Washington e Ankara si accordano in Siria sulla pelle dei curdi?

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Gli Usa pagano un ultimo tributo di sangue prima del ritiro dalla Siria. Quattro americani sono rimasti uccisi ieri nell’ attentato nella città di Manbij, rivendicato dallo Stato islamico nel quale hanno perso la vita almeno 20 persone.

“Due militari, un civile del dipartimento della Difesa ed un contractor del DoD (Pentagono) sono stati uccisi mentre tre militari sono stati feriti mentre dislocati a Manbij”, ha precisato in una nota il Central Command responsabile per le operazioni in Siria. L’attacco suicida è avvenuto nel ristorante “I principi” (al Umarà) nel centro di Manbij

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Confermando il ritiro dei 2mila militari statunitensi, Trump nei giorni scorsi ha ammonito Ankara a non approfittarne per attaccare i curdi.

“Devasteremo economicamente la Turchia se colpisce i curdi”, “creeremo una zona di sicurezza” ha twittato il presidente americano Donald Trump, sottolineando che è iniziato il ritiro delle truppe americane dalla Siria.

Martedì il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha detto che continuano i negoziati con tutte le parti interessate sulla proposta americana di creare una “zona di sicurezza” o “zona cuscinetto” in Siria, con l’obiettivo che la sua frontiera con la Turchia sia “sicura”.

“Vogliamo assicurarci che coloro che hanno combattuto al nostro fianco per distruggere lo Stato islamico beneficino della sicurezza e che i terroristi che operano dalla Siria non saranno in grado di attaccare la Turchia”, ha detto Pompeo.

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Il 13 gennaio Trump aveva chiesto la creazione di una “zona di sicurezza” su una striscia di 30 chilometri di larghezza ai confini turco-siriani, senza però fornire dettagli ma esortando le forze curde a non “provocare” Ankara.

Curioso ricordare che una fascia di sicurezza di 30 chilometri al confine (in territorio siriano ma presidiata da soldati turchi) è stata a lungo chiesta negli anni scorsi da Ankara ma venne più volte rigettata proprio da Washington.

Non a caso il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato ieri che “alcuni messaggi dell’account privato personale di Donald Trump ci hanno irritato. Poi ieri sera ne abbiamo parlato in una telefonata ed è stata una conversazione molto positiva. Ha confermato la decisione di ritirare i soldati americani dalla Siria” e la proposta di “una zona di sicurezza della profondità di oltre 30 chilometri” in Siria alla frontiera con la Turchia.

In un comunicato viene reso noto che la Turchia è pronta ad “appoggiare l’alleato” nelle operazioni di ritiro e garantisce che non permetterà che il terrorismo “tragga vantaggio dal vuoto lasciato dalla fine della missione americana”.

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I due presidenti hanno discusso anche di una possibile “buffer zone” al confine tra Siria e Turchia e concordato sull’importanza dell’integrità territoriale del Paese. Nel comunicato si ribadisce che la Turchia non ha intenzione di colpire i curdi, ma di eliminare la minaccia terroristica, sia che venga dall’Isis che dai curdi Pyd-Ypg.

In appoggio alla causa turca è sceso in campo il leader di al-Qaeda in Siria, Abu Muhammad al Jolani, che ha detto il 14 gennaio di non esser contrario alcuna operazione militare turca nella Siria settentrionale contro l’ala siriana del Pkk curdo.

I qaedisti siriani controllano gran parte della “sacca” di Idlib, sotto influenza turca, nel nord-ovest del paese. La posizione di debolezza dei curdi è ben rappresentato dal te tativo di cercare garanzie internazionali emerso nelle ultime ore. Il 15 gennaio fonti militari curde hanno respinto categoricamente la proposta di una “zona cuscinetto” che equivarrebbe ad una invasione del territorio in mano ai curdi. Le autorità curde potrebbero accettare una simile proposta solo se la zona cuscinetto fosse creata sotto gli auspici dell’Onu e della comunità internazionale oppure da truppe governative siriane”.

