Dopo il Niger in bilico anche la presenza militare italiana a Misurata?

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L’ospedale militare italiano in Libia potrebbe venire trasferito dall’aeroporto di Misurata all’interno della città oppure a Tripoli, sempre che si trovi un’intesa tra le diverse autorità libiche e quelle italiane.

Lo ha riferito il 31 maggio l’agenzia di stampa Nova citando il comandante dell’Accademia aeronautica di Misurata, generale Moftah Ojba, che ha recentemente rinnovato la sua richiesta all’ospedale militare da campo italiano di lasciare la sede dell’Accademia, presso l’aeroporto della città.

Richieste in tal senso erano già state formulate all’inizio di maggio e secondo quanto fa sapere l’ufficio stampa dell’Accademia libica, il generale Ojba ha chiesto che l’ospedale italiano sia spostato all’esterno dell’Accademia “in quanto con la sua presenza occupa importanti spazi come il piazzale per l’addestramento e la cucina. Questo ci impedisce di accettare nuovi allievi”.

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La presenza dell’ospedale all’interno del complesso militare dell’aeroporto di Misurata garantisce una cornice di sicurezza che certo sarebbe più limitata se l’ospedale dovesse venire trasferito in un’altra area della città dove operano ancora cellule terroristiche jihadiste. Ancor più complesso e pericoloso sarebbe trasferire a Tripoli l’intera struttura sanitaria militare e il relativo contingente, considerato che nella capitale libica sono scoppiati anche nei giorni scorsi pesanti scontri.

Il generale ha però affermato di impegnarsi per il funzionamento dell’istituzione sanitaria ma ha ammesso che “c’è chi lavora per ostacolare gli sforzi”.

Frase enigmatica che potrebbe nascondere la volontà di alcune forze politiche locali, come i Fratelli Musulmani legati agli interessi di Turchia e Qatar e piuttosto radicati a Misurata e in tutta la Tripolitania, di estromettere la presenza militare italiana da Misurata o dall’intera Libia.

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Ipotesi da non sottovalutare e da inserire in un contesto in cui si registrano nuovi ingenti flussi di migranti illegali diretti in Italia, il rafforzarsi dell’iniziativa diplomatica francese con la conferenza di Parigi organizzata in tutta fretta quando in Italia non era ancora nato il nuovo governo e l’impossibilità di Roma di dare concretamente il via alla prevista Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (MISIN).

Se a questo uniamo la decisione di Tunisi di annullare l’impegno militare anche italiano (60 i soldati previsti) per costituire un comando interfoze per la sicurezza interna, appare chiaro che diversi fattori stanno contribuendo a tagliare le gambe a tutte le “nuove” missioni varate dal governo Gentiloni per schierare truppe nell’area Nordafrica/Sahel, di indiscussa rilevanza strategica per gli interessi nazionali. Temi di cui dovrà occuparsi al più presto il nuovo ministro della Difesa del governa Lega/M5S, Elisabetta Trenta, insediatasi ieri a Palazzo Baracchini.

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L’Italia è presente a Misurata con la Task Force Ippocrate, confluita a gennaio nella missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia, ai comandi del colonnello Gabriele Cosimo Garau. L’operato dei medici italiani ha permesso di curare circa 12.500 pazienti libici trattati nella struttura ospedaliera e nel corso delle numerose attività ambulatoriali anche all’esterno dell”ospedale da campo.

L’operazione Ippocrate venne varata nel 2016 per consentire di curare i miliziani di Misurata rimasti feriti nei combattimenti a Sirte contro le forze dello Stato Islamico.

Da quasi 18 mesi, dopo la fine della battaglia di Sirte, la struttura sanitaria e il suo personale vengono però utilizzati a vantaggio degli abitanti di Misurata. Di fatto quindi la presenza dell’ospedale ha un valore politico e simbolico ma nessuna valenza militare.

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Il mandato della Missione Bilaterale di Assistenza e Supporto in Libia (MIASIT) ha lo scopo di “fornire assistenza e supporto al Governo di accordo nazionale libico ed è frutto della riconfigurazione, in un unico dispositivo, delle attività di supporto sanitario e umanitario previste dall’Operazione Ippocrate e di alcuni compiti di supporto tecnico-manutentivo a favore della Guardia costiera libica rientranti nell’operazione Mare Sicuro”.

La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018, dovrebbe includere anche istruttori e consiglieri militari destinati ad addestrare le forze fedeli al governo di Fayez al-Sarraj, che non dispone di forze armate ma solo di milizie che lo sostengono.

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La missione ha l’obiettivo di “rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, in armonia con le linee di intervento decise dalle Nazioni Unite”.

Le forze assegnate alla missione prevedono, dal primo gennaio al 30 settembre 2018, un impiego massimo di 400 militari e 130 mezzi terrestri. I tecnici italiani hanno permesso di curare la manutenzione di mezzi navali e aerei cargo C-130 libici.

@GianandreaGaian

Foto: Difesa.it, AFP, OCHA e Analisi Difesa

 

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Bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Attualmente collabora con i quotidiani Il Mattino, Il Messaggero, Libero e Il Corriere del Ticino, con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti TV e radiofoniche RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”.

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