Le bufale spacciate da chi pretende di difenderci dalle fake news

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Ormai non ha più freni la campagna attuata dalle istituzioni nazionali e sovranazionali tese a rassicurarci circa i provvedimenti per proteggerci dalle fake news prodotte e diffuse dai nemici della Nato e dell’Unione europea, cioè principalmente russi, populisti e sovranisti.

Una campagna evidentemente necessaria anche in Italia ora che gli attuali vertici istituzionali ci hanno spiegato che chiunque assuma le redini del governo dovrà dichiararsi fedele all’Alleanza Atlantica e alla Ue mentre vertici istituzionali del recente passato ci hanno informato dagli schermi televisivi che ormai la sola sovranità a cui rispondere è quella europea.

Precisazioni importanti tenuto perché per qualche sprovveduto il governo di Roma dovrebbe addirittura essere fedele alla Costituzione e al popolo italiano e sostenere gli interessi nazionali.

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In ogni caso possiamo dormire notti serene sapendo che l’Unione sta mettendo a punto provvedimenti per proteggerci dalla propaganda e dalle fake news creando una commissione di verificatori (saranno anche saggi?) che valuteranno quali informazioni siano liberamente divulgabili e quali siano invece pericolose (per noi, ovviamente).

Una specie di Ministero della Verità? Lo vedremo ma intanto da Bruxelles hanno già anticipato che i media che diffonderanno notizie non approvate dai “verificatori” saranno sanzionati, quelli più ligi alla dittatura del politicamente corretto avranno invece dei premi la cui natura non è stata ancora specificata.

Potrebbe essere indicato a questo proposito istituire in tutte le terre dell’Unione il Premio Lino Linguetta (ricordate il personaggio creato anni or sono dal comico Emilio Solfrizzi a Striscia la notizia?) con ricchi premi e cotillons per chi si genufletterà meglio.

Battute a parte (infatti c’è ben poco da ridere) è inevitabile che, come sempre è accaduto in pace e in guerra, tutti utilizzino anche le armi della propaganda e disinformazione per perorare la propria causa.

Anche la Nato nell’ultimo vertice di Bruxelles ha ribadito gli sforzi congiunti di tutti gli alleati nel combattere insieme fake news e cyber minacce provenienti ovviamente dalla Russia, la cui potenza militare è per definizione crescente anche se il Sipri di Stoccolma ha “certificato” nel 2017 un taglio del 20 per cento delle spese militari di Mosca rispetto all’anno precedente. Un taglio ammesso dal Cremlino che ne riduce però l’entità.

In ogni caso secondo il Sipri Mosca ha speso l’anno scorso 66 miliardi di dollari per la Difesa, un tredicesimo dell’intera NATO pari a 900 milioni.

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Quello che dovrebbe indurre l’Italia e gli Stati europei a qualche riflessione è l’idea che a proteggerci da queste minacce debba essere la Nato, cioè i suoi principali “azionisti” anglo-americani di cui abbiano da 20 anni la certezza, dallo scandalo Echelon del 1999 al molto più recente Datagate reso noto da Edward Snoeden (foto a lato), che sono palesemente coloro che maggiormente ci spiano tenendo sotto controllo popolazione, aziende, vertici e apparati dello Stato.

Una minaccia ben più grave quindi delle eventuali bufale che potremmo leggere sui siti di Sputnik e Russia Today o che potrebbero spacciarci sui social i trolls di San Pietroburgo.

Qualche riflessione critica dovremmo permettercela per diverse ragioni, non ultima quella che è ancora possibile esprimerci  liberamente, in attesa che si insedi qualche comitato di verificatori. Innanzitutto la difesa contro le minacce cyber dovrebbe essere strettamente nazionale poichè i nostri eventuali “alleati” militari sono al tempo stesso nostri rivali politici e commerciali.

Eppoi le fake news sono un “uomo nero” che assomiglia molto alla minaccia fascista tanto esasperata nella recente campagna elettorale. In pratica “aria fritta”, come riferiscono recenti studi.

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L’inchiesta delle università Oxford e del Michigan su un campione di 14 mila utenti del web in Usa ed Europa rivela che il 50% verifica le informazioni che acquisisce in rete, circa le quali l’80% mostra scetticismo, ogni utente consulta in media 4/5 fonti e il 36% legge opinioni diverse dalle sue.

Non è un caso quindi che Brendan Nyhan concluda lo studio realizzato per il Dartmouth College sull’impatto nei processi elettorali sostenendo che “le fake news influiscono in maniera impercettibile perchè la percentuale di elettori raggiunta dalla disinformazione online è modesta e perché i consumatori di quel tipo di messaggi sono in gran parte persone già polarizzate, alle quali nessun troll farà cambiare idea”.

