Battaglia navale a Hormuz. Verso una nuova escalation nel Golfo?

 

 

Nelle prime ore di oggi il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affidato ai social media e ai canali ufficiali la posizione della diplomazia di Teheran dopo gli scontri avvenuti ieri intorno allo Stretto di Hormuz.

Araghchi ha messo in guardia esplicitamente gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti dal farsi trascinare in una “palude”, un termine non casuale che richiama i fallimenti storici degli interventi occidentali nella regione. Secondo il capo della diplomazia iraniana, gli “eventi nello Stretto di Hormuz dimostrano chiaramente che non esiste una soluzione militare a una crisi politica”. Araghchi ha citato i colloqui che stavano “facendo progressi grazie al gentile impegno del Pakistan” ma ha condannato le iniziative unilaterali di Washington. Araghchi ha respinto con forza il piano “Project Freedom”, la missione americana volta a scortare le navi mercantili fuori dallo stretto. Per l’Iran qualsiasi tentativo di militarizzare ulteriormente la navigazione porterà a un vicolo cieco operativo con un elevato rischio di escalation.

Teheran ha denunciato l’operazione come una violazione del cessate il fuoco e che avrebbe colpito “qualsiasi forza armata straniera” che avesse tentato di avvicinarsi o entrare nello Stretto, “in particolare, le aggressive forze armate statunitensi“.

 

I fatti di ieri

Il Comando Centrale americano (CENTCOM) ha lanciato nella mattinata del 4 maggio l’opera-zione denominata “Project Freedom“, con l’obiettivo dichiarato di ristabilire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e accompagnare fuori dalle acque del Golfo le navi di Paesi “neutrali e innocenti”.

Come rileva questa mattina il bollettino OHIMAG Daily Global Maritime Geopolitical Forecast “la nave ro-ro a bandiera statunitense Alliance Fairfax di Maersk ha così potuto transitare dallo Stretto sotto scorta della US Navy, in quello che è stato descritto come il primo test concreto dell’operazione.

Tuttavia, nelle stesse ore, una nave sudcoreana è stata colpita da un’esplosione nelle acque dello Stretto e droni iraniani hanno dato origine a un incendio in un porto degli Emirati Arabi Uniti, a dimostrazione che Teheran non intende cedere il proprio controllo su quella via d’acqua strategica senza rispondere con la forza. L’Iran ha denunciato l’operazione americana come una violazione della tregua in corso”.

L’annuncio del presidente Donald Trump circa l’Operazione Project Freedom, definita “umanitaria”, con cui gli Stati Uniti intendono liberare tutte le navi bloccate nello Stretto di Hormuz si avvale di “cacciatorpediniere lanciamissili, 100 aerei basati a terra e su portaerei, piattaforme senza equipaggio multidominio e 15mila militari”.

Secondo CENTCOM le modalità in cui si svolgerà la missione non includono solo scorte dirette ma anche indicazioni rivolte ai mercantili per facilitarne l’uscita dal Golfo Persico.

Il Wall Street Journal ha riferito che alcuni armatori hanno già dichiarato che riprenderanno le normali operazioni solo dopo aver avuto garanzie chiare da parte dell’Iran che non attaccherà navi civili.

Cacciatorpediniere lanciamissili della Marina degli Stati Uniti stanno attualmente operando nel Golfo Arabico dopo aver attraversato lo Stretto di Hormuz a supporto del ‘Project Freedom, si leggeva ieri in una nota dello US Central Command (CENTCOM)  in cui si precisava che “le forze americane stanno attivamente contribuendo agli sforzi per ripristinare il transito per la navigazione commerciale. Come primo passo, 2 navi mercantili con bandiera statunitense hanno attraversato con successo lo Stretto di Hormuz e sono in sicurezza dirette verso la loro destinazione. Come primo passo, due navi mercantili con bandiera statunitense hanno attraversato con successo lo Stretto di Hormuz e sono in sicurezza dirette verso la loro destinazione”.

Diversa la versione iraniana. “Con un avvertimento fermo e rapido da parte della Marina della Repubblica Islamica, è stato impedito l’ingresso di cacciatorpediniere nemiche, americane e sioniste, nello Stretto di Hormuz”, recitava ieri una nota di Teheran.

