L’evoluzione dei Su-25 nordcoreani e l’ipotesi dell’impiego in Ucraina

Lo scorso 1° dicembre abbiamo mostrato sul nostro canale Telegram le immagini della cerimonia avvenuta in occasione dell’80º anniversario dell’Aeronautica Militare della Corea del Nord (KPAF), tenutasi il 28 novembre all’aeroporto di Kalmas presso la Base del 59º Reggimento.
Oltre ai modelli di armamenti già noti, come i velivoli da combattimento MiG-29 e la versione AWACS dell’Il-76, l’attenzione degli analisti si è concentrata su un nuovo equipaggiamento adottato dagli aerei d’attacco Sukhoi Su-25 (Codice NATO “Frogfoot”).
In primo piano sono apparsi infatti nove piccoli missili aria-terra che sembrano essere di derivazione iraniana, nello specifico i Ghaem-114, noti per essere cloni sviluppati tramite ingegneria inversa degli americani AGM-114 “Hellfire”.

Sullo sfondo era presente inoltre un vettore completamente nuovo, probabilmente un missile con capacità stand-off, sebbene la qualità delle immagini non abbia ancora permesso una identificazione definitiva. Questa trasformazione dell’Aeronautica Nordcoreana non è un caso isolato ma segue una strada già tracciata da diversi attori internazionali che hanno scelto di modernizzare i propri aerei d’attacco classici invece di radiarli e sostituirli.
Un esempio emblematico è rappresentato dall’Azerbaigian, che attraverso una stretta cooperazione con la Turchia ha radicalmente evoluto i propri Su-25.
Grazie agli interventi della TAI, i “Frogfoot” azeri sono stati portati allo standard Su-25ML (Lacin), integrando cockpit digitali con la capacità di lanciare munizionamento intelligente turco come le bombe guidate Teber e i sofisticati missili da crociera SOM Sahin.
Allo stesso modo anche la Bulgaria ha perseguito nel recente passato la via dell’aggiornamento affidandosi all’esperienza bielorussa per la manutenzione e il potenziamento dei propri esemplari, confermando come la robusta cellula del Sukhoi possa ancora rappresentare una minaccia credibile se equipaggiato con sistemi di puntamento e armamenti moderni.
Della stessa idea è l’analista russo Vladimir Khrustalev il quale si spinge molto più a fondo nell’esaminare le implicazioni tecniche e strategiche di una possibile cooperazione aeronautica tra Mosca e Pyongyang.

Egli sottolinea come l’armamento esibito durante l’80° anniversario della KPAF non sia solo una questione di immagine, ma rappresenti un salto qualitativo rilevante verso la guerra di precisione. Questi Su-25 nordcoreani montano infatti sistemi d’arma che superano di gran lunga i comuni razzi non guidati utilizzati dai “Frogfoot” di Mosca e di Kiev nell’attuale conflitto.
Mentre questi ultimi sono costretti a lanciare in modalità cabrata e a distanze pericolosamente ravvicinate alla contraerea, i Su-25 nordcoreani permettono di operare a debita distanza dalla linea di contatto, garantendo un’elevata probabilità di successo e la massima sicurezza per pilota e velivolo.
L’ipotesi centrale di Khrustalev riguarda il noleggio operativo di questi velivoli, una formula definita come una pratica internazionale già rodata e vantaggiosa per entrambe le parti nelle attuali circostanze.
La Corea del Nord otterrebbe vantaggi immediati senza rischi eccessivi poiché, oltre all’afflusso di valuta, i piloti di Pyongyang potrebbero accumulare ore di volo in un contesto di combattimento reale, ottenendo contemporaneamente la revisione completa delle macchine da parte dei tecnici russi.
In caso di perdite (la Corea del Nord schiera 34 Su-25K/UBK secondo il Military Balanca 2025), la Russia non avrebbe difficoltà a compensare l’alleato con altri esemplari riparati rendendo l’operazione sostenibile nel tempo. Dal punto di vista russo, l’integrazione di questi Su-25 “coreani” permetterebbe alle Forze Aerospaziali di aumentare il numero di sortite giornaliere con un’efficacia distruttiva moltiplicata.

Khrustalev pone l’accento sulla portata di alcuni nuovi missili da crociera nordcoreani che, secondo stime prudenti, raggiungono i 150 chilometri di distanza, ma che potrebbero arrivare persino a 300 nelle valutazioni più ottimistiche, consentendo di colpire le retrovie ucraine senza entrare nel raggio d’azione della difesa aerea nemica.
Inoltre, la somiglianza di alcuni piccoli missili guidati con i modelli iraniani suggerisce l’uso di tattiche “fire-and-forget”, che cambierebbero radicalmente i profili di missione rispetto ai voli a bassa quota attualmente impiegati.
Infine viene evidenziata la versatilità dei Su-25 nordcoreani come piattaforme per le moderne bombe guidate russe dotate di moduli UMPK, permettendo di colpire obiettivi con precisione chirurgica.
Khrustalev conclude che il teatro ucraino dell’Operazione Militare Speciale è attualmente il miglior poligono di prova al mondo. Per il complesso militare-industriale nordcoreano, partecipare a questa fase significherebbe testare i propri prototipi sotto stress bellico, un’opportunità di validazione tecnologica che nessun esercizio di addestramento domestico potrebbe mai replicare in altri ambienti reali o virtuali che essi siano.
Foto KCNA
Maurizio SparacinoVedi tutti gli articoli
Nato a Catania nel 1978 e laureato all'Università di Parma in Scienze della Comunicazione, ha collaborato dal 1998 con Rivista Aeronautica e occasionalmente con JP4 e Aerei nella Storia. Dal 2003 collabora con Analisi Difesa occupandosi di aeronautica e industria aerospaziale. Nel 2013 è ospite dell'Istituto Italiano di Cultura a Mosca per discutere la propria tesi di laurea dedicata a Roberto Bartini e per argomentare il libro di Giuseppe Ciampaglia che dalla stessa tesi trae numerosi spunti. Dall'aprile 2016 cura il canale Telegram "Aviazione russa - Analisi Difesa" integrando le notizie del sito con informazioni esclusive e contenuti extra provenienti dalla Russia e da altri paesi.