Insomma, pare proprio che le fake news e il loro devastante impatto sull’opinione pubblica siano una gigantesca bufala, utile forse ad aumentare controllo sociale e censura, gestire politicamente i flussi d’informazione, marginalizzare e reprimere il dissenso e limitare le libertà personali.

Un quadro preoccupante, che ricorderebbe l’orwelliano 1984 se non fosse per il predominante aspetto comico che trasforma in farsa ogni ipotesi di “regime”.

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Basta infatti prendere in esame quanto è accaduto solo nelle ultime settimane per renderci conto che proprio coloro che vorrebbero proteggerci dalle fake news appaiono come i più grossi propagatori di bufale, peraltro confezionate in modi talmente raffazzonati da indurre a chiederci quanto sia in caduta libera il livello dei leader dell’Occidente.

A inizio aprile Londra accusò Mosca per l’intossicazione di Sergey Skripal e di sua figlia con un agente nervino (arma chimica) sicuramente prodotto in Russia come assicurò il ministro degli Esteri Boris Johnson affermando di avere avuto certezze in tal senso dai laboratori chimici militari di Porton Down.

Il direttore dei laboratori smentì però in un’intervista che vi fossero prove del coinvolgimento russo e a un mese di distanza non è stato ancora chiarito quale sia stata la causa dell’avvelenamento (qualcuno ipotizza addirittura si tratti di medicinali) e i signori Skripal stanno bene (condizione difficilmente compatibile con il contatto con agenti nervini di tipo militare) anche se nessuno riesce ad avvicinarli.

Nel frattempo mezza Europa, Italia inclusa, ha espulso diplomatici russi per solidarietà con Londra attribuendo credibilità alle parole di Johnson.

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Pochi giorni dopo anche Roma ha dato credito alla denuncia effettuata da una milizia jihadista filo-saudita di un attacco chimico delle forze siriane a Douma, alla periferia di Damasco.

La fonte non era molto affidabile ma il peso dei petrodollari di Riad deve aver contribuito a indurre gli anglo-franco-americani a non attendere verifiche imparziali e a lanciare oltre 100 missili su obiettivi (edifici vuoti) siriani violando impunemente il diritto internazionale.

Un finto blitz che non ha provocato neppure un morto ma la gran parte dei governi e dei media occidentali hanno sposato acriticamente la resi dell’attacco chimico voluto da Assad senza neppure porsi qualche interrogativo.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha avuto il coraggio di affermare che i suoi servizi segreti avevano le prove della colpa di Assad ma si trattava solo dei video raccolti sul web e diffusi dai ribelli amici dei sauditi. James Mattis, alla guida del Pentagono, ammise che le uniche prove disponibili erano state raccolte sui social network e a un mese di distanza non ci sono ancora prove né circa la responsabilità dei governativi siriani né che l’attacco chimico si sia mai verificato.

Anche il premier israeliano Benyamin Netanyahu è stato protagonista di uno show televisivo in cui ha mostrato video, foto e disegni per spiegarci che l’Iran sta segretamente costruendo armi atomiche.

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Dei 55 mila file che il premier dice di possedere e che dovrebbero provare le colpe di Teheran non ha mostrato praticamente nulla di convincente ma del resto l’ipotesi che il nemico giurato di Israele punti ancora e segretamente a dotarsi di armi nucleari non è improbabile tenuto conto che lo Stato ebraico dispone di almeno 200 teste nucleari anche se non lo ha mai ammesso (proprio come l’Iran?).

Fake news o meno, lo show di Netanyahu è giunto guarda caso in soccorso a Trump e al suo nuovo segretario di Stato, Mike Pompeo, impegnati a raccogliere adesioni per denunciare l’accordo sul nucleare iraniano e varare nuove sanzioni contro Teheran (che colpirebbero soprattutto l’Europa e in particolare l’Italia) colpevole di sviluppare quei missili balistici il cui possesso da parte dei sauditi non sembra invece turbare il sonno di nessuno in Occidente e neppure a Gerusalemme.

@GianandreaGaian

Foto: AP, Reuters, Douma Media Center, Twitter, 123 RF e The Inquirer

 

 

Gianandrea GaianiVedi tutti gli articoli

Bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Attualmente collabora con i quotidiani Il Mattino, Il Messaggero, Libero e Il Corriere del Ticino, con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti TV e radiofoniche RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”.

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