Afghanistan, i talebani alla (ri)conquista del territorio

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da Il Mattino del 21 gennaio

L’attacco suicida all’hotel Intercontinental a Kabul ha riproposto uno dei più consolidati clichè del terrorismo talebano, soprattutto quello legato alla Rete Haqqani con base nel Waziristan pakistano che in più occasioni negli ultimi anni ha preso di mira a Kabul e in altre città nell’est afghano hotel e “guest house” che ospitano stranieri, per lo più personale di organizzazioni internazionali.

Anche sul piano tattico l’assalto di sembra aver seguito uno schema ben noto, innanzitutto colpendo un hotel già bersagliato da atti terroristici e poi impiegando un primo kamikaze fattosi esplodere all’entrata consentendo ad almeno altri 4 miliziani di entrare nell’edificio sparando sugli ospiti e prendendo ostaggi.

L’albergo era stato attaccato nello stesso modo il 28 giugno 2011 e la matrice, anche questa volta, sembra essere quella della rete talebana Haqqani (che il 31 maggio dell’anno scorso nella capitale afghana uccise con un camion bomba oltre 150 persone ferendone oltre 400) anche se non si può escludere la mano dei “rivali”, sul fronte del jihad, dello Stato Islamico, sempre più spesso protagonista di attacchi a Kabul nel tentativo di guadagnare visibilità ed estendere la sua area di influenza a ovest della provincia orientale di Nangarhar in cui i suoi miliziani sono particolarmente attivi.

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La Rete Haqqani è una delle due grandi organizzazioni talebane afghane, insieme alla “Shura di Quetta” i cui miliziani operano più a sud nelle province di Helmand, Kandahar e nell’ovest, dove sono ancora presenti circa 900 militari italiani che nel corso dell’anno dovrebbero ridursi a 700, con compiti di supporto e addestramento rivolti alle truppe del 207° corpo afghano.

E quanto le forze di Kabul abbiano bisogno in questo settore dei consiglieri militari e degli elicotteri italiani lo dimostrano i continui scontri che si registrano soprattutto nella provincia calda di Farah, caratterizzata da un’elevata presenza talebana e un’alta concentrazione di coltivazione di oppio, dove giovedì gli insorti hanno ucciso in due incursioni 8 membri delle forze di sicurezza afghane.

Del resto la situazione in Afghanistan resta difficile per le forze governative che controllano a malapena la metà del territorio a causa della progressiva avanzata dell’Emirato islamico (i talebani) e della branca locale dello Stato Islamico emersa dopo il ritiro delle forze da combattimento Usa e Nato nel 2014.

La precaria situazione della sicurezza è anche il risultato dall’ondivaga e inconcludente strategia adottata da Washington negli ultimi16 anni. Alla guerra che abbattè il regime talebano ha fatto seguito un disimpegno militare che ha permesso ai talebani di riorganizzarsi e riprendere il controllo di ampie aree del paese, quasi tutte riconquistate con le offensive alleate scatenate tra il 2009 e il 2011 grazie ai rinforzi inviati Usa ed Europa.

A man tries to escape from a balcony at Kabul's Intercontinental Hotel during an attack by gunmen in Kabul, Afghanistan January 21, 2018. REUTERS/Omar Sobhani - RC17C640EB00

Uno sforzo reso vano dall’annuncio di Obama, che nel 2010 rese noto come dall’anno successivo avrebbe preso il via il ritiro delle truppe americane. Dopo lunghe esitazioni Donald Trump ha deciso di inviare quasi 4mila rinforzi in Afghanistan, in supporto ai circa 16mila militari Usa e Nato presenti oggi, ma vorrebbe che almeno un quarto di questi venissero forniti dagli europei.

In ogni caso non saranno poche migliaia di consiglieri militari in più a fare la differenza, soprattutto a fronte delle ingenti perdite nelle forze di sicurezza afghane che soffrono centinaia di morti e feriti ogni mese e risultano fiaccate anche da corruzione e diserzioni.

Inoltre la crisi afghana non trae certo benefici dalle tensioni nei rapporti tra Usa e Pakistan, paese che ha sempre influito pesantemente sulle vicende di Kabul considerato che comandi e retrovie di Talebani e Stato Islamico si trovano nella cosiddetta “area tribale”, in territorio pakistano.

Trump ha molte ragioni nell’accusare Islamabad di ambiguità nella lotta al terrorismo islamico, tema non certo nuovo se consideriamo che Osama bin Laden ha vissuto per anni a poche centinaia di metri da una base militare dell’esercito pakistano.

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La decisione di Washington di sospendere gli aiuti e le forniture militari ha determinato dure reazioni a Islamabad che ha sospeso lo scambio delle informazioni di intelligence con gli statunitensi e ieri ha ordinato la chiusura dell’emittente Mashaal, legata al circuito internazionale Radio Liberty/ Radio Free Europe finanziato dal Congresso degli Stati Uniti.Radio Mashaal “segue un’agenda contraria agli interessi del Pakistan” – secondo il governo di Islamabad – “presentando il paese come un hub del terrorismo”.

Al braccio di ferro non è certo estraneo il progressivo consolidarsi da un lato dell’asse economico e militare tra il Pakistan e la Cina, dall’altro di quello tra gli Usa e l’India. Resta quindi evidente che l’Afghanistan potrebbe pagare il conto della nuova crisi tra pakistani e statunitensi a cui potrebbe essere legato indirettamente anche l’ultimo attacco a Kabul.

I servizi segreti militari di Islamabad non hanno infatti mai cessato di sostenere i gruppi jihadisti, specie i Talebani, basati nella regione tribale di confine. Proprio per questo l’assalto suicida all’hotel Intercontinental potrebbe rientrare in una strategia tesa a colpire Kabul per indurre Trump ad ammorbidire le sue posizioni nei confronti del governo di Islamabad.

 

Foto: AP, AFP e Reuters

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Giornalista bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 si occupa di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Ha collaborato o collabora con quotidiani e settimanali, università e istituti di formazione militari ed è opinionista per reti TV e radiofoniche. Ha scritto diversi libri tra cui "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”. Dall’agosto 2018 al settembre 2019 ha ricoperto l’incarico di Consigliere per le politiche di sicurezza del ministro dell’Interno.

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