Come fermare gli sbarchi e salvare le vite

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da Il Mattino / Il Messaggero del 24 giugno 2018

L’energica iniziativa del governo italiano sul fronte dell’immigrazione illegale ha conseguito in pochi giorni due importanti successi. Innanzitutto ha bloccato l’accesso ai porti alle navi delle Ong eliminando un’importante “anomalia” che vedeva soggetti privati gestire (con l’obiettivo di trasferire in Italia il più alto numero possibile di clandestini) un’emergenza che riguarda invece direttamente la sicurezza nazionale.

I ministri Matteo Salvini e Danilo Toninelli hanno ribadito la piena sovranità di Roma sugli accessi dei migranti completando l’opera avviata da Marco Minniti che aveva tentato di regolamentare l’ambigua azione delle navi delle Ong, troppo spesso in concorrenza con le motovedette libiche.

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Il secondo successo è stato conseguito obbligando la Ue ad affrontare l’emergenza sbarchi e mettendo in luce le sue contraddizioni , con partner pronti a rimproverare l’Italia per lo stop alle Ong ma non certo disposti ad accogliere migranti illegali sul loro territorio.

Lo confermano le rabbiose reazioni di Emmanuel Macron, le aperture di Angela Merkel a Giuseppe Conte in vista del vertice Ue e la decisione di Madrid di espellere gli oltre 600 migranti sbarcati dalla nave Aquarius e privi di ogni diritto all’asilo, un sesto dei quali pare abbiano già fatto perdere le loro tracce.

In prospettiva però l’aspro confronto tra l’Italia e la Ue non potrà offrire soluzioni durature: la ripartizione dei soli aventi diritto all’asilo è fallita da tempo e nessuno ipotizza possa essere allargata a tutti i migranti illegali ma se anche così fosse ogni forma di accoglienza incoraggerebbe ulteriori flussi.

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I tanto citati hot spot in Nord Africa, un po’ alibi e un po’ “foglia di fico” di un’Europa che non rinuncia al linguaggio politicamente corretto, risultano inattuabili.

Tunisia e Algeria li rifiutano perchè non intendono diventare meta di flussi fuori controllo di persone che sperano di essere accolte in Europa mentre le autorità di Tripoli hanno plaudito al “nuovo corso” italiano sostenendo che solo lo stop all’accoglienza potrà far cessare i traffici.

Nulla di cui stupirsi, i trafficanti legati spesso ai gruppi jihadisti costituiscono una grave minaccia per la traballante stabilità degli Stati di Nord Africa e Sahel.

Negli ultimi giorni in tutta Europa (non solo nel Gruppo di Visegrad) sono stati “sdoganati” i respingimenti, parola rimasta tabù finchè l’Italia accoglieva chiunque pagasse criminali per raggiungere le sue coste.

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Se Germania e Austria intendono rimandare in Italia i migranti illegali arrivati in questi anni dalla Penisola, chi potrà rimproverare Roma se riportasse in Libia le persone soccorse in mare come già fanno le motovedette di Tripoli assistite dalla Marina italiana?

L’unica risposta risolutiva è riposta nei respingimenti assistiti, aiutando le navi libiche a intercettare barconi e gommoni e riconsegnando a Tripoli i migranti soccorsi dalle navi militari italiane ed europee.

Sembra muovere in questa direzione anche l’annuncio della Guardia Costiera italiana che informa chiunque soccorra migranti nelle acque di competenza libica che dovrà rivolgersi a Tripoli per sbarcarli.

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La Libia offre porti sicuri e le agenzie dell’Onu cooperano con il governo di Fayez al-Sarraj per accogliere dignitosamente i migranti e rimpatriarli nei Paesi di origine con voli dall’aeroporto di Tripoli.

Una soluzione che ripristinerebbe legalità e controllo lungo le frontiere della Ue (oltre alla credibilità dell’Europa), azzerando i morti in mare e scoraggiando ulteriori flussi.

Negli anni scorsi l’Australia fermò i trafficanti con una campagna d’informazione (“No Way) in tutta l’Asia che negava ogni possibilità di accoglienza e con un’operazione (“Sovereign Borders”) che vide le navi militari riportare nelle acque di Indonesia e Sri Lanka i barconi di clandestini senza che si registrasse neppure una vittima.

Nel 2015 Canberra propose il suo “modello” alla Ue ma Bruxelles rispose, quasi infastidita, che “l’Europa non attua respingimenti”. Oggi nel Vecchio Continente in molti sembrano pensarla diversamente.

@GianandreaGaian

Foto: Ansa, Corriere della Sera, Australia.gov

 

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Nato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan - Guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere".

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