Make America great. Again.

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“Make America great again”. Iniziamo da qui, da questo slogan che contiene e rappresenta meglio di ogni altra cosa il punto di vista comunicativo con cui Donald Trump ha vinto le elezioni statunitensi.
Uno slogan di 4 parole, interessante a livello estetico in quanto l’accento cade sempre su una “e”: per pronunciare questa frase, è come se si cantassero quattro “e” di seguito con un ritmo preciso e ordinato:
/meɪk/ /əˈmɛrɪkə/ /ɡreɪt/ /əˈɡɛn/.

Se provate a cantare 3 “e” di seguito, con un ritmo regolare, vi renderete conto che “musicalmente” il nostro cervello pretende la quarta “e” per poter chiudere la frase in modo ritmicamente ordinato. Se ne cantate solo tre, resta un senso di vuoto, di incompiuto. Ecco perché la quarta parola, posta nel punto di maggiore attenzione ritmica e sonora dello slogan, viene sottolineata e risulta la parola di maggiore importanza, quella che dà il senso comunicativo al tutto.

“Make America great”, fino a qui non ci sarebbe stato nulla di particolarmente significativo da ricordare o che si potesse imprimere nella mente. Ma la parola più importante (quella che arriva alla fine della frase come nelle battute dei comici, dove la parola inaspettata che dà il senso al tutto non deve essere anticipata per non rovinare l’effetto sorpresa che genera la risata) è proprio “again”.
“Di nuovo”, “un’altra volta”, “ancora” o “nuovamente”.
“Make America great again” significa prima di tutto, e in questo risulta uno slogan di pregio ed efficacia, che l’America in questo momento non è più grande.
Lo è stata, può tornare ad esserlo, e anzi bisogna agire perché questo avvenga (l’uso del verbo “make”) ma in questo momento non lo è più.
A mio avviso Trump ha vinto le elezioni statunitensi semplicemente grazie alla rappresentazione di questa realtà.

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Michael Moore nel suo post “5 reasons Trump will win”, diventato famoso grazie alle sintesi iper-semplificate che ne hanno diffuso i media dopo l’elezione (gli stessi media che avevano certificato l’assoluta impossibilità della vittoria di un personaggio descritto come inadeguato, velleitario e pericoloso) ha argomentato il seguente ragionamento.

Nella Rust Belt (la “cintura della ruggine” come viene definita la vasta area produttiva del Nord-Est degli Usa colpita negli ultimi anni dal declino industriale e occupazionale), dove molta gente non ha più lavoro in diretta conseguenza della chiusura e delocalizzazione degli impianti produttivi, di fronte ai cittadini che hanno paura che venga chiuso l’ennesimo stabilimento per spostarlo in Messico dice: “se non bloccano la chiusura della fabbrica, io da Presidente metterò una tassa sul rientro di questi prodotti negli Stati Uniti in modo da rendere antieconomica la delocalizzazione”.

Agli stessi elettori, Hillary Clinton dice: “va tutto bene, abbiamo governato perfettamente, certo ci sono stati degli errori, certo è possibile migliorare, però in sintesi va tutto bene e dobbiamo continuare così”. Moore chiudeva questa descrizione domandandosi: “secondo voi, nella Rust Belt, chi voteranno?”
Il ragionamento in realtà è estendibile a tutti gli Stati Uniti d’America, ben al di là della Rust Belt.

Perché negli Stati Uniti ci sono molte persone che non vivono bene la propria quotidianità in questi anni, molte persone che in sintesi, potremmo dire, “percepiscono di stare male”.
Certo, negli USA la disoccupazione è bassa e l’economia si muove con un ritmo che per noi è solo un sogno, però tutti sappiamo che una significativa parte di quella occupazione in realtà è costituita da lavori precari, a tempo determinato, part-time, lavori che risultano nelle statistiche dell’occupazione, ma che non danno la possibilità alle persone di vivere in maniera tranquilla, di guardare con serenità al futuro, di far valere i propri diritti.

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Questa America si guarda attorno, nel 2016, e pensa: “le cose non vanno bene”.
Un candidato conferma questa loro visione, l’altro no.
Letta la situazione da questa prospettiva, non è difficile capire le ragioni del consenso tanto ampio ottenuto da Trump in spregio a ogni previsione o ragionamento politically correct.

In realtà, anche focalizzandosi sui risultati della politica estera statunitense degli ultimi anni, si potrebbe giungere alla stessa conclusione. L’Iraq prima conquistato e poi lasciato al suo destino sulla base della narrazione “che l’esercito e la polizia iracheni sono perfettamente in grado di fare da loro” (e che non lo fossero è stato certificato dalla prova dei fatti con la facile ascesa di Daesh), i danni provocati in Libia, la destabilizzazione portata o sospinta in molte aree del mondo (guarda caso sempre vicine ai confini dei potenziali concorrenti ) e il tutto senza neanche la “grandezza” di una guerra come per lo meno avevano fatto i Bush (che avevano promosso guerre a mio parere sbagliate, ma almeno avevano avuto il coraggio di metterci la faccia e prendersi le proprie responsabilità di fronte alla storia, dichiarandole) tutti questi fatti e altri ancora disegnano anche qui l’immagine di un’America che “non è più grande”.

Anche applicandosi al ruolo internazionale degli USA, il messaggio comunicativo di Trump era più convincente in quanto la sua radice, ovvero la perdita di grandezza degli Stati Uniti, risultava più rispondente a ciò che si poteva osservare, e quindi molto più convincente di chi diceva che tutto era stato fatto per il meglio ed andava bene. Non continuo questa analisi della politica estera perché ritengo che per determinare il risultato finale non abbia avuto lo stesso impatto che ha avuto invece la lettura delle difficoltà interne della popolazione statunitense da un punto di vista economico e sociale.

La bipartizione delle due campagne rispetto alla visione della realtà (“Le cose non vanno bene, dobbiamo cambiare” contro “le cose vanno bene, avanti così”) si è poi riverberata su tutta una serie di conseguenze di contorno.
Ad esempio lui, libero da passato politico e quindi non incatenato alla necessità di confermare le politiche precedenti, alle domande rispondeva con chiarezza, incarnando la voglia di cambiamento. “Cosa vuole fare per i trattati di libero scambio?” “Li voglio eliminare” rispondeva Trump.

Alla stessa domanda la candidata Clinton, all’interno dei famosi dibattiti che secondo la stampa lei avrebbe stravinto, non rispondeva. Sapendo che si trattava di argomenti impopolari che non poteva cavalcare, era purtuttavia costretta a non censurare l’attività politica del presidente Obama, e quindi, seppur con un inglese forbito, con una retorica convincente e strutturata, e con toni morbidi e politically correct, era costretta ad arrampicarsi sugli specchi per giustificare ciò che si coglieva sullo sfondo, cioè il fatto che con lei questi trattati sarebbero stati implementati e sviluppati ulteriormente. D’altra parte chi ha memoria si ricorda che fu proprio Bill Clinton (il marito di cui lei ha mantenuto il cognome acquisito) negli anni ‘90 a mettere le ali ai processi di globalizzazione che oggi conosciamo, che sono diventati un fenomeno irreversibile e al tempo stesso non solo positivo.

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Cosa che i cittadini sanno bene non perché esperti di geopolitica o di filosofia della storia, ma perché gli ingredienti negativi della globalizzazione sono diventati presenti nelle loro vite: impoverimento delle classi medie, destrutturazione del mercato del lavoro dovuta alla concorrenza di paesi lontani, grossi e complessi problemi legati all’immigrazione, senso di insicurezza riguardo al futuro e al proprio presente.

In sintesi la struttura dei messaggi retorici dei due candidati si è articolata sulle dimensioni:
– la lettura della realtà (“le cose vanno bene” vs. “le cose vanno male”);
– il senso del cambiamento o della continuità (“dobbiamo cambiare le cose” vs “dobbiamo continuare a fare le cose nello stesso modo”);
– ciò che viene considerato “nuovo” e ciò che viene considerato “vecchio”;
ciò che viene considerato “elitario, aristocratico e distante” ” (“l’1%” della popolazione di cui parlavano i movimenti Occupy Wall Street) da ciò che viene considerato “popolare, vicino, promosso dal basso” (il restante “99%” della popolazione).

Trump ha vinto perché ha scelto di rappresentare la realtà come negativa (“Make america great again”, appunto) e già con questa semplice scelta si è allineato e sintonizzato all’opinione e alla pancia dell’America profonda che la pensava allo stesso modo. Ha potuto quindi poi proporsi coerentemente come paladino del “cambiamento necessario a migliorare le cose” (che se non vanno bene, vanno cambiate: retoricamente il passaggio è logico). Per questo e altri motivi è stato anche identificato come il “nuovo”, aspetto confermato anche dalle sue caratteristiche eccentriche e sopra le righe incuranti del politically correct (o anzi direttamente rivolte contro il politically correct in maniera strategica a tale scopo).

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E per quanto milionario famoso è riuscito a farsi considerare addirittura anche “popolare” e “proveniente dal basso”, se non altro perché la sua concorrente, appesantita da molti anni di politica attiva e dagli ingenti finanziamenti provenienti da tante realtà (tra cui l’odiata “finanza internazionale” e paesi che non godono di una grande opinione pubblica negli Stati Uniti, come ad esempio l’Arabia Saudita associata all’11 Settembre e a Daesh) risultava così intrinsecamente elitaria, distante, e “casta”, da far assomigliare Trump addirittura a un “giovane parvenu”.

Così come è meglio non credere a chi ci dice che Trump avrebbe vinto per colpa di un impazzimento degli americani, o per colpa delle notizie false su internet, o per colpa degli hacker russi (per una “ipotesi aliena” sarei pronto a ricredermi, ma non l’ha ancora proposta nessuno) è bene non credere neanche a tutti quelli che dicono “io l’avevo detto prima”. Questo perché questi ultimi, prima di tutto, se fossero sinceri con se stessi, dovrebbero ammettere che indovinare il risultato in anticipo era impossibile: troppe variabili in gioco.

Quello che si poteva fare era mettere insieme una serie di indizi che sembravano rendere molto meno scontata la vittoria della Clinton, investirci in termini di ricerca ulteriore di nuovi indizi e fact checking, e poi incamminarsi nella direzione di una scommessa che se vinta rappresentava di certo un bel premio, vista la “assoluta impossibilità” della vittoria di Trump così come era scritto e detto da tutti i media del mondo occidentale.

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Quali sono questi indizi? Ne riporto brevemente 7 in ordine sparso.

1. In tutta la campagna si è parlato sempre e solo di Trump. La stessa Hillary Clinton ha speso più tempo a parlare di Trump che a parlare di sé stessa o del suo programma. Così hanno fatto tutti i media, di fatto aiutandolo e tirandogli la volata.

2. I video di lancio delle due campagne la scorsa primavera erano profondamente diversi. Patinato, levigato e hollywoodiano in senso tradizionale quello della Clinton, incentrato sullo slogan “Stronger together”. Una lunga carrellata di persone, prese da ogni tipo di minoranza, rappresentate in una realtà che potrebbe ricordare quella delle pubblicità del Mulino Bianco. E la presenza della Clinton solo per qualche secondo, a rappresentare il dialogo con gli elettori (il “togheter”) con una specie di fermo immagine nel quale, guardando nel vuoto, Hillary parlava con un signore anziano seduto alla sua destra in un bar americano. Un’immagine di solitudine stile quadro di Hopper, che non era certo il miglior modo per rappresentare un “insieme”, una comunione di intenti, una comunità attiva, un candidato “empatico”.

Dall’altro lato il video di Trump, insolente nel proporre i temi-chiave della campagna (dal “muro” contro gli immigrati alla lotta all’Isis e all’islamismo estremista) girato con una grafica stile videogiochi che però lasciava grande spazio anche all’immagine del candidato. Guardavi entrambi i video e, anche se non potevi certo capire da lì chi avrebbe vinto, ti rendevi conto che a distanza di giorni il video della Clinton si dimenticava mentre quello di Trump rimaneva nella memoria. I materiali comunicativi delle due campagne hanno poi continuato su questa stessa falsariga, patinati e levigati quelli della Clinton, “harsh” e graffianti quelli di Trump.

3. Quando si cercava nella rete, nei social come Twitter, Instagram, Pinterest, e altri che permettono una ricerca completa ed estensiva degli argomenti (non come Facebook che, per colpa di Zuckerberg, è costruito su una serie di “orticelli” chiusi da alte palizzate oltre le quali i messaggi non vanno e non sono rintracciabili) si trovavano tantissimi materiali orizzontali e dal basso favorevoli a Trump, mentre non si trovava quasi nulla, tranne le poche risorse ufficiali, a favore della Clinton.

4. Colui il quale si fosse poi convinto che Trump poteva effettivamente vincere, avrebbe potuto pensare: “ci scommetto soldi sopra”. Sono tutti convinti che vinca la Clinton, quindi io scommettendo sull’altro candidato otterrò una congrua vincita, dato che le quote dovranno per forza essere alte. A quel punto si aprivano le agenzie di scommesse online, e si verificava che le quote non erano affatto alte, erano basse: 1,60 lui contro 1,40 lei. In altri siti di scommesse 1,20 lei, 1,40 lui. Cioè gli allibratori già quest’estate avevano capito che la vittoria di Trump non era così impossibile o improbabile, e pur dandolo in svantaggio, lo associavano a una quota bassa, quasi uguale a quella della concorrente.

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5. Allo stesso modo anche il semplice fatto che i sondaggi, seppure sbagliati, certificassero comunque molti milioni di voti dai lato di Trump anche quando lo davano in forte svantaggio, mentre in contemporanea tutto il mondo sosteneva che una sua vittoria sarebbe stata impossibile, era in se stesso un indizio del fatto che le cose avrebbero potuto andare ben diversamente da quanto veniva allora rappresentato.

6. Quando un candidato non fa più comizi così come ha fatto in pratica la Clinton in tutta la fase finale della campagna, questo dovrebbe far riflettere. Non li faceva forse per motivi legati alla sua salute, questo non è possibile saperlo perché su questo è stata stesa una cortina fumogena molto forte, ma di certo aveva smesso di farli anche perché le persone non venivano, non si creava né folla né entusiasmo. Infatti da un certo punto in poi la motivazione per recarsi a un incontro pubblico della Clinton era sempre suscitata con strumenti esterni: ed ecco i concerti di Springsteen, Bon Jovi, ecc. ecc. Ve li immaginate de Gaulle, Che Guevara o Evita Perón che per attirare gente a un proprio comizio hanno bisogno di chiamare uno che canta? Non è possibile, le folle andavano ad ascoltarli per quello che loro stessi erano.

7. E infatti Trump (seppur non avvicinabile a personaggi di quella statura) nei suoi comizi attirava moltissima gente entusiasta, e senza bisogno di nessun tipo di ospite. L’attrazione, infatti, era lui.

Claudio MelchiorVedi tutti gli articoli

Insegna "Comunicazione nelle organizzazioni complesse" e "Teorie e tecniche di negoziazione" all'Università degli Studi di Udine. Sociologo, giornalista e comunicatore, i suoi principali interessi di ricerca riguardano i processi comunicativi, la relazionalità sociale ed i processi culturali. Negli ultimi anni i suoi studi si sono concentrati in particolare sugli aspetti a-consapevoli dei meccanismi comunicativi.

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