Difesa e missioni: meglio non abbassare la guardia

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Il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini, in visita al nostro contingente in Libano lo scorso 14 novembre, ha dichiarato: “I militari italiani in Libano sono il generoso esempio di un’Italia che lavora per costruire pace e sicurezza […] Incontrare i nostri ragazzi del contingente UNIFIL è stata una grande emozione”.

In un’area, quella che va dal Medio Oriente al Nord-Africa, sempre in fiamme per nuovi conflitti e per il riacutizzarsi di quelli vecchi, si corre il rischio di prestare poca attenzione a quelli che sono, in realtà, i migliori risultati conseguiti dal nostro Paese, grazie soprattutto alle sue Forze Armate, nel quadro degli sforzi profusi dalla comunità internazionale, quando essa riesce ad operare in maniera unitaria e coordinata verso la sicurezza e la stabilità delle aree di crisi, vecchie e nuove.

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Bene quindi ha fatto il Ministro Guerini a riportare in questi giorni l’attenzione sul nostro contingente militare in Libano e sull’intera missione dell’ONU UNIFIL, portata avanti da oltre 10.000 militari di diversi Paesi e “guidata”, ormai da molti anni, da Comandanti italiani che si sono avvicendati nel tempo, e il cui ultimo “passaggio di consegne” sta avvenendo proprio in questi giorni.

Si dice che i migliori successi sono quelli di cui in realtà si parla poco… proprio perché risolvono i problemi senza crearne di nuovi.

E vedendo quali sono stati i risultati (non sempre soddisfacenti) di tanti sforzi per stabilizzare, pacificare e riportare sicurezza in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Somalia… viene proprio da pensare come la comunità internazionale non abbia ancora trovato gli strumenti e le modalità decisionali adeguate per gestire in maniera efficace l’intero spettro delle situazioni conflittuali del terzo millennio.

E proprio a questo proposito, tra le cose più sensate da fare, certamente dovrebbero trovare posto “lo studio attento” delle missioni internazionali che nel tempo hanno avuto maggior successo ed “il mantenimento alto” della guardia nelle aree del mondo che hanno recuperato stabilità, per evitare che nuovi fattori di rischio possano innescare nuovamente il precipitare delle situazioni.

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Da questo punto di vista, UNIFIL interessa esattamente per entrambi gli aspetti: si tratta di una missione che ha conseguito e continua a conseguire concretamente gli obiettivi per cui è stata decisa, in una parte del mondo tuttora particolarmente instabile per motivi, adesso, più che altro esterni ad essa.

In una sola espressione, una missione di successo in un’area ancora potenzialmente a rischio.

E’ vero che ogni tensione, crisi o vero e proprio conflitto inter-nazionale o intra-nazionale in fondo fa storia a sé ed è un caso unico, però non sarebbe sbagliato, per l’ONU e per i Paesi che la compongono, riportare l’attenzione sulle attività, procedure, processi decisionali e modalità operative sviluppate nel tempo da UNIFIL, per vedere cosa, quanto e come sarebbe efficacemente “esportabile” in altre missioni, sotto l’egida dell’ONU ma non solo.

Inoltre, tutti abbiamo davanti ai nostri occhi ciò che sta avvenendo nelle zone limitrofe all’area di responsabilità di UNIFIL. Daesh si sta riorganizzando, in Siria e nel Kurdistan iracheno; curdi siriani tentano di contenere e respingere forze turche entrate nel nord del Paese; Hezbollah e milizie iraniane si confrontano con le forze, soprattutto aeree, di Israele sul confine e nel sud della Siria.

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Ed ancora, nell’area di Idlib, una galassia di gruppi e groppuscoli risultante dalla dissoluzione di Al-Qaeda è in constante tensione interna, ma anche verso l’esterno, contro le forze di  Assad, contro quelle turche e con quelle russe. Ed infine, gli Stati Uniti, oltre a tentare di controllare sia i turchi che i curdi siriani, si trovano di fronte all’imponente sostegno russo al regime; mentre la striscia di Gaza ribolle come sempre…contro Israele.

Quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata” – recita un proverbio africano. Ovvero, le prime vittime di ogni conflitto sono i più deboli, e i loro diritti. E, nel vicino Oriente, di vittime ce ne sono tantissime: centinaia di migliaia, forse milioni di donne, bambini, vecchi e malati, senza casa e senza cibo, senza un luogo dove andare, e con i pochi campi profughi esistenti ormai al collasso un po’ dovunque.

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L’area di responsabilità di UNIFIL dista circa un centinaio di km da Damasco, poco più di 300 da Idlib oppure dal confine tra Siria e Iraq, 200 dalla Striscia di Gaza… qualunque analista politico o geostrategico non può che rabbrividire, alla sola idea di un possibile riacutizzarsi di contrasti conflittuali nel sud del Libano, tra Hezbollah e Israele: sarebbe l’innesco di una massa critica pericolosa per l’interno equilibrio mondiale.

Ecco perché fanno bene, le nostre autorità politiche, a dare e mantenere visibilità e sostegno al nostro contingente in Libano e alla missione UNIFIL: per rafforzare un modello di successo, e scongiurare il rischio di nuovi fattori destabilizzanti che potrebbe provocare la rottura di quei pochi equilibri che ancora resistono nella regione.