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Gli Stati Uniti avevano annunciato l’11 gennaio l’inizio del ritiro delle truppe dalla Siria, tre settimane dopo che Trump aveva ufficializzato l’intenzione di attuare il rimpatrio dei 2mila militari dislocati in Siria orientale al fianco delle milizie curdo-arabe aderenti alle Forze Democratiche Siriane (FDS).

Da più parti definita clamorosa e inattesa, la decisione della Casa Bianca era stata in realtà già annunciata nel 2017 ma, allora come oggi, cozzò contro le resistenze opposte dal Pentagono che sottolineò l’esigenza di continuare a combattere l’Isis per infliggere il colpo di grazia al Califfato.

Missione oggi compiuta “al 99 per cento” come ha detto lo stesso Pompeo poiché le FDS e gli alleati (in Siria vi sono anche truppe francesi e britanniche) sono impegnati nell’ultima offensiva contro un gruppo di villaggi vicino al confine con l’Iraq, ultima ridotta dell’Isis.

“Le forze americane hanno avviato il processo di ritiro dalla Siria”, ha annunciato l’11 gennaio un portavoce della Coalizione a guida Usa. “Per motivi di sicurezza, non parleremo di tempi, luoghi o movimenti di truppe”.

Una fonte del Pentagono ha precisato che le fasi iniziali riguardano il ritiro degli equipaggiamenti non essenziali, e non i militari. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus), ong con sede in Gran Bretagna vicina ai ribelli moderati che combattono il governo di Bashar Assad “150 soldati.

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americani hanno lasciato il Paese diretti in Iraq attraverso il valico di Fish Khabur” con una decina di mezzi blindati e diversi pezzi di artiglieria che hanno lasciato la base americana nella provincia di Al Hasaka, nel nord-est della Siria.

La presenza delle forze Usa è stata sempre definita illegale e ostile da Damasco che, diritto internazionale alla mano, ha buon gioco nell’affermare di non aver mai autorizzato Washington a schierare proprie truppe sul suolo nazionale. Inoltre, in più occasione velivoli e artiglieria statunitense hanno colpito le forze governative siriane per rallentarne l’avanzata o comprometterne le difese negli scontri contro lo Stato islamico nell’area di Deir Ezzor.

Le operazioni di ritiro dovrebbero durare almeno sei mesi secondo fonti militari sentite dal New York Times, mentre Trump aveva parlato di solo un mese e fonti vivine al Pentagono di quattro mesi.

Una confusione che induce Mosca a mostrare scarsa sembra convinzione circa le intenzioni americane: “Abbiamo l’impressione che stiano lasciando il paese per rimanervi”, hanno detto dal Cremlino, anche se sul terreno si colgono i primi segnali del ritiro statunitense.

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Eppure, nell’ enclave contesa di Manbij, nel nord della Siria a ovest dell’Eufrate, la polizia militare russa ha annunciato di aver preso posizione in aree fino a poco tempo fa presidiate da soldati americani.

Mentre gli Usa annunciavano il ritiro dalla Siria, in Italia il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha reso noto che la Farnesina sta valutando “se e in che tempi” riaprire l’ambasciata italiana a Damasco. Moavero ha auspicato “prospettive più normali”, ma “avere ambasciate nei Paesi resta una priorità importante” e l’obiettivo è “riaprire pienamente la nostra sede diplomatica”.

Roma aveva ritirato l’ambasciatore nel 2012, quando ormai da alcuni mesi era cominciata la guerra civile, e da allora aveva congelato i rapporti politici con Damasco. Più di recente la Farnesina si era limitata a un ordinario avvicendamento dell’incaricato d’ affari, anche se i rapporti tra i servizi segreti e siriani sono da tempo molto stretti soprattutto nel campo della lotta al terrorismo e dell’identificazione dei “foreign fighters” dello Stato islamico.

@GianandreaGaian

Illustrazioni: SANA, Reuters, AFP e Limes

 

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Bolognese, laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportage dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Attualmente collabora con i quotidiani Il Mattino, Il Messaggero, Libero e Il Corriere del Ticino, con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti TV e radiofoniche RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7, Capital e Radio24. Ha scritto "Iraq Afghanistan, guerre di pace italiane" ed è coautore di "Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere" e “Immigrazione, la grande farsa umanitaria”.

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