di strategia, ma anche a chi voglia comprendere il nuovo disordine internazionale senza cedere né all’allarmismo né all’ingenuità. La sua tesi più forte può essere riassunta così: nel ventunesimo secolo, una società non perde solo quando viene occupata; perde quando non riesce più a capire, decidere e resistere.

 

 

Giuseppe GaglianoVedi tutti gli articoli

Nel 2011 ha fondato il Network internazionale Cestudec (Centro studi strategici Carlo de Cristoforis) con sede a Como, con la finalità di studiare in una ottica realistica le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali ponendo l'enfasi sulla dimensione della intelligence e della geopolitica alla luce delle riflessioni di Christian Harbulot fondatore e direttore della Scuola di guerra economica (Ege). Gagliano ha pubblicato quattro saggi in francese sulla guerra economica e dieci saggi in italiano sulla geopolitica.

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