Chiunque ipotizzasse eventuali riduzioni, della nostra presenza o della stessa missione UNIFIL nel suo complesso, dovrebbe prestare la giusta attenzione a queste considerazioni, come le dichiarazioni del Ministro della Difesa nella sua visita in Libano hanno fatto. Anzi, semmai la nostra presenza dovrebbe essere ulteriormente incrementata, vista la visibilità internazionale che essa garantisce all’Italia, in una regione del mondo di vitale importanza.

Peraltro, un discorso per certi versi equivalente vale anche per KFOR, un’altra missione internazionale di cui l’Italia ha detenuto il comando per lungo tempo, e che mantiene tutt’ora.

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I conflitti nei Balcani degli anni ’90 sono stati l’unica vera “guerra” che si è combattuta in Europa dopo il Secondo Conflitto Mondiale e la comunità internazionale, la NATO, l’Europa e il nostro stesso Paese possono, in certo senso, essere orgogliosi di come, qualche decennio dopo, la situazione sia completamente cambiata. Molti dei Paesi, una volta acerrimi nemici, sono ora entrati, o entreranno presto, fianco a fianco nella NATO e nell’Europa.

In sostanza, i Balcani, e il Kosovo in particolare, sono un chiaro esempio di un processo sostanzialmente efficace in cui le armi sono state sostituite dal dialogo, nonostante la persistenza di tensioni e contrasti che hanno radici storiche millenarie e che necessiteranno ancora di tempo per essere completamente superati.

Proprio perché queste tensioni e questi contrasti non sono ancora sopiti, anche il Kosovo è un caso in cui non bisogna abbassare la guardia: sarebbe ingenuo attribuire a quella terra… con maggioranza albanese musulmana ma forte minoranza serba cristiana, con un lungo confine che la unisce con (o la divide da) la Serbia (Paese che ancora non ha compiutamente superato la “frattura”)… una stabilità strutturale che la tenga al sicuro da uno spettro ancora ampio di minacce alla sua sicurezza, soprattutto interna.

Minacce e instabilità dovute ad un’economia che stenta ancora a camminare con le sue gambe e che dipende tuttora dagli aiuti esterni, soprattutto in un periodo di crisi economica mondiale come quello attuale. Minacce dovute alle organizzazioni criminali interne, che impediscono lo sviluppo sociale del Paese. Minacce dovute al ritorno e alla presenza di foreign fighters e di esfiltrati di Daesh dal Medio Oriente, in fuga dalle sconfitte militari.

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In una situazione di questo tipo KFOR è e resta sicuramente un imprescindibile fattore di sicurezza per il Kosovo, e qualunque ipotesi di riduzione (del contingente nazionale nonché dell’intera missione) sarebbe pericolosa per il mantenimento della stabilità dell’area. Al contrario, sarebbe invece opportuno analizzare in quali capacità la Missione andrebbe incrementata, per restare sempre più efficacemente aderente ai suoi compiti e finalità.

La politica estera di una Nazione si fonda, da sempre, su tre pilastri fondamentali: quello diplomatico, quello economico, e quello militare. A questi tre nel mondo di oggi se ne è aggiunto un quarto, quello umanitario, in virtù di una sensibilità verso la solidarietà che nel passato, soprattutto lontano, non esisteva.

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E’ però vero, per quanto riguarda l’Italia, che molto spesso (a partire dalla prima missione militare all’esterno del dopoguerra, nel lontano 1982, ben 37 anni fa, guarda caso proprio in Libano) la politica estera italiana ha ottenuto visibilità e risultati concreti soprattutto in virtù del suo pilastro “militare”, rendendo tutti gli italiani orgogliosi dei propri soldati all’esterno.

Quella competenza, quella capacità, quella maturità operativa e professionale che i nostri militari mettono quotidianamente in mostra nelle operazioni di stabilizzazione e sicurezza sono un capitale che non va assolutamente disperso.

Un capitale che merita d’essere invece affinato, elevandone potenzialità e caratteristiche, ed impiegato in maniera sempre mirata ed efficace sia dove “non bisogna abbassare la guardia” e difendere i risultati raggiunti (come in Libano e in Kosovo), sia dove risultati conclusivi sono ancora lontani dall’essere conseguiti (come in Medio Oriente, Libia, Sahel o Corno d’Africa) e la comunità internazionale sembra muoversi in maniera disunita, scomposta e contraddittoria.

Foto: Difesa.it

 

Mauro Del VecchioVedi tutti gli articoli

Generale dell'Esercito Italiano, ha guidato la Brigata Bersaglieri Garibaldi in Bosnia, Macedonia e Kosovo tra il 1997 e il 1999, e poi la Scuola di Applicazione dell'Esercito. Da Generale di Corpo d'Armata ha comandato dal 2004 al 2007 il Corpo d'Armata di Reazione Rapida Italiano della NATO, e ha guidato le forze NATO in Afghanistan (ISAF) nel 2005-2006. Il 5 settembre 2007 è stato nominato al vertice del Comando Operativo di Vertice Interforze (COI). L'anno successivo, lasciato il servizio attivo, viene eletto senatore nelle fila del Partito Democratico, incarico ricoperto presso la Commissione Difesa fino al marzo 2013.

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