L’agenzia di stampa semi-ufficiale Fars ha scritto che una nave militare statunitense era stata “presa di mira da un attacco missilistico dopo aver ignorato un avvertimento” e non essendo in grado di proseguire la sua rotta era “stata costretta a ritirarsi e ad allontanarsi dalla zona”. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, due missili hanno colpito la nave da guerra della US Navy vicino all’isola di Jask dopo che questa aveva ignorato gli avvertimenti.

Notizia smentita dal CENTCOM: “Nessuna nave della Marina statunitense è stata colpita. Le forze statunitensi stanno supportando il Progetto Freedom e applicando il blocco navale sui porti iraniani”.

Il comando statunitense ha poi reso noto di aver “neutralizzato sei piccole imbarcazioni iraniane che cercavano di interferire con la navigazione commerciale” come ha affermato il comandante dello US Central Command, l’ammiraglio Bradford Cooper che ha riferito inoltre l’intercettazione di missili e droni iraniani che prendevano di mira le loro navi.

Droni iraniani hanno colpito anche gli impianti petroliferi e il porto di Fujarah, negli Emirati Arabi Uniti provocando una forte protesta di Abu Dhabi per l’attacco a obiettivi civili.

L’Iran ha attribuito agli Stati Uniti la responsabilità politica degli attacchi agli Emirati Arabi Uniti. “La Repubblica Islamica non aveva alcun programma prestabilito per attaccare queste strutture petrolifere e quanto accaduto è stato il risultato dell’avventurismo delle forze statunitensi nel creare un corridoio per il passaggio illegale di navi attraverso i canali proibiti dello Stretto di Hormuz“, ha detto un portavoce il militare.

Diversi Paesi arabi hanno espresso dure condanne per il nuovo attacco iraniano contro gli Emirati Arabi Uniti, realizzato con missili e droni contro siti e impianti civili, che ha provocato il ferimento di tre persone. L’Arabia Saudita ha condannato con la massima fermezza “l’attacco iraniano vigliacco e terroristico”.

In un comunicato il ministero degli Esteri ha espresso pieno sostegno ad Abu Dhabi “in tutte le misure necessarie a tutelare la sua sovranità, sicurezza e integrità territoriale”, invitando Teheran a “cessare immediatamente questi attacchi” e a rispettare il diritto internazionale e i principi di buon vicinato.

Anche il Qatar ha condannato con forza il nuovo attacco iraniano, definendolo “una grave violazione della sovranità degli Emirati e una seria minaccia alla sicurezza e alla stabilità regionale”. Doha ha espresso la sua “piena solidarietà” con Abu Dhabi e il sostegno a tutte le misure che il Paese adotterà per difendere la propria sicurezza e sovranità.

Il  Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato ieri di aver istituito una nuova zona di controllo marittimo nello Stretto di Hormuz (nella mappa qui sopra) così definita:

  •  a sud dalla linea che unisce il Monte Mobarak in Iran alla zona a sud di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti;
  • a ovest: la linea che unisce l’estremità dell’isola di Qeshm in Iran a Umm Al Quwain negli Emirati Arabi Uniti.

Come ha evidenziato questa mattina OHIMAG, la crisi di Hormuz è il banco di prova per eccellenza della credibilità militare americana nel 2026. L’operazione Project Freedom intende dimostrare che la US Navy può proteggere singole navi ma non è certo che possa ristabilire la libertà di navigazione commerciale in senso pieno. L’attacco iraniano – con missili contro una nave sudcoreana e droni contro un porto emiratino – è avvenuto in concomitanza con l’annuncio di Trump, e segnala che Teheran considera inaccettabile qualsiasi erosione del proprio controllo su quella via d’acqua.

“Project Freedom rappresenta il primo tentativo strutturato degli Stati Uniti di riaprire quel passaggio strategico dopo che le tensioni con l’Iran lo avevano di fatto chiuso al traffico commerciale internazionale. Il fatto che una singola nave – l’Alliance Fairfax di Maersk – sia riuscita a transitare dallo Stretto con scorta della US Navy è un passo simbolicamente importante, ma ben lontano dal ripristino della normalità di una completa libertà di navigazione.

Secondo gli analisti di OHIMAG, “il quadro della sicurezza marittima in Medio Oriente è aggravato dalla presenza di mine navali disseminate dall’Iran, una minaccia asimmetrica alla quale la Royal Navy britannica ha risposto con la trasformazione della RFA Lyme Bay in una piattaforma MCM (Mine CounterMeasures) basata su sistemi non pilotati. Questa scelta illustra il paradigma della hybrid navy promosso dall’ammiraglio Jenkins: usare navi ausiliarie come piattaforme madre per droni navali, preservando il personale e moltiplicando le capacità operative senza i costi proibitivi delle unità da combattimento dedicate”.

Resta al momento difficile comprendere se gli scontri di ieri siano destinati a restare episodici o se determineranno una rapida escalation del conflitto navale nelle acque circostanti Hormuz che ha un preciso precedente storico.

Nelle fasi finali della guerra tra Iran e Iraq, tra il 1987 e il 1988, il presidente Ronald Reagan mise in atto l’operazione Earnest Will per scortare le petroliere in transito a Hormuz dopo che le forze iraniane avevano iniziato a minacciare il traffico mercantile. All’operazione parteciparono anche navi di diverse nazioni alleate degli USA inclusa l’Italia.

Il 14 aprile del 1988 la fregata USS Samuel B. Roberts (classe Perry) urtò una mina e rischiò di affondare. Quattro giorni dopo gli americani lanciarono l’Operazione Praying Mantis distruggendo due piattaforme petrolifere utilizzate dall’Iran come basi operative per i barchini dei pasdaran e affondarono diverse navi da guerra iraniane.

Oggi però è difficile ipotizzare una lunga sfida navale tra USA e Iran nello Stretto di Hormuz che non includa anche il riavvio delle ostilità su più vasta scala.

Un’eventualità a cui Washington sembra volersi preparare. Secondo il giornale on line Semafor un gruppo di senatori repubblicani sta lavorando dietro le quinte a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da poter portare avanti nel caso in cui il presidente Donald Trump decidesse di riprendere gli attacchi.

Il War Powers Act consente una procedura “accelerata” per l’esame di un’autorizzazione militare se questa viene presentata entro i primi 30 giorni del successivo periodo di 60 giorni di guerra il che significa che l’autorizzazione otterrebbe rapidamente un voto in aula al Senato. L’autorizzazione proposta dai repubblicani probabilmente limiterebbe l’impiego di truppe di terra e prevederebbe una durata definita del conflitto.

La ripresa del conflitto non è peraltro priva di rischi né per le navi statunitensi all’interno del Golfo né per i rapporti tra Washington e i suoi alleati arabi.

Come ha riferito ieri un’inchiesta della CNN, la maggior parte delle basi militari statunitensi nella regione mediorientale è stata danneggiata dalle armi dell’Iran. Nel dettaglio sono state danneggiate almeno 16 installazioni statunitensi, distribuite in otto paesi. “Questo rappresenta la maggior parte delle postazioni militari statunitensi nella regione. Alcune di esse sono ora praticamente inutilizzabili“, riporta l’emittente televisiva.

Tali informazioni non sono state rese pubbliche ufficialmente dall’amministrazione Trump perché, secondo diversi media statunitensi, si sta cercando di minimizzare i danni subiti. NBC News ha denunciato la scorsa settimana fa che il governo non è stato del tutto trasparente in proposito affermando to che numerose piste di atterraggio, sistemi radar avanzati, aerei, magazzini, quartier generali, hangar e infrastrutture di comunicazione sono stati danneggiati in Giordania, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Ha inoltre stimato che le riparazioni “potrebbero costare fino a 5 miliardi di dollari”.

In marzo era trapelato da diverse fonti arabe che molti militari statunitensi erano stati alloggiati in hotel dopo essere stati trasferiti dalle basi distrutte dalle armi iraniane.

Foto:  Tasnim e US Department of War

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal 1991 al 2014 ha seguito sul campo i conflitti nei Balcani, Somalia, Iraq, Afghanistan, Sahara Occidentale, Mozambico e Sahel. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane", “Immigrazione, la grande farsa umanitaria” e "L'ultima guerra contro l’Europa". Presso il Ministero dell’Interno ha ricoperto dal 2018 l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza di due ministri e un sottosegretario.